lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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