giovedì, settembre 18, 2008

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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