martedì, settembre 16, 2008

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

di Sergej Markedonov, direttore del dipartimento relazioni internazionali dell'Istituto di analisi politica e militare, per RIA Novosti

La visita odierna del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev a Mosca assume particolare importanza nella storia delle relazioni bilaterali russo-azere. È la visita del leader di uno stato caucasico dopo la “guerra dei cinque giorni” e il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale. I governanti dei due paesi si accingono a rispondere a tutta una serie di questioni di fondamentale importanza per la sicurezza non solo della regione, ma di tutta l'Eurasia.

Un punto così sensibile per l'Azerbaigian come il riconoscimento dell'indipendenza delle due ex regioni georgiane (giacché lo stato caspico deve affrontare la sfida del Nagorno-Karabakh) rappresenterà un ostacolo allo sviluppo della cooperazione strategica, tema affrontato da Dmitrij Medvedev durante la sua visita estiva a Baku? Fino a che punto l'Azerbaigian e la Russia sono disposti a muoversi sulla strada della comprensione reciproca sulla questione del Karabakh? Naturalmente a Ilham Aliyev interesserà anche conoscere la posizione di Mosca in merito alle prossime elezioni in Azerbaigian? L'appoggio russo al tempo della campagna per le elezioni parlamentari del 2005 era stato molto importante per la squadra del presidente azero.

Saranno in grado Mosca e Baku di allontanarsi dagli agganci immediati della “questione georgiana” a favore del più ampio contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi? L'Azerbaigian e la Russia hanno dimostrato altre volte di essere capaci di trovare punti in comune dopo periodi “freddi”. È successo, per esempio, nel 2001 (con la prima visita di Putin a Baku), quando i due paesi riuscirono a superare le distanze e le tensioni dei primi anni Novanta.

I fatti dell'“agosto caldo” hanno mutato completamente il panorama del Grande Caucaso. Per la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica sul suo territorio sono apparse nuove entità in parte riconosciute. Da un lato ciò costituisce un precedente, e dall'altro dimostra che la risoluzione con la forza dei problemi relativi all'integrità territoriale di qualunque stato è suscettibile di costi altissimi, fino alla perdita delle “regioni rivoltose”. Di conseguenza molti vicini della Russia si pongono ora questa domanda: “Mosca comincerà a estendere il precedente dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale ad altre entità non riconosciute?”. Naturalmente l'Azerbaigian è molto preoccupato per la posizione di Mosca sulla questione del Nagorno-Karabakh.

Ricordiamo che la posizione ufficiale di Baku sugli eventi in Ossezia del Sud è stata caratterizzata da un'estrema prudenza. La dichiarazione fatta l'8 agosto dal Ministro degli Esteri azero a sostegno dell'integrità territoriale della Georgia (approvata dai diplomatici georgiani) conteneva frasi generali (sulla “conformità dell'operazione georgiana al diritto internazionale”) e non ha avuto ulteriori sviluppi. All'incontro svoltosi a Tbilisi il 12 agosto hanno manifestato la loro solidarietà con la Georgia i capi di cinque paesi: erano presenti i leader dei tre Stati baltici, della Polonia e dell'Ucraina, ma non c'era Ilham Aliyev, il capo di stato che meno di un mese prima Saakashvili aveva definito “garante dell'indipendenza”. Baku ha preferito la cautela, tenendo conto del proprio interesse a mantenere relazioni stabili con la Federazione Russa.

L'Аzerbaigian non è uscito dalla CSI e non ha espresso (come la squadra del presidente ucraino Yushenko) una retorica anti-russa. Neanche la visita in Azerbaigian del vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney ha cambiato la posizione ufficiale di Baku.

La politica estera dell'Azerbaigian, al contrario di quella georgiana, non si fonda sullo scontro. Da un lato l'Azerbaigian non è membro della CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Comunità Economica Eurasiatica, ma fa parte della GUAM (Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico) e critica abbastanza spesso la politica russa troppo sbilanciata a favore dell'Armenia. Dall'altro lato a Baku si guarda alla Russia come a un contrappeso all'Occidente (che con l'Azerbaigian, contrariamente alla Georgia, ha ancora rapporti ambivalenti). L'Azerbaigian teme inoltre di finire coinvolto nel “gioco iraniano”, nel quale verrebbe condannato o al ruolo di base militare o di bersaglio di una ritorsione di Teheran. Di qui il tentativo di mantenere a tutti i costi relazioni non semplici ma complessivamente amichevoli con la Federazione Russa.

L'opposizione cerca di sfruttare questa situazione. Il capo del partito “Musavat”, Isa Gambar (secondo alle passate elezioni presidenziali) considera inadeguata la reazione ufficiale di Baku ai fatti dell'Ossezia Meridionale. Ma quali sono oggi le risorse di cui dispongono Gambar e altri oppositori (Eldar Namazov o Ali Keremli) per correggere la posizione dell'amministazione presidenziale? È una domanda retorica. In ogni caso Mosca è interessata alla stabilità della linea adottata da Aliyev, il che significa che la Russia assicurerà il proprio sostegno al presidente attuale. E questo, indubbiamente, costituisce una base positiva per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Osserviamo anche che se si ripetesse uno scenario di guerra nel Nagorno Karabakh Baku dovrebbe fare i conti con una reazione molto più severa dell'Occidente. Qui le posizioni di Stati Uniti, Russia e principali paesi dell'Unione Europea si compatterebbero (soprattuto se si tiene conto del ruolo della lobby armena e delle sue potenti risorse mediatiche). Dopo il fallimento della “campagna di Tskhinvali” di Saakashvili le autorità dell'Azerbaigian hanno cominciato ad accennare molto più raramente alla possibilità di ristabilire con la forza il controllo sul Karabakh.
Allo stesso tempo i diplomatici e i politici russi mirano a dimostrare che il riconoscimento dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale è stato una reazione concreta a un preciso complesso di circostanze politico-militari. Laddove vi sia la possibilità di una risoluzione negoziale del conflitto (anche se solo ipotetica), la diplomazia russa è pronta al dialogo, alla mediazione, alla discussione dell'intero processo pace. In questo senso la mobilitazione della diplomazia russa nel Karabakh (e anche nella Transnistria) servirà a dimostrare che Mosca non mira alla “rinascita dell'Unione Sovietica” (come invece negli ultimi tempi assicurano alcuni politici ed esperti americani ed europei).

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080916/151303081.html

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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