mercoledì, febbraio 27, 2008

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo

Il vero retroscena dell'indipendenza del Kosovo
di Jeremy Scahill

Ultim'ora: L'amministrazione Bush ammette l'esistenza di una cosa chiamata diritto internazionale.

Com'era prevedibile, tuttavia, il diritto internazionale non viene invocato a proposito del campo di prigionia di Guantanamo, dell'esteso uso della tortura, dell'invasione e occupazione di paesi sovrani, delle consegne straordinarie. No, viene tirato fuori per condannare il governo serbo all'indomani dell'assalto all'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado in seguito al fulmineo riconoscimento da parte dell'amministrazione Bush della dichiarazione di indipendenza della provincia serba meridionale del Kosovo. Circa mille persone si sono staccate da una manifestazione di massa ampiamente pacifica nel centro di Belgrado e hanno preso di mira l'ambasciata. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel complesso, dove hanno appiccato il fuoco e sostituito la bandiera americana con quella serba.

Qui sono in gioco due importanti questioni. Una è la situazione del Kosovo (ci arriveremo tra poco), l'altra è l'attacco all'ambasciata degli Stati Uniti. Sì, il governo serbo aveva l'obbligo di proteggere l'ambasciata dall'irruzione. Se c'è stata in questo la complicità della polizia o delle autorità serbe, il problema è serio. Ma gli Stati Uniti hanno ben poca autorità morale non solo quando invocano il diritto internazionale (cosa che fanno solo quando conviene ai piani di Washington) ma quando lo invocano in merito agli assalti alle ambasciate di Belgrado.

"Sono indignato dall'attacco della folla contro l'ambasciata degli Stati Uniti a Belgrado", ha protestato Zalmay Khalilzad, ambasciatore americano alle Nazioni Unite. "L'ambasciata è territorio sovrano degli Stati Uniti. Il governo della Serbia ha la responsabilità, secondo il diritto internazionale, di proteggere gli edifici diplomatici, in particolare le ambasciate”. I suoi commenti sono stati riecheggiati da una sorta di annuario virtuale delle personalità dell'amministrazione Bill Clinton. Gente come Jamie Rubin, il vice dell'allora segretario di stato Madeleine Albright, uno dei principali artefici della politica statunitense nei confronti della Serbia. "È territorio sovrano degli Stati Uniti secondo il diritto internazionale", ha dichiarato Rubin. "Il fatto che la Serbia permetta a questi manifestanti di rompere le finestre e di fare irruzione nell'ambasciata americana è un segnale piuttosto drammatico". Hillary Clinton, il cui consorte orchestrò e guidò i 78 giorni di bombardamento della Serbia nel 1999, ha detto: "Tenderei molto aggressivamente a ritenere il governo serbo responsabile, con le sue forze di sicurezza, della protezione della nostra ambasciata. In base al diritto internazionale è tenuto a farlo".

Quello che è forse il crimine più grande commesso contro un'ambasciata nella storia della Jugoslavia non è stato perpetrato dai malvagi manifestanti serbi, ma dalle forze armate statunitensi.

Il 7 maggio del 1999, al culmine dei 78 giorni di bombardamento della Jugoslavia sotto il comando degli Stati Uniti e della NATO, gli Stati Uniti bombardarono l'ambasciata cinese a Belgrado uccidendo tre cittadini cinesi, due dei quali giornalisti, e ferendone altri 20. L'amministrazione Clinton in seguito disse che il bombardamento era stato il risultato di mappe approssimative fornite dalla CIA (vi ricorda qualcosa?). Pechino respinse quella spiegazione e disse che era stato intenzionale. Alla fine, sotto le pressioni della Cina, gli Stati Uniti si scusarono e pagarono 28 milioni di dollari di risarcimento alle famiglie delle vittime. Se gli Stati Uniti facessero sul serio a proposito del diritto internazionale e della protezione delle ambasciate, i responsabili di quel bombardamento sarebbero stati giudicati all'Aia insieme ad altri presunti criminali di guerra. Ma “criminale di guerra” è una definizione riservata a chi perde le guerre fomentate dagli Stati Uniti, non a chi è mandato da Washington a sganciare bombe umanitarie su un “territorio sovrano”.

Al di là dell'ovvia ipocrisia della condanna della Serbia da parte degli Stati Uniti e l'improvvisa ammissione che il diritto internazionale esiste, la storia del Kosovo è importante nel contesto della campagna elettorale attualmente in corso negli Stati Uniti. Forse più di ogni altro conflitto internazionale, la Jugoslavia ha definito la politica estera del presidente Bill Clinton. Sotto la sua amministrazione la Jugoslavia è stata distrutta, smantellata e frammentata in para-stati etnicamente puri. L'immediato riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush è stato la ciliegina sulla torta della distruzione della Jugoslavia, e Hillary Clinton vi ha aderito entusiasticamente. “Ho appoggiato l'indipendenza del Kosovo perché ritengo che sia imperativo continuare a promuovere l'indipendenza e la democrazia nel cuore dell'Europa”, ha detto la Clinton al recente dibattito dei democratici a Austin, nel Texas.

Alcuni giorni prima dell'assalto all'ambasciata di Belgrado, la Clinton ha elogiato la dichiarazione di indipendenza, riferendosi al Kosovo usando l'albanese “Kosova” e dicendo che l'indipendenza “permetterà al popolo del Kosova di vivere finalmente in un proprio stato democratico. Permetterà al Kosova e alla Serbia di lasciarsi alle spalle un capitolo difficile della loro storia e di andare avanti”. Ha poi aggiunto: “Voglio sottolineare la necessità di evitare qualsiasi forma di violenza o provocazioni nei giorni e nelle settimane che seguiranno”. Come sanno i più esperti osservatori della politica serba, c'erano poche cose che gli Stati Uniti potessero fare per alimentare la rabbia serba causata dalla dichiarazione di indipendenza – “provocazioni”, se volete – come far rilasciare a un leader politico di nome Clinton una dichiarazione che elogiasse l'indipendenza e si riferisse al Kosovo usando la denominazione albanese.

Durante la campagna elettorale la squadra Clinton ha presentato il Kosovo come un successo della politica estera statunitense, e Hillary Clinton ha criticato Bush per averci messo “così tanto per arrivare a questo momento storico”.

Forse qui serve davvero un po' di storia. Se il Kosovo è la sua idea di buona politica estera, questo la dice lunga sul tipo di presidente che Hillary Clinton si propone di essere. La realtà è che ci sono grandi somiglianze tra l'atteggiamento di Clinton nei confronti del Kosovo e l'atteggiamento di Bush nei confronti dell'Iraq.

Il 24 marzo del 1999 il presidente presidente Bill Clinton diede inizio a una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia destinata a durare 11 settimane. Come Bush con l'Iraq, Clinton non aveva il mandato delle Nazioni Unite (usò la NATO), e la sua cosiddetta “diplomazia” volta a evitare i bombardamenti era insincera e ingannevole. Proprio come Bush con l'Iraq.

Un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, l'amministrazione Clinton lanciò al presidente Slobodan Milošević un ultimatum da accettare incondizionatamente, pena il bombardamento del suo paese. Noto come l'accordo di Rambouillet, era un documento che nessun paese sovrano avrebbe mai accettato. Conteneva una disposizione che garantiva alle forze degli Stati Uniti e della NATO il “passaggio libero senza restrizioni e un accesso illimitato in tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia”, non solo nel Kosovo. Mirava inoltre ad assicurare alle forze di occupazione l'immunità “da ogni forma di arresto, inquisizione e detenzione da parte delle autorità della Repubblica Federale Jugoslava”e a garantire agli occupanti “l'uso di aeroporti, strade, ferrovie e porti senza il pagamento di dazi, tributi, pedaggi, tasse o spese determinati dal mero uso”. Inoltre fu detto a Milošević che avrebbe dovuto “concedere tutti i servizi di telecomunicazioni, inclusi i servizi di radiodiffusione, necessari all'Operazione, come determinato dalla Nato”. Analogamente al piano di Bush per l'Iraq, Rambouillet prescriveva che l'economia del Kosovo dovesse funzionare “in accordo con i principi del libero mercato”.

Non si è mai discusso di ciò che a Milošević fu chiesto di firmare. Il fatto che significasse la fine della sovranità del paese era una non-storia. La versione dominante degli ultimi nove anni, ripetuta questa settimana da William Cohen, segretario alla difesa di Clinton al tempo dei bombardamenti, è questa: “Abbiamo cercato di raggiungere una soluzione pacifica per quanto stava accadendo in Kosovo. E Slobodan a Milošević rifiutò”. Rifiutò la pace? Diciamo che invece fu così avventato da rifiutare una proposta alla Don Corleone. Washington sapeva che l'avrebbe respinta, ma doveva creare un'impressione di diplomazia per ottenere la “legittimazione” internazionale”.

E così sulla Serbia piovvero le bombe umanitarie. Tra le missioni: il bombardamento degli studi della Radio Televisione serba, dove un raid aereo uccise 16 dipendenti; le bombe a frammentazione sganciate sul mercato di Niš e la conseguente carneficina; un treno passeggeri colpito deliberatamente; l'uso di munizioni all'uranio impoverito; gli attacchi agli impianti petrolchimici, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche nel Danubio. E anche il bombardamento dei profughi albanesi, proprio quelli che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente dovuto proteggere.

Come Bush con le armi di distruzione di massa irachene prima dell'invasione statunitense, nel 1999 l'amministrazione Clinton lanciò con intenti propagandistici pesanti accuse sul livello di violenza presente in Kosovo. “Sono scomparsi circa 100.000 uomini in età militare... Potrebbero essere stati uccisi”, disse Cohen a cinque settimane dall'inizio dei bombardamenti. Disse che erano stati giustiziati circa 4600 kosovari, e aggiunse: “Sospetto che la cifra effettiva sia molto più alta”. Quei numeri erano completamente falsi. Alla fine le cifre furono sensibilmente ridimensionate, come ha osservato recentemente Justin Raimondo nella sua rubrica su Antiwar.com, da 100.000 a 50.000 a 10.000 e “a quel punto il Partito della Guerra ha smesso di parlare di numeri e si è limitato a celebrare la gloriosa vittoria degli 'interventi umanitari'”. Come risultò, “non ci fu alcun 'genocidio': lo stesso Tribunale Internazionale riferì che in Kosovo furono disseppelliti più di 2000 corpi di serbi, rom e kosovari, tutti ugualmente vittime di una perversa guerra civile nella quale siamo intervenuti al fianco dei kosovari. L'intera fantastica storia di un altro 'olocausto' nel cuore dell'Europa era un falso”, dice Raimondo.

In seguito all'invasione NATO del Kosovo nel giugno del 1999, gli Stati Uniti e i loro alleati si schierarono con la mafia, le bande criminali e i gruppi paramilitari albanesi che ripulirono sistematicamente il Kosovo di centinaia di migliaia di serbi, rom e altre minoranze etniche. Incendiarono abitazioni, negozi e chiese e misero in atto una campagna vergognosa per espellere a forza i non-albanesi dalla provincia. Nel frattempo gli Stati Uniti collaboravano con l'Esercito di Liberazione del Kosovo e contribuivano all'ascesa al potere di criminali di guerra. Oggi il Kosovo è diventato un crocevia del traffico di droga e di esseri umani e del crimine organizzato. In breve, è uno stato-mafia. È questa la “democrazia” che Hillary Clinton dichiara di voler “promuovere” nel cuore dell'Europa?

Non c'è voluto molto perché gli Stati Uniti cominciassero a costruire una gigantesca base militare, Camp Bondsteel, che è opportunamente situata in un'area di enorme interesse geopolitico per Washington. (Tra i servizi più bizzarri, Bondsteel offre anche corsi presso il centro educativo Laura Bush, massaggi thailandesi e tutta la spazzatura multinazionale che si possa mai desiderare). Nel novembre del 2005 Alvaro Gil-Robles, l'inviato per i diritti umani del Consiglio Europeo, ha descritto Bondsteel come “una versione più piccola di Guantanamo”. Oh, e Bondsteel è stata costruita dalla KBR, sussidiaria della Halliburton.

E qui c'è un aspetto interessante. Il governo serbo è ampiamente orientato verso l'Europa, non gli verso Stati Uniti. Il primo ministro, Vojislav Kostunica, è un conservatore isolazionista altrettanto poco entusiasta di una base militare statunitense sul suolo serbo quanto lo è Cuba con Gitmo. La sua accusa è che con il riconoscimento del Kosovo Washington sia stata “pronta a mettere in pericolo violentemente e senza alcuno scrupolo l'ordine internazionale per i propri interessi militari”. Per il governo del Kosovo indipendente, invece, Bondsteel non è un problema.

La Russia e alcune altre nazioni si stanno opponendo al riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, ma sono probabilmente destinate alla sconfitta. Tuttavia, le conseguenze di questa azione si faranno sentire per anni. “In Serbia abbiamo una situazione in cui gli Stati Uniti hanno imposto un'azione – la proclamazione di indipendenza da parte degli albanesi del Kosovo – che è una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale dopo la seconda guerra mondiale”, dice Robert Hayden, direttore del Centro per gli Studi sulla Russia e l'Europa dell'Est dell'Università di Pittsburgh. “I confini non si cambiano con la forza e senza consenso: questo principio è stato la principale giustificazione ufficiale dell'attacco statunitense del 1991 contro l'Iraq”.

E qui il cerchio si chiude. Il diritto internazionale ha valore solo quando conviene agli Stati Uniti. Lo stesso può dirsi degli “interventi umanitari”. E nonostante l'estremismo dell'amministrazione Bush questo non è affatto un fenomeno esclusivamente americano. In un mondo giusto ci sarebbe un intervento umanitario contro l'occupazione statunitense dell'Iraq – con le sue uccisioni indiscriminate di civili, le sue camere di tortura e le sue estese violazioni dei diritti umani. Un intervento del genere ci sarebbe sicuramente stato durante il massacro bipartisan, per mezzo di bombe e sanzioni, del popolo iracheno negli ultimi 18 anni. Ma questo è quello che accade, quando i poliziotti e i giudici sono i criminali. La politica statunitense ha sempre agito su un sistema vittima degna/vittima indegna, un sistema la cui prima preoccupazione non è mai quella di salvare le vittime. L'umanitarismo è la giustificazione ufficiale e raramente, se non mai, la motivazione primaria. Con l'Iraq Bush ricorse alla giustificazione umanitaria – la brutalità del regime di Saddam – solo quando le menzogne sulle armi di distruzione di massa furono apertamente smascherate. In Jugoslavia Clinton la usò fin dall'inizio. In entrambi i casi suonava insincera.

Se sei una vittima e condividi una geografia comune con gli interessi statunitensi, il diritto internazionale è dalla tua parte finché sarà conveniente. Altrimenti, be', è dura. Le Nazioni Unite, comunque, sono solo un club di discussione. Basta chiederlo alle decine di migliaia di curdi massacrati dai turchi con armi vendute loro dall'amministrazione Clinton negli anni Novanta. O ai palestinesi che vivono sotto la brutalità dell'occupazione israeliana. In alcuni casi le “vittime” che gli Stati Uniti dicono di voler proteggere finiscono a loro volta bombardate, come è successo alla fine degli anni Novanta quando le bombe “umanitarie” dell'amministrazione Clinton colpivano ogni tre giorni il nord e il sud dell'Iraq.

In un contesto più ampio, il rapido riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte dell'amministrazione Bush ci ricorda un fatto che ultimamente viene troppo spesso trascurato: l'impero è bipartisan, come lo sono le tattiche, la retorica e le bombe usate per difenderlo ed espanderlo.

Jeremy Scahill, giornalista indipendente, è l'autore del bestseller Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army. Può essere contattato all'indirizzo jeremy(AT)democracynow.org.

Articolo originale pubblicato il 23 febbraio 2008
Originale da: http://www.alternet.org/audits/77546/?page=1

domenica, febbraio 24, 2008

Christine Ockrent, la Voce della Francia

Christine Ockrent, la Voce della Francia

da Le Monde Diplomatique

traduzione di Andrej Andreevič

Nicolas Sarkozy ha annunciato il 20 febbraio la nomina di Christine Ockrent al posto di vice direttrice generale dell'Audiovisuel Extérieur Français ["Audiovisuel Extérieur Français" è il nome di una holding che raggruppa le varie partecipazioni statali francesi nelle catene radio e televisive diffuse internazionalmente, non la catena francofona in sè come erroneamente scritto precedentemente, ringrazio A. per la segnalazione N. d. T.]. Diretta dall'attuale presidente della catena televisiva d'informazione France 24, Alain de Pouzilhac, la futura holding, battezzata France Monde, riunirà le partecipazioni dello stato a Radio France Internationale (RFI), TV5Monde e France 24. La creazione della holding ha suscitato le vive proteste dei partner di TV5Monde in Belgio, Svizzera, Canada, Quebec e dall'Organizzazione Internazionale della Francofonia (Organisation internationale de la francophonie, OIF), che non sono state consultate. In Francia è soprattutto la decisione di affidare la direzione dell'informazione estera alla compagna del Ministro degli Affari Esteri Bernard Koucher che ha provocato una levata di scudi. Questo nuovo episodio ricorda la profonda consanguineità che esiste nel paese tra il mondo della politica, dei media e degli affari, e che si dimostra sempre più problematico.

***

Estratto da "L'opinion, ça se travaille…" - Les médias et les "guerres justes": Kosovo, Afghanistan, Irak, Agone, Marsiglia, 2006, di Serge Halimi e Dominique Vidal (con Henri Maler):

Durante la guerra del Kosovo la trasmissione quotidiana di attulità diffusa dalla catena televisiva pubblica statunitense Public Broadcasting Stations (PBS) invitò dei giornalisti europei per informare gli americani del sentimento dell'opinione pubblica dei loro paesi. Per la Francia questo ruolo fu affidato a Christine Ockrent. I passaggi che seguono permettono di rivelare le particolari disposizioni di certi giornalisti a esprimersi cone i portavoce (ufficiosi) dei loro governi e della "giusta causa" del momento. Interrogati da una nostro collega a Washington, uno dei responsabili del programma ha affermato di ignorare il fatto che Christine Ockrent all'epoca della guerra del Kosovo fosse la compagna di un membro del governo francese.

Lehrer Newshour, trasmissione del 21 aprile 1999
Margaret Warner: Possiamo osservare lo stesso sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica sia in Francia sia in Germania?
Christine Ockrent: Assolutamente Margaret. La grande maggioranza dei francesi approva l'intervento. Ma la proporzione tende a calare quando si parla dei dubbi sull'efficacia della strategia della NATO [la guerra aerea]. E, paradossalmente, più qiesta strategia è messa in discussione, più sostegno ha l'ipotesi di un intervento terrestre.
Margaret Warner: Signora Ockrent, può dirmi se, agli occhi dell'opinione pubblica francese, la credibilità della NATO è messa in discussione in questa operazione e se questa venga considerata molto importante in Francia?
Christine Ockrent: Si, certamente. Cos'è la NATO? La NATO è l'alleanza delle democrazie. Io penso che il consenso nel paese è che non possiamo permetterci di perdere. E' esattamente quello che il presidente Chirac ricorderà in televisione questa sera. Si tratta della battaglia della democrazia contro la tirannia e il totalitarismo.


Lehrer Newshour, trasmissione del 9 giugno 1999
Quel giorno i giornalisti europei discutevano degli sforzi in vista di un regolamento politico. In quel momento veniva firmato l'accordo di Kumanovo tra la NATO e lo stato maggiore dell'armata jugoslava.

Elizabeth Farnsworth: Signora Ockrent, se l'obiettivo era umanitario, la guerra è stata un fallimento, o no?
Christine Ockrent: Non sono d'accordo con lei. Io credo che l'obiettivo fosse umanitario e che la guerra sia stata vinta. Sì, abbiamo avuto un milione di rifugiati. Ma è meglio avere un milione di rifugiati che un milione di morti. E credo che ci si ricorderà di tutto questo pensando che, per la prima volta alla fine di questo secolo, le nostre nazioni democratiche si sono date il diritto di intervenire in uno stato sovrano per proteggervi e salvarvi una minoranza etnica.

Glossario per tempi di guerra
PROPAGANDA: rientra nella propaganda qualsiasi azione esercitata volontariamente sull'opinione al fine di spingerla a condividere certe idee o valori. La propaganda si appoggia spesso ai media.
MANIPOLAZIONE: divulgazione deliberatamente ingannevole di informazioni, destinate a orientare le scelte del destinatario di queste informazioni.
DISINFORMAZIONE: tecnica che consiste nel diffondere informazioni false, contraddittorie o eccessive in maniera da mascherare l'informazione reale.
Christine Ockrent, La Liberté de la presse (Les Essentiels, Milan, Toulouse, 1997, p. 4-5)


Originale:
http://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2008-02-21-Ockrent

domenica, febbraio 17, 2008

Schiavo del potere?

Schiavo del potere?
di Vilhelm Konnander

Durante la sua conferenza stampa annuale il presidente russo Vladimir Putin ha rivelato di non avere mai avuto la tentazione di correre per un terzo mandato. Fin dall'inizio aveva deciso che non avrebbe mai violato la costituzione russa, che fissa a due il numero massimo di mandati presidenziali consecutivi.
Come sempre a questa pseudo-notizia è stato dato grande risalto nei commenti dei media internazionali sulla conferenza stampa. Come si è già detto, il Cremlino è riuscito a tener vive per anni le speculazioni su un potenziale terzo mandato di Putin, e i media sono stati ben felici di esser presi all'amo. Il fatto che giornalisti non siano stati capaci di credere a Putin quando ha datto la sua parola testimonia il successo dei politecnologi nel manipolare ugualmente bene i media russi e quelli occidentali. Dovrebbe anche rappresentare un monito per l'opinione pubblica mondiale, che corre il rischio di essere ingannata a causa della parzialità e della miopia dei media internazionali a proposito della Russia.

Alla conferenza stampa Putin ha affermato: "In tutti questi anni ho faticato come uno schiavo nelle galere da mattina a sera, e l'ho fatto mettendoci tutte le mie forze". Molto probabilmente questa affermazione è del tutto sincera, ed è anche in linea con ciò che Putin ha ripetuto in passato. La gente del Cremlino, inoltre, non ha fatto mistero del fatto che il presidente russo negli ultimi anni era molto stanco e sentiva il peso dei propri doveri. Dunque nel caso di Putin essere schiavo del potere non significa avere una fissazione per il potere, ma essere schiavo dei propri doveri. Eppure i media non sono riusciti a capirlo.

A volte è spaventoso accorgersi di come sia mediocre la conoscenza della Russia che possiedono i giornalisti occidentali, che continuano a non capire neanche i fatti fondamentali. Per esempio, lo scorso martedì la BBC si è occupata dell'incontro tra il presidente ucraino Jušenko e Putin a Mosca. Con malcelata indignazione, il giornalista così commentava la prevista partecipazione di Putin alla conferenza della NATO che si terrà in aprile a Bucarest: "Putin non sarà più presidente della Russia, in aprile. Le elezioni per il suo successore si terranno il prossimo mese". Si suggerisce così che Putin e la sua cricca non sanno quando si concluderà il suo mandato presidenziale o che se ne fregano, visto che le cose non cambieranno comunque. Be', ho una notizia per la BBC: il secondo mandato di Putin è cominciato nel maggio del 2004, il che significa che ha il diritto costituzionale di restare in carica per gli interi quattro anni del suo mandato, cioè fino a maggio di quest'anno. Che Putin intenda esercitare i propri poteri presidenziali al massimo e fino all'ultimo minuto è chiaro anche dalle sue dichiarazioni. Eppure, non si può fare a meno di rammaricarsi quando neanche la BBC riesce a interpretare correttamente alcuni fatti basilari.

Il rischio è che si perda un'informazione buona e oggettiva sugli sviluppi in Russia. Mentre la situazione sta diventando sempre più grave e complessa in molti campi della politica e della società, l'informazione giornalistica si fa sempre più tendenziosa e incline ai pregiudizi. Più le cose peggiorano, più c'è bisogno di integrità e professionalità. Altrimenti non solo l'opinione pubblica verrà tratta in inganno, ma perfino i leader mondiali potrebbero finire per basare le proprie decisioni in merito alla Russia su una cattiva informazione o immagini fuorvianti. Riuscire a capire i fatti fondamentali contribuirebbe a cambiare le proprie valutazioni e riuscire meglio ad affrontare le sfide future. Queste sfide sono grandi, e la più grande consiste nel fare i conti con il mito della Russia come grande potenza riemergente. Ma finché non riusciremo a vedere la realtà per quello che è, e finché non sfidiamo i nostri stessi pregiudizi, continueremo a vivere in un mondo di illusioni sulla Russia.

Link: http://vilhelmkonnander.blogspot.com/2008/02/slave-for-power.html

sabato, febbraio 09, 2008

Censura 'legale' nell'informazione italiana: il caso di Paolo Barnard

CENSURA 'LEGALE'
Lettera di Paolo Rossi Barnard

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.

Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l'operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla."(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)

Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)

mercoledì, febbraio 06, 2008

La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente

La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente

di Mahdi Darius Nazemroaya

Il ruolo della NATO nel teatro di guerra mediorientale
La NATO è il pugno di ferro dell'America, della Gran Bretagna, della Francia e della Germania. Queste quattro nazioni occidentali sono i pilastri della NATO.

Dopo la fine della Guerra Fredda la NATO è diventata uno strumento di sostegno agli obiettivi di politica estera e di sicurezza anglo-americani e franco-tedeschi. Pur esistendo delle differenze all'interno della NATO, gli interessi degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di Israele - che dal 2005 è membro de facto della NATO - sono interconnessi all'interno dell'alleanza militare atlantica.

Sono due le aree del Medio Oriente militarizzate da potenze straniere: il Golfo Persico e il Levante.
A tale proposito, in Medio Oriente a partire dalla fine degli anni Settanta ci sono state due distinte fasi di militarizzazione: la prima chiaramente anglo-americana e risalente alla Guerra tra l'Iran e l'Iraq, la seconda un impegno congiunto della NATO con Francia e Germania come protagonisti in ruoli chiave.
Anche se il processo di militarizzazione del Levante è cominciato dopo la seconda guerra mondiale con la fondazione dello Stato Israele, il ruolo della NATO in questo processo si è delineato a partire dalla "Guerra globale al terrore" del 2001.

Parigi e Berlino rivelano il proprio ruolo nella "Guerra globale al terrore"
L'Unione Europea, guidata da Francia e Germania, ha attivamente supportato la politica estera anglo-americana fin dagli esordi della "Guerra globale al terrore". La conseguenza è stata la costante espansione del coinvolgimento della NATO nel Medio Oriente e in Asia Centrale.

Sia la NATO che Israele sono destinati ad assumersi grandi responsabilità nei prossimi eventuali conflitti regionali con l'Iran e la Siria. È evidente dal posizionamento delle truppe e delle navi da guerra della NATO in Medio Oriente, Afghanistan e ai confini con l'Iran e la Siria.

L'Iniziativa Araba di Pace del 2002: intrappolare i palestinesi alla Mecca e per mezzo di una frattura Gaza-Cisgiordania
Per quanto riguarda la Palestina, la catena di eventi che verranno discussi porterà ad Annapolis. Questi eventi hanno inizio con l'Iniziativa Araba di Pace del 2002 che fu proposta dall'Arabia Saudita a Beirut durante una conferenza della Lega Araba in Libano. La Conferenza di Annapolis è stata solo una risposta stravagante alla ben congegnata proposta saudita, che di fatto fu passata ai sauditi da Londra e Washington nel 2002 come parte del loro piano d'azione per il Medio Oriente.

Per capire dove la strada pubblicizzata ad Annapolis conduca i palestinesi e il Levante bisogna anche capire cosa è accaduto in Palestina dal 2001. Per arrivare ad Annapolis bisogna riconoscere quello che è successo tra Hamas e Fatah, il calcolato inganno dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati in Medio Oriente e sul litorale mediterraneo.

Innanzitutto l'America e l'Unione Europea si sono rese conto che Fatah non rappresentava la volontà popolare della nazione palestinese e che altri partiti politici palestinesi le avrebbero sottratto il potere. Questo era un problema per Israele, Unione Europea e America perché avevano bisogno dei leader corrotti di Fatah per realizzare i propri obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi, nel Mediterraneo Orientale e in Medio Oriente.
Nel 2005 il Dipartimento di Stato americano, la Casa Bianca e Israele cominciarono a prepararsi a una vittoria di Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Così fu messa a punto una strategia per neutralizzare non solo Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza palestinese agli obiettivi stranieri che hanno tenuto in ostaggio il popolo palestinese fin dalla "Nakba".

Israele, l'America e i loro alleati, che comprendevano l'Unione Europea, erano consapevoli del fatto che Hamas non avrebbe mai accettato quello che Washington aveva in mente per i palestinesi e per il Medio Oriente. In parole semplici, Hamas si sarebbe opposto al Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" e a quello che sarebbe stato uno dei suoi esiti nel Levante, e cioè l'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002 era una strada verso la materializzazione del "Nuovo Medio Oriente" e dell'Unione Mediterranea.

Mentre i sauditi recitavano il loro ruolo nel "Nuovo Medio Oriente" americano, Fatah veniva per così dire manipolata e manovrata contro Hamas, così da rendere necessaria un'intesa tra Hamas e Fatah. Ciò fu anche fatto sapendo che la prima reazione di Hamas come partito di governo palestinese sarebbe stata mantenere l'integrità dell'unità palestinese. Ed è qui che rientra in gioco l'Arabia Saudita, organizzando l'Accordo della Mecca. L'Arabia Saudita non aveva concesso ad Hamas alcun riconoscimento diplomatico prima dell'Accordo della Mecca.

L'Accordo della Mecca fu un imbroglio e una trappola per Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo palestinese d'unità nazionale non erano destinati a durare, dato che Hamas era stato convinto con l'inganno a firmare l'intesa della Mecca. L'Accordo della Mecca serviva a legittimare quello che sarebbe successo in seguito, una piccola guerra civile a Gaza.
Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi di Fatah guidati da Mohammed Dahlan (sotto la supervisione del generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e da Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese di Hamas.

Esistevano probabilmente due piani, uno per il possibile successo elettorale di Fatah e l'altro in caso di fallimento (ben più probabile) di Fatah. Il secondo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal primo ministro Haniyeh e Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e Fatah. Mahmoud Abbas e i suoi soci sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese parallelo in Cisgiordania. [1]

L'Accordo della Mecca permise efficacemente a Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Visto che dopo l'Accordo della Mecca era stato creato un governo d'unità nazionale, un ritiro di Fatah dal governo servì a definire il governo di Hamas come illegittimo. Questo mentre i nuovi combattimenti a Gaza rendevano impraticabili nuove elezioni palestinesi. Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter reclamare la legittimità del suo governo in Cisgiordania, governo che sarebbe stato visto da tutto il mondo per quello che era, cioè un regime illegittimo. Non è una coincidenza neanche che l'uomo scelto per guidare il governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex dipendente della Banca Mondiale.
Con Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, si preparò il terreno per due cose: la proposta di schierare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [2]

La Conferenza di Pace di Annapolis: presagio di eventi a venire
Secondo Al Jazeera, prima della Conferenza di Annapolis furono firmate delle bozze di intesa tra Mahmoud Abbas e Israele (chiamate Accordo di Principio) che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare quando alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione.
Gli accordi sollecitavano anche l'integrazione delle economie del Mondo Arabo con Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle in Bosnia e Kosovo, per supervisionare e implementare questi accordi nei Territori Palestinesi. Questo spiega anche perché ci fosse bisogno di neutralizzare Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

Ed è qui che rientrano in scena la Francia, l'Unione Europea e la creazione di un'Unione Mediterranea. Per anni, già prima della "Guerra globale al terrore", Parigi aveva chiesto che un contingente di truppe dell'Unione Europea o della NATO fosse posizionato in Libano e nei Territori Palestinesi. I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su quello che è stato programmato per le loro terre.

Il 19 febbraio 2004 Dominique de Villepin dichiarò che dopo l'uscita degli israeliani da Gaza vi sarebbero state mandate delle truppe e una conferenza internazionale avrebbe legittimato la loto presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per un Grande Medio Oriente o "Nuovo Medio Oriente". [3] Questa dichiarazione fu fatta prima che Hamas andasse al governo e prima dell'Accordo di Principio tra Mahmoud Abbas e Israele. Veniva però dopo l'Iniziativa Araba proposta dai sauditi.
È chiaro che gli eventi attuali in Medio Oriente rientrano in un piano militare tracciato prima della "Guerra globale al terrore".

Questo ci porta alla proposta di un'Unione Mediterranea avanzata da Nicolas Sarkozy. L'integrazione dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverebbe ulteriormente la rete di relazioni globali stretta dagli agenti del Washington Consensus. L'Iniziativa Araba di Pace proposta dai sauditi, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi nella creazione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il Progetto per il "Nuovo Medio Oriente" e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea attraverso l'Unione Mediterranea. La presenza di truppe della NATO e dell'Unione Europea in Libano fa anch'essa parte di questo obiettivo.

Déjà Vu libanese: internazionalizzazione della Striscia di Gaza da parte della NATO?
Ci sono ampie prove del fatto che la guerra del 2006 di Israele contro il Libano fu pianificata da Israele, gli Stati Uniti e la NATO. [4]
Dopo avere schierato le proprie truppe in Libano nel 2006 sotto le insegne dell'UNIFIL, la NATO si preparava anche a entrare nella Striscia di Gaza. In coincidenza con la guerra del 2006 in Libano, Israele doveva lanciare una vasta campagna contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Le autorità israeliane dicevano che dopo i combattimenti tra l'esercito israeliano e i palestinesi la NATO sarebbe entrata a Gaza. Avigdor Lieberman, l'ex ministro israeliano per gli affari strategici, vedeva la Striscia di Gaza come il prossimo obiettivo delle "operazioni di peacekeeping" della NATO. Avigdor Lieberman all'epoca era anche vice primo ministro di Israele.

Lieberman arrivò a dire, in presenza di Condoleezza Rice e di ufficiali statunitensi, che un'operazione militare contro i palestinesi nella Striscia di Gaza era "inevitabile" e che "il risultato di una tale azione sarebbe stato l'ingresso di 30.000 uomini della NATO da posizionare a Gaza" per prevenire un'ulteriore riarmo [palestinese]. [5] Amir Peretz, mentre ricopriva la carica di ministro della difesa, ha affermato nel marzo del 2007 che l'esercito israeliano aveva l'autorizzazione per compiere nuove operazioni militari nella Striscia di Gaza. [6]

I combattimenti previsti dalle autorità e dai comandanti israeliani hanno avuto luogo, ma non subito tra israeliani e palestinesi. Il conflitto si è scatenato tra i palestinesi di Gaza, dopo di che cominciarono le operazioni israeliane. Gli israeliani non fecero che subappaltare il lavoro sporco ai collaborazionisti palestinesi di Gaza, come Mohammed Dahlan. Anche gli appelli per ché la situazione a Gaza si internazionalizzasse come era successo in Libano, furono subappaltati a collaborazionisti palestinesi. Mahmoud Abbas, capo di Fatah, ha seguito diligentemente il copione di Stati Uniti e Israele.


Israele: il braccio de facto della NATO
"L'obiettivo di Israele in termini di diplomazia e di sicurezza... deve essere chiaro: aderire alla NATO ed entrare nell'Unione Europea".
Avigdor Lieberman, ministro israeliano per gli affari strategici

Israele ha creato un accordo di cooperazione militare ad alto livello con la NATO. Avigdor Lieberman ha dichiarato che Israele si prepara a diventare un avamposto dell'Unione Europea e membro formale della NATO. [7] L'ex ministro israeliano è riuscito anche a gestire contatti ad alto livello tra Israele e la NATO e il dossier di guerra iraniano. Si è impegnato con gli Stati Uniti e la NATO in merito al coordinamento dei preparativi di guerra contro Siria e Iran.
Sin dalla fondazione dello Stato Ebraico, Israele è stato percepito come un avamposto del cosiddetto "Occidente" e dei suoi interessi nel Medio Oriente e nel Mondo Arabo. Israele è membro attivo dell'Operazione NATO Active Endeavour nel Mediterraneo Orientale. Benché Israele non sia membro della NATO, insieme alla Turchia costituisce la spina dorsale della forza NATO nel Medio Oriente. Sia la Turchia che Israele sono destinati ad assumere importanti ruoli militari nella regione del Mediterraneo.

Verso la fine del 2007 Israele ha cominciato a dichiarare di aver ricevuto il "via libera" degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e del loro corpo militare comune, la NATO, per lanciare un attacco contro l'Iran. Questo innescherebbe una guerra di vasta portata in Medio Oriente. L'esercito israeliano si è addestrato costantemente e le sue truppe hanno ricevuto dai loro superiori l'ordine di tenersi pronte per una "guerra a tutti gli effetti".

Creare barriere nei Territori Palestinesi: mosse calcolate in vista del futuro?
Molti in Palestina e in Israele hanno paragonato la Striscia di Gaza a un grande centro di detenzione o prigione. I movimenti sono limitati, il diritto alla mobilità violato, e l'intera aera è circondata da barriere e filo spinato. Alcune parti sono ancora occupate dai soldati israeliani e usate come zone di rispetto.

La Cisgiordania è un'area vasta se paragonata alla Striscia di Gaza. La Striscia di Gaza è una frazione delle dimensioni della Cisgiordania. Ha una superficie totale di circa 360 kmq e un confine di 51 km con Israele. La Cisgiordania invece ha una superficie totale ufficiale di 5949 kmq. Per l'esercito israeliano è molto più facile controllare o sigillare i confini di Gaza che la Cisgiordania. Dal punto di vista del personale civile e militare israeliano vale la stessa considerazione. Anche in questo senso sigillare e gestire Gaza sarebbe la soluzione più facile.

In Cisgiordania sarà Fatah con l'aiuto delle truppe straniere a essere usata per contenere i combattenti palestinesi nell'eventualità di una più ampia guerra in Medio Oriente. L'internazionalizzazione della situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania con l'apporto di truppe straniere della NATO e dei paesi arabi può essere anche vista come parte di un tentativo di creare una barriera militare per Israele.

Gabi Ashkenazi, un generale israeliano di origini bulgare e siriane, con esperienza sul campo in Libano come supervisore dell'Esercito del Libano del Sud, è subentrato a Daniel Halutz al comando dell'esercito israeliano. Ashkenazi era stato incaricato di costruire la barriera, che è stata spesso definita "Muro dell'Apartheid", tra la Cisgiordania e Israele. Anche se non è stato completato, nell'eventualità di una guerra nella regione il Muro dell'Apartheid impedirebbe ai palestinesi di attraversare la Cisgiordania e combattere contro le forze israeliane.

Creare ulteriori barriere tra il Libano e Israele
L'UNIFIL post-2006 dislocata nel Sud del Libano dopo il bombardamento israeliano del Libano non è l'UNIFIL pre-2006. È un'entità più efficace dal punto di vista bellico e si presta anch'essa a essere usata come scudo per Israele contro i libanesi in caso di guerra regionale scatenata da Israele.

Un'altro aspetto importante è che durante la guerra del 2006 l'esercito israeliano ha disseminato nel Libano del Sud circa tre milioni (o più) di bombe a grappolo fornite dagli americani. Appare estremamente sospetta e sinistra la fretta israeliana di saturare il Libano del Sud di queste bombe a grappolo quando gli attacchi del 2006 contro il Libano si stavano concludendo. La geografia del Libano del Sud fornisce una spiegazione parziale: è la regione del Libano che confina con Israele.

L'inondazione di bombe a grappolo israeliane nel Libano del Sud è stata una mossa calcolata per creare un'ulteriore barriera rispetto a potenziali nemici in una futura guerra in Medio Oriente. Queste bombe sono diventate praticamente delle mine che impediranno a un'ondata di combattenti libanesi di entrare in Israele in caso di guerra contro Iran, Siria, palestinesi e Libano.

Scenario di guerra regionale: i preparativi israeliani per una rappresaglia missilistica
Il Progetto per un "Nuovo Medio Oriente" avrà un prezzo alto, e quel prezzo sarà la guerra. La militarizzazione della Striscia di Gaza ha una logica complessa ed è collegata ai preparativi per un conflitto mediorientale più vasto. Il dispiegamento di truppe straniere nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania, come nel Libano, e l'isolamento della Cisgiordania per mezzo del Muro servono anch'essi allo scopo di tenere a bada i palestinesi se in Medio Oriente dovesse scoppiare una guerra più vasta tra Israele, l'America, e la NATO da una parte e la Siria, l'Iran e i loro alleati dall'altra.

La logica di questa analisi si basa sul fatto che una guerra contro Iran e Siria ridurrebbe e indebolirebbe l'esercito israeliano: i missili balistici israeliani lascerebbero esposte le forze israeliane, e i vari gruppi di resistenza palestinesi lo sanno bene. Se scoppiasse una guerra tra Israele e Iran e Siria, nei Territori i palestinesi si ritroverebbero quasi sullo stesso piano degli israeliani dal punto di vista militare. La dinamica del conflitto tra Israele e i palestinesi cambierebbe nel giro di poche ore.

Le divisioni tra i libanesi e i palestinesi ostacolerebbero l'efficacia di uno sforzo militare combinato contro Israele in caso di vasta guerra regionale. La situazione è la stessa dell'Iraq: più gli iracheni sono divisi, più le loro azioni militari contro le forze di occupazione risultano indebolite. In Iraq si è ripetuta la Nakba. Non ci si deve ingannare al riguardo: le occupazioni della Palestina e dell'Iraq hanno gli stessi artefici e le stesse caratteristiche. Il Bilad Al-Sham, l'Iraq e i loro popoli condividono la stessa fonte di sofferenza.

Esiste un collegamento tra le aperture a una Nazione Palestinese e la guerra?
"La guerra che noi [Israele] facciamo in Medio oriente non è solo una guerra dello Stato di Israele (...) e noi [Israele] siamo in prima linea".
Avigdor Lieberman, ministro per gli affari strategici.

In seguito all'assassinio di Hariri la Francia e la Germania sono diventate più attive nel valzer diplomatico mediorientale. Le risorse franco-tedesche sono perfettamente attive e allineate con gli interessi anglo-americani sul fronte diplomatico. Prima di recarsi in visita di stato in Egitto, il Cancelliere Angela Merkel ha dichiarato che la Germania e l'Unione Europea avrebbero riavviato il processo di pace arabo-israeliano. [8] I diplomatici franco-tedeschi e l'Unione Europea hanno inoltre armonizzato le loro azioni con l'Arabia Saudita per rabbonire i palestinesi. [9]

Si possono tracciare molti parallelismi tra la marcia verso la guerra in Iraq del 2002 e del 2003 e l'attuale marcia verso la guerra contro la Siria e l'Iran. Uno di questi parallelismi è l'iniziativa della Casa Bianca di resuscitare un cosiddetto "processo di pace arabo-israeliano" e contribuire a instaurare uno Stato Palestinese indipendente prima dell'invasione anglo-americana dell'Iraq.
C'è un forte legame tra le guerre americane in Medio Oriente e le aperture a uno stato palestinese tra gli arabi, Gli Accordi di Oslo erano anch'essi collegati alla sconfitta dell'Iraq nella Guerra del Golfo del 1991. È per questo che durante il suo viaggio presidenziale in Medio Oriente e la sua visita in Israele George W. Bush Jr. ha parlato più della minaccia dell'Iran che di pace?
Una delle ragioni delle dichiarazioni di facciata a favore di uno stato palestinese era assicurarsi che nessuno dei governi clienti del mondo arabo potesse essere rovesciato da una rivolta delle popolazioni arabe. La Questione Palestinese e l'appoggio ai palestinesi è un argomento che può conquistare o far perdere i favori del Mondo Arabo e di molte popolazioni musulmane. L'idea è che finché c'è un temporaneo silenzio sul fronte palestinese si possono aprire nuovi fronti senza il timore di creare pericolose sollevazioni in Medio Oriente e altrove.

Le consultazioni NATO-Israele al Quartier Generale della NATO a Bruxelles
Sta emergendo uno schema coerente per quanto riguarda la NATO, il Mediterraneo Orientale e la "Guerra globale al terrore". Alla fine di giugno del 2007 al Quartier Generale della NATO a Bruxelles si sono svolti incontri ufficiali ad alto livello tra Avigdor Lieberman e altre autorità israeliane e rappresentanti della NATO. [10] Il vice segretario generale della NATO, l'italiano Alessandro Minuto Rizzo, e una delegazione israeliana guidata da Avigdor Lieberman hanno discusso l'impiego anticipato di unità e forze della NATO nella Striscia di Gaza. [11]

Il vice segretario generale della NATO e gli israeliani hanno anche discusso il dispiegamento di una forza internazionale a Gaza per mantenere l'ordine e impedire ai palestinesi di armarsi. [12] Durante gli incontri si è anche discusso dell'Iran e delle difese aree di Israele, e dell'approfondimento della cooperazione in materia di intelligence tra la NATO e Israele. [13] Al ritorno da questi incontri in Europa Occidentale Avigdor Lieberman ha dichiarato alla radio israeliana che gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO avevano dato a Israele il "via libera" per iniziare una guerra in Medio Oriente lanciando in un dato momento un attacco contro l'Iran. [14]


Nel 2007 la NATO ha dato a Israele il "via libera" per dare il via a una guerra contro l'Iran
"L'Iran è un paese complesso e non sembra che Israele abbia la forza per contrastarlo [sfidarlo]"
Javier Solana, alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e di sicurezza ed ex segretario generale della NATO (Der Tagesspiegel)

Al ritorno dal suo viaggio in Europa Occidentale, dove aveva conferito con il Quartier Generale della NATO, l'ex ministro israeliano per gli affari strategici, Avigdor Lieberman, ha dichiarato agli inizi di luglio del 2007 che aveva ricevuto la tacita benedizione dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e della NATO per lanciare un attacco militare israeliano contro l'Iran. "Se diamo il via a operazioni militari esclusivamente contro l'Iran, l'Europa e gli Stati Uniti ci appoggeranno", ha detto Avigdor Lieberman alla Radio dell'Esercito, in un messaggio indirizzato ai militari israeliani, dopo il viaggio in Europa e gli incontri con le autorità dell'Unione Europea, lo spagnolo José María Aznar, e il vice segretario generale della NATO.

Avigdor Lieberman ha detto anche che a causa delle guerre in Afghanistan e in Iraq gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati europei non erano in grado di dare il via a una guerra contro l'Iran e i suoi alleati, ma erano disposti a permettere a Israele di attaccare l'Iran.
Avigdor Lieberman ha anche affermato che gli Stati Uniti e la NATO sarebbero intervenuti al fianco di Israele quando la guerra contro l'Iran e i suoi alleati fosse cominciata. Il messaggio della NATO e dell'Unione Europea a Lieberman era che Israele dovesse "prevenire da solo la minaccia", il che significa che Israele doveva lanciare la guerra contro l'Iran e i suoi alleati nella regione. [15]

Israele avrà la protezione della NATO in uno scenario di guerra con l'Iran e la Siria
"Il modo migliore per fornire a Israele quell'ulteriore sicurezza è migliorare la sua relazione con il braccio collettivo [di difesa] dell'Occidente: la NATO. Si può poi discutere se quella relazione debba culminare nell'ingresso di Israele nell'alleanza o diventare semplicemente una collaborazione più stretta sul piano operativo e strategico. Dopo tutto una classica garanzia di sicurezza richiede confini chiari e riconosciuti da difendere, cosa che attualmente Israele non possiede. La configurazione di una relazione potenziata tra Israele e la NATO richiederà un'attenta diplomazia e pianificazione".
Ronald D. Asmus, direttore esecutivo del Transatlantic Center del German Marshall Fund a Bruxelles (21 febbraio 2006)

Israele non è in grado di sfidare militarmente l'Iran. Militarmente l'Iran gli è superiore, al di là di ogni illusione sulla forza israeliana. Tel Aviv si limiterà a lanciare una guerra contro l'Iran, se gli Stati Uniti e la NATO l'affiancheranno nelle operazioni militari.

In un tale scenario gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO si schiereranno immediatamente o quasi al fianco di Israele, come ha detto Avigdor Lieberman.
Si tratta di un piano premeditato. I capi della NATO diranno ai loro cittadini che Israele è stato costretto ad attaccare l'Iran per paura e per il proprio "diritto a esistere". Poi si schiereranno con Israele. Andrebbe detto anche che quando il "diritto a esistere" di un organismo priva del "diritto a esistere" tutti gli organismi circostanti, esso diviene una minaccia al pari di un cancro.

Nel marzo del 2006 in Gran Bretagna si è saputo i capi della NATO avevano accennato al proprio ruolo in un attacco di Israele e Stati Uniti contro l'Iran.
Sarah Baxter e Uzi Mahnaimi hanno riferito che il generale Axel Tüttelmann, comandante della Airborne Early Warning and Control Force (AWAC), aveva assicurato alle autorità israeliane che la NATO avrebbe partecipato a una futura campagna contro gli iraniani. [16]
"I commenti di Tüttelmann hanno rivelato che l'alleanza militare [la NATO] potrebbe svolgere un ruolo di supporto se l'America [e Israele] lanciasse degli attacchi aerei". L'articolo rivelava anche che il generale stava presentando agli israeliani l'aereo di sorveglianza e allerta AWAC. [17] La presentazione degli aerei di sorveglianza della NATO suggerisce l'esistenza di preparativi di guerra congiunti Israele-NATO.

L'analista Patrick Cronin dell'International Institute for Strategic Studies ha dichiarato nel 2007 al Guardian (U.K.) che se Israele insisteva a colpire l'Iran gli Stati Uniti avrebbero dovuto ricorrere ad "azioni decisive", insinuando che l'America sarebbe entrata in guerra a fianco di Israele in un conflitto innescato da quest'ultimo. [18]

Israele si impegna a creare un clima strategico: ma per conto di chi?
Napoleone Bonaparte disse: "Non si deve permettere che gli incidenti internazionali plasmino la politica estera, è la politica estera che deve plasmare gli incidenti internazionali". A prescindere dal giudizio su questa figura storica, Bonaparte era un genio strategico e un grande statista. Nella sua vita l'ufficiale corso riuscì a diventare generale e imperatore di Francia, Re d'Italia, Protettore della Confederazione del Reno e Mediatore della Confederazione Elvetica. Le sue campagne lo portarono dalle Piramidi egiziane e dalle colline iberiche fino alla Polonia e a Mosca. Era un uomo di intelletto che conosceva molto bene le dinamiche delle relazioni internazionali e la politica degli incidenti.

Se Napoleone Bonaparte fosse ancora vivo non si sorprenderebbe degli eventi in corso sullo scenario mondiale, specialmente in Medio Oriente. Oggi la politica estera sta ancora plasmando gli incidenti internazionali. Israele è un'entità bellicosa che cerca di scolpire e plasmare il proprio ambiente strategico.

Se gli Stati Uniti o la Gran Bretagna prendessero l'iniziativa di un'altra guerra, i loro capi politici dovrebbero affrontare la violenta opposizione dell'opinione pubblica, che finirebbe per minacciare il sistema politico anglo-americano e perfino creare instabilità interna. Ma se a iniziare una guerra fosse Israele la situazione sarebbe completamente diversa.
Se Israele lanciasse una guerra con il pretesto di difendersi da una crescente minaccia iraniana, gli Stati Uniti e la NATO interverrebbero per "proteggere Israele” dalle rappresaglie iraniane senza dare l'impressione di aver dato il via a un'altra guerra internazionale illegittima.
La colpa della guerra verrebbe attribuita a Israele più che all'amministrazione USA o al suo indefettibile alleato britannico. I leader politici occidentali direbbero che è un loro dovere nazionale proteggere Israele nonostante abbia infranto le leggi internazionali.

Armageddon nucleare in Medio Oriente: Israele userà le armi nucleari contro il Mondo Arabo e l'Iran?
Secondo Norman Podhoretz, una delle cosiddette forze intellettuali che stanno dietro la politica estera dell'amministrazione Bush Jr., nel numero di febbraio 2008 di Commentary Magazine, "La sola alternativa che mi sembrava anche solo remotamente plausibile era che [George W. Bush Jr.] affidasse il compito [di lanciare una guerra contro l'Iran] all'esterno, agli israeliani".
Non solo Podhoretz ha suggerito di convincere Tel Aviv ad attaccare l'Iran per conto degli Stati Uniti, ma ha anche detto che una guerra nucleare in Medio Oriente tra israeliani e iraniani è inevitabile a meno che non si bombardi l'Iran. E questo malgrado il fatto che il programma nucleare iraniano sia stato certificato come pacifico dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Basandosi sugli studi di Anthony Cordesman, Podhoretz ha anche avanzato l'idea che Israele dovrà eliminare i suoi vicini arabi, come l'Egitto e la Siria (anche se alleati di Israele e in pace con esso come l'Egitto).
Per usare le parole di Podhoretz: "Nel macabro scenario tracciato da Cordesman morirebbero decine di milioni di persone, ma Israele - anche con una popolazione civile decimata e le sue principali città distrutte - sopravviverebbe, seppure a stento, come società funzionante. Non così l'Iran, né i suoi '[vicini] arabi', in particolare Egitto e Siria, che secondo Cordesman Israele dovebbe attaccare per 'assicurarsi che nessuna altra potenza possa trarre vantaggio da un attacco iraniano'. Inoltre Israele per disperazione potrebbe mirare ai pozzi petroliferi, alle raffinerie e ai porti del Golfo [Persico]".

Déjà vu Osirik/Osiriq: si prepara un attacco israeliano contro l'Iran?
Va notato che Pervez Musharraf ha cominciato un viaggio in Europa nella stessa finestra temporale dei viaggi presidenziali del presidente americano e di Nicolas Sarzoky in Medio Oriente e delle dimissioni di Avigdor Lieberman dal governo israeliano. [19] Lo scopo del viaggio di Musharraf è di coordinarsi con l'Unione Europea e la NATO a Bruxelles, e di recarsi in visita di stato in Francia, Gran Bretagna e Svizzera. [20] Il viaggio di Musharraf avviene mentre il Pakistan attraversa una grave crisi politica e alla vigilia delle dichiarazioni di guerra israeliane nei confronti dell'Iran.
Anche il segretario generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer, ha visitato gli Emirati Arabi poco tempo dopo i viaggi di George W. Bush Jr. e Nicolas Sarkozy; de Hoop Scheffer ha detto ai suoi ospiti ad Abu Dhabi che la NATO avrebbe operato nel Golfo Persico per contenere l'Iran. [21] Il segretario generale della NATO ha anche definito l'Iran una minaccia sia per il Consiglio di Cooperazione del Golfo sia per i membri della NATO. Il viaggio e le dichiarazioni del segretario generale de Hoop Scheffer sono in linea con i piani anglo-americani e franco-tedeschi per il Medio Oriente e l'Iran. Mentre si trovava negli Emirati Arabi il segretario generale della NATO ha anche accennato che la NATO sarebbe intervenuta nel conflitto arabo-israeliano, che come si è osservato è in preparazione da anni. [22]

Dichiarazioni allarmanti sull'intenzione di Tel Aviv di attaccare l'Iran si sono ripetute fin dal 2004 e si sono fatte più forti. All'ultima Conferenza di Herzliya, una conferenza annuale sulla sicurezza nazionale in Israele, John Bolton ha incoraggiato Tel Aviv a bombardare l'Iran citando l'attacco aereo israeliano del settembre 2007 contro la Siria come precedente per un altro attacco. [23] Ironicamente, alla fine di gennaio 2008 Ehud Barak ha cominciato a dire che l'Iran è nelle fasi finali della fabbricazione di testate nucleari, proprio mentre il governo israeliano annunciava il successo di missili che trasportano testate nucleari. [24]

Anche Parigi ha suggerito che Israele lancerà una guerra contro l'Iran; in un'intervista concessa a Le Nouvel Observateur, Nicolas Sarkozy ha dichiarato che le probabilità di un attacco israeliano contro l'Iran sono molto più alte di un attacco americano. [25] Anche il segretario alla sicurezza degli Stati Uniti, Michael Chertoff, in un'intervista con RIA Novosti ha confermato che gli Stati Uniti non avrebbero lanciato alcun attacco contro l'Iran. [26]

L'Iran e la Siria hanno dichiarato che sono pronte a proteggersi e che reagirebbero a un'aggressione israeliana. [27] In tutto il Medio Oriente le forze che si oppongono al controllo straniero sono in allerta in vista di unA qualche forma di ostilità israeliana. "Se Israele lancia una nuova guerra contro il Libano promettiamo una guerra che cambierà il volto di tutta la regione", ha ammonio in previsione di una nuova aggressione israeliana il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, durante una cerimonia pubblica a Beirut. [28]

Israele: strumento della politica estera statunitense in Medio Oriente
Tel Aviv conferma le accuse di essere uno strumento dei progetti coloniali in Medio Oriente. La maggioranza degli israeliani è essa stessa manipolata da un sistema complesso che comprende la disinformazione mediatica, la politica della paura e condizionamenti psicologici di vecchia data. Il sangue israeliano viene sfruttato per opprimere, uccidere, depredare, e per alimentare gli imperi economici. Il mercantilismo è ancora in buona salute, ma in forma mutata.

Israele attraverso i suoi governanti e i suoi militari viene usato per mantenere alta la tensione in Medio Oriente. Israele è un strumento che giustifica l'intervento anglo-americano e franco-tedesco. Perché altrimenti gli Stati Uniti si sarebbero infuriati con Israele perché Tel Aviv non aveva messo in pericolo i propri interessi attaccando la Siria durante il conflitto del 2006 contro il Libano e affrontando una guerra allargata con Iran e Siria? [29]

A dispetto di quello che vuole e pensa la maggioranza della popolazione israeliana, Ehud Olmert, un uomo noto per la sua corruzione quando era sindaco di Gerusalemme Ovest, occupa ancora la carica di primo ministro. Come la volontà democratica degli americani è stata ignorata riguardo all'Iraq, la volontà democratica degli israeliani è stata ignorata a proposito di Ehud Olmert. Come avviene in molti altri paesi, per le élite del potere gli interessi della popolazione israeliana non contano. I leader israeliani non ubbidiscono agli interessi degli israeliani, ma al Washington Consensus.

La coalizione di Ehud Olmert può durare abbastanza per dare il via a una guerra nella regione. La carriera politica del primo ministro Olmert è praticamente finita e non ha niente da perdere cominciando un'altra guerra. Avigdor Lieberman, l'uomo che ha guidato le consultazioni ad alto livello con la NATO per conto di Tel Aviv, ha lasciato il governo israeliano durante la visita di George W. Bush Jr. in Israele nel corso del viaggio presidenziale in Medio Oriente. Lieberman ha attribuito le sue dimissioni ai "colloqui di pace" con i palestinesi, ma in realtà ha preso questa decisione a causa della Commissione Vinograd e nell'ambito di una tattica per mantenere il partito laburista all'interno della coalizione di governo di Ehud Olmert. È una tattica per dare al governo di Olmert abbastanza tempo per lanciare una guerra regionale contro l'Iran.

Perfino i nemici di Israele concordano sul fatto che Tel Aviv agisce per conto degli interessi anglo-americani e stranieri. Nel 2004 il contrammiraglio Ali Shamkhani, allora ministro della difesa iraniano, ammonì il governo statunitense che in caso di attacco israeliano la risposta militare iraniana sarebbe stata diretta sia contro Israele sia contro gli Stati Uniti. Si intende, a tale proposito, che se Tel Aviv dovesse lanciare una guerra avrebbe bisogno del via libera statunitense prima di far partire gli attacchi. [30] La Casa Bianca è stata anche perfettamente al corrente di tutti i test missilistici di Israele, e i preparativi di guerra di Israele hanno comportato un coordinamento tra i due paesi attraverso organismi come l'Israeli-U.S. Joint Political Military Group. [31]

In seguito alla guerra del Libano del 2006, il vice segretario generale di Hezbollah sceicco Naim Qassam (Kassam) ha dichiarato in un'intervista concessa alla televisione Al-Manar: "Chi ha cominciato la guerra? Israele. Si è visto che Israele non reagisce in modo proporzionato, ma piuttosto esegue decisioni già prese dagli americani. L'aggressione era stata pianificata". [32] Lo sceicco Naim Qassam ha poi accusato "Israele di agire come braccio degli Stati Uniti". Ha spiegato che "Tutti hanno sempre detto che è Israele a muovere le fila dell'America, ma adesso risulta che è l'America a manovrare Israele. Israele è diventato il braccio dell'America". [33]

NOTE

[1] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, 14 gennaio 2008.

[2] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, 3 luglio 2007.

[3] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, interview with Pierre Rousselin, Le Figaro, 19 febbraio 2004.

[4] Mahdi Darius Nazemroaya, The Premeditated Nature of the War on Lebanon: A Stage of the Broader Middle East Military Roadmap, Centre for Research on Globalization (CRG), 10 settembre 2007.

[5] Israeli action in Gaza ‘inevitable,’ Al Jazeera, 14 gennaio 2007.

[6] Tom Spender, Israel ‘planning Gaza invasion,’ Al Jazeera, 4 aprile 2007.

[7] Avigdor Lieberman: Israel should press to join NATO, EU, Haaretz, 1° gennaio 2007.

[8] Germany to help renew Mideast peace efforts: Chancellor, Xinhua News Agency, 10 dicembre 2006.

[9] Angela Merkel sets off to Middle East, Associated Press, 31 marzo 2007.

[10] Ronny Sofer, Lieberman wants NATO troops in Gaza, Yedioth Ahronoth, 28 giugno 2007.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] NATO: The US and Europe can not suspend Iran’s nuclear program, Azeri Press Agency (APA), 11 luglio 2007.

[15] Ibid.

[16] Sarah Baxter and Uzi Mahnaimi, NATO may help US strikes on Iran, The Times (U.K.), 5 marzo 2006.

[17] Ibid.

[18] Julian Borger and Ewen MacAskill, Cheney pushes Bush to act on Iran, The Guardian (U.K.), 16 luglio 2007.
[19] Pakistan President arrives in Belgium for Europe tour, The Times of India, Gennaio 2008.

[20] Ibid.

[21] Indel Ersan, NATO chief urges cooperation with Gulf over Iran, ed. Andrew Roche, Reuters, 24 gennaio 2008.

[22] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, 27 gennaio 2008.

[23] Yuval Azoulay and Barak Ravid, Bolton: ‘Near zero chace’ Pres. Bush will strike Iran, Haaretz, 24 gennaio 2008; il ministro dei trasporti di Israele, Shaul Mofaz, alla Conferenza di Herzilya ha indicato che gli anni 2008 e 2009 vedranno gli ultimi sforzi diplomatici contro Teheran prima di un'opzione militare (attacco) contro gli iraniani. Il ministro dei trasporti aveva già espresso simili minacce prima di dire che le sanzioni dovevano agire contro l'Iran fino alla fine del 2007, finché non fosse pronta l'opzione militare. Questa precedente minaccia era stata espressa quando guidava la delegazione israeliana dell'Israeli-U.S. Joint Political Military Group, che si concentra su Iran, Siria, Palestina e Libano. Shaul Mofaz era anche ex comandante dell'esercito israeliano, ex ministro della difesa israeliano, e a oggi è tra coloro che si occupano del materiale sull'Iran a Tel Aviv.

[24] Iran may be working on nuclear warheads: Israeli Defence Minister, The Times of India, 26 gennaio 2008; Israel suspects Iranians already working on nuclear warhead, Agence France-Presse (AFP), 16 gennaio 2008; Lally Weymouth, A Conversation With Ehud Barak, The Washington Post, 26 gennaio 2008, p.A17.

[25] Sarkozy: France worried by Iran-Israel tension, Associated Press, 12 dicembre 2007.

[26] U.S. will not attack Iran, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 25 gennaio 2008.

[27] Bush trying to foment discord in Mideast, Tehran Times, January 28, 2008, p.A1+; Mahdi Darius Nazemroaya, America’s “Divide and Rule” Strategies in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 gennaio 2008; Nir Magal, Syrian VP: We’ll retaliate for Israeli aggression, Yedioth Ahronoth, 8 settembre 2007.

[28] Hezbollah chief scoffs at Israel at rare public appearance, Agence France-Presse (AFP), 19 gennaio 2008.

[29] Yitzhak Benhorin, Neocons: We expected Israel to attack Syria, Yedioth Aharonot, 16 dicembre 2006.

[30] Anthon La Guardia, Iran wars Israel on pre-emptive strike, The Telegraph (U.K.), 19 agosto 2004.

[31] Mahdi Darius Nazemroaya, Israel’s Nuclear Missile Threat against Iran, Centre for Research on Globalization (CRG), January 19, 2008; Hilary Leila Krieger, Mofaz warns sanction on Iran must bite by year’s end, The Jerusalem Post, 7 giugno 2007.

[32] Hanan Awarekeh, Kassem: If Israel attacks, we’ll show them surprise, Al-Manar, 12 luglio 2007.

[33] Ibid.


Originale da: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7837

Articolo originale pubblicato il 29 gennaio 2008

lunedì, febbraio 04, 2008

La Russia, la NATO e i radar ucraini

La Russia, la NATO e i radar ucraini

di Nikita
Petrov, esperto militare di RIA Novosti

Il Consiglio Federale, la camera alta del parlamento russo, il 25 gennaio ha approvato la delibera della camera bassa di porre fine all'accordo con l'Ucraina per l'impiego dei suoi radar.
Il decreto passerà al presidente per l'approvazione. Se il presidente lo firmerà e il documento verrà pubblicato sulla gazzetta ufficiale, a Kiev verrà comunicato che il Cremlino interromperà l'utilizzo dei radar Dnepr di Beregovo, vicino a Mukačevo, e Nikolaevka nei pressi di Sebastopoli.
In un lasso di tempo dai sei ai dodici mesi, come specificato nell'accordo intergovernativo, i radar ucraini cesseranno di fornire alla Russia informazioni sui lanci di missili strategici nelle zone occidentali e sud-occidentali.

Il Generale dell'Esercito Nikolaj Pankov, segretario di stato e vice ministro della difesa russo, ha detto che una delle ragioni della decisione è stata l'intenzione di Kiev di entrare nella NATO.

Non si tratta però della ragione principale. Innanzitutto, l'Ucraina può entrare nel blocco atlantico solo dopo un referendum nazionale per conoscere il parere dell'opinione pubblica, che non sembra condividere le intenzioni del presidente, del primo ministro e del presidente del parlamento.

In secondo luogo, il Cremlino non può interrompere la propria collaborazione con l'Ucraina nel sistema di avvistamento a distanza, presumibilmente perché l'Ucraina vuole entrare nella NATO, e allo stesso tempo invocare relazioni reciprocamente vantaggiose nella sfera missilistica.

La sessione parlamentare del 25 gennaio, che ha approvato la cessazione dell'accordo con l'Ucraina, ha deciso anche di prolungare l'accordo con Kiev nel campo dell'assistenza per i più grandi missili strategici russi, l'R-36M (classificazione NATO SS-18 Satan) e l'R-36M2 (Voevoda).

Il Satan, che è in grado di portare 10 testate nucleari, è stato progettato nel laboratorio Južnoe di Dnepropetrovsk, nell'Ucraina centro-meridionale. In base al trattato di Lisbona del 1992 tra Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Stati Uniti, l'Ucraina non può produrre questi missili o avere altri tipi di armi strategiche.

Per questo motivo ha parzialmente demolito i bombardieri strategici Tu-160 Blackjack e Tu-95MS Bear e ha consegnato il resto alla Russia per l'appianamento del debito.

L'impianto di Dnepropetrovsk, dove in epoca sovietica era costruito il Voevoda, adesso produce autobus, ma i suoi progettisti forniscono ancora assistenza di routine e servizi di riparazione per i Satan, quando e se necessario, in base all'accordo prorogato dal parlamento russo. La Russia ha ora solo 75 missili di questo tipo, ma essi costituiscono il nocciolo della sua forza di deterrenza strategica.

La decisione di interrompere la cooperazione sull'avvistamento a distanza con l'Ucraina è stata presa per ragioni pragmatiche. Il Generale Vladimir Popovkin, comandante delle forze spaziali russe, ha detto che i radar ucraini, per le cui informazioni la Russia paga 1,3 milioni di dollari l'anno, nel 2005 sono usciti dal periodo di garanzia e la loro modernizzazione costerebbe almeno 20 milioni. Ne vale la pena?

Diversamente dai radar in Azerbaijan, Bielorussia e Kazakistan, i sistemi ucraini non sono operati da personale militare russo. Sia le qualifiche del personale civile ucraino sia i dati forniti alla Russia sono dubbi.

Il radar di Sebastopoli rappresenta il problema maggiore perché le stazioni radio non autorizzate di imbarcazioni che svolgono attività di pesca nel Mar Nero usano le stesse frequenze. E se non per le informazioni dai satelliti che sorvegliano la regione, i dati di quella stazione potrebbero essere interpretati per indicare l'arrivo di un missile strategico diretto verso la Russia. Le forze spaziali russe devono ricontrollare le informazioni di quel radar perdendo tempo e denaro, e questo aspetto diventa fondamentale quando si tratta di organizzare una risposta rapida in caso di attacco reale.

La Russia cesserà di usare i radar ucraini anche perché adesso possiede un radar che fornisce lo stesso tipo di informazioni, ma migliore. Lo scorso anno a Lechtusi, nei pressi di San Pietroburgo, è stato messo in prova il radar Voronež-MD, la cui manutenzione è più economica. I radar ucraini sono operati da 80 specialisti, mentre per il Voronež ne bastano 15.

Inoltre la portata delle stazioni ucraine è di 4000 km, mentre la portata effettiva del Voronež è di 6000 km.

Quando sarà messo in funzione un altro radar Voronež, attualmente in costruzione nei pressi di Armavir nella Russia meridionale, la Russia non avrà più bisogno dei radar ucraini. Il ministero degli esteri russo molto probabilmente notificherà all'Ucraina la cessazione dell'utilizzo dei radar di Mukačevo e Sebastopoli quando l'Armavir entrerà nella fase di collaudo.

Il Generale Popovkin ha detto che la Russia è destinata a interrompere l'uso dei radar in Bielorussia (il Volga a Ganceviči, vicino a Baranoviči), Azerbaijan (il Darjal a Gabala, nei pressi di Mingečaur) e in Kazakistan (il Dnepr, il Darjal-U e il Dnestr vicino al lago Balchaš), benché non nel 2008 o nel 2009.

Il radar di Gabala recentemente ha fatto parlare di sé. Innanzitutto è ormai al termine della sua vita operativa, e la Russia paga all'Azerbaijan 7 milioni di dollari l'anno per affittare la stazione operata da militari russi, le cui famiglie vivono in un insediamento vicino. Il radar di Armavir coprirà l'area operativa di Gabala, e così la Russia potrebbe cessare di usarlo.

Ma il Cremlino ha proposto al Pentagono di usare il radar di Gabala per monitorare i lanci missilistici nel Medio Oriente, in particolare dall'Iran, a condizione che Washington rinunci a posizionare elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa Orientale.

Se Washington accettasse l'offerta, il radar di Gabala verrebbe modernizzato e la sua garanzia di assistenza prolungata.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20080201/98196438.html

Articolo originale pubblicato il 1° febbraio 2008