mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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