martedì, ottobre 21, 2008

Ideologia e politica: il discorso di Medvedev a Evian

[Breve analisi di Laughland sul discorso di Evian di Medvedev (che effettivamente a Ovest è quasi passato sotto silenzio e contiene elementi molto importanti: appena ho tempo lo traduco)]

Ideologia e politica

di John Laughland

Il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev al forum politico di Evian, l'8 ottobre, è stato accolto con un silenzio pressoché totale dai commentatori europei. In quel discorso Medvedev proponeva la creazione di una struttura di sicurezza pan-europea che comprenda l'attuale organizzazione euro-atlantica, la NATO.

La ragione dell'assenza di reazioni potrebbe essere che l'attenzione era tutta rivolta alla crisi finanziaria mondiale. Forse il silenzio si spiega anche con il fatto che i politici e i commentatori occidentali non sapevano che dire.

Su un livello, il discorso può essere visto nel contesto della lunga continuità storica che caratterizza la politica estera russa, in quanto rinnova il pluridecennale desiderio di Mosca di essere ufficialmente ammessa negli affari mondiali, dalla firma degli accordi di Helsinki nel 1975 da parte di Brežnev all'appello di Gorbačëv per una “Casa europea comune” durante gli anni Ottanta. La Russia è un membro entusiasta delle Nazioni Unite fin dalla creazione dell'Organizzazione nel 1945, e dunque è naturale che Medvedev inviti al rispetto e al rafforzamento di quella istituzione.

A un livello più profondo, tuttavia, il discorso esprime una frustrazione nei confronti della politica occidentale che al momento è particolarmente sentita, e per ben noti motivi. Contiene una battuta eccellente, “La sovietologia, come la paranoia, è una malattia pericolosa” (e le decisioni politiche dell'Occidente in rapporto alla Russia risentono di entrambe), ma anche un riferimento a qualcosa che perfino il presidente russo potrebbe sottovalutare.

Medvedev ha espresso rammarico per il fatto che in passato si sia persa un'occasione per “de-ideologizzare le relazioni internazionali”. Si riferiva al modo in cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta russa di contribuire alla guerra contro il terrorismo. Ha proposto un nuovo modo per giungere allo stesso risultato, e cioè un nuovo patto europeo per la sicurezza basato sul rispetto reciproco dei diritti degli stati. Il problema di Medvedev è che de-ideologizzare le relazioni internazionali è esattamente quello che la maggioranza dei politici occidentali è assolutamente decisa a evitare.

Naturalmente la politica estera americana è dominata dall'ideologia, quella del neo-conservatorismo. È uno strano ibrido di nazionalismo militarista e millenarismo da Chiesa Bassa vecchio stampo, con una buona dose di fantasie neo-trozkiste sulla rivoluzione democratica mondiale. Di fatto, è esattamente questo il motivo per cui la politica estera statunitense è così pericolosa: l'ideologia distrugge la politica perché incoraggia i capi a pensare di essere i portatori di un'idea universale, non i rappresentanti di uno stato con interessi particolari e circoscritti. Quest'ultima concezione presuppone che anche gli altri stati abbiano legittimi interessi che possono bilanciarsi con i propri nel dare e avere della negoziazione internazionale. Invece le idee universali non tollerano alcun dissenso, e gli stati che non le condividono sono considerati non solo nemici da sconfiggere ma perfino una minaccia all'umanità che va completamente distrutta.

Tuttavia lo stesso vale anche per quei leader europei che Medvedev ha evidentemente cercato di corteggiare. L'esistenza stessa dell'Unione Europea è fondata sull'ideologia, sulla concezione che le asperità della “vecchia politica” possano essere superate grazie a una nuova e più morbida “ideologia europea”, e che i ristretti interessi nazionali possano essere superati e trasfigurati in interessi universali nella post-moderna, post-nazionale e apolitica struttura europea. La sola cosa in grado di provocare sussulti di ostilità e paura in ogni politico europeo è un qualsiasi accenno all'idea di equilibrio del potere: in Europa potere è una parolaccia perché i capi europei, come gli americani, vedono con ipocrisia se stessi impegnati a perseguire l'ideologia, non la politica.

L'atteggiamento mentale dei leader politici russi non potrebbe essere più diverso. Se l'esperienza comunista ha insegnato qualcosa agli uomini di Mosca, è che l'ideologia è fatale sia alla politica interna che alle relazioni internazionali. Sanno che l'ideologia del socialismo e della lotta di classe internazionale ha messo la Russia in ginocchio. Nel 2007 Vladimir Putin ha attaccato Lenin proprio per aver distrutto la Russia anteponendo a tutto l'ideologia della rivoluzione mondiale. I capi russi post-sovietici hanno imparato che la politica è meglio, molto meglio, dell'ideologia.

Poiché la fiducia nell'ideologia dei politici americani ed europei è incrollabile, essi manifestano un odio per la politica nel vero senso della parola. E dunque odiano la Russia. Come Marx ed Engels consideravano la Russia cristiana una minaccia alla loro ideologia, i leader dell'Unione Europea comprendono che la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev si comporta politicamente, non ideologicamente. Inoltre, visto che la Russia è sì indiscutibilmente uno stato europeo ma anche un'entità fisicamente troppo grande e potente per essere “integrata” nell'Unione Europea o nella NATO (parola che esprime appieno l'ottusa abolizione di tutte le differenze nazionali all'interno di una sola anonima euro-tecnocrazia), i politici europei le si scagliano contro per frustrazione perché la sua stessa esistenza minaccia le loro più profonde convinzioni sul mondo.

Dunque quando Dmitrij Medvedev dice di volere una de-ideologizzazione delle relazioni internazionali chiede qualcosa a cui i politici occidentali (soprattutto europei) non hanno mai pensato, o alla quale reagiscono con rabbia. De-ideologizzare le relazioni internazionali vorrebbe dire abbandonare l'ideologia europea. Significherebbe reintrodurre la politica, l'arte delicata di riconciliare quelli che vengono riconosciuti come legittimi interessi nazionali in competizione. L'Unione Europea, basata com'è sulla negazione ideologica della nozione stessa di stato-nazione (e perfino di nazione), ha trascorso gli ultimi cinquant'anni cercando di fare il contrario. Finché Mosca non capirà appieno questo e la strana mentalità dei leader europei, i suoi tentativi di superarli saranno condannati a fallire.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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