lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

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