lunedì, ottobre 13, 2008

I taliban danno la sveglia all'India

I taliban danno la sveglia all'India

di M. K. Bhadrakumar

Per la comunità strategica indiana sta accadendo l'impensabile: aumentano le probabilità che i taliban vengano coinvolti nella soluzione del problema afghano.

La sensazionale denuncia di un giornalista investigativo, basata su uno scambio di informazioni altamente sensibile avvenuto lo scorso mese tra l'Ambasciata francese a Kabul e il Quai d'Orsay a Parigi, ha fatto luce sulla guerra afghana. Per l'India è particolarmente utile per riportare in primo piano quella guerra, altrimenti nascosta dietro la crisi finanziaria mondiale e l'accordo nucleare tra con gli Stati Uniti.

Claude Angeli, giornalista di Le Canard Enchaine, è entrato in possesso di una comunicazione cifrata del vice capo della missione francese a Kabul, François Fitou, basata sulle informazioni dell'importante diplomatico britannico sir Sherard Cowper-Coles, ambasciatore in Afghanistan. Ecco quello che ha detto confidenzialmente sir Sherard a Fitou:
- “L'attuale situazione [in Afghanistan] è critica; la sicurezza sta peggiorando; lo stesso vale per la corruzione, e il governo [del presidente Hamid Karzai] ha perso tutta la fiducia”.

- “Le forze straniere stanno garantendo la sopravvivenza di un regime che in loro assenza crollerebbe... Stanno rallentando e complicando un'eventuale uscita dalla crisi, che sarà probabilmente drammatica”.

- “Noi [la NATO] dovremmo dire loro [gli Stati Uniti] che vogliamo fare parte di una strategia vincente, non perdente. Nel breve termine, dovremmo dissuadere i candidati alla presidenza degli Stati Uniti dall'impantanarsi ulteriormente in Afghanistan... La strategia americana è destinata a fallire”.

- La Gran Bretagna mirava a ritirare le sue truppe dall'Afghanistan entro il 2010.

- La sola prospettiva realistica per l'Afghanistan sarebbe l'instaurazione di un “dittatore accettabile” e l'opinione pubblica andrebbe preparata in tal senso.

Per la comunità strategica indiana sta accadendo l'impensabile: aumentano le probabilità che i taliban vengano coinvolti nella soluzione del problema afghano. Le notizie danno i taliban in avvicinamento alla capitale afghana e intenti a consolidare il controllo delle province attorno a Kabul.

Non sorprende che Karzai abbia fatto appello al re saudita Abdullah perché medi con i taliban. Chiedere al re saudita di mettere in gioco il proprio prestigio è una faccenda seria e Karzai non può avere agito da solo. Vi sono informazioni che i servizi segreti britannici abbiano parlato con gli inviati dei taliban a Londra.

L'influente quotidiano Asharq al-Awsat ha riferito che alti funzionari taliban si sono recati negli ultimi giorni in Arabia Saudita e hanno posto 11 condizioni, tra cui il ritiro delle forze straniere, il posizionamento politico dei taliban nei ministeri chiave e la stesura di una nuova costituzione che dichiari l'Afghanistan stato islamico.

I decisori politici indiani, che sono rimasti impantanati nelle labirintiche traversie dell'accordo nucleare India-Stati Uniti, devono ora prendere nota del fatto che le cose stanno cambiando in modo drammatico. La sicurezza regionale è destinata a trasformarsi. Diversi fattori si impongono all'attenzione. Innanzitutto c'è ragione di preoccuparsi sull'attuale capacità di Washington di concentrarsi sulla continuazione della guerra afghana.

La grande questione in America è ora il salvataggio dell'economia. Per citare il noto editorialista Alexander Cockburn, gli americani sono indifferenti al fatto che il candidato alla vice-presidenza Sarah Palin sia capace di dichiarare una guerra nucleare o di far fuori “i terroristi afghani”. La loro unica preoccupazione è che nel regime politico di Washington ci sia qualcuno “che abbia in qualche modo le sembianze di un essere umano, con le loro stesse preoccupazioni, a cominciare dalla paura che la loro banca possa chiudere l'indomani”.

È una ricalibrazione straordinaria delle priorità nazionali per una potenza mondiale. I senatori Barack Obama e John McCain, durante il dibattito del 26 settembre, hanno fatto dichiarazioni retoriche sull'Afghanistan ma erano concentrati sulle nuove priorità. Entrambi hanno scelto la via d'uscita più semplice, concordando sulla decisione di togliere le truppe dall'Iraq e metterle nell'Hindu Kush. Ma è davvero così semplice? Di certo negli Stati Uniti si percepisce un entusiasmo trasversale per un “surge” in Afghanistan. Il nuovo comandante degli Stati Uniti in Afghanistan, il generale David McKiernan, dice che potrebbero bastargli altre tre brigate oltre a quella promessa dal Pentagono, il che aggiungerà almeno 15.000 uomini ai 35.000 attuali.

Ma la presenza militare alleata in Afghanistan è costituita da poco più di 70.000 uomini, comprese le truppe statunitensi. Gli alleati NATO esitano a impegnare altri soldati. Dopo molti tentativi di persuasione da parte degli Stati Uniti il presidente francese ha deciso di collaborare aggiungendo 100 miseri soldati al contingente del suo paese, mentre i sondaggi mostrano che due francesi su tre disapprovano la guerra. Il comandante NATO uscente ha stimato che per sconfiggere i taliban servirebbero 400.000 soldati. È impossibile soddisfare un livello di truppe ottimale. Gli Stati Uniti e gli alleati NATO non sono semplicemente in grado di dispiegare le truppe necessarie a imporre una soluzione militare o a pacificare e occupare l'Afghanistan.

Anche aggiungendo altri soldati, per citare il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti David Petraeus, “strappare ai taliban il controllo di certe aree sarà molto difficile”.

L'approccio di Petraeus consiste nel ripetere la tattica adottata in Iraq, corrompendo i pashtun e opponendoli ai gruppo pro-taliban: in altre parole, assoldare mercenari pashtun e mandarli a combattere. Dati il carattere e i costumi tribali dei pashtun, ci sono alte probabilità che la fascia tribale diventi anarchica e che la guerra si estenda al Pakistan. Le conseguenze per il Pakistan saranno catastrofiche ed è improbabile che l'allargamento del conflitto inverta la tendenza in Afghanistan, che ha preso una pessima piega per le forze occidentali.

Oggi i taliban operano praticamente in tutte le province afghane. Sono in grado di organizzare offensive prolungate. Hanno creato una struttura di governo parallela. Pamela Constable, corrispondente del Washington Post ed esperta di Asia Meridionale, ha scritto recentemente: “In molti distretti a breve distanza dalla capitale, che perfino sei mesi fa alcuni consideravano sicuri, gli abitanti e le autorità hanno detto che i taliban controllano ora le strade e i villaggi, che pattugliano in camion per reclutare nuovi combattenti”.

Intanto è apparsa una nuova dimensione. La prossima amministrazione statunitense che subentrerà a gennaio potrebbe non voler raddoppiare gli sforzi in Afghanistan ora che l'attenzione è tutta concentrata sul salvataggio dell'economia del paese. Cosa produrrebbe questo scenario nelle impervie montagne afghane, o meglio, come vedrebbero i protagonisti della resistenza afghana la difficoltà di Washington nel sostenere finanziariamente una guerra senza fine?

'Una profonda, robusta risata'
L'irrefrenabile editorialista britannico Neil Lyndon ha giustamente osservato la scorsa settimana che “Ogniqualvolta il vento smette di ululare tra le montagne di Tora Bora, probabilmente nelle valli echeggia una profonda, robusta risata. Se è ancora vivo, nessuno si starà godendo la situazione dell'America più di Osama bin Laden. L'anarchica carneficina che ha ora luogo nel sistema finanziario e politico americano prospetta l'umiliazione del ritiro e della sconfitta in Afghanistan e Iraq. Anzi, solleva la possibilità del crollo dell'impero malvagio preconizzato da Osama”.

Previsione fosca ma perfettamente plausibile. Sta crescendo la percezione che per il governo americano, che si è sobbarcato i cinquemila miliardi di debiti di Fannie Mae e Freddie Mac ed è costretto a stanziare miliardi per salvare il sistema finanziario, sarà difficile sopportare i costi delle due guerre in Iraq e Afghanistan, che l'Ufficio del Bilancio del Congresso degli Stati Uniti ha stimato in 2400 miliardi nei prossimi dieci anni. Comprensibilmente in Afghanistan e in Pakistan si sta diffondendo la sensazione che un accordo tra Washington e taliban per un governo di coalizione sia solo questione di tempo.

L'interazione tra questi vari fattori è destinata ad accelerarsi in vista delle elezioni presidenziali afghane che si terranno nel 2009. L'anno elettorale accentuerà le divisioni. Il ruolo di Karzai viene sfidato da altri gruppi afghani. La sua base politica nelle aree pashtun rimane fragile. Gli Stati Uniti e i loro alleati devono ancora decidere se Karzai sia la persona giusta a cui affidare il potere per altri cinque anni. La Gran Bretagna, in particolare, si è scontrata pubblicamente con Karzai, che viene incolpato del fallimento della guerra.

Ma il fallimento della guerra non è una questione personale. Un sistema presidenziale di stampo statunitense non si addice all'Afghanistan. Il paese necessita di un sistema decentrato di condivisione del potere e della ricerca di un compromesso interno. Questo certamente comporta la partecipazione dei taliban nel processo politico. L'errore fondamentale dei media occidentali è stato fondere il movimento taliban con al-Qaeda mentre, per citare Tariq Ali, “Se la NATO e gli Stati Uniti dovessero lasciare l'Afghanistan, la loro [cioè dei taliban] evoluzione politica ricalcherebbe molto probabilmente quella delle forze islamiche integratesi nella politica pakistana”.

Tariq Ali non nomina Maulana Fazlur Rahman, ma Nuova Delhi sa quanto sarebbe farsesco restare intrappolati nel nervosismo parossistico con cui si guardava al temibile leader islamico. Le preoccupazioni dell'India svanirono quando Maulana, da molti descritto come “Padre dei taliban”, cominciò a far visita all'India. Ecco perché l'India deve fare un salto di qualità anche nel suo atteggiamento mentale nei confronti dei taliban.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 9 ottobre 2008

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