martedì, agosto 26, 2008

Vantaggi per la Cina dalla crisi caucasica?

La crisi caucasica potrebbe portare vantaggi inattesi alla Cina

di M. K. Bhadrakumar

Una scossa geopolitica di sei gradi Richter è destinata a produrre contraccolpi, e i riflessi del conflitto nel Caucaso cominciano a farsi sentire. Forse possiamo anche dire addio alla “guerra al terrore”. In ogni caso la comunità internazionale ha perso interesse per Osama bin Laden.

Gli Stati Uniti hanno individuato un nuovo promettente nemico all'orizzonte e potrebbe prospettarsi una guerra interessante dalle possibilità infinite.

Cercasi nuova dottrina bellica. Come spesso accade, potrebbe essere la Gran Bretagna a confezionarla. Il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha detto in toni churchilliani: “L'aggressiva forza militare russa oltre i confini dell'Ossezia del Sud ha sconvolto molte persone... La vista di carri armati russi a Gori, di carri armati russi a Senaki, del blocco russo del porto georgiano di Poti, riporta alla mente in modo agghiacciante tempi che speravamo passati per sempre”. Il segretario di stato degli Stati Uniti Condoleezza Rice, in visita a Tbilisi, ha prontamente riecheggiato le parole di Miliband, ricordando l'intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968.

Ma stiamo guardando troppo avanti. Per cominciare, invece, la Polonia è riuscita finalmente a guadagnarsi un garante per i suoi kresy (confini orientali) storicamente indifendibili lungo la linea che va dal Dniester al Dniepr. Venerdì 15 agosto gli Stati Uniti e la Polonia hanno raggiunto un'intesa sul “reciproco impegno”, in base alla quale i due paesi si verranno reciprocamente in aiuto “in caso di problemi”. Di primo acchito, si stenta a credere che Varsavia potrebbe fare molto se il venezuelano Hugo Chavez dovesse dare del filo da torcere a Washington. Ma questi sono solo dettagli. Ciò che importa è che gli Stati Uniti sono apparsi come un cavaliere solitario nello spazio strategico tra la Germania e la Russia. Ed è una conseguenza del conflitto nel Caucaso.

Missili in Polonia
Il trattato prevede che gli Stati Uniti rafforzino le difese della Polonia con missili Patriot in cambio dell'installazione di 10 missili intercettori statunitensi sul suolo polacco. La Polonia, in altre parole, ha ricevuto garanzie in termini di sicurezza da Washington in cambio del suo consenso allo spiegamento del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nel paese centro-europeo.

Il primo ministro polacco Donald Tusk era abbastanza euforico da dichiarare: “Abbiamo attraversato il Rubicone”. Ha sottolineato che gli Stati Uniti stavano per assumere un ruolo storico che la NATO era stata incapace di svolgere. “La Polonia e i polacchi non vogliono entrare in alleanze in cui l'aiuto viene a un certo punto nel futuro: ai morti gli aiuti non servono a niente. La Polonia vuole entrare in alleanze in cui l'aiuto giunge nelle prime ore di un eventuale conflitto”, ha spiegato.

La clausola del “reciproco impegno” è un riferimento diretto alla Russia, benché Washington e Varsavia abbiano minimizzato i possibili collegamenti. Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha denunciato il trattato tra Polonia e Stati Uniti come una minaccia alla Russia. E ha aggiunto caustico che “le favole sulla deterrenza, le favole sul fatto che grazie a questo sistema dissuaderemo un qualche stato canaglia, non funzionano più”. Il presidente della commissione parlamentare russa per gli affari esteri, Konstantin Kosačev, ha ammonito che l'accordo avrebbe innescato “un concreto aumento delle tensioni nelle relazioni russo-americane”. Il vice capo di stato maggiore russo, il Generale Anatolij Nogovicyn, ha dichiarato: “La Polonia, ospitando [il sistema statunitense] si espone a un attacco nucleare. Al 100%”. Ha aggiunto che l'accordo Stati Uniti-Polonia “non può restare impunito”.

Ma Washington ha un piano. Ha rapidamente approfittato della cascata di retorica anti-russa per mandare avanti il progetto di installazione del sistema di difesa anti-missile in Polonia, calpestando le obiezioni di Mosca e ignorando il fatto che Stati Uniti e Russia stanno ancora teoricamente negoziando. In puro stile Guerra Fredda, dietro il paravento della retorica Washington si è presa un vantaggio unilaterale. E la terza area di posizionamento per il sistema di difesa anti-missile è diventata realtà.


La Germania resta neutrale

L'accordo Stati Uniti-Polonia si rifà al ruolo della Gran Bretagna come garante storico della Polonia contro il “revanscismo” tedesco. Dal punto di vista di Washington la riluttanza della Germania a farsi coinvolgere nella strategia di contenimento della Russia cresce giorno per giorno. Le consultazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel con Medvedev a Soči il 15 agosto rivelano che Bonn sta cercando di essere equanime, sollecitando Mosca a intraprendere la strada della diplomazia e resistendo alle pressioni di Washington perché affronti la Russia.

La persona di riferimento della Germania per gli affari russi a Berlino, Andreas Schckenhoff, ha detto che né l'Unione Europea né la Germania si proponevano di schierarsi. Il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato a Die Welt: “Se l'Unione Europea vuole avere un ruolo nel raggiungimento della pace, deve aprire canali di dialogo con Tbilisi e con Mosca”. I tedeschi non nascondono le loro priorità. Per citare Der Spiegel, “Le richieste di alcuni stati membri dell'UE, in particolare quelli dell'Europa Orientale, di adottare la linea dura con Mosca mandando a monte il dialogo con la Russia su un nuovo partenariato strategico hanno messo la Germania in una posizione insidiosa. La Germania dipende fortemente dall'energia russa e resta fautrice di legami più stretti tra l'Europa e Mosca”.

La seduta d'emergenza dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea a Bruxelles, il 13 agosto, ha evidenziato la frattura sulla “questione russa”. La Gran Bretagna, gli Stati baltici, la Polonia e la Svezia hanno spinto per la denuncia della Russia, ma l'Unione Europea ha adottato la proposta tedesca di aumentare il contingente di “osservatori” europei in Georgia da 100 a 300 e di fornire aiuti umanitari.

Steinmeier si è dissociato dalle minacce bellicose degli Stati Uniti consigliando all'Europa di “guardare al futuro e di assumere un ruolo nel futuro processo di stabilizzazione”. La Francia, l'Italia e la Finlandia hanno appoggiato la Germania. Il consenso europeo sulla decisione di non ricorrere a sanzioni contro la Russia e perfino di non puntare il dito contro Mosca è stato uno scacco per gli Stati Uniti. Di qui l'arrivo di Rice a Bruxelles il martedì successivo per incontri urgenti con le sue controparti della NATO e dell'Unione Europea.

Pressioni statunitensi sull'Unione Europea

Rice è sicura di riuscire ad aggregare il sostegno europeo e di spezzare un'importante lancia a favore dell'ingresso della Georgia nella NATO. Ma le grandi potenze europee capiscono che Mosca prenderà l'ulteriore espansione della NATO nel territorio dell'ex-Unione Sovietica come una grave provocazione. Se Washington riesce a vincere la loro riluttanza, la diplomazia statunitense riporterà una notevole vittoria. Mosca sembra valutare che l'Europa possa alla fine soccombere alle pressioni americane. La sua decisione di rallentare il ritiro delle truppe dalla Georgia va vista in questa prospettiva.

La missione di Rice a Bruxelles è un momento topico. Se ha successo, la strategia di contenimento degli Stati Uniti verso la Russia farà un enorme passo avanti. D'altro canto, se Rice fallisce Washington può tranquillamente abbandonare le sue speranze sull'allargamento dell'alleanza nel futuro prossimo.

In breve, la guerra nel Caucaso sta mettendo a dura prova il dominio transatlantico degli Stati Uniti. Gli europei non hanno la percezione di una minaccia per quanto riguarda la Russia post-sovietica. Con le economie del continente in debole crescita, gli europei vedono la Russia come fonte di forti stimoli. (Le esportazioni tedesche verso la Russia nel 2008 hanno registrato un aumento del 50%). Perfino i think tank tedeschi di destra come la Konrad Adenauer Foundation sono stati chiari sul fatto che gli Stati Uniti stanno inutilmente trascinando l'Europa in strategie mirate a espandere la loro influenza nel Baltico e nel Caucaso “portando altri paesi di orientamento filo-americano nell'alleanza [NATO]”.

La Cina si sforza di restare neutrale
Ma le potenze europee non solo le sole a dover prendere posizione sul Caucaso. Anche la Cina si trova in questa situazione. Il presidente cinese Hu Jintao ha ricevuto il primo ministro russo Vladimir Putin a Pechino il 9 agosto, offrendo una cena in suo onore. Tuttavia i resoconti dell'incontro hanno omesso ogni riferimento al Caucaso. (L'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud è cominciato il 7-8 agosto). Hu ha detto a Putin: "Con il partenariato di cooperazione strategica la Cina e la Russia stanno progredendo verso gli obiettivi prestabiliti, e lo sviluppo di entrambi i paesi ha davanti a sé nello stesso tempo opportunità e sfide”.

Hu ha sottolineato tre aspetti della cooperazione strategica sino-russa: promozione del multi-polarismo e della democratizzazione nelle relazioni internazionali; ulteriore cooperazione politica sino-russa in un contesto sia bilaterale sia multilaterale; e cooperazione economica in uno spirito di “benefici reciproci ed esiti vantaggiosi per tutti”. Putin, da parte sua, ha richiamato l'attenzione di Hu sulla "politica amichevole della Russia nei confronti della Cina” e ha segnalato il vivo desiderio di Mosca di “innalzare il livello di cooperazione pratica con la Cina”.

Ma c'è qualcosa che non va. Pare che Putin abbia riferito a Hu le preoccupazioni di Mosca per il Caucaso e che Hu abbia ascoltato. In ogni caso, il giorno successivo, un portavoce del ministero degli Esteri cinese nei suoi primi commenti si è limitato a esprimere la “grave preoccupazione della Cina per l'intensificazione delle tensioni e dei conflitti armati” e ha invitato “le principali parti coinvolte a moderarsi e a cessare immediatamente il fuoco”.

In effetti il portavoce ha tenuto un atteggiamento equidistante. Ha concluso dicendo che la Cina sperava sinceramente che le “principali parti coinvolte” avrebbero risolto le dispute pacificamente attraverso il dialogo “così da salvaguardare la pace e la stabilità regionali”. Non era disposto a entrare nel merito delle “dispute”. Nel frattempo, l'11 agosto, un gruppo di georgiani ha manifestato di fronte all'ambasciata russa a Pechino, ma la “folla è stata convinta a disperdersi e allontanarsi, e non hanno avuto luogo azioni estreme”.

Il 13 agosto un portavoce cinese ha ripetuto l'auspicio che le “dispute si risolvessero pacificamente attraverso il dialogo così da raggiungere la pace e la stabilità regionali”. Questo è diventato il mantra cinese sulla crisi del Caucaso. Il portavoce cinese l'ha ripetuto il 14 agosto, accogliendo favorevolmente l'annuncio di Mosca sull'interruzione delle operazioni militari. I resoconti dei mezzi di informazione cinesi sono stati estesi ma equilibrati.

Ma disapprova Mosca
Quello che emerge, complessivamente, è che Pechino si è astenuta dall'esprimere sostegno alla Russia. Semmai, il solo commento uscito sul People's Daily, il 12 agosto, faceva appello a una cessazione delle ostilità nello spirito dei Giochi Olimpici e disapprovava l'intervento russo, che, “ha rapidamente intensificato la tensione e ha suscitato preoccupazioni e ansie nella comunità internazionale”.

Sottolineava inoltre: “Alcuni analisti si sono detti preoccupati che l'antagonismo militare possa evolvere in una nuova versione della Guerra Fredda”. E c'erano anche dei consigli per il Cremlino: “La guerra non è il modo per risolvere i conflitti. L'unico modo per risolvere efficacemente delle dispute è mettere da parte i vecchi rancori, cessare le ostilità e negoziare la pace. Solo in un contesto di pace e di negoziati costruttivi si può ottenere un'intesa vantaggiosa per tutti”.

Significativamente, Pechino non figura sulla lista di capitali con cui il ministro degli Esteri russo è stato in contatto nei dieci giorni dall'inizio del conflitto.

In base alla reciprocità la Cina avrebbe dovuto offrire il proprio sostegno alla posizione russa. Infatti fu così che reagì Mosca quando scoppiarono le rivolte di Lhasa in Tibet e la Cina si trovò sottoposta al giudizio e alla condanna dell'opinione pubblica occidentale, soprattutto statunitense. Evidentemente la Cina pensa di aver avuto pieno diritto all'appoggio russo, e che Tibet e Caucaso non siano paragonabili. Ed è vero che negli affari internazionali le analogie non esistono. Però resta anche il fatto che Pechino attualmente afferma che le relazioni sino-russe sono a un massimo storico. Una linea di demarcazione di lunga data è stata appena completata.

Le priorità di Pechino
Durante quella settimana ben tre generazioni di Bush villeggiavano allegramente in Cina e si godevano lo spettacolo delle Olimpiadi: questa coincidenza può avere influenzato la Cina? Difficile dirlo. A posteriori, Pechino dovrebbe essere grata alla famiglia Bush. Gli otto anni di presidenza di George W. Bush sono stati estremamente produttivi per la Cina, a prescindere da quello che può dire la comunità mondiale. È perfettamente concepibile che Pechino non volesse guastare la festa.

E poi ci sono dei calcoli da fare. Cos'è in gioco, qui, per la Cina? Pechino deve stare estremamente attenta alle questioni della sovranità nazionale, del separatismo e di tutto ciò che sa di diritto all'auto-determinazione. Questo è certo. E nel calderone caucasico ribollono tutti questi elementi. La Cina sarà in una brutta situazione se Mosca appoggerà l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, un'eventualità da non escludere assolutamente in caso di successo della missione di Rice a Bruxelles.

Per Pechino Mosca è entrata in una pericolosa zona proibita conducendo operazioni militari all'interno del territorio georgiano, ponendo condizioni per il ritiro delle sue truppe dal suolo georgiano e speculando rumorosamente sulla mancanza di realismo dei tentativi di preservare l'integrità territoriale della Georgia.

Dal punto di vista cinese l'indipendenza dell'Ossezia del Sud o dell'Abkhazia è inaccettabile, perché il separatismo è un male e l'auto-determinazione è un principio pericoloso. Punto.

Qui ci sono le ombre di Taiwan, dello Xinjiang e del Tibet. Ma si aggiungono altre considerazioni. La Cina capisce che le relazioni tra la Russia e gli Stati Uniti stanno entrando in un periodo turbolento. Al contrario, c'è ragione di sperare che né il senatore John McCain né il senatore Barack Obama una volta alla presidenza cambieranno sostanzialmente la traiettoria positiva dei rapporti con la Cina già delineata nell'era Bush. Storicamente, nella matrice estremamente complessa dei rapporti Stati Uniti-Russia-Cina, sarebbe solo un vantaggio per la Cina se le relazioni USA-Russia si incrinassero. Un raffreddamento dei rapporti con la Russia spinge quasi di riflesso Washington a coltivare la Cina. Alcuni segnali ci sono già.

L'approccio differenziato degli Stati Uniti

L'approccio differenziato nei confronti della Russia e della Cina è evidente nei piani statunitensi per il posizionamento del sistema di difesa anti-missile. Come ha scritto un commentatore russo, “Analizzando il sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti si giunge volenti o nolenti alla conclusione che oggi la principale priorità di Washington è lo spiegamento dei suoi elementi proprio nell'Europa Orientale e non per esempio in Asia, in Alaska, in Giappone o in Australia, benché si stia lavorando anche in queste direzioni. Non è escluso che la ragione di ciò sia il timore dell'amministrazione americana di contrariare la Cina, che potrebbe rispondere accelerando lo sviluppo del suo programma missilistico e aumentando il numero di missili balistici intercontinentali”. [v. Jurij Zajcev, Il sistema anti-missile americano è già in Polonia. E adesso? http://mirumir.altervista.org/2008/08/la-russia-e-il-sistema-anti-missile.html]

La Cina non compare sul radar degli Stati Uniti come potenza strategica importante per i prossimi vent'anni. Ma la Russia è stata la minaccia di ieri ed è la sfida di oggi, e la sua rinascita promette di farne una potenziale minaccia domani.

Come ha scritto recentemente un noto sovietologo, il professor Stephen Cohen, “Malgrado il suo calo di prestigio dopo il crollo sovietico del 1991, solo la Russia possiede armi in grado di distruggere gli Stati Uniti, un'industria militare quasi pari a quella americana per esportazioni d'armi... e le più grandi riserve di petrolio e gas naturale del pianeta. A livello territoriale è ancora il paese più grande del mondo ed è situata proprio tra Occidente e Oriente, all'incrocio di civiltà in collisione, in rapporto strategico con l'Europa, l'Iran e altri paesi del Medio Oriente ma anche con la Corea del Nord, la Cina, l'India, l'Afghanistan e perfino l'America Latina. Tutto considerato, la nostra sicurezza nazionale potrebbe dipendere dalla Russia più di quanto quella della Russia dipenda da noi”.

Dunque gli Stati Uniti non intendono limitarsi alla Polonia e alla Repubblica Ceca, ma una volta messa a punto la tecnologia di installazione di un sistema anti-missile in Polonia si guarderà attorno per costruire altre aree di posizionamento e per i prossimi anni Washington continuerà a sfidare la Russia creando decine di aree di posizionamento ai suoi confini. Il colpo grosso sarà il coinvolgimento dell'Ucraina, un paese che già possiede le tecnologie missilistiche avanzate di epoca sovietica. In breve, le preoccupazioni di Washington per i confini occidentali e sud-occidentali della Russia nel prossimo futuro convengono moltissimo alla Cina.

Le politiche energetiche della Russia
Ma la Cina deve anche soppesare le ricadute sulle future politiche energetiche della Russia, che hanno conseguenze dirette per Pechino. Ora come ora, il mercato privilegiato della Russia per le sue esportazioni energetiche è l'Europa. E questo nonostante Mosca lusinghi i mercati asiatici.

In termini concreti, l'Europa compete con la Cina per le forniture energetiche russe. Questa competizione può cominciare a sconfinare nella rivalità. Secondo il dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, la domanda europea di gas crescerà almeno del 50% entro il 2025. Non c'è abbastanza gas perché l'Europa possa permettersi di fare a meno delle forniture russe. (La Russia soddisfa già dal 30% al 50% del fabbisogno energetico europeo).

L'Europa adesso spera di convincere la Russia a far passare il suo gas attraverso il gasdotto Nabucco, che ironicamente era stato promosso da Washington soprattutto perché aggirava il territorio russo alleggerendo la dipendenza energetica europea da Mosca. Il gas russo raggiunge già la Turchia – snodo energetico di Nabucco – attraverso il gasdotto Blue Stream. La russa Gazprom ha già il 50% dell'hub di Baumgarten in Austria, che è la destinazione finale di Nabucco.

È curioso che la scorsa settimana un portavoce di Nabucco abbia detto: “Nabucco non è stato concepito come progetto anti-russo, ma come progetto pro-europeo”. La Cina indubbiamente aspetta con ansia di sapere se Nabucco subirà una metamorfosi e diverrà un progetto russo-europeo. Se ciò dovesse accadere, Mosca sarà ancora meno interessata a sviluppare la Cina come mercato alternativo per le sue esportazioni energetiche. North Stream, South Stream e Nabucco: anche troppa carne al fuoco, per la Russia.

Le politiche energetiche della Russia nel futuro prossimo dipenderanno ampiamente dai rapporti politici tra Mosca e le maggiori capitali europee. La posizione adottata dai paesi europei sul futuro allargamento della NATO sarà determinante per le politiche energetiche russe. La Cina, dunque, ha tutte le ragioni per valutare gli effetti della crisi del Caucaso su questi rapporti. I colloqui tra Cina e Russia in materia energetica sono in programma a Mosca a ottobre. Da gigantesca consumatrice di energia qual è, la Cina beneficerebbe ampiamente della comparsa di un nuovo Muro di Berlino nelle relazioni tra la Russia e l'Europa nel momento attuale.

L'ambasciatore M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Ha lavorato in Unione Sovietica, Corea del Sud, Sri Lanka, Germania, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait e Turchia.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 19 agosto 2008

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Manuela Vittorelli è redattrice dei blog russologi http://mirumir.altervista.org/ e http://mirumir.blogspot.com/ e membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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