martedì, gennaio 29, 2008

Il candidato della stabilità

Il candidato della stabilità
da The Ivanov Report di Eugene Ivanov

Il discorso tenuto da Dmitrij Medvedev al Forum Civico Russo il 22 gennaio scorso era un classico discorso da campagna elettorale: pieno di frasi generali e poco specifico. Ma perché mai Medvedev - ormai irraggiungibile, con una percentuale di consenso dell'82% - dovrebbe aver bisogno di discutere delle "questioni"?

Medvedev può saltare i dibattiti televisivi (cosa che avrebbe deciso di fare) o starsene zitto per tutto il tempo: anche così potrà contare su una valanga di voti alla prima tornata elettorale delle presidenziali del 2 marzo, perché è esattamente quello che gli elettori russi vogliono dal loro prossimo presidente.

Otto anni fa il paese dissanguato aveva bisogno di un cambiamento, e il cambiamento arrivò con un Vladimir Putin giovane e atletico. (E, ragazzi, quei russi fortunati non ebbero neanche l'imbarazzo di dover scelgiere tra "cambiamento" ed "esperienza"!) Oggi tutto quello che il paese vuole è la continuità (forse un termine migliore di "stabilità"), ed è esattamente la continuità/stabilità ciò di cui Medvedev è portatore.

Medvedev corre sulla fortunata scia del suo predecessore, il presidente Putin. Il discorso di Medvedev ha lasciato pochi dubbi sul fatto che si prenderà pienamente i meriti delle riforme politiche ed economiche dell'era Putin.

Molti pensano che a Michail Kas'janov, leader dell'anemica Unione Democratica Popolare, sia stato impedito di correre alle elezioni perché il Cremlino teme che userebbe il podio elettorale per criticare Putin.

È più probabile un'altra spiegazione. Kas'janov è stato primo ministro sotto Putin negli anni 2000-2004, e come tale era coinvolto nell'applicazione delle riforme economiche liberali che portarono al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di russi. La partecipazione di Kas'janov alla corsa elettorale avrebbe tolto a Medvedev il monopolio su questi meriti.

Eppure, in un certo senso profondo, la presidenza di Medvedev sarà molto diversa da quella di Putin.

Uno degli aspetti più frustranti della presidenza di Putin è stato accettare i risultati della privatizzazione degli anni Novanta, che la maggior parte dei russi considerava e considera ingiusta, iniqua e francamente criminale. La distruzione della Jukos e l'arresto e la prigionia di Michail Chodorkovskij andrebbero visti come un tentativo consapevole da parte di Putin di mitigare il danno causato dalla privatizzazione alla fiducia che la società russa nutriva nei confronti dello stato.

Non sorprende che la privatizzazione sia stata un argomento ricorrente nei discorsi pubblici di Putin e del suo principale ideologo, Vladislav Surkov. È dunque tipico che nel suo discorso Medvedev non abbia nominato la privatizzazione una sola volta.

Né deve farlo. Il lavoro "sporco" di strappare il potere economico e politico agli oligarchi è stato svolto da Putin. Medvedev ha invece il lusso di costruire un rapporto amichevole con i cittadini russi coordinando i populisti "progetti nazionali" e distribuendo porzioni dei ricavi degli idrocarburi. Non ci sarebbe da sorprendersi se il 2 marzo Medvedev ricevesse più voti di Putin nel 2004.

Alcuni analisti trovano ironico e perfino blasfemo che Medvedev si sia fatto sosteniture dell'ulteriore sviluppo di un sistema multipartitico in Russia, visto che è stato candidato da Russia Unita, il partito che di fatto domina la vita politica russa.

Medvedev ovviamente sa quello che fa. La sua presidenza assisterà a una drammatica ristrutturazione del panorama dei partiti politici del paese. Cosa succederà alle attuali forze in gioco è un altro discorso. Ma attenzione: la creazione di quattro sotto-gruppi all'interno della rappresentanza di Russia Unita alla Duma è ben più di un caso burocratico. Qualcosa bolle in pentola nel "partito di Putin".

Si è cercato di interpretare il discorso di Medvedev come un'indicazione della sua intenzione di condurre una politica estera più "liberale". Queste interpretazioni o sono pessimi casi di pio desiderio o, peggio ancora, il risultato di un equivoco sul significato di "liberale" in politica estera.

Medvedev difenderà gli interessi nazionali della Russia con la stessa forza e la stessa passione del suo predecessore, il presidente Putin. La sola cosa a cui Medvedev può avere alluso nel suo discorso è che l'Occidente può avere una seconda occasione per capire gli obiettivi, le obiezioni e le contrarietà della Russia negli affari globali.

In questo senso Medvedev sarà pronto a incontrare tutti i leader stranieri che vorranno incontrare lui. Medvedev si presenterà a questi incontri a occhi aperti e lascerà che i suoi interlocutori sbircino nella sua anima.

Originale da: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 29 gennaio 2008

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente

Divide et impera: le strategie dell'America in Medio Oriente
di Mahdi Darius Nazemroaya

Il viaggio presidenziale di George W. Bush in Medio Oriente: un nuova Guerra Fredda?
Nel 1946 Winston Churchill tenne nel Missouri il discorso sulla "Cortina di Ferro" che contribuì a creare il clima retorico della rivalità tra i due blocchi o poli rappresentati rispettivamente dall'Unione Sovietica dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A partire dal 2006 il Medio Oriente è stato descritto in modo simile dalla Casa Bianca e da Downing Street. Alla fine sarà la storia a decidere e a dare il suo verdetto sulla versione in miniatura della Guerra Fredda che si sta ora svolgendo in Medio Oriente.

Non è un mistero che l'obiettivo del viaggio presidenziale del 2008 di George W. Bush Jr. in Medio Oriente sia stato soprattutto quello di suscitare ostilità e antagonismo nei confronti dell'Iran e delle forze che resistono al piano politico e socio-economico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Il viaggio del presidente americano fa parte di uno strenuo tentativo di sostituire a Israele un Iran calunniato come minaccia incombente per il Mondo Arabo. Questa mossa, che fa parte del Progetto americano per un "Nuovo Medio Oriente" è stata avviata dopo la guerra di Israele contro il Libano nel luglio del 2006.

La balcanizzazione e la frattura musulmana: sciiti contro sunniti
In relazione ai preparativi per la creazione del "Nuovo Medio Oriente" ci sono stati tentativi, coronati da un successo parziale, di creare deliberatamente divisioni all'interno delle popolazioni del Medio Oriente e dell'Asia Centrale sfruttando le diversità etno-culturali, religiose, settarie, nazionali e politiche.

Oltre ad alimentare tensioni etniche, come quelle tra curdi e arabi in Iraq, una frattura settaria viene deliberatamente coltivata tra le genti del Medio Oriente che si considerano musulmane. Viene incoraggiato in particolare il conflitto tra sciiti e sunniti.

Queste divisioni sono state alimentate dagli apparati di intelligence di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Nella costruzione di queste divisioni sono state coinvolte anche le agenzie di intelligence dei regimi arabi all'interno dell'orbita anglo-americana. La frattura viene fomentata anche con l'aiuto di vari gruppi e leader nelle rispettive comunità.

Prima dell'invasione dell'Iraq, nel 2003, i governanti dei paesi della Lega Araba erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna intendevano ridisegnare i confini del Medio Oriente. Se ne parlò apertamente al vertice dei paesi arabi svoltosi in Egitto prima dell'invasione anglo-americana.

Gli interessi di molte élite corrotte e delle autocratiche autorità del Mondo Arabo storicamente tendono a coincidere con gli interessi socio-economici anglo-americani e franco-tedeschi.

La Casa di Saud, il clan libanese degli Hariri e i governanti assoluti instaurati in tutto il Mondo Arabo condividono tutti legami economici e finanziari con il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente. Hanno un interesse acquisito nella promozione del modello politico e culturale che gli Stati Uniti vogliono stabilire in Medio Oriente.

La "Mezzaluna sciita" e la conquista iraniana fantasma del Medio Oriente
Per creare sentimenti di ostilità tra le popolazioni musulmane del Medio Oriente, l'Iran viene dipinto come l'avanguardia dell'espansionismo sciita nella regione, con la cosiddetta "Mezzaluna sciita", mentre l'Arabia Saudita viene descritta come la paladina dei musulmani sunniti.

La verità è che l'Iran non rappresenta tutti i musulmani sciiti e l'Arabia Saudita non rappresenta tutti i musulmani sunniti; queste semplificazioni rientrano nella politicizzazione della fede religiosa ai fini della politica estera statunitense. Contribuiscono anche a fuorviare l'opinione pubblica in tutto il Medio Oriente.

Questa animosità tra i popoli di fede musulmana e tra i popoli del Medio Oriente è stata creata per giustificare l'ostilità nei confronti dell'Iran e coloro che vengono percepiti come alleati dell'Iran, cioè la Siria ed Hezbollah.

I leader arabi hanno gioco più facile nel controllare i loro popoli quando questi sono agitati da lotte interne e dunque indeboliti dal settarismo e dalle divisioni etniche. Queste ultime creano confusione tra i vari gruppi, li distolgono dai problemi interni e proiettano su altri la loro animosità nei confronti dei governanti. La paura o la rabbia verso l'"Altro" o l'"Estraneo" sono da sempre strumenti per manipolare grandi gruppi e interi segmenti delle società.

Con i popoli della regione ostili gli uni agli altri, le loro risorse possono essere controllate e loro stessi governati e ulteriormente manipolati con maggiore facilità. Questo finora è rientrato negli obiettivi della politica estera britannica e americana. Qui i governanti locali e le forze esterne si sono alleati.

"La Coalizione dei Moderati" in Medio Oriente e la manipolazione degli arabi
"Noi (Israele) dobbiamo collaborare clandestinamente con l'Arabia Saudita così che persuada gli Stati Uniti a colpire l'Iran"
Brigadier Generale Oded Tira, forze armate israeliane

"Non cercate di fare troppo con le vostre mani. Meglio se sono gli arabi a farlo in modo accettabile che voi in modo perfetto. È la loro guerra e voi dovete aiutarli, non vincerla per loro". Il contesto storico di queste parole è molto significativo. Questa ammissione fu fatta durante la Prima Guerra Mondiale in Medio Oriente, quando i britannici combattevano contro i turchi ottomani con l'aiuto dei sudditi arabi ribelli degli ottomani. L'aiuto degli arabi fu assicurato con le false promesse e l'inganno di Londra. Ciò che questo interlocutore rivelava era che le forze britanniche non dovevano combattere troppo attivamente in Medio Oriente, lasciando agli arabi il compito di combattere la guerra della Gran Bretagna contro i turchi.

Queste erano le parole rivelatrici di un uomo che è passato alla storia come una figura leggendaria e un eroe per il popolo arabo. In realtà era un agente dell'imperialismo britannico che ingannò gli arabi con l'aiuto di leader locali corrotti. Era il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence o, come è noto a molti, "Lawrence d'Arabia".

I 27 Articoli di T.E. Lawrence (20 agosto 1917) contengono le parole appena citate e sono a disposizione per chi voglia esaminarli. Cominciava così la strada verso l'asservimento moderno delle masse arabe ai padroni coloniali e a scelti vassalli occidentali.

Alcuni potranno dire che i britannici stavano aiutando gli arabi a conquistare l'autonomia, ma la storia ha dimostrato che questa è un'assoluta bugia. Londra stava perseguendo i propri interessi e la divisione dell'Impero Ottomano era stata un suo obiettivo geo-strategico a prescindere dal fatto che ci fosse una guerra con gli ottomani e gli Imperi Centrali.

Lo rivela l'Accordo Sykes-Picot, come pure la creazione di mandati francesi e britannici al posto di quelle che avrebbero dovuto essere nazioni arabe indipendenti. Vale anche la pena di notare che tutti i grandi problemi del Medio Oriente hanno radici in questo periodo, dal genocidio degli armeni alla questione curda, al conflitto arabo-israeliano, al problema di Cipro e alle dispute territoriali del Golfo Persico e del Levante.

Le élite arabe vengono manovrate ancora una volta perché facciano il lavoro sporco per conto delle potenze straniere. Ancora una volta i leader arabi servono obiettivi stranieri in Medio Oriente contro il loro stesso popolo.

Collegamenti tra i discorsi di Bush e Blair negli Emirati Arabi: dividere il Medio Oriente in campi opposti
Nell'atteggiamento dei mediorientali viene incoraggiata una mentalità che contrappone un "noi" e un "loro". L'antica regione viene divisa in due campi dalla Casa Bianca e dai suoi alleati.
Dopo il bombardamento israeliano del Libano nel luglio del 2006, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e altri, come Tony Blair, cominciarono a dividere il Medio Oriente in due raggruppamenti. Quelli che rientravano nell'area anglo-americana ed erano in collusione con Israele venivano descritti come "moderati" e "riformatori" e rientravano in quella che divenne la "Coalizione dei Moderati". Circa nello stesso periodo il Pentagono annunciò piani per armare Israele, Mahmoud Abbas e i regimi arabi alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Quelli che si opponevano all'intervento esterno e all'egemonia delle potenze straniere nella regione, o perché avevano interessi diversi o per il diritto all'auto-determinazione, furono etichettati come "estremisti" e "rigettatori". [1] Queste forze anti-egemoniche del Medio Oriente erano categorizzate come membri dell'"altro campo" anche se in alcuni casi non avevano niente che li accomunasse a parte la lotta contro le influenze esterne. Questo campo comprende tra gli altri la resistenza irachena, l'Hamas e l'Iran.

C'è un tema ovvio nella retorica che sottende i discorsi sulla politica nel Medio Oriente tenuti nel dicembre del 2006 e nel gennaio del 2008 da Tony Blair e George W. Bush. Entrambi sono stati fatti negli Emirati Arabi, quasi esattamente a un anno di distanza. Entrambi i discorsi descrivono un blocco di estremisti guidato dall'Iran ed entrambi tentano di dividere il Medio Oriente in due blocchi contrapposti.

Fu subito dopo la disastrosa guerra del 2006 di Israele contro il Libano che Tony Blair, in linea con Condoleezza Rice, astutamente fece appello a "un'alleanza di moderazione nella regione e all'esterno di essa per sconfiggere gli estremisti". [2] A Dubai l'ex primo ministro britannico definì l'Iran una "sfida strategica", che secondo Paul Reynolds, un corrispondente estero esperto in affari internazionali, sostituiva le parole "minaccia strategica" del discorso tenuto in California. Sostituì anche "cercando di acquisire un'arma nucleare" con "cercando di acquisire la capacità di costruire armi nucleari". [3] L'ovvio cambiamento nella scelta delle parole era dettato dal fatto che i paesi che vivono vicino all'Iran sanno come stanno le cose e non avrebbero preso sul serio il discorso di Blair.

Era solo l'inizio della pubblica rivelazione del sistema di alleanze che già esisteva ufficiosamente in Medio Oriente. Il discorso di Tony Blair negli Emirati Arabi costituiva un'ulteriore fase mediatica e propagandistica della corsa alla guerra, che consisteva nel preparare l'opinione pubblica allo scontro nel Medio Oriente. Rientrava anche in un tentativo di trasformare il conflitto in un conflitto di idee, ideologico, come al tempo della Guerra Fredda.

Gli Emirati Arabi e Israele come modelli per il "Nuovo Medio Oriente"
Oramai, agli inizi del 2008, la Casa Bianca e i suoi alleati hanno smesso chiacchierare falsamente di democratizzazione del Medio Oriente: solo a proposito dell'Iran la democrazia viene tirata in ballo fino alla nausea, ignorando il fatto che in Iran si svolgono elezioni democratiche e che si tratta di uno stato più legittimo dei regimi arabi spalleggiati dagli Stati Uniti. La democrazia non è mai stata tra gli obiettivi degli Stati Uniti nel Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda i loro alleati autocratici e dittatoriali.

La Casa Bianca sta promuovendo due modelli a due diversi livelli nell'ambito del progetto regionale per il Medio Oriente. Uno è il modello latente di Israele come nazione omogenea. Il secondo modello, promosso apertamente, è il modello Khaliji (Golfo) o quello degli sceiccati arabi che formano il Consiglio di Cooperazione del Golfo sul litorale del Golfo Persico. Il modello Khaliji si applica in particolare agli Emirati Arabi ed è incarnato da uno dei sette emirati, Dubai. Israele è il modello socio-politico per il Medio Oriente, mentre Dubai è il modello socio economico. Entrambi rivelano anche sconcertanti ramificazioni sociali.

Il modello israeliano che viene avanzato non si basa su valori democratici, anzi. Si fonda sull'etnocentrismo e sulla discriminazione. Il Medio Oriente viene riconfigurato a immagine di Israele come una regione con stati omogenei, e questo è evidente in Iraq e uno dei motivi delle tensioni alimentate da forze esterne nella multi-confessionale Repubblica Libanese. Così come Israele viene considerato lo "Stato Ebraico", il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" vuole instaurare tutta una serie di stati omogenei e a identità unica in questa antica regione.

Il modello socio-economico di Dubai e del Consiglio di Cooperazione del Golfo si basa sul mosaico verticale descritto nello studio di John A. Porter, The Vertical Mosaic: An Analysis of Social Class and Power in Canada, in cui etnia, ereditarietà e origini svolgono un ruolo nello status dei singoli e il sistema stesso è una ricostruzione del sistema indiano delle caste.
Dubai è un luogo caratterizzato da un folle sfruttamento dei lavoratori stranieri e autoctoni e tristemente noto per l'istituzionalizzazione di grossolane ineguaglianze e immoralità. Le leggi servono solo ad avvantaggiare i privilegiati e i potenti, mentre i poveri sono oppressi e messi a tacere. Il riciclaggio di denaro sporco e la prostituzione sono anch'essi molto diffusi a Dubai, e si potrebbe definire gli Emirati Arabi una moderna Sodoma e Gomorra.

Israele, la NATO e i regimi arabi: un asse contro la resistenza
La Casa di Saud e l'Arabia Saudita sono emersi come forza principale nella configurazione di una convergenza tra Israele e il Mondo Arabo sotto gli auspici dell'Iniziativa Araba del 2002. [4] Questa iniziativa proposta dai sauditi è profondamente legata al Progetto per un "Nuovo Medio Oriente" e permette a Israele di integrare la propria economia con quella del Mondo Arabo e consente la creazione di un'alleanza tra Israele e i regimi arabi contro qualsiasi forza che in Medio Oriente intenda resistere all'America, ai suoi alleati e soprattutto al loro modello politico e socio-economico.

Nonostante il discorso del Re Abdullah a Riyad durante il Summit della Lega Araba a marzo 2007, l'Arabia Saudita si è sempre opposta alla fine dell'occupazione anglo-americana dell'Iraq e al ritiro delle truppe straniere dall'Iraq con il pretesto che gli sciiti iracheni e gli iraniani uccideranno i sunniti iracheni.

Un rappresentante della monarchia saudita, citando il Principe Turki Al-Faisal, ha informato la stampa americana che "Poiché l'America è giunta in Iraq [cioè lo ha invaso] senza essere stata invitata, non dovrebbe andarsene [cioè porre fine all'occupazione anglo-americana] senza essere stata invitata", e ha aggiunto retoricamente che "Se [gli Stati Uniti] lo faranno [ritireranno cioè le truppe dall'Iraq], una delle prime conseguenze sarà un massiccio intervento saudita per impedire alle milizie sciite appoggiate dall'Iran di massacrare i sunniti iracheni". [5]

Israele ha sempre considerato i governanti giordani come importanti alleati per la pacificazione degli arabi. Il 18 aprile del 2007 Re Abdullah II di Giordania ha confermato questo segreto israeliano ormai noto a tutti. Re Abdullah II ha detto a una delegazione israeliana che la Giordania e Israele erano alleati, sottolineando che non parlava solo per conto del Regno Hashemita di Giordania ma anche per l'Arabia Saudita, l'Egitto e gli sceiccati arabi del Golfo Persico. [6]

Il re giordano ha detto a Dalia Itzik, presidente dello Stato di Israele ad interim, a Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione israeliana per gli Affari Esteri e la Difesa e ad altre autorità israeliane che "siamo [governanti arabi e Israele] sulla stessa barca; abbiamo lo stesso problema [le forze di resistenza nella regione]. Abbiamo gli stessi nemici [Siria, Iran, i palestinesi e il Libano]". [7]

Vale la pena di notare che il governo saudita e i governanti arabi di Egitto, Giordania e sceiccati arabi del Golfo Persico sono stati completamente coinvolti, ufficialmente o ufficiosamente, nella Guerra del Golfo del 1991 e nell'invasione anglo-americana dell'Iraq nel 2003. Questi governanti hanno anche svolto un ruolo importante nel conflitto tra Iran e Iraq e nella guerra economica contro l'Iraq che ha spinto quest'ultimo a invadere il Kuwait per trarne aiuto economico dopo l'aspra guerra con l'Iran.

L'Arabia Saudita, l'Egitto e la Giordania sono fermamente schierati con gli anglo-americani. Fanno parte dell'estesa rete militare internazionale controllata dagli Stati Uniti. Sono già membri della coalizione che è stata formata contro l'Iran, la Siria e le forze che si sono alleate con Teheran e Damasco. [8] In varia misura questi stati arabi sono anche alleati con Israele e la NATO. Tutti questi governi arabi etichettati come "filo-occidentali" hanno anche legami e accordi bilaterali nel settore militare e della sicurezza con gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la NATO. Comunque non è certo che questi stati resteranno al fianco di Washington e Londra.

Trasformare il Mediterraneo e il Golfo Persico in laghi della NATO
La NATO si sta espandendo, ma non solo in Europa e nell'ex Unione Sovietica. Esistono da molto tempo dei piani per trasformare il Mediterraneo in un "lago della NATO" permanente e in un'arena strettamente legata all'Unione Europea. Il rafforzamento navale della Russia nel Mediterraneo orientale e al largo della costa siriana è una mossa volta a sfidare questo processo.

Vari regimi arabi hanno stretto accordi e intese militari con la NATO per più di dieci anni attraverso il Dialogo Mediterraneo (avviato nel 1995). Tra questi regimi ci sono l'Egitto e la Giordania. Questi paesi arabi si trovano ai confini con il Mediterraneo o nelle sue prossimità. Dall'altro lato, gli sceiccati arabi del Golfo Persico hanno recentemente stretto accordi con la NATO. Per esempio, il Kuwait ha firmato accordi di sicurezza con la NATO e ha concretamente aperto la porta all'ingresso della NATO nel Golfo Persico.

Gli accordi del Consiglio di Cooperazione del Golfo in via di definizione con la NATO sono un'efficace estensione del Dialogo Mediterraneo e dell'espansione a est della NATO. La creazione di un mercato comune del Golfo simile all'Unione Europea e di un'Unione Mediterranea è anch'essa collegata con l'espansione della NATO e al progetto di imporre il Washington Consensus al Medio Oriente e al Mondo Arabo.

All'espansione di un mandato della NATO nel Golfo Persico si lavora da anni, e corrisponde agli obiettivi della NATO nel Mediterraneo. L'influenza della NATO nel Golfo Persico fa sì che l'area ricada sotto la gestione congiunta degli interessi franco-tedeschi e anglo-americani. Non è una coincidenza che Nicholas Sarkozy abbia cominciato il proprio viaggio in Medio Oriente nella stessa finestra temporale del Presidente degli Stati Uniti, né è un caso che la Francia e gli Emirati Arabi il 15 gennaio 2008 abbiano firmato un accordo che consente alla Francia di creare una base militare permanente sul territorio degli Emirati sulle sponde del Golfo Persico. [9]

Le vere divisioni in Medio Oriente: forze autoctone contro clienti stranieri
In Palestina, durante le manifestazioni di protesta del 2006, la stampa ha riportato che piccoli gruppi di sostenitori di Fatah cantavano "Shia, Shia, Shia" burlandosi dell'Hamas per i suoi legami politici con Teheran, dato che l'Iran è un paese a maggioranza musulmana sciita. [10] Era un brutto segno che testimoniava la crescente animosità che è stata instillata nel Medio Oriente, ma riflette anche che le divisioni come quella tra sciiti e sunniti sono manipolate e create artificialmente.

L'Hamas, come la Siria, ha un'identità musulmana sunnita ed è alleato con l'Iran, che ha una maggioranza musulmana sciita. Questa alleanza dimostra chiaramente che le vere divisioni in Medio Oriente non si basano sull'affinità o sulle differenze etniche o religiose. Similmente, in Libano le forze della resistenza sono musulmane, cristiane e druse e non semplicemente costituite da Hezbollah o sciiti libanesi come spesso dicono i media occidentali.

Nella realtà le differenze regionali in Medio Oriente sono, a prescindere dalla religione, dalla politica e/o dall'etnia, tra le forze indipendenti e autoctone e le forze e i governi clienti che servono gli interessi economici e politici anglo-americani e franco-tedeschi.

Il blocco di resistenza
"Come disse Lord Chatam, quando parlava della presenza britannica nel Nord America, 'se fossi un americano come sono inglese, non deporrei mai e poi mai le armi finché un solo inglese restasse sul suolo americano".
Sir Michael Rose, Generale dell'esercito britannico

Generalizzando, le forze indipendenti e autoctone del Medio Oriente sono:

1. la maggior parte delle varie frazioni palestinesi, compresa l'Autorità Palestinese sotto l'Hamas prima dell'Accordo della Mecca e la tregua raggiunta con Mahmoud Abbas e Fatah;
2. la Resistenza Libanese e l'Opposizione Nazionale in Libano, che è un misto di musulmani, drusi e cristiani;
3. la Resistenza Irachena, che è una serie di diversi movimenti popolari che riflettono la volontà del popolo/dei popoli dell'Iraq;
4. la Siria;
5. l'Iran, che è sia un avversario sia un centro di resistenza politica organizzata e a livello di stato.

Resistenza con base popolare e resistenza a livello statale
Le forze della resistenza in Medio Oriente e nel vicino Afghanistan possono essere classificate in movimenti di resistenza popolari o a livello di stato. C'è tuttavia una terza categoria ibrida.

L'Iraq e l'Afghanistan rappresentano entrambi movimenti di resistenza popolare. L'Iran e la Siria, indipendentemente dalla giustificazione (buona o cattiva che sia), rappresentano casi di centri di resistenza a livello di stato nei confronti di Stati Uniti, NATO e Israele. Anche il Sudan rientra in questa categoria.
Le forze di resistenza in Palestina e in Libano sono un misto di resistenza a livello di stato e con base popolare. Nel Corno d'Africa, molto vicino al Medio Oriente, la Somalia è un caso su cui discutere ma anche un vero centro di resistenza al controllo straniero e ai tentativi di riconfigurare il Medio Oriente.
Le forze di resistenza in Libano e in Palestina sono anche contraddistinte dal fatto di essere intrappolate in lotte interne tra forze clienti degli interessi anglo-americani, franco-tedeschi e israeliani in Medio Oriente.

Il coinvolgimento delle risorse dello stato è ovviamente una delle principali differenze tra i centri di resistenza a livello nazionale, come l'Iran, e i movimenti popolari svincolati dal governo, come accade in Iraq. Tuttavia, quanto più c'è un assoggettamento a una potenza militare straniera tanto più la resistenza è forte e nasce dall'appoggio della popolazione locale. Le pesanti perdite che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO devono affrontare in Iraq e in Afghanistan sono dovute alla volontà e alla resistenza popolare.

Lotte in Medio Oriente: La "Coalizione dei Moderati" contro il Blocco di Resistenza
Le divisioni che sussistono tra le forze autoctone e indipendenti del Medio Oriente e quelle schierate con gli anglo-americani sono le seguenti:

1. la lotta tra l'Hamas e i suoi alleati con Israele, Fatah e i loro alleati nei Territori Palestinesi;
2. la lotta tra la Resistenza Irachena, che è essenzialmente il popolo iracheno, con le forze degli Stati Uniti e della Coalizione per l'occupazione dell'Iraq;
3. lo scontro politico tra l'Opposizione Nazionale Libanese (la maggioranza) e i partiti di governo libanesi (la minoranza);
4. lo scontro per il Libano, la Palestina e l'Iraq tra la Siria da una parte e le potenze della NATO e i loro alleati arabi dall'altra;
5. infine, i molti aspri conflitti regionali e internazionali tra Iran e Stati Uniti, che comprendono il programma nucleare iraniano e l'Iraq.

Il viaggio di Bush: tamburi di guerra, resistenza e il "Nuovo Medio Oriente"
"Una ragione di instabilità sono gli estremisti appoggiati e rappresentati dal regime di Teheran. L'Iran è oggi il principale stato sostenitore del terrorismo. Manda centinaia di milioni di dollari a estremisti di tutto il mondo, mentre il suo popolo deve affrontare la repressione e le difficoltà economiche. Mina le speranze di pace libanesi armando e aiutando il gruppo terroristico Hezbollah. Sovverte le speranze di pace in altre parti della regione finanziando gruppi terroristici come Hamas e il Jihad Islamico Palestinese. Spedisce armi ai Taliban in Afghanistan e ai militanti sciiti in Iraq. Cerca di intimidire gli stati vicini con missili balistici e con una retorica bellicosa. E infine sfida le Nazioni Unite e destabilizza la regione rifiutando l'apertura e la trasparenza sui suoi programmi e ambizioni nucleari. Le azioni dell'Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Dunque gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni in materia di sicurezza con gli amici del Golfo, e incitando tutti paesi amici ad affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi".
George W. Bush, 43° Presidente degli Stati Uniti (discorso di Abu Dhabi, Emirati Arabi, 13 gennaio 2008)

Non è un mistero che lo scopo principale del viaggio del presidente degli Stati Uniti in Medio Oriente fosse quello di sollecitare opposizione nei confronti dell'Iran e di chiunque intenda resistere al "Nuovo Medio Oriente". Quasi immediatamente la Siria ha affermato che il viaggio di George W. Bush è stato fatto per cercare di isolare ulteriormente la Siria e orchestrare uno scenario di guerra contro l'Iran. [11]

Il viaggio presidenziale è stato fatto proprio mentre la marina statunitense mentiva su presunte minacce subite da alcune motovedette delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel GolfoPersico.
Quando la marina statunitense ha ritirato le accuse, il Presidente degli Stati Uniti ha detto che se dovesse capitare qualcosa di negativo alle navi di guerra americane nella regione Teheran ne sarebbe considerata responsabile.

Contemporaneamente a Beirut c'è stato un bombardamento contro l'ambasciata americana. Potrebbe essersi trattato di una messinscena, come le dichiarazioni della marina statunitense, per giustificare la posizione di Bush sull'Iran e il Blocco di Resistenza. Inoltre Israele ha diffuso la notizia di un razzo di costruzione iraniana lanciato dalla Striscia di Gaza dai palestinesi durante il viaggio di Bush in Medio Oriente.

Nel 2007 a Deir ez-Zor il presidente siriano, alla vigilia di un'importante conferenza sull'Iraq a Sharm el-Sheikh durante la quale Condoleeza Rice ha avviato pubblicamente dei contatti con i ministri degli esteri di Siria e Iran, ha ammonito i suoi connazionali che "la Siria, la regione araba e il Medio Oriente stanno attraversando una fase pericolosa. Distruttivi progetti coloniali stanno cercando di dividere e di riplasmare la nostra regione creando un nuovo [Accordo] Sykes-Picot". [12]

Abdel Al-Bari Atouani, una noto personaggio palestinese e redattore capo dell'Al-Qods Al-Arabi di Londra, in un'intervista televisiva trasmessa da ANB TV agli inizi di febbraio del 2007 ha affermato che gli Stati Uniti stanno sfruttando i paesi arabi attraverso i loro governi, usati per alimentare una guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Medio Oriente.

Il Jerusalem Post, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano in Arabia Saudita dagli Emirati Arabi, ha diffuso la dichiarazione di un anonimo alto ufficiale palestinesecisgiordano secondo il quale "la Siria e l'Iran hanno intensificato gli sforzi per rovesciare il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e il suo partito di governo Fatah". [13] L'articolo di Khaled Abu Toameh parla anche dell'incontro politico tra vari partiti palestinesi (Abu Toameh li chiama "gruppi estremisti") che sarà ospitato dai siriani a Damasco.

Non sorprende che l'articolo di Khaled Abu Toameh trascuri di informare che il governo palestinese che governa la Cisgiordania è illegittimo ed esegue gli ordini di Mahmoud Abbas e non quelli del primo ministro palestinese democraticamente eletto. I palestinesi che converranno a Damasco studieranno come rendere l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina più completa erappresentativa della volontà dei palestinesi e non degli editti di Mahmoud Abbas e di pochi altri individui che governano parti della Cisgiordania come se fossero feudi personali, mettendosi al servizio dei padroni israeliani e statunitensi.

In Libano un giornale affiliato al clan Hariri e ai suoi alleati politici ha cominciato anch'esso ad assecondare la campagna americana di demonizzazione dell'Iran. An-Nahar, pubblicazione un tempo diretta dal parlamentare libanese ucciso Gebran Tueni, in un editoriale di Ali Hamade afferma che la Lega Araba deve fare pressioni su Teheran per raggiungere una soluzione in Libano, e che la strada verso una soluzione o uno scontro passa per l'Iran, "se gli sviluppi [in Medio Oriente] vanno verso un conflitto con i piani imperiali iraniani per l'Oriente arabo".

L'Ufficio Ovale, l'establishment e la politica estera anglo-americana in Medio Oriente
Le politiche estere degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno più a che vedere con gli obiettivi dell'establishment anglo-americano che con la particolarità dei singoli che occupano le cariche di presidente degli Stati Uniti e di primo ministro britannico. Questa realtà è stata confermata nel corso della campagna elettorale dai potenziali successori di George W. Bush Jr., siano essi democratici o repubblicani.

Eccetto che per alcuni individui che rappresentano le aspirazioni autentiche del popolo americano, la maggioranza dei candidati presidenziali parlano di una continuazione delle politichemilitari dell'Amministrazione Bush.

John McCain ha parlato di un attacco contro Libano e Siria. [14]

Hilary Clinton vuole un'occupazione permanente dell'Iraq o una "fase post-occupazione", per usare una decadente espressione delle autorità americane, e ha rivolto delle minacce all'Iran.

Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York City, ha messo in chiaro che intende rispecchiare l'Amministrazione Bush Jr., che non intende riconoscere uno stato palestinese e che userebbe le armi nucleari contro un Iran non nucleare.

L'epoca della guerra non finirà quando George W. Bush Jr. e il vice presidente Cheney lasceranno la Casa Bianca.

Il problema è più profondo e complicato dei singoli e delle loro cariche. George W. Bush Jr. è solo un uomo di paglia in un meccanismo molto più grande; rappresenta l'establishment, ma né lui né la sua amministrazione possono da soli manovrare la politica estera statunitense.

Questioni importanti: la natura della cooperazione e della rivalità tra America, Iran e Siria
La nostra realtà è di gran lunga più complessa. Un tempo, prima di andare al potere, Hamas collaborava con Israele contro il movimento Fatah di Yasser Arafat.

Il Christian Science Monitor ha espresso un'interessante osservazione in un articolo di Marc Lynch: "'Ovunque si guardi, è la politica dell'Iran a fomentare l'instabilità e il caos', ha detto il segretario della difesa Gates ai dignitari delGolfo lo scorso mese [dicembre 2007]. Ma in realtà ovunque si guardi, dal Qatar all'Arabia Saudita all'Egitto, si vedono i leader iraniani fare a pezzi vecchi tabù incontrando le loro controparti arabe in un clima di cordialità". [15]

Di fatto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato invitato al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo nella capitale del Qatar, Doha, che ha discusso l'integrazione economica della Golfo Persico e la cooperazione tra il Consiglio e l'Iran. L'Iran, l'Oman, il Qatar e l'Arabia Saudita hanno dato pubblica dimostrazione di un avvicinamento già prima del vertice di Doha, che comprendeva accordi economici e militari tra l'Oman e l'Iran.

Anche Il Cairo e Teheran hanno ufficialmente aperto la porta alla completa normalizzazione delle relazioni diplomatiche. È ancora da vedere cosa produrranno le relazioni diplomatiche tra Egitto e Iran. L'Iran sta inoltre compiendo ulteriori incursioni economiche e commerciali in Iraq e Afghanistan. L'Iran e la Siria stanno legando la propria infrastruttura energetica all'Iraq e intraprendendo azioni che innegabilmente assistono gli Stati Uniti nell'Iraq occupato.

La futura nomina del Generale Michel Sulaiman alla presidenza del Libano è stata anche definita una concessione alla Siria per la collaborazione con gli Stati Uniti in Iraq e per la sua presenza al Summit di Annapolis.

Se è così, alcune questioni restano tuttavia irrisolte non solo in merito alla cooperazione tra Siria e Stati Uniti, ma anche riguardo all'incontro tra David Welch, il sottosegretario di stato degli Stati Uniti per gli Affari del Vicino Oriente, e il Generale Suleiman prima degli scontri scoppiati nel 2007 tra Fatah Al-Islam e l'esercito libanese.

È chiaro che ci sono dei piani per ridisegnare i confini del Medio Oriente e per istituire politiche economiche durature a beneficio degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi e del loro cane da guardia in Medio Oriente, Israele.

I siriani e gli iraniani sono consapevoli dei piani per dividere la loro regione e mettere l'uno contro l'altro i popoli mediorientali. Anche Teheran e Damasco sono stati colpevoli di fare lo stesso gioco nel proprio interesse, ma quello che l'America e i suoi alleati hanno in mente è una ripartizione e una riconfigurazione ben più ampia del Medio Oriente, che coinvolge anche Siria e Iran in questa lotta storica.

La questione è: questi sforzi per dividere il Medio Oriente (in "moderati" ed "estremisti") rientrano in una politica di contenimento, in una strategia di guerra, o in qualcosa di molto più sinistro?

Le intenzioni di movimenti di resistenza a base popolare come la Resistenza Irachena sono semplici e chiari, ma la resistenza di stato - se possiamo chiamarla così - ha spesso intenti ambivalenti.

L'Iran e la Siria si stanno davvero opponendo al "Nuovo Medio Oriente" che serve gli obiettivi del Washington Consensus? Le riforme economiche in atto in Iran e in Siria, compresi i programmi di privatizzazione, suggeriscono che i due paesi non si contrappongono completamente ai programmi neo-liberali dominanti che caratterizzano le politiche espansionistiche di Washington. [16]

Non è peccato mettere in discussione delle motivazioni, soprattutto quando le circostanze lo richiedono: è invece un crimine e un peccato ingannare le masse. La posizione politica di Iran e Siria è destinata a chiarirsi con l'evolversi della situazione in Medio Oriente.

NOTE

[1] Jonathan Beale, Rice seeks Mid-East support on Iraq, British Broadcasting Corporation (BBC), 13 gennaio 2007.

[2] Paul Reynolds, Blair and the ‘strategic challengeof Iran, British Broadcasting Corporation (BBC), 20 dicembre 2007.

[3] Ibid.

[4] Uzi Mahnaimi, Saudis lead Israel peace bid, The Times (U.K.), 3 dicembre 2006.

[5] Simon Tisdall, Iran v Saudis in battle of Beirut, The Guardian (U.K.), 5 dicembre 2006.

[6] Shahar Ilan, Jordan’s Abdullah tells Israel: We share same enemies, Haaretz, 19 aprile 2007.

Le affermazioni furono subito negate dal Re giordano quando trapelarono sulla stampa israeliana. La smentita è parallela a quella della Casa di Saud a proposito degli incontri diplomatici e dei negoziati tra Arabia Saudita e Israele che furono divolugati come veri dopo le iniziali smentite.

[7] Ibid.

[8] Anatole Kaletsky, An unholy alliance threatening catastrophe, The Times (U.K.), 4 gennaio 2007.

[9] Laurent Pirot, France Signs UAE Military Base Agreement, Associated Press, January 12, 2008; Emmanuel Jarry, France, UAE sign military, nuclear agreement, Reuters, 15 gennaio 2008; Paul Reynolds, French make serious move into Gulf, British Broadcasting Corporation (BBC), 15 gennaio 2008.

[10] Fatah, Hamas clash in Gaza after Abbas calls early elections, Associated Press, December 16, 2006.

[11] Damascus slams Arab leaders for allowing Bush’s ‘criticism of Syria,’ Deutsche Presse-Agentur (DPA)/ German Press Agency, January 14, 2008.

[12] Mazen and Thawra, President al-Assad says Arab Region passes through new juncture, Syrian Arab News Agency (SANA), 30 aprile 2007.

[13] Khaled Abu Toameh, Syria, Iran trying to overthrow Abbas, The Jerusalem Post, 15 gennaio 2008.

[14] Shani Rosenfelder, McCain: Disarm Hizbullah, tackle Assad, The Jerusalem Post, 9 agosto 2007.

[15] Marc Lynch, Why U.S. strategy on Iran is crumbling: Gulf states no longer want to isolate Iran, Christian Science Monitor, 4 gennaio 2008.

[16] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Alliance: Challenging America’s Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007; Julian Barnes-Dacey, Even with sanctions, Syrians embrace KFC and Gap, Christian Science Monitor, 11 gennaio 2008.


Mahdi Darius Nazemroaya è un autore indipendente specializzato in affari medio-orientali. Vive e lavora e Ottawa ed è ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

Originale da: Globalresearch

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008

lunedì, gennaio 21, 2008

NATO e Ucraina: chi ha più bisogno dell'altro?

NATO e Ucraina: chi ha più bisogno dell'altro?

di Nikita Petrov

Il presidente ucraino Viktor Juščenko, il primo ministro Julija Timošenko e il presidente del parlamento Arsenij Jacenjuk hanno mandato una lettera al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer chiedendo di entrare nel piano d'azione per diventare membro dell'Alleanza Atlantica al vertice NATO che si terrà a Bucarest nell'aprile del 2008.

Nella lettera sta scritto: "L'Ucraina condivide completamente i valori democratici europei, si considera parte dello spazio di sicurezza euro-atlantico ed è pronta ad affrontare al fianco della NATO e degli alleati del blocco le minacce comuni alla sicurezza".

Kiev ha anche assicurato a Bruxelles che l'Ucraina aderirà alla NATO solo dopo "aver chiesto il parere del popolo ucraino".

La lettera ha provocato un acceso dibattito politico in Ucraina. Il Partito delle Regioni è il principale oppositore dell'ingresso nella NATO. Ha accusato le autorità ucraine di aver violato la Costituzione, che descrive l'Ucraina come uno stato neutrale che non dovrebbe entrare in blocchi militari né permettere il dispiegamento sul proprio territorio di truppe straniere e basi militari.La sola eccezione è la base della Flotta russa del Mar Nero, che verrà smantellata nel 2017.

Il Partito delle Regioni chiede anche che si svolga un referendum sull'ingresso nella NATO. L'esito di questo referendum è prevedibile: secondo sondaggi indipendenti, più del 60% della popolazione è contrario all'entrata nella NATO.

Perché Kiev vuole entrare nella NATO e perché la NATO ha bisogno dell'Ucraina? E quali sarebbero le conseguenze per la Russia?

Diversamente dai paesi baltici e dagli ex alleati di Mosca appartenenti al Patto di Varsavia, l'Ucraina non vede la NATO come un ombrello o una protezione contro una possibile aggressione da parte di "una potenza ostile".

Un conflitto militare o la semplice minaccia di un intervento sono impensabili nelle relazioni russo-ucraine, come entrambi i paesi sanno benissimo. Nessun politico, per quanto anti-russo, ha mai accennato a una simile eventualità.

Tuttavia Kiev, che è parte inalienabile dell'Europa, crede di poter entrare nell'Unione Europea solo come membro della NATO, e i suoi vicini occidentali appoggiano questo punto di vista. Sfortunatamente, gli ultimi anni hanno dimostrato che è vero.

L'ingresso nella NATO richiederà all'Ucraina sacrifici e notevoli sforzi: per rientrare nei requisiti del piano d'azione, per promuovere la democrazia e lo status sociale dell'esercito ucraino, per convertire l'esercito agli standard della NATO e introdurre un reale e fattivo controllo civile sulle forze armate, tra le altre cose.

L'Ucraina dovrà anche spendere ingenti somme di denaro per riarmare le sue forze armate con equipaggiamento occidentale, perché la Russia probabilmente smetterà di fornire componenti e parti di ricambio per la maggioranza delle armi di fabbricazione sovietica dell'Ucraina.

Kiev dovrà dire addio a molte delle sue grandi compagnie che operano nel settore della difesa, soprattutto a quelle aerospaziali, che non possono sopravvivere senza la Russia. La NATO non ha bisogno del settore della difesa ucraino perché deve sviluppare appieno le potenzialità del proprio. Per quanto riguarda la Russia, i suoi politici (tra cui il primo vice primo ministro Sergej Ivanov e l'ambasciatore Viktor Černomyrdin) hanno detto che la Russia porrebbe fine alla cooperazione militare con l'Ucraina se questa entrasse nella NATO.

Inoltre l'Ucraina dovrà fornire truppe per la partecipazione alle operazioni NATO in tutto il mondo, Afghanistan compreso. Washington ha permesso all'Ucraina di ritirare le sue truppe dall'Iraq prima dell'elezione di Juščenko al primo mandato, aiutandolo così a sconfiggere Leonid Kučma. Ma quando l'Ucraina sarà un paese membro della NATO dovrà fornire i propri soldati come fanno gli altri membri.

Di fatto, Bruxelles si aspetta questo dall'Ucraina perché molti governi europei e i loro elettorati sono insoddisfatti per le perdite in Iraq e Afghanistan. La NATO ha bisogno dell'Ucraina anche come ulteriore freno all'influenza della Russia nello spazio ex-sovietico. Se l'Ucraina entra nel blocco, la Russia dovrà faticare e spendere molto per garantirsi la sicurezza a sud-ovest, e questo può rallentare il suo progresso economico.

Inoltre l'Ucraina è più adatta di Polonia e Repubblica Ceca a ospitare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti. Gli esperti militari contano che questi elementi possano essere installati in Ucraina.

Il generale Henry Obering, direttore della Agenzia di Difesa Missilistica statunitense, ama parlare di cooperazione tra Kiev e Washington in materia di difesa anti-missili balistici. Non dice cosa sta facendo Kiev, ma dopo l'ingresso nella NATO l'Ucraina dovrà certamente compiacere il proprio alleato.

Entrando nel blocco l'Ucraina controllerà il Mar Nero e le rotte degli idrocarburi dall'Asia Centrale all'Europa meridionale insieme alla Turchia, alla Bulgaria e alla Romania (e forse alla Georgia). Questo gruppo sarà in grado di esercitare una pressione sui paesi del Caucaso, del Medio Oriente e dell'Asia Centrale che osano contrariare Washington e Bruxelles.

Cosa può fare, Mosca? Innanzitutto adesso non dovrebbe fare nulla. L'ingresso dell'Ucraina nella NATO può ancora fallire perché il sentimento di ostilità nel paese è ancora forte, soprattutto nelle regioni meridionali e orientali. Se gli ucraini conoscessero tutte le possibili conseguenze negative dell'ingresso nell'alleanza, non voterebbero mai a favore.

In secondo luogo, non sarebbe comunque la fine del mondo. La Russia dovrà sviluppare le relazioni con l'Ucraina e con il resto del blocco, cooperando dove serve e rifiutandosi di collaborare se andrà contro gli interessi della Russia. Il Cremlino dovrà essere flessibile, paziente e saggio, e soprattutto pratico.
Ultimo ma non meno importante aspetto: l'Ucraina potrà entrare nella NATO non prima del 2017, quando verrà smantellata la base di un paese non europeo (la Russia) da suo territorio. Sono tempi lunghi, in cui tutto può succedere.

Originale da: http://en.rian.ru/analysis/20080118/97289307.html

Articolo originale pubblicato il 18 gennaio 2008

venerdì, gennaio 18, 2008

L'uomo degli USA a Tbilisi

Il nostro uomo a Tbilisi

The Ivanov Report

È ormai ufficiale: Mikheil Saakashvili è il presidente della Georgia per i prossimi cinque anni. La Commissione Elettorale Centrale della Georgia ha dichiarato Saakashvili il vincitore delle elezioni lampo del 5 gennaio. Seconda la CEC, Saakashvili ha ricevuto il 53,5% dei voti; il candidato più votato dell'opposizione, Levan Gachechiladze, è arrivato secondo con il 25,7%.

L'opposizione afferma - e l'affermazione suona molto credibile - che questi risultati elettorali sono stati truccati per risparmiare a Saakashvili la fatica di andare al ballottaggio con Gachechiladze. Ma nenche i detrattori di Saakashvili possono negare che sia lui il politico georgiano più popolare. Pur avendo perso voti a vantaggio dell'opposizione a Tbilisi, Saakashvili continua a godere del fondamentale appoggio delle aree rurali. Questo appoggio gli avrebbe comunque assicurato la vittoria al secondo turno.

Il Presidente Bush si è già congratulato con Saakashvili, umiliando l'opposizione e rendendo inutili le manifestazioni di protesta organizzate a Tbilisi. È verosimile, comunque, che i leader dell'opposizione in cerca di visibilità continuino a protestare almeno fino al 20 di gennaio, giorno della proclamazione, quando a Tbilisi confluirà una folla di personalità straniere.

E allora, perché tutte queste storie su Misha?

Le elezioni presidenziali georgiane hanno seguito fedelmente lo schema tipico dei paesi dello spazio ex-sovietico: un leader nazionale molto popolare - economicamente liberale con inconfondibili accenti autoritari - vince le elezioni presidenziali sfruttando ampiamente le famigerate "risorse amministrative", il dominio della TV di stato e l'assenza di un'opposizione unitaria. Concettualmente, Saakashvili non è molto diverso da altri fortunati leader post-sovietici come Vladimir Putin in Russia o Nursultan Nazarbayev in Kazakistan.

Il clamore attorno a Saakashvili deriva dal fatto che in Occidente è stato pubblicizzato molto diversamente. Nel 2005 il Presidente Bush, impressionato dalla retorica filo-occidentale di Saakashvili, chiamò la Georgia "un faro di libertà". Due senatori degli Stati Uniti, Hillary Clinton (D-NY) e John McCain (R-AZ) si sono messi in ridicolo proponendo la candidatura di Saakashvili al Premio Nobel. E sull'"esperienza" in politica estera che entrambi sostengono di possedere nella corsa per le presidenziali del 2008 abbiamo detto tutto.

Il primo colpo all'immagine di perfetto democratico di Saakashvili è giunto in novembre, quando corpi di polizia in assetto anti-rivolta, armati di manganelli e di gas lacrimogeno sono stati spediti a disperdere una cosiddetta manifestazione pacifica contro il governo. Lo shock è stato così grande che i media occidentali - come sempre poco interessati all'essenza dei fatti - hanno trascurato il fatto che la "manifestazione pacifica" era una consapevole provocazione orchestrata dall'opposizione preoccupata che le proteste di piazza si stessero sgonfiando.

Poi sono arrivate le elezioni lampo e le accuse di brogli.

E allora? Perché l'amministrazione Bush dovrebbe interrompere la sua storia d'amore con Saakashvili?

Niente di quello che Saakashvili ha fatto nel passato vicino o lontano scalfisce le sue attrattive agli occhi di Washington: è filo-americano, filo-NATO (in un referendum svoltosi contemporaneamente alle elezioni presidenziali più del 70% dei votanti ha approvato il piano di adesione alla NATO della Georgia), anti-russo e anti-Putin. E poi ha studiato negli Stati Uniti e parla un ottimo inglese.

Quando valutano le credenziali dei leader stranieri, le élite americane prestano enorme attenzione (a volte mal riposta) al fatto che qualcuno si sia laureato negli Stati Uniti. Questo spiega perché Benazir Bhutto, laureata ad Harvard, sia sempre stata considerata più "democratica" di Nawaz Sharif, laureatosi in legge all'Universita del Punjab. Spiega anche l'entusiasmo di molti a Washington per il Generale Kayani, che ha sostituito Pervez Musharraf alla guida dell'esercito pakistano: la carriera professionale di Kayani comprende un addestramento militare compiuto negli Stati Uniti.

Dunque, finché Saakashvili resterà il nostro uomo a Tbilisi, la Georgia continuerà a splendere come un "faro di libertà".

E lasciate agli osservatori OSCE - con la loro impareggiabile capacità di chiamare il bianco nero, il nero bianco e il grigio... be', dipende - il lavoro sporco di spiegare perché le elezioni del 5 gennaio "sono state... conformi alla maggior parte dei parametri delle elezioni democratiche" malgrado "una carenza di fiducia e diffuse accuse di violazioni".

Originale: The Ivanov Report

Articolo originale pubblicato il 17 gennaio 2008.

giovedì, gennaio 17, 2008

L'alleanza nord-ucraina

L'alleanza nord-ucraina

di Marija Krivych

Ieri i media russi sono stati scossi dalla notizia che l'Ucraina si sta muovendo attivamente per entrare nella NATO: il presidente Viktor Jušenko, il primo ministro Julija Timošenko e il presidente del parlamento Arsenij Jacenjuk hanno firmato una richiesta perché l'Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro dell'Alleanza Atlantica al vertice NATO che si terrà a Bucarest nell'aprile del 2008. Il documento è stato inviato al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, noto sostenitore dell'ingresso dell'Ucraina nell'alleanza.

Dopo le elezioni parlamentari d'autunno in Ucraina, quando gli "arancioni" hanno formalmente ottenuto la maggioranza alla Rada (formalmente, visto che non è un mistero l'enorme opposizione rappresentata da Janukovič e dai suoi alleati) e hanno cominciato alla meno peggio a mettere in atto le promesse fatte prima delle elezioni, si è posta una ennesima questione fondamentale per la "coalizione arancione": l'adesione dell'Ucraina alla NATO.

"Condividendo appieno i valori democratici europei, lo stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euro-atlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO e agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza", è scritto nel comunicato ufficiale. Nella lettera i leader ucraini esprimono la speranza che "il progresso fatto dall'Ucraina nell'ambito di un intensificato dialogo sulle questioni dell'adesione e delle conseguenti future riforme venga riconosciuto in termini di alleanza. L'Ucraina oggi è interessata a essere accolta nel piano d'azione per diventare membro della NATO".

La reazione a questa mossa è stata immediata: i "regionali" hanno accusato gli "arancioni" di violare la Costituzione (che sancisce la neutralità del paese), la Russia si è dichiarata pronta a "rivedere" - per usare le parole di Černomyrdin - le relazioni con l'Ucraina, gli americani hanno manifestato il proprio entusiasmo.

In particolare, il copresidente della commissione per le relazioni estere del senato degli Stati Uniti Richard Lugar ha spiegato che per decidere di aderire alla NATO l'Ucraina non ha bisogno di un referendum popolare, visto che esistono anche altri modi per esprimere la volontà dei cittadini. Ha poi detto che se in un referendum nazionale gli ucraini si diranno favorevoli all'ingresso nella NATO, questa decisione riceverà anche l'appoggio del presidente degli Stati Uniti, chiunque occupi tale carica in quel momento. A sua volta il Partito delle regioni ha ricordato che la richiesta di adesione all'alleanza può essere presentata solo se esiste il consenso del popolo ucraino, espresso attraverso un referendum. Il cui risultato è del tutto prevedibile: da molto tempo la maggioranza degli ucraini si dichiara contraria all'adesione alla NATO. In particolare, alla fine del 2006 in Crimea si è svolto un referendum non autorizzato sulla questione. Il 98,7% dei cittadini si è dichiarato contrario all'ingresso nell'alleanza atlantica. Il referendum in Crimea si è svolto perché ne era stato respinto un altro, che avrebbe dovuto coinvolgere tutta l'Ucraina con la partecipazione di oltre 4 milioni di cittadini.

Le ragioni per cui gli "arancioni" desiderano tanto entrare nella NATO stanno in superficie, così come le ragioni dello scontento di Mosca. Alla fin fine, chi garantisce che con l'ingresso nella NATO non comparirà una base militare nella filorussa Crimea?

L'atmosfera si è fatta incandescente anche al Ministero degli Esteri ucraino. Il ministro Vladimir Ogryzko ha dichiarato che l'Ucraina non ha fatto alcuna richiesta di entrare nella NATO: "Si tratta di una nuova fase di cooperazione tra l'Ucraina e la NATO. Se si parlerà di adesione alla NATO, allora, come sta scritto in questa lettera, le autorità dello stato si consulteranno con il popolo ucraino", ha detto, osservando che nella lettera non si fa parola della richiesta di entrare nell'alleanza.

Nondimeno il documento in questione è un altro passo verso l'adesione alla NATO. Ricordiamo che la procedura di ingresso dura in media cinque anni, durante i quali il paese candidato deve rendere il proprio esercito e la propria legislazione conformi agli standard del blocco atlantico, e soddisfare anche altri requisiti.

Ma tutto questo serve all'Ucraina (lasciando da parte gli interessi della Russia, degli Stati Uniti, dei "regionali" e degli "arancioni")? La cooperazione con la NATO serve, forse, nella misura in cui la stessa Russia collabora con l'alleanza. Per quanto riguarda l'ingresso vero e proprio, secondo l'ex presidente Leonid Kučma oggi per l'Ucraina risulta ottimale lo status neutrale, e anche l'ingresso nell'Unione Europea, ma non nella NATO. Oltretutto in entrambi i casi è necessario avere uno stato efficiente, un'economia competitiva e una nazione matura: politologi ed esperti non fanno che discutere dell'assenza di questi requisiti.

Una sola cosa è ovvia: indipendentemente dal fatto che si tratti una "buona" o di una "cattiva" idea, l'Ucraina non è pronta a diventare membro della NATO e difficilmente lo sarà tra cinque anni. Inoltre la preparazione forzata all'ingresso nel blocco può solo approfondire i contrasti già forti non solo tra le élite politiche, ma in tutto il paese.

Originale da: http://expert.ru/articles/2008/01/16/nato/print

Articolo originale pubblicato il 16 gennaio 2008

lunedì, gennaio 07, 2008

Ricordare gli anni Ottanta

Ricordare gli anni Ottanta
I movimenti sociali tra Woodstock e il Web
di Zoltan Grossman

Quest'anno assisteremo a un diluvio di celebrazioni per il 40° anniversario del 1968. Speciali televisivi, magliette, convegni, siti web e rimpatriate segneranno questo anno significativo per la storia degli Stati Uniti e tenteranno di definirne l'eredità. Ho un assoluto rispetto per gli attivisti che hanno lottato per un mondo migliore negli anni Sessanta, e credo che abbiano ancora molto da insegnarci. Ma mi preoccupa che i movimenti sociali vincenti siano collocati solo in un decennio che si trova (per i giovani) in un passato lontano.

Nel 1968 avevo solo sei anni, e ho cominciato a muovere i primi passi nell'attivismo all'inizio degli anni Ottanta. Oggi insegno in un college relativamente progressista e vedo maturare una nuova generazione di attivisti che si battono contro la guerra e per la giustizia sociale. Molti dei miei studenti studiano i movimenti degli anni Sessanta e Settanta e hanno a disposizione moltissime pubblicazioni, siti web e altre fonti sul Vietnam, i diritti civili, il femminismo e altri movimenti.

Ma di recente mi hanno fatto delle domande sull'impennata dell'attivismo che ha avuto luogo negli anni Ottanta. Gli studenti vogliono sentir parlare di Ronald Reagan, Rambo e lo scandalo Iran-Contra. Quando cercano informazioni su questi argomenti, queste informazioni non ci sono. Per un corso ho cercato in rete immagine e storie sull'anti-apartheid e sui movimenti di solidarietà nei confronti dell'America Centrale e mi ha colpito quanto poco si trovasse. Una ricerca in biblioteca si è rivelata altrettanto inutile.

Ci sono ragioni specifiche che spiegano perché la generazione del 2008 conosca meglio il 1968 dell'1988. Il problema è in parte tecnologico perché il periodo subito precedente al decollo di internet negli anni Novanta non è stato archiviato né registrato. Il problema è anche culturale, visto che gli anni Sessanta sono così intessuti nella coscienza popolare che il ricordo di essi (o almeno la versione accettata di quel ricordo) non è andato perduto.

Ma c'è un "buco nero" nella memoria comune dopo Woodstock e prima del Web. I tardi anni Settanta e gli Ottanta non erano belli come i Sessanta né digitalizzati come i Novanta. Vero, non abbiamo inventato il tie-dye, ma avevamo i punk. Non abbiamo dato al mondo Hendrix o i Dead, ma avevamo i Clash e Grandmaster Flash. Siamo in grado di confrontare Bush grande con Bush piccolo o Cheney, Gates e Rumsfeld con Cheney, Gates e Rumsfeld. E possiamo dirvi quanto Mitt Romney ci ricordi Max Headroom.

Il messaggio implicito di gran parte della nostalgia del 1968 è che il mondo ha bisogno di una mobilitazione politica di grandi proporzioni e di una rivoluzione controculturale per introdurre veri cambiamenti. Gli esperti continuano, per esempio, a paragonare l'attuale movimento contro la guerra in Iraq con il ben più vasto movimento contro la guerra del Vietnam. Negli anni Ottanta i movimenti erano decisamente più piccoli e meno intensi di quelli degli anni Sessanta, e l'umore era più conservatore e apatico. In altre parole, gli anni Ottanta erano più simili a oggi.

Ciononostante, i movimenti degli anni Ottanta hanno ottenuto dei successi che hanno risonanza ancora oggi e possono fornire ispirazioni positive. Gli attivisti sono stati capaci di perseverare nonostante le grandi difficoltà e di riportare vittorie (o vittorie parziali) che restano molto rilevanti negli anni Duemila. Vengono alla mente vari esempi, ma sicuramente ce ne sono molti di più.

I successi degli anni Ottanta
*Il movimento contro l'apartheid. La comunità afro-americana unì le forze con i gruppi studenteschi formando un potente movimento per porre fine alla collusione del governo e delle corporazioni con il regime di segregazione razziale in Sud Africa. Alla metà degli anni Ottanta organizzarono manifestazioni e sit-in per convincere le università e le amministrazioni comunali a disinvestire dalle compagnie che facevano affari a spese dei sudafricani neri. Avendo combattuto contro il supporto statunitense all'apartheid, possono rivendicare parte del merito del crollo la dittatura bianca e delle elezioni del 1994 che portarono al potere l'African National Congress (ANC).
*La solidarietà con l'America Centrale. Il movimento pacifista combatté contro l'appoggio statunitense al regime di destra del Salvador che combatteva con le sue squadre della morte contro i ribelli dell'FMLN. Contrastò anche gli aiuti ai Contras che combattevano contro il governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua. Il potente movimento contro "un altro Vietnam" riuscì a ottenere che il congresso tagliasse i finanziamenti ai Contras nicaraguensi (costringendo l'amministrazione Reagan a utilizzare mezzi clandestini per finanziare i ribelli). Attraverso i programmi Witness e Sanctuary, il movimento di solidarietà diede un volto ai profughi dell'America Centrale. Non impedì le invasioni che rovesciarono i governi nazionalisti di Grenada e Panama, ma contribuì efficacemente a impedire le invasioni su vasta scala del Nicaragua e del Salvador.
*Il congelamento del nucleare. Quando l'amministrazione Carter dispiegò in Europa i missili a media gittata, contro la crescente minaccia di una guerra nucleare si sollevò un enorme movimento globale. Questo sentimento diffuso costrinse in seguito il presidente Reagan a giungere a un accordo con i leader sovietici per ritirare gradualmente gli euromissili. Il movimento europeo contro la corsa agli armamenti nucleari alimentò l'ascesa dei partiti Verdi, che cominciarono a opporsi alla globalizzazione ben prima che andasse di moda l'antiglobalismo.
*Il movimento anti-nucleare. Gli incidenti degli impianti nucleari di Three-Mile Island e Černobyl galvanizzarono lo sdegno e l'opposizione nei confronti del nucleare per usi civili. Grandi manifestazioni, concerti e occupazioni bloccarono efficacemente la costruzione di nuovi reattori e l'estrazione di uranio negli Stati Uniti (anche se queste attività proseguirono in altri paesi). Rileggersi la letteratura anti-nucleare di quell'epoca può aiutare a ricordare che un aumento delle scorie radioattive non risolverà il problema del surriscaldamento globale.
*Act Up. Nelle prime fasi dell'epidemia HIV, l'AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) cominciò a impiegare azioni creative dirette con lo slogan "Silenzio=Morte". Questa forma di attivismo non riuscì ovviamente a porre un freno all'epidemia, ma dopo Reagan riuscì a indirizzare alcune risorse dello stato verso la ricerca medica e potrebbe avere alleviato leggermente l'ostracismo omofobico nei confronti dei pazienti. Act Up divenne l'esempio più visibile del più vasto movimento LGBT (lesbian, gay, bisexual and transgender) e sollecitò una maggiore organizzazione all'interno della comunità.
*Pro-choice. Quando i fondamentalisti di Operation Rescue infastidivano, bloccavano e talvolta attaccavano le donne che si recavano nella cliniche abortiste, le femministe si radunavano per scortarle. Il movimento pro-choice ha difeso con successo i diritti di molte donne a un aborto sicuro e legale, anche se molte donne giovani, povere e di provenienza rurale non sono state in grado di accedere a quel diritto.


Che si trattasse di pro-choice, Act Up, Witness, Sanctuary, anti-nucleare o disinvestimento, i movimenti degli anni Ottanta non facevano affidamento sui gruppi di pressione o sulle elezioni presidenziali per ottenere un cambiamento, ma agivano direttamente dalla base. Prima di internet dovevamo organizzarci con bollettini e comunicati, telefonate e spesso incontri faccia a faccia (da non confondere con Facebook). Affidandoci a mailing list e petizioni online ci dimentichiamo a volte quanto sia potente la combinazione di organizzazione personale e azione diretta.

Perché studiare gli anni Ottanta?
Quando un'epoca storica viene ignorata o insegnata con scarsa accuratezza, il vuoto verrà inevitabilmente riempito di bugie. L'amministrazione Carter attivò la dottrina degli interventi in Medio Oriente, eppure oggi Carter viene esaltato come un pacificatore. L'amministrazione Reagan-Bush razionalizzò la segretezza e il militarismo che oggi osserviamo nell'amministrazione Bush-Cheney (alcuni personaggi di spicco sono rimasti gli stessi di allora), eppure oggi a Reagan si dà il merito di aver posto fine alla Guerra Fredda. La maggior parte delle crisi attuali può essere fatta risalire alle politiche degli anni Ottanta, e lo studio delle lezioni di quell'epoca può aiutarci nelle decisioni di oggi: "Same Shit, Different Century".

Sindrome del Vietnam. Quando gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam, nel 1975, il pubblico americano divenne riluttante nei confronti di un'altra sconfitta. Le amministrazioni Carter e Reagan definirono questa riluttanza "Sindrome del Vietnam" e cominciarono a trattare questo "disturbo" alimentando le paure, producendo film come Rambo e avviando una serie di interventi militari in Iran, a Grenada, in Libano, Libia, ecc. Possiamo prevedere una salutare "Sindrome dell'Iraq" dopo l'attuale disastroso conflitto, ma non dovremmo rilassarci se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi da Baghdad. Per esempio, ci sono paralleli diretti tra l'appoggio dato alle squadre della morte del Salvador negli anni Ottanta e alla Colombia oggi, e tra la destabilizzazione dei governi socialisti del Nicaragua allora e nel Venezuela attuale.

Tattiche della paura e bugie. Se pensate che le tattiche della paura della "Guerra al Terrore" danneggino le libertà civili, non avete assistito all'isteria anticomunista nell'ultima fase della Guerra Fredda. Invece di costruire una presunta bomba sporca, l'"Impero del Male" puntava i suoi missili termonucleari sulle nostre città, con entrambi i blocchi in stato continuo di allerta. Quando i sovietici occuparono l'Afghanistan e gli iraniani deposero lo Scià nel 1979, la "Dottrina Carter" creò il Comando Centrale per difendere i giacimenti petroliferi mediorientali per conto delle corporazioni statunitensi. Visto che l'anticomunismo non era più una scusa così potente, i media e Hollywood hanno cominciato a fare ricorso a una demonizzazione dei musulmani, ben più efficaci nel preparare l'atteggiamento psicologico del pubblico americano a una guerra.

Pressione militare e democrazie. Reagan succedette a Carter nel 1981 inaugurando una massiccia corsa alle armi, che secondo i suoi sostenitori ebbe il merito di far crollare l'URSS dieci anni dopo. Le storie imbastite dai media però trascurano ampiamente Solidarność e le "minoranze nazionali" sovietiche che scalfirono dall'interno il blocco sovietico. Abbiamo dimenticato che i popoli sono capacissimi di rovesciare le dittature senza l'aiuto militare esterno. Questa lezione, se l'avessimo imparata, avrebbe potuto rivelarsi utile nell'Iraq di Saddam Hussein.

La guerra con l'Iran. Fin dai tempi della Rivoluzione Iraniana e della presa di ostaggi all'ambasciata USA, Washington ha cercato di rovesciare il governo di Teheran. Nell'attuale clima di isteria nei confronti dell'Iran, quanti americani si rendono conto che gli Stati Uniti hanno già combattuto contro l'Iran? Nel 1987-88 la flotta americana si è schierataattivamente con Saddam Hussein nella sua guerra contro l'Iran, scortando le petroliere che trasportavano il petrolio iracheno, attaccando i pozzi iraniani, affondando navi e tirando giù "per sbaglio" un aereo civile iraniano. Una guerra contro l'Iran non è un'ipotetica possibilità futura, ma la continuazione di un conflitto che non si è mai sedato.

Lo scandalo Iran-Contra. Reagan armò entrambe le parti nella guerra tra Iran e Iraq, fornendo scorte navali e intelligence all'Iraq e vendendo missili all'Iran. Il colonnello Oliver North vendette clandestinamente i missili all'Iran per raccogliere fondi con cui finanziare i Contra che combattevano contro i sandinisti del Nicaragua. Henry Kissinger consigliò Reagan di "dissanguare entrambe le parti" nella guerra Iran-Iraq, proprio come sta facendo oggi Bush in Iraq armando sia il governo a guida sciita sia le milizie sunnite. La segretezza degli anni reaganiani pose le basi del Patriot Act successivo all'11 settembre. Alcuni attivisti vedevano il "governo ombra" di Reagan come un'aberrazione repubblicana, mentre altri lo consideravano un esito inevitabile dell'espansione imperialista: dibattito molto simile a quello di oggi su Bush e l'Iraq.

Il Jihad in Afghanistan. Carter armò i mujaheddin islamici che combattevano contro il governo filosovietico afghano, innescando l'invasione sovietica del 1979. Il capo della sicurezza nazionale di Carter Zbigniew Brzezinski sapeva che stava trascinando i sovietici nel loro "Vietnam", una guerra che persero in dieci anni. Parte degli aiuti americani andò ai gruppi dell'Afghanistan settentrionale che in seguito controllarono e combatterono per Kabul nel 1992-96. Ma la maggior parte degli aiuti andò ai gruppi jihadisti Pashtun supportati dai pakistani e dai sauditi, che misero in luce un giovane ingegnere di nome Osama bin Laden. In questo modo gli Stati Uniti contribuirono a porre le basi del governo dei Taliban nel 1996 e della "ricaduta" jihadista del 2001, quando bin Laden trascinò con successo un'altra superpotenza nella palude afghana.

Il governo militare in Pakistan. Come Reagan spalleggiò il dittatore pakistano Zia ul-Haq come principale alleato contro i sovietici in Afghanistan, Bush ha spalleggiato Pervez Musharraf come alleato contro i Taliban. Ma in entrambi i casi minare la democrazia in Pakistan non ha fatto che esacerbare la crisi nella regione. Benazir Bhutto è stata uccisa con la sorveglianza di Musharraf, proprio come Zia fece uccidere suo padre, anch'egli ex-primo ministro. Negli anni Ottanta l'intelligence pakistana aiutò i jihadisti che sarebbero poi diventati al-Qaeda (anche se non lo saprete guardando il film La guerra di Charlie Wilson). Se volete la verità sull'11 settembre piantatela di cercare missili fantasma lanciati contro il Pentagono e cominciate a cercare i veri missili che il Pentagono spedì in Afghanistan due decenni prima. Il vero "complotto" è parte integrante della storia imperiale degli Stati Uniti, non va cercato al di fuori di essa.

Gli insuccessi dei movimenti degli anni Ottanta
Come i movimenti degli anni Sessanta, anche quelli degli anni Ottanta commisero dei gravi errori. Il movimento pacifista vacillò quando gli Stati Uniti intervenirono contro paesi del Medio Oriente. C'erano pochi "buoni" di sinistra come l'ANC o l'FMLN, e ancora meno "buoni" cristiani come gli arcivescovi Tutu o Romero. Esprimemmo solidarietà nei confronti delle rivoluzioni popolari senza dare un appoggio adeguato ai civili stretti nella morsa di "due cattivi", soprattutto nella Guerra del Golfo del 1991.

Avevamo sperato che in paesi come il Nicaragua e la Germania Est fosse possibile una terza via. Ma i popoli di quei paesi temevano la potenza militare dell'Occidente o erano attratti dal suo consumismo, e questo portò alle vittorie dei conservatori nel 1990. Solo recentemente i progressisti hanno vinto le elezioni in America Latina e sono riusciti a criticare nuovamente il capitalismo nell'Europa Orientale.

I movimenti degli anni Ottanta avevano difficoltà a integrare la politica anti-imperialista e di classe con le politiche identitarie razziali/etniche e con i nuovi movimenti sociali (femminista, LGBT, ambientalista, culturale, ecc.). Come durante gli anni Sessanta e oggi, i maschi eterosessuali godevano di vantaggi sociali che impedirono la crescita di movimenti progressisti. Quando gli attivisti si dedicarono a questioni interne durante la prima fase dell'amministrazione Clinton e poi alla lotta contro la globalizzazione nell'ultima fase di quell'amministrazione, si portarono dietro quei problemi.

Rivisitare gli anni Ottanta
Avendo ben presenti questi e altri fallimenti, i veterani dei movimenti degli anni Ottanta hanno cercato di non attirare troppo l'attenzione sulle loro esperienze. Siamo stati restii a raccontare le storie degli anni Ottanta per non fare come quei reduci degli anni Sessanta che riposano sugli allori delle passate glorie. Ma è diventato importante rivisitare i nostri ricordi di quegli anni, proprio mentre i media si impegnano a ricordare il '68.

È ora di andare in cantina e in garage a cercare quelle vecchie scatole piene di tesori che non si trovano su internet. Rispolverate le vecchie newsletter e i fogli ciclostilati, scaldate lo scanner. Mettete sul web quelle storie e quelle immagini, o - meglio ancora - create dei siti dove la gente possa postare i propri ricordi, e applicare al presente le lezioni del passato. Dite ai vostri studenti di intervistare attivisti e organizzatori degli anni Ottanta e di cercare in biblioteca documenti di quegli anni. Riunite i vecchi gruppi di attivisti, registrate le loro storie e le loro strategie per le nuove generazioni.

Alla fine, però, né il 1968 né il 1988 potranno davvero fornire dei modelli per la generazione del 2008. La generazione attuale non deve riciclare le immagini di epoche passate, o seguire gli schemi dei movimenti studenteschi che li hanno preceduti. Invece di recitare i vecchi slogan del Vietnam o delle manifestazioni contro la WTO possono creare nuove forme di protesta molto più adatte a questi tempi tecnologici. Ma è sempre utile avere una visione completa del passato, sapere cosa tenere e cosa buttar via.

Noi che abbiamo vissuto l'impegno degli anni Ottanta dovremmo studiare il nostro passato per riuscire a rinnovare il nostro impegno per il cambiamento sociale, per continuare a tentare di migliorare il mondo. Faremmo meglio a sbrigarci a definire la nostra storia prima che si producano speciali sulla "Generazione degli anni Ottanta".

Zoltan Grossman è membro di facoltà dell'Evergreen State College di Olympia, Washington, e ha alle spalle una lunga esperienza di attivismo a favore della giustizia sociale e del pacifismo. Il suo sito web è: http://academic.evergreen.edu/g/grossmaz.

Originale da: http://www.counterpunch.org/grossman01032008.html

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2008

venerdì, gennaio 04, 2008

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush

Al-Qaeda in soccorso all'amministrazione Bush
di M. K. Bhadrakumar

Le Cassandre americane prevedono quasi unanimemente che il Pakistan non sopravviverà. In verità, è difficile essere ottimisti. Rimettere ordine in questi tempi difficili va ben oltre le capacità dell'attuale amministrazione statunitense.
L'unico elemento positivo sembra essere il fatto che tra un anno alla Casa Bianca arriverà un'altra squadra e sarà possibile ripartire da zero. Sono disposti ad ammetterlo perfino gli esperti più entusiasti della comunità di sicurezza degli Stati Uniti. Un commentatore di Stratfor, un think-tank vicinissimo alle agenzie di sicurezza, dice: "In questo finale di partita tutto quello che gli americani vogliono è lo status quo in Pakistan. È il massimo che possono ottenere. E da come sta girando la fortuna degli Stati Uniti potrebbero non ottenere neanche quello".

Non è esattamente una questione di "fortuna". In parole povere, nell'inverno del 2001 a Passo Khyber l'amministrazione Bush ha fatto il passo più lungo della gamba. Oggi non ha alcun piano B. Al massimo la Casa Bianca può sperare che il capo dell'esercito pakistano, il Generale Ashfaq Kiani, "possa diventare il nuovo uomo di Washington in Pakistan" (per citare Stratfor). Vale a dire: diamo la colpa dell'assassinio di Benazir Bhutto ad al-Qaeda, andiamo avanti come prima e aspettiamo che passino 12 mesi.

Ma soldati in gamba come Kiani non possono essere tanto stupidi, no? Il clima a Washington è ora dominato da tre tipi di Cassandra. Innanzitutto ci sono gli ADB - "Amici di Benazir". La gente dei media, dei think-tank e del governo stregata da Bhutto (grazie al suo irresistibile fascino personale o alla scaltra opera della sua squadra di pubbliche relazioni) non può concepire un Pakistan senza di lei.

Poi ci sono le legioni americane di esperti in Asia Meridionale, che appartengono a un'epoca precedente e non hanno accettato che l'amministrazione con il suo programma neo-conservatore abbia ignorato i loro consigli sulla linea politica da adottare con il Pakistan dopo il 2001. Si sentono vendicati dal fatto che la linea politica adottata si sia rivelata un tale fallimento.
E poi c'è la tribù degli esperti di terrorismo, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che sono specializzati nella politica del terrore, tanto che alcuni di loro sembrano credere che il nemico fantasma abbia proporzioni cosmiche.

Gli Stati Uniti rimescolano le carte dell'Iran
Ma non ci sono solo le Cassandre. L'ombra dell'assassinio di Bhutto sulla sicurezza regionale ha varie sfumature. Ecco come si fanno già sentire in Iran. Molto rapidamente, quasi dal giorno alla notte, il Pakistan ha preso il posto dell'Iran sullo schermo radar dell'amministrazione Bush. Israele può non gradire quello che sta succedendo, ma il vice presidente Dick Cheney e i suoi non hanno la minima possibilità di resuscitare lo spauracchio dell'Iran in quel che resta del mandato dell'amministrazione.

L'amministrazione Bush non può ignorare che la crisi che cova in Pakistan e in Afghanistan potrebbe rivelarsi molto più grave di tutti i programmi nucleari iraniani e dell'appoggio dell'Iran ad Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano, alla milizia sciita irachena in Iraq, per non parlare della sfida politica rappresentata dalla crescente influenza iraniana nella regione.

Per la prima volta da quando ha esposto la teoria dell'"asse del male", esattamente sei anni fa, - mettendo insieme Iraq, Iran e Corea del Nord - l'amministrazione Bush è costretta a guardare all'Iran mantenendo il senso delle proporzioni. Le politiche dure mirate a destabilizzare il regime iraniano appaiono del tutto irresponsabili nelle mutate circostanze. Un'opzione militare è fuori questione. Cambio di regime a Teheran? Ridicolo.

Ma la "questione iraniana" come tale può non svanire dal Medio Oriente, anche se la retorica - statunitense e iraniana - è sensibilmente calata nelle ultime settimane. Parte del problema è costituito dal fatto che il prossimo marzo in Iran si terranno delle elezioni parlamentari aspramente contestate. Ciononostante, le relazioni Iran-USA sono destinate a mutare corso. L'offerta del segretario di stato Condoleezza Rice di incontrare la sua controparte iraniana Manuchehr Mottaki "in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, ovunque" lo dimostra. A Teheran c'è un cauto ottimismo sulla quarta serie di incontri tra i due paesi sulla cooperazione per la stabilizzazione dell'Iraq.

Una settimana fa Rice ha detto: "Non abbiamo amici permanenti... abbiamo una politica pronta a metter fine allo scontro o al conflitto con qualsiasi paese disposto a venirci incontro in quei termini". Mottaki ha risposto prontamente: "Si può preparare il terreno". Ha valutato positivamente "l'atteggiamento più logico e rispettoso" di Washington nei confronti di Teheran, reso possibile - ha insistito - dal fatto che "[le autorità statunitensi] sono giunte a comprendere meglio il ruolo cruciale dell'Iran nella regione e la sua determinazione a ottenere il riconoscimento dei propri legittimi diritti [di arricchire uranio]."

Gli iraniani sono pragmatici, e dopo l'assassinio di Bhutto devono aver ormai stimato che gli sviluppi in Pakistan non lasciano all'amministrazione Bush altra scelta se non quella di cercare sinceramente di normalizzare le relazioni con Teheran.

Essere o non essere...
L'Iran può ancora una volta dimostrarsi utile, come accadde nel 2001, per le necessità logistiche della "guerra al terrore" di Washington in Afghanistan. Si può supporre che l'Iran potrebbe costituire una rotta sostitutiva se si ostruissero le linee di rifornimento alle forze NATO in Afghanistan via Pakistan. La NATO e gli Stati Uniti non potrebbero avere un alleato più realistico dell'Iran per stabilizzare l'Afghanistan. La collaborazione dell'Iran tornerà utile per ostacolare la marcia dei Taliban in direzione nord, verso la regione di Amu Darya, e nella stabilizzazione dell'Afghanistan occidentale, dove le forze NATO si troveranno minacciate.

L'alternativa per Washington sarebbe di strisciare a Mosca per chiedere corridoi aerei e terrestri verso l'Afghanistan. Sembra che la NATO abbia tastato il terreno al vertice dei ministri degli esteri di Russia e NATO a Bruxelles, il 7 dicembre scorso. Dopo l'incontro, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: "Abbiamo discusso la situazione in Afghanistan. Gli interessi vitali in materia di sicurezza della Russia e dei paesi della NATO qui coincidono, sia per la minaccia della droga, sia per la persistente minaccia del terrorismo. Vanno combattute unendo le forze".

Lavrov ha aggiunto: "Stiamo [la Russia e la NATO] anche considerando altre opzioni di collaborazione, particolarmente nel supporto logistico all'International Security Assistance Force e nell'equipaggiamento dell'Esercito Nazionale Afgano. Credo che sotto questo aspetto ci sia un buono spazio di manovra in cui trovare forme accettabili di interazione".

In un lungo saggio sulla politica estera russa pubblicato una settimana dopo dalla rivista Ekspert, Lavrov ha dato l'impressione di tornare alle discussioni di Bruxelles facendo un'interessante rivelazione: "Stiamo [a Mosca] anche assistendo a barlumi di spostamenti qualitativi negli Stati Uniti e in Europa nell'analisi della fase attuale degli sviluppi mondiali, anche se per ora solo al livello della comunità degli specialisti. È al contempo ovvio che i nostri partner pensano che il processo di elaborazione sia cominciato. Una delle conclusioni è il riconoscimento del carattere fondamentalmente non ostile della politica estera russa".

Con l'assassinio di Bhutto Washington deve ora affrettare il "processo di elaborazione". Va presa una decisione importante. Sia l'Iran, sia la Russia sarebbero partner ragionevoli nella "guerra al terrore" in Afghanistan. Ma nessuno dei due risponderebbe a un impegno selettivo di Washington. L'amministrazione Bush avrà bisogno dello shakespeariano Shylock per soppesare il vantaggio relativo di ingaggiare l'Iran o Mosca. È qui che il prossimo viaggio di Bush in Israele, nei territori palestinesi e tra gli alleati del Golfo Persico potrebbe tornare utile.

Una cosa è già chiara. La questione nucleare iraniana non se uscirà di scena. Ultimamente può avere avuto una svolta positiva, ma, come ha notato il cinese People's Daily, questo è lungi dall'essere un epilogo. Gli Stati Uniti "dovranno far fermentare nuovi piani ed elaborare nuove strategie in merito alla questione nucleare iraniana sia durante che dopo l'amministrazione Bush... L'Iran potrebbe trarre vantaggio dalla disparità tra le potenze mondiali: potrebbe cercare di ottenere un clima internazionale e una posizione strategica più favorevoli. In conclusione, le parti interessate nella questione iraniana stanno attualmente considerando i propri interessi in rapporto alle condizioni attuali in preparazione di una nuova tornata di confronti strategici".

Punto interrogativo sulla strategia globale degli Stati Uniti
Ma Mosca pone delle difficoltà ancor più fondamentali. Nella fase preparatoria dell'incontro di Bruxelles, in esaurienti commenti riportati dai media, un portavoce del ministero degli esteri russo a Mosca ha sottolineato a dicembre che i rapporti di Mosca con l'alleanza atlantica erano caratterizzati "sia da successi che da complicazioni". Ha detto che il lavoro che li attendeva non sarebbe stato facile.

Tra le aree problematiche, ha elencato le "implicazioni legali internazionali" della trasformazione della NATO come organizzazione politica globale fuori dal controllo delle Nazioni Unite; le strutture militari della NATO che "si avvicinano ai nostri confini"; gli ulteriori piani di allargamento della NATO; le divergenze sul Trattato CFE sulle Forze Armate Convenzionali in Europa; e "lo sviluppo di un terzo sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa e il suo coordinamento con la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa anti-missile nell'ambito della NATO".

In altre parole, nello scenario post-Bhutto, è necessario che Washington riveda i propri piani in vista del prossimo summit della NATO a Bucarest, in aprile. La terza fase dei piani di allargamento della NATO era tra i principali punti di discussione a Bucarest. Adesso il Pakistan e l'Afghanistan li faranno inevitabilmente passare in secondo piano.

Washington andrà avanti con i vecchi piani perché la NATO appoggi l'ingresso di Ucraina e Georgia? Nell'attuale situazione di crisi in Afghanistan e in Pakistan, può l'amministrazione Bush permettersi di contrariare il Cremlino? Come ha ammonito un portavoce russo: "Noi [Mosca] siamo convinti che il processo di allargamento della NATO non abbia alcuna attinenza con la modernizzazione dell'alleanza stessa o con la necessità di garantire la sicurezza dell'Europa. Anzi, è un grave fattore di provocazione, che porterà ad altre divisioni e abbasserà il livello di fiducia reciproca".

Il Cremlino si è espresso chiaramente, non sarà soddisfatto neanche se gli Stati Uniti e l'Europa non insisteranno sull'indipendenza del Kosovo, o procederanno al dispiegamento della NATO nella repubblica separatista ponendosi fuori dal contesto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lavrov ha sottolineato che "La cosa principale è tentare di lavorare insieme su una base di reciproco rispetto, e di rispetto per le altrui analisi delle minacce oggi a noi comuni". Ha enfatizzato il fatto che al summit di Bucarest, se la NATO dovesse andare avanti con la sua politica di allargamento parallelamente alla trasformazione dell'alleanza "[a Mosca] siamo convinti che ciò non contribuirebbe a rafforzare la nostra sicurezza comune o a combattere le comuni minacce". Il monito implicito è che la collaborazione nella "guerra al terrore" potrebbe avere come condizione la rinuncia da parte di Washington alla politica di contenimento nei confronti della Russia.

È ovvio che sia Mosca che Teheran ora giudicano che la crisi in Afghanistan e in Pakistan influisca direttamente sulle strategie globali statunitensi. Se la NATO fallisse in Afghanistan, sul futuro dell'alleanza sorgerebbe un grande punto interrogativo. Come osservava un rapporto compilato in ottobre dal Congressional Research Service degli Stati Uniti, la missione della NATO in Afghanistan è "un test della volontà politica e delle capacità militari dell'alleanza". Ma non è tutto. Quello che i think-tank americani oscurano è che a essere in dubbio è la capacità stessa degli Stati Uniti di mantenere il proprio ruolo di leader dell'alleanza atlantica nell'era post-Guerra Fredda.

Sia Mosca che Teheran hanno da guadagnare da un mondo multipolare in cui la loro influenza regionale possa avere un ruolo maggiore. Se Washington fallisce nella sua strategia post-Guerra Fredda, che consiste nel potenziare la NATO improvvisando ed esagerando l'importanza di un nemico (come al-Qaeda), la strada verso il multipolarismo si appianerà in misura consistente. È significativo che Teheran e Mosca si rifiutino di caratterizzare l'assassinio di Bhutto come opera di al-Qaeda.

La reazione di Pechino è stata ugualmente cauta. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha inizialmente condannato l'assassinio di Bhutto come "atto di terrorismo". Ma il vice ministro degli esteri He Yafei, che il giorno successivo ha fatto visita all'ambasciata del Pakistan per firmare il libro delle condoglianze, non ha neanche nominato il terrorismo, limitandosi a esprimere la speranza che il popolo pakistano "riuscisse a superare l'attuale difficoltà quanto prima, salvaguardando la stabilità sociale e lo sviluppo del paese".

I commentatori cinesi hanno osservato che "la situazione in Afghanistan si è dimostrata molto più complessa del previsto" e che per la NATO era diventato difficile "coprire la posizione imbarazzante delle truppe nel paese". Lo scorso anno un articolo del People's Daily osservava che la sconfitta in Afghanistan, unita al deterioramento dei rapporti della NATO con la Russia e al fallimento dei tentativi compiuti a Bruxelles per assicurarsi un punto d'appoggio nell'Asia Centrale, ha impedito all'alleanza di realizzare il proprio obiettivo in base al quale il 2007 sarebbe dovuto essere l'anno della "trasformazione".

Secondo l'articolo, "l'influsso degli Stati Uniti nella NATO è diminuito e il ruolo transatlantico degli Stati Uniti sta diventando incerto. Si era sperato che il cambiamento di vertici in Germania, Francia e Gran Bretagna potesse iniettare nuova vitalità nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Ma è ancora difficile capire se la nuova 'troika' possa portare alla situazione ottimisticamente prevista da Washington".

I tre paesi - Russia, Cina e Iran - condividono apertamente l'interesse a verificare che la Shanghai Cooperation Organization e la Collective Security Treaty Organization abbiano un ruolo significativo nella stabilizzazione della situazione afghana. Nessuno dei tre paesi ha gradito il monopolio degli Stati Uniti (o della NATO) sulla soluzione del conflitto in una regione così importante per la loro sicurezza, anche se appoggiano la "guerra al terrore" in Afghanistan in quanto tale.

Chiaramente con l'assassinio di Bhutto e con il Pakistan sull'orlo dell'abisso, l'amministrazione Bush si trova di fronte alla possibilità che la strategia globale attorno alla "guerra al terrore" e all'"islamofascismo" vada a monte. Una facile via d'uscita consisterebbe nel convincere il Generale Kiani a diventare il "nuovo uomo di Washington in Pakistan", così che la caccia ad al-Qaeda possa continuare.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Originale da: http://atimes.com/atimes/South_Asia/JA05Df02.html

Articolo originale pubblicato il 4 gennaio 2008