mercoledì, aprile 30, 2008

Il Piano Caucaso

I servizi segreti occidentali complottavano per separare la Cecenia dalla Federazione Russa

RIA Novosti

Negli anni Novanta i servizi segreti occidentali studiarono un piano per separare la Cecenia dalla Russia. In particolare, la Francia si incaricò di stampare passaporti “ičkeri”. La Georgia fornì un passaggio sicuro per il traffico di armi dall'Occidente. Questi e altri fatti sono stati citati nel documentario Plan Kavkaz, Piano Caucaso, trasmesso dal Primo Canale russo il 22 aprile.

Uno dei protagonisti dell'inchiesta è un uomo di nazionalità turca e origini cecene, Abubakar, che ha vissuto per quarant'anni con il finto nome di Berkan Yashar. Il nome, ha detto, gli è stato dato dopo la firma di un contratto con il Dipartimento di Stato USA. Yashar ha descritto dettagliatamente come nei primi anni Novanta avesse costruito una piattaforma politica per la secessione della Cecenia. Ha spiegato che il progetto aveva vari finanziatori. I passaporti per la popolazione della repubblica non riconosciuta di Ičkeria furono stampati in Francia e la “valuta legale” dell'aspirante stato in Germania.

Yashar ha mostrato all'autore del documentario, Anton Vernitskij, una manciata di quelle banconote, al tempo stesso una rarità numismatica e la prova materiale dei tentativi di separare la Cecenia dalla Russia nei primi anni Novanta. Le banconote, chiamate "nokhar", raffiguravano un lupo, simbolo dell'Ičkeria, e si propose che il tasso di cambio della valuta fosse alla pari con il dollaro.

La Germania stampò 100.000 tonnellate di queste banconote, che secondo Yashar sono ancora conservate in una fabbrica di Monaco. Yashar ha anche mostrato i passaporti “ičkeri”, dicendo che erano stati stampati in Francia.

Jokhar Dudaev, il presidente della separatista Ičkeria, nominò Yashar vice ministro degli esteri del suo governo. Nello stesso tempo l'uomo ricopriva anche diverse cariche nel governo turco.

“Negli anni Novanta Abubakar, alias Berkan Yashar, divenne una specie di eminenza grigia che controllava tutte le transazioni finanziarie più o meno importanti dei guerriglieri del Caucaso Settentrionale”, dicono gli autori del documentario.

Berkan ha raccontato di aver anche partecipato a un piano per contrabbandare diamanti grezzi attraverso l'aeroporto di Groznij. Le pietre preziose furono portate fuori dal paese su voli charter. Il piano era stato concordato da rappresentanti della Turchia e dall'allora governo dell'Azerbaijan, ha detto Yashar.

I diamanti arrivavano in Cecenia dal Nord della Russia.

I ceceni dovevano assicurare che il passaggio delle pietre attraverso l'aeroporto Severnij (Nord) di Groznij filasse liscio e senza alcun controllo doganale. Per questo Jokhar Dudaev ricevette il 25% dei profitti ricavati dalla vendita dei diamanti tagliati sul mercato di Antwerp, dice Berkan.

"Il denaro così guadagnato servì a comprare armi, che furono poi portate in Cecenia attraverso la Georgia. Le somme non erano poi così grosse. Niente a che vedere con cifre come 200 o 100 milioni di dollari; piuttosto 10, 15 o 20 milioni”, ha spiegato Abubakar alla troupe russa. Quel denaro fu speso in mine che servivano a far saltare in aria attrezzature militari.

In teoria gli aerei da Groznij non erano autorizzati a effettuare voli all'estero, ma l'aeroporto in qualche modo si procurò un permesso. Gli aerei volavano via Baku in Azerbaijan, e a quel punto diventavano aerei di quel paese e come tali potevano tranquillamente proseguire verso la Turchia, spiegano gli autori dell'inchiesta.

Uno dei partecipanti all'operazione di contrabbando di diamanti e oro, Akhmed, che aveva lavorato per il servizio di sicurezza di Dudaev, ha detto che la quantità di diamanti trasportata sui singoli voli era modesta, “solo due o tre chili”, mentre la quantità di oro era molto “più grande”. Chiunque mostrasse curiosità sulla sorte dell'oro e dei diamanti veniva fatto sparire.

Il “corridoio aereo” fu bloccato solo anni dopo, dicono gli autori.

Berkan Yashar ha detto di aver dovuto organizzare una nuova rotta di trasporto in Georgia, attraverso la Gola di Pankisi.

Secondo Yashar, il contrabbando di diamanti passò completamente sotto il controllo di Boris Berezovskij”. All'epoca non sapevo quasi niente dell'uomo che si sarebbe presto appropriato di tutto l'affare, e sono sicuro al 100% che abbia ancora il completo controllo" dice Yashar.

Secondo lui Aslan Maskhadov, che è diventato "presidente dell'Ičkeria" dopo la morte di Dudaev, litigò con Berezovskij quando chiese che la sua percentuale salisse al 50%, in considerazione del fatto che la rotta georgiana era più pericolosa e comportava costi più alti.

Secondo l'uomo del servizio di sicurezza di Dudaev, Akhmed, alcuni dei dividendi andavano ad Akhmed Zakaev, attualmente residente a Londra, e a un potente signore della guerra, Uvais Akhmadov.

Il documentario ha mostrato foto che ritraggono Akhmadov in compagnia di Berezovskij, e ha mandato in onda la registrazione di una conversazione tra Uvais Akhmadov e una persona non identificata che suggerisce l'assassinio dell'imprenditore e uomo politico Badri Patarkatsishvili, dicono gli autori.

Al finanziamento dei guerriglieri ceceni contribuirono anche figure politiche note.

"[Il primo ministro turco] Tansu Ciller diede un milione di dollari. I soldi non erano del governo [turco]. Venivano dai suoi fondi", dice Yashar.

Shamseddin Yusef, ministro degli esteri del governo Dudaev, ha confermato di aver ricevuto un milione di dollari dalla Ciller "per il cibo".

I guerriglieri ceceni ricevevano denaro anche da importanti compagnie straniere.

Sultan Kekhursaev, che si definisce generale di brigata dell'esercito di Dudaev e attualmente risiede a Istanbul, dice che l'attacco contro Groznij dell'estate del 1996 fu finanziato da compagnie turche che operavano in Russia.

Kekhursaev nomina una delle maggiori società edilizie, tuttora attiva nella Federazione Russa.

"Hanno fatto molto. Hanno coniato per Jokhar le prime medaglie all'Onore della Nazione. Ci fornivano medicinali. Allora avevamo un gran bisogno di armi antiaeree. Ci hanno aiutato a ottenerle. Senza di loro per noi sarebbe stata molto dura, sinceramente", dice Kekhursaev.

Grazie alle iniezioni di finanze dalla Turchia, la banda di Raduev fu in grado di attaccare la città daghestana di Kizlyar. Raduev, che perse un occhio in un combattimento nel villaggio di Pervomajskoe, secondo Yashar non fu curato in Germania come si crede, ma in Turchia, in una clinica del ministero degli esteri.

La Turchia stampò anche i dollari falsi che inondarono la Cecenia, ha detto agli autori l'uomo del servizio di sicurezza di Dudaev, Akhmed. Le macchine per la stampa erano così professionali che perfino Dudaev chiese al proprietario dell'attrezzatura: “Da dove viene?"

“L'uomo gli disse che aveva una licenza privata degli Stati Uniti, che non era da tutti averne una, e che aveva installato personalmente le macchine nel Caucaso Settentrionale, in Azerbaigian e nel Kazakistan, e che aveva potuto farlo solo con il permesso della CIA”, ha detto Akhmed aggiungendo che i ceceni volevano comprare quel genere di attrezzatura per sé.

I capi religiosi ceceni erano stati assiduamente indottrinati fin dalla fine degli anni Ottanta. Emissari sauditi avevano tentato di reclutare i mullah locali, come spiegano gli autori dell'inchiesta.

Berkan Yashar ha raccontato loro dei piani per costituire una confederazione Caucaso-Turchia. Secondo lui, i partecipanti a una conferenza internazionale in Turchia, inizialmente organizzata come una riunione di studiosi islamici, ricevettero inaspettatamente le mappe di questa confederazione che avrebbe dovuto comprendere tutte le repubbliche caucasiche, inclusa la Georgia, “meno l'Armenia”.

Il progetto di questa confederazione fu caldamente appoggiato dal presidente turco Turgut Ozal e in seguito dal primo ministro e presidente Suleiman Demirel, dice Yashar.

Gli ex membri del governo Dudaev non fanno mistero dei loro legami con i servizi segreti occidentali.

"Siamo anche stati portati a Londra da uomini della CIA”, ha detto Shamseddin Yusef, ministro degli esteri del governo Dudaev.

Anche Richard Perle, il principale stratega della guerra in Iraq e all'epoca consigliere del ministro della difesa degli Stati Uniti, è oggi esplicito su questo punto: "Per quanto ne so, cercammo di offrire [ai separatisti ceceni] supporto morale, e suppongo anche materiale”.

“Non so perché i risultati non sono stati migliori. La mia impressione è che allora si sarebbe potuto capovolgere la situazione, ma purtroppo non si fece nulla”, dice Perle, che allora guidava il Comitato americano per la pace in Cecenia, oggi ribattezzato Comitato per la pace nel Caucaso.

Originale: http://www.rian.ru/society/20080423/105662058.html

Articolo originale pubblicato il 23 aprile 2008

lunedì, aprile 28, 2008

Nashi: è davvero la fine?

Nashi: è davvero la fine?
di Sean Guillory

Quest'anno la stampa russa ha speculato a lungo sullo scioglimento dell'organizzazione giovanile del Cremlino "Nashi," che è stata la pupilla del governo russo e la rovina dell'opposizione interna e dei media occidentali.

Ma la situazione non è semplice come limitarsi a sciogliere Nashi.

Con un nuovo presidente che si accinge ad assumere il potere, alcuni ipotizzano che il compito di Nashi sia ormai compiuto e che non ci sia più bisogno del movimento. Per una serie di ragioni forse questo è solo un pio desiderio. Per capire dove Nashi stia andando nell'era post-Putin, bisogna capire da dove viene e qual è stato il suo ruolo.

* * *

"Vuoi realizzare il tuo piano? Vuoi cambiare il mondo che ti circonda? Vuoi influenzare il futuro del tuo paese? Vuoi che il mondo si ricordi di te? Stai cercando il tuo posto nel mondo? Se hai risposto 'sì' a una qualsiasi di queste domande, non disperare, c'è una risposta".

In America un simile approccio farebbe venire in mente Tony Robbins, il guru dei seminari motivazionali, ma in Russia è un'organizzazione ben più sinistra a offrire risposte alle tue domande: il Movimento Giovanile Democratico Antifascista "Nashi", che ti aspetta a braccia aperte.

Tutto quello che devi fare, come prima cosa, è cliccare sul loro sito e compilare il modulo di adesione. Pochi giorni dopo, Nashi promette di invitarti a una riunione “per conoscerci”. Se accetti, Nashi promette di darti "una possibilità per cambiare la tua vita, influenzare la politica mondiale ed entrare a far parte dell'élite intellettuale".

Dato il clima esigente ed estremamente competitivo della Russia di Putin è facile capire come la proposta di Nashi possa sembrare allettante. Sito web vistoso, raduni spettacolari e manifestazioni a passo di marcia producono immagini di potere e successo, proiettando un'immagine di unità e di dedizione a una causa. Nashi si considera in prima linea nella difesa della tempra morale, politica e culturale della Russia. Nel resto del mondo una simile organizzazione evocherebbe soprattutto i peggiori aspetti del totalitarismo, con giovani chiamati a eseguire ciecamente i capricci di un regime repressivo.

Ma Nashi è molto di più. È emblematico di un nuovo tipo di movimento giovanile che non è né un'organizzazione spontanea né qualcosa di legato ufficialmente a un partito. Nashi è una creazione dello stato russo, in particolare dell'ufficio del Presidente, per fare da forza controrivoluzionaria ostinatamente decisa a proteggere l'“idea nazionale” di Putin. Attraverso l'attivismo, l'ideologia e l'addestramento politico e professionale, i suoi membri imparano che il Piano di Putin è indivisibile dal Piano di Nashi. In parole povere, Nashi è il tentativo di mettere in pratica la massima di Martin Luther King: "Chi ha la gioventù ha il futuro!"

Le origini

Nashi fu costituito a partire da un precedente gruppo giovanile filo-putiniano, "Camminare insieme", dal Karl Rove di Putin al Cremlino, Vladislav Surkov. Pochi mesi prima l'ultima di una serie di “rivoluzioni colorate” aveva portato l'Ucraina a un punto morto. La gioventù ucraina, come quella del Kirgizistan e della Georgia, era in prima linea contro il regime. Alla Russia questo non doveva succedere. Così Surkov e Vasilij Jakemenko passarono all'attacco preventivo. Formarono dall'alto un movimento che si opponeva alle rivoluzioni colorate.

Una volta costituito, Nashi si dichiarò subito in lotta contro il “fascismo”. Ma i “fascisti” dei suoi membri non erano quelli contro i quali avevano combattuto i loro nonni. I loro fascisti erano i fautori delle rivoluzioni colorate: oligarchi in esilio, liberali, oppositori politici, stati stranieri, ONG occidentali e chiunque altro intendesse sfidare l'egemonia di Putin. Come recita il manifesto di Nashi, "La lotta contro il fascismo oggi è parte integrante della lotta per l'integrità e la sovranità della Russia". La formula di Nashi per identificare i propri nemici è bellissima nella sua semplicità, che è geneticamente impressa nel suo stesso nome. Ci sono “i nostri”, o nashi, e ci sono "i loro" o ne nashi, non nostri.

Nashi ha sperimentato una modesta crescita negli ultimi tre anni. Ha tra i 60.000 e i 100.000 membri. Ha almeno da 3000 a 5000 attivisti a tempo pieno e parziale. I suoi quadri si concentrano nelle due capitali e nei centri provinciali di Tula, Ivanovo, Vladimir, Voronež e Jaroslavl. Il bilancio complessivo di Nashi non è noto, ma a giudicare dalle spese dev'essere consistente. Lo scorso luglio Kommersant riferì che il campo estivo Seliger 2007 era costato più di 20 milioni di dollari. Perfino le sue campagne più piccole sono molto costose. L'azione "Nonno Gelo" sarebbe costata circa 1,5 milioni di dollari. I dirigenti di Nashi definiscono queste cifre esagerate: probabilmente lo sono, ma non credo di molto.

La provenienza del grosso del denaro di Nashi è anch'essa avvolta nel mistero. Si suppone la maggior parte dei soldi arrivi dall'ufficio di Surkov, probabilmente dopo essere stata risciacquata attraverso varie agenzie dello stato. Tra i finanziatori ci sono corporazioni come Gazprom e fondazioni come il Club Civico. Quest'ultimo è una fondazione costituita da Russia Unita che ha già assicurato a Nashi 400.000 dollari per Camp Seliger 2008. Il futuro finanziario di Nashi sembra altrettanto sicuro. Ha buoni alleati in due agenzie di stato che finanziano associazioni giovanili. Boris Jakemenko, l'ideologo di Nashi nonché fratello del leader del movimento Vasilij Jakemenko, e Irina Pleščeeva, commissario di Nashi, sono membri della Camera Pubblica russa, che controlla 62 milioni di dollari di sovvenzioni per sviluppare la “società civile” russa. Nashi ha anche accesso diretto ai più di 6 milioni di dollari assegnati alla Commissione per gli Affari Giovanili. La Commissione è guidata dagli ex nashisti Vasilij Yakemenko, Pavel Tarakanov (presidente) e Sergej Belokonev (vice presidente). Grazie a queste entrature e all'accesso ai fondi statali il futuro di Nashi sembra davvero roseo.

I muscoli

Nashi sarà anche una creatura dello stato, ma sta sul campo, ha i muscoli. Comanda un quadro di ragazzi di strada che sono stati coinvolti in vari attacchi violenti contro i rivali della gioventù “fascista”: i Nazional-Bolscevichi, l'Avanguardia Rossa, e perfino la Gioventù Comunista. L'incidente più tristemente noto avvenne nell'agosto del 2005, quando 40 nashisti armati di mazze fecero irruzione in un raduno di NazBol, Giovani Comunisti e Avanguardia Rossa che si teneva a Mosca in una sede del Partito Comunista. Le aggressioni mandarono all'ospedale con contusioni e ossa rotte decine di giovani attivisti di sinistra.

Mentre i nashisti se ne andavano su un pullmino a noleggio, la polizia locale, che chiaramente non era stata avvertita prima dell'attacco, arrestò 24 aggressori per poi lasciarli andare poche ore dopo. “È arrivata una telefonata dall'alto che ci ha ordinato di rilasciare i fermati", disse un poliziotto al Kommersant. "Mentre li stavamo interrogando ci hanno detto che era inutile che ci prendessimo questa briga perché tanto sarebbero stati rilasciati presto".

L'aggressione fu seguita da quella del gennaio del 2006, quando trenta sospetti nashisti attaccarono un raduno di Nazional-Bolscevichi armati di mazze e di pistole ad aria. I media russi hanno registrato decine di altri attacchi. A oggi, non un solo nashista è stato incriminato.

Agli avversari invece non è andata così bene. Poche settimane fa sette giovani attivisti anti-cremliniani – Roman Popkov, Nazir Magomedov, Vladimir Titov, Elena Parovskaja, Aleksej Makarov, Dmitrij Elezarov e Sergej Medvedev – sono stati condannati a pene comprese tra i 18 e i 36 mesi di reclusione per essersi difesi dagli aggressori nashisti nell'aprile del 2007.

Contrariamente alla generazione del Komsomol che fece la Guerra Civile e i cui giovani furono stroncati, torturati e imprigionati da veri nemici, i nashisti combattono i loro avversari per interposta persona. Il sospetto è che quando vuole massacrare i suoi rivali Nashi assoldi teppisti delle tifoserie calcistiche, che sono ben lieti di offrire i loro servigi. Vasilij Jakemenko l'ha praticamente ammesso in un'intervista alla Novaja Gazeta nel 2005. Quando gli è stato chiesto se avrebbe usato dei teppisti contro i manifestanti, ha risposto: "Se un gruppo di alcune migliaia di persone dotate di forza fisica [fosse stato] portato da Mosca per contrastare le manifestazioni di Kiev [durante la Rivoluzione arancione], non sarebbe rimasta più traccia dei manifestanti... Se abbiamo bisogno di [teppisti delle tifoserie] per qualche motivo, non vi vedo alcun problema". Anche se Jakemenko afferma di essere contrario alla violenza, non ha problemi a rivolgersi a chi non lo è. Per questo “antifascista” gli skinheads sono 'solo persone socialmente disadattate' con cui è possibile e bisogna collaborare".

Lo scorso autunno Nashi ha organizzato alcune delle sue "persone socialmente disadattate" nella Milizia Giovanile Volontaria (DMD). Lo scopo ufficiale della DMD è quello di pattugliare le strade con la polizia, mantenere l'ordine pubblico e organizzare eventi sportivi (sembra che il rugby sia lo sport preferito). La DMD fa praticamente da servizio di sicurezza per gli eventi e le manifestazioni di Nashi. Lo scopo ufficioso è quello di fornire a Nashi i propri muscoli. Come ha spiegato la scorsa estate in un'intervista a Kommersant un nashista scontento, “Ivan”:

“La milizia volontaria, be', si occupa di una specie di 'pulizia'. Ci sono già stati casi in cui hanno picchiato persone che hanno diffuso informazioni contro Nashi. Probabilmente possono trovarti ovunque. Sono tifosi, sportivi e delinquenti comuni. Mettono in pratica l'ideologia e fanno il proprio dovere con piacere.

[Il loro dovere comprende] mantenere l'ordine nel movimento e ai suoi confini, creare il caos nei raduni e nelle marce che non sono stati approvati dal Cremlino. In primavera la DMD ha organizzato provocazioni praticamente in tutte le 'Marce dei Dissenzienti' contro il Cremlino. Provocavano la polizia, lanciavano bombe fumogene e poi infilavano di nascosto le bombe nelle borse dei manifestanti”.

Non c'è motivo di dubitare della testimonianza di “Ivan”, soprattutto tenendo conto del fatto che il Coordinatore Federale della DMD è Roman Verbitskij. Secondo i testimoni oculari, Verbitskij fu coinvolto nell'attacco dell'aprile 2005 contro la riunione della gioventù comunista. All'epoca Verbitskij era a capo dei Gladiatori, una banda di teppisti della tifoseria dello Spartak.

La Milizia Volontaria (DMD) negli ultimi sei mesi è cresciuta costantemente. Dice di avere diciannove distaccamenti con circa 5-6000 membri. Documenti forniti da “Ivan” mostrano che la DMD è stata sostanziosamente finanziata nel periodo immediatamente precedente le elezioni parlamentari. Nell'agosto del 2007 il bilancio della sezione moscovita della DMD era di circa 30.000 dollari al mese. Il finanziamento dei distaccamenti regionali era di dieci volte inferiore.

L'abc della propaganda nera

Nashi è specializzato in “proteste” e “campagne”. Negli ultimi tre anni le sue “campagne” sono state varie. Le azioni di Nashi possono essere irritanti, come quando bracca costantemente l'ambasciatore britannico Anthony Brenton; o semplicemente imbarazzanti, come la campagna del Soldato di Bronzo contro il “fascismo di stato estone”; e perfino argute, come la presentazione del libro di cucina “1000 ricette della Zuppa di Cavolo” all'Ambasciata americana. L'intento della maggior parte di queste iniziative è quello di infastidire gli avversari.

Le campagne in grado di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sono l'asso nella manica di tutte le organizzazioni giovanili. E possono anche essere molto divertenti per coloro che vi prendono parte. Si marcia per la cità, si fa casino, si ciondola, si vede gente e soprattutto ci crede di fare la differenza. L'attenzione dei media trasforma ragazzini eccitati in piccole star. Le azioni di Nashi sono spesso messe in scena come grandi carnevalate che mescolano elementi umoristici con una sfumatura di violenza e con la politica. Ma non è facile fare commedia politica. Servono i comici. E Nashi è il posto giusto in cui addestrare i futuri padroni della Russia alle arti della propaganda nera.

Ironicamente, queste tattiche sono le stesse degli avversari fascisti di Nashi, i rivoluzionari colorati. A Belgrado, Tbilisi e Kiev i movimenti giovanili impiegavano spettacoli carnevaleschi per screditare i regimi; qui in Russia i nashisti ne hanno capovolto il senso, usando queste messinscene per screditare l'opposizione.

Niente rivela meglio il crescente uso nashista della propaganda nera quanto la recente azione contro il Kommersant. Nell'ultimo anno il popolare quotidiano economico ha pubblicato vari articoli che esponevano la parte oscura di Nashi. Dopo la pubblicazione di un articolo intitolato “Nashi è diventato un estraneo”, alla fine di gennaio, i nashisti hanno deciso che fosse giunta l'ora di fargliela pagare. Ciò che li offendeva di più era l'allusione al fatto che le autorità del Cremlino si fossero stancate delle buffonate di Nashi e intendessero abbandonarlo al suo destino. Per la classe dirigente russa la vittoria di Medvedev segnalava un cambiamento del clima politico. Le “rivoluzioni colorate” non rappresentavano più una minaccia, rendendo superflui quei “giubilanti delinquenti”, secondo una fonte anonima del Cremlino. Da allora su tutta la stampa russa si sparse la voce dell'imminente caduta in disgrazia di Nashi. Era in pericolo il futuro stesso dell'organizzazione, almeno agli occhi dell'opinione pubblica.

Nashi volle vendicare questa “calunnia”. Secondo una lettera interna dell'addetta stampa del movimento, Kristina Potupčik, Nashi decise di sferrare una campagna per “creare condizioni intollerabili per il Kommersant. Bloccare il loro lavoro. Rovinarli psicologicamente e fisicamente. È necessaria la vendetta”. Lo scopo era quello di sporcare la buona reputazione del giornale.

Il 4 marzo circa mille attivisti di Nashi si sono mobilitati a Mosca fingendo di essere dipendenti del Kommersant, distribuendo decine di migliaia di rotoli di carta igienica con il logo del Kommersant, una finta lettera del suo direttore, Andrej Vasilev, che annunciava il nuovo formato carta igienica e il numero di cellulare di Julija Taratuta, coautrice dell'articolo offensivo. Gli attivisti di Nashi hanno raccontato ai passanti che i rotoli facevano parte di una campagna per pubblicizzare il nuovo formato multifunzione del quotidiano. Gli attivisti li hanno fatti arrivare perfino nei bagni della Duma. Sono sicuro che più di un deputato è stato felice di inaugurare il nuovo prodotto. L'azione è stata accompagnata da una campagna mediatica ben coordinata. Sulle maggiori strade moscovite sono apparsi dodici cartelloni pubblicitari del Kommersant con le scritte “Non temete le novità. Ora su carta igienica!”, “Tutto per i nostri soldi”, “Possiamo tutto” e “Non nascondiamo compagnie segrete”.

L'assalto scatologico di Nashi non si è fermato qui. I suoi hacker hanno attaccato il sito internet del Kommersant chiudendolo per cinque ore, hanno bombardato Vasilev di spam e, forse in uno sfoggio di genio comico nashista, hanno costruito una link bomb. Cercando su Google o Jandex la parola zarancy (porci, bastardi) il primo risultato era il sito del Kommersant. Il cyber-attacco è costato al quotidiano circa 155.000 dollari.

Il presente, il futuro

Perché uno dovrebbe entrare in Nashi? Qual è il suo futuro nella Russia dopo Putin? La maggior parte dei suoi membri non sono delinquenti violenti, ma piuttosto carrieristi ambiziosi. Come Maksim Novikov, 18 anni, che studia all'Istituto Statale per le Relazioni Internazionali di Mosca. In un'intervista alla Nezavisimaja Gazeta, Novikov appare come uno studente e un nashista modello, ha con sé una copia del libro di Vladislav Surkov, La cultura politica russa: una visione utopica, con sottolineature a penna. Anche se concorda con i principi fondamentali della cosiddetta “democrazia sovrana” delineata da Surkov non mostra adesione emotiva a questa idea. Spera di poter studiare all'estero, in futuro, ma alla domanda se resterà all'estero una volta lasciata la Russia risponde che intende servire il suo paese. “Dopo tutto sono un patriota”.

Nashi non però è stato la sua prima scelta. Novikov spiega che all'inizio aveva pensato di entrare nei giovani comunisti, ma che era stato deluso dalla loro ostilità nei confronti del libero mercato. Ha trovato Nashi “quasi per caso”. Ha trovato in rete l'indirizzo e-mail di Vasilij Jakemenko, che gli ha proposto subito un incontro con uno dei commissari di Nashi a Mosca. Dopo averci parlato, ha deciso di aderire. Adesso Novikov parla di Nashi usando il pronome “noi”.

Per giovani orientati alla carriera come Novikov entrare in Nashi è naturale. L'organizzazione ha già dimostrato la sua potente amicizia con L'Uomo. Ora però sta passando allo stadio successivo: le opportunità di avanzamento professionale. Proprio come il suo predecessore, il Komsomol, Nashi sta cominciando a sviluppare programmi per istruire le élite. Alcuni dei suoi nuovi “progetti” comprendono la creazione di una scuola di economia, un istituto politico e programmi per reclutare neo-laureati nelle imprese. Un esempio di quest'ultima iniziativa è il progetto chiamato “I nostri costruttori”, dove gli studenti e i giovani professionisti vengono assunti per prendere parte a progetti edilizi in vista delle Olimpiadi del 2014 a Sochi. Altri progetti Nashi si concentrano sulla promozione del Cristianesimo ortodosso, il patriottismo, l'addestramento paramilitare, il turismo e perfino una linea di abbigliamento concepita dal commissario Nashi Antonia Šapavolova.

Ma i giovani nashisti come Novikov non sono gli unici ad entrare nel movimento. Lui è tra “quelli che ci credono”, secondo Andrej Dmitrievskij, un Nazional-Bolscevico che si è infiltrato nel movimento nel 2006. Dmitrievskij ha scoperto che ci sono tre tipi di nashisti: “quelli che ci credono” sono i giovani che entrano in Nashi per ottenere un'istruzione e far carriera, ma ne condividono anche la politica. Poi ci sono i “carrieristi”: sono simili al primo gruppo ma non credono alle cavolate politiche. Per loro Nashi è semplicemente un mezzo per raggiungere uno scopo. E infine ci sono “quelli che fanno scena”. Sono d'accordo con la politica, ma per lo più considerano Nashi un movimento per rimorchiare, divertirsi e godersi gli extra.

Data la sua infrastruttura in espansione, è chiaro che Nashi non svanirà nel prossimo futuro come hanno ipotizzato i media negli ultimi due mesi. Sta gettando una rete abbastanza grande da includere tutti, dai fanatici putiniani ai carrieristi, dagli sfrenati sostenitori della democrazia sovrana ai “socialmente disadattati” o ai ragazzini che mirano solo a rimorchiare. (C'è bisogno anche di loro. Uno degli slogan di Nashi è “Ne voglio tre”, intendendo tre figli). Come tutti i movimenti giovanili, per restare sulla cresta dell'onda deve evolversi. Questo significa creare nuovi metodi, nuove guerre e nuovi nemici da combattere. Soprattutto nemici. Senza nemici interni, Nashi non ha più ragione di esistere.

In questo senso, articoli come quello del Kommersant sono in realtà una vera manna. Permettono a Nashi di trasformare a colpi di propaganda un articolo negativo in una guerra, chiamando i fedeli alla battaglia, lanciando una “campagna mediatica” con tutti i crismi per infliggere “colpi” al “sistema politico russo”, come scrive uno dei documenti pubblicati dalla Novaya Gazeta.

Dopo le elezioni, il nuovo nemico di Nashi ha una sfumatura ancora più inquietante. In un sinistro recupero del concetto stalinista di “nemici con la tessera del partito”, i nuovi nemici di Nashi vengono dagli “elementi intellettuali dell'élite politica” che hanno partecipato alla campagna elettorale ma vogliono invertire la rotta di Putin. Nashi sta ridefinendo la propria missione nel mondo dopo Putin. La battaglia adesso è per un nuovo tipo di purezza od ortodossia: restare fedeli al Piano di Putin, costruire una nuova élite e continuare a combattere con i nemici interni ed esterni della Russia. Lo scopo di tutto questo è mandare al Presidente eletto Medvedev un chiaro messaggio: “Senza Nashi niente è possibile”.

Sean Guillory gestisce Sean's Russia Blog

Originale: http://exile.ru/articles/detail.php?ARTICLE_ID=18776&IBLOCK_ID=35

Articolo originale pubblicato il 22 aprile 2008

mercoledì, aprile 23, 2008

L'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

Cina e America: l'Operazione psicologica dei diritti umani in Tibet

di Michel Chossudovsky

La questione dei diritti umani è diventata il cavallo di battaglia della disinformazione mediatica.

La Cina non è un paese modello per quanto riguarda i diritti umani ma non lo sono neanche gli Stati Uniti e il loro indefettibile alleato britannico, responsabili di molti crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in Iraq e in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati, che promuovono la tortura, gli omicidi politici e la creazione di campi di detenzione segreti, continuano a essere presentati all'opinione pubblica come un modello di democrazia occidentale da emulare, contrariamente alla Russia, all'Iran, alla Corea del Nord e alla Repubblica Popolare Cinese.

Due pesi e due misure
Mentre si mettono in evidenza le presunte violazioni dei diritti umani della Cina in Tibet, non si fa parola della recente ondata di uccisioni in Iraq e in Palestina. I media occidentali hanno a malapena ricordato il quinto “anniversario” della “liberazione” dell'Iraq e il bilancio delle uccisioni e delle atrocità perpetrate dagli Stati Uniti contro un'intera popolazione nel nome di una “guerra globale al terrorismo”.

Ci sono stati più di 1,2 milioni di morti tra i civili iracheni, e 3 milioni di feriti. Secondo le cifre dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) 2,2 milioni di profughi iracheni sono fuggiti dal loro paese e 2,4 milioni sono sfollati al suo interno:

“La popolazione dell'Iraq al momento dell'invasione statunitense nel marzo del 2003 era all'incirca di 27 milioni, e oggi è circa di 23 milioni. Un semplice calcolo aritmetico indica che attualmente più di metà della popolazione irachena è sfollata, bisognosa di assistenza, ferita o morta”. (Dahr Jamail, Global Research, December 2007)

Lo scacchiere geopolitico
Dietro la campagna contro il governo cinese ci sono profondi e radicati obiettivi geopolitici.

I piani di guerra di Stati Uniti, NATO e Israele contro l'Iran sono a uno stadio avanzato. La Cina ha legami economici ed estesi accordi di cooperazione militare bilaterale con l'Iran. Inoltre la Cina è anche un alleato della Russia, del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell'Uzbekistan nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Dal 2005 l'Iran fa parte della SCO con il rango di “osservatore”.

A sua volta la SCO ha legami con la Collective Security Treaty Organization (CSTO), un'intesa di cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan.

Nell'ottobre dello scorso anno la CSTO e la SCO hanno firmato un Memorandum di Intesa che ha gettato le basi di una cooperazione militare tra le due organizzazioni. Questo accordo tra SCO e CSTO, a malapena citato dai mezzi di informazione occidentali, comporta la creazione di un'alleanza militare a tutti gli effetti tra la Cina, la Russia e gli altri stati membri di SCO/CSTO. Vale la pena di notare che la SCTO e la SCO nel 2006 hanno effettuato esercitazioni militari congiunte in coincidenza con quelle condotte dall'Iran. (Per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, Russia and Central Asian Allies Conduct War Games in Response to US Threats, Global Research, August 2006)
Nell'ambito dei piani di guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti mirano anche a indebolire gli alleati dell'Iran, in particolare la Russia e la China. Nel caso della Cina, Washington sta cercando di mettere in crisi i legami bilaterali con Teheran e l'avvicinamento di quest'ultima alla SCO, che ha il proprio quartier generale a Pechino.

La Cina è un alleato dell'Iran. L'intento di Washington è quello di usare le presunte violazioni dei diritti umani di Pechino come un pretesto per colpire la Cina, alleata con l'Iran.

Sotto questo aspetto, un'operazione militare diretta contro l'Iran può avere successo solo se viene colpita la struttura delle alleanze militari che legano l'Iran alla Cina e alla Russia. Il Cancelliere tedesco Otto von Bismarck lo capì benissimo con riferimento alla struttura delle alleanze militari rivali prima della prima guerra mondiale. La Triplice Alleanza era un accordo firmato nel 1882 tra la Germania, l'Impero Austro-Ungarico e l'Italia. Nel 1907 un accordo anglo-russo aprì la strada alla formazione della Triplice Intesa costituita da Francia, Regno Unito e Russia.

La Triplice Alleanza si concluse nel 1914 quando l'Italia si ritirò e si dichiarò neutrale, portando così allo scoppio della prima guerra mondiale.

La storia fa capire l'importanza delle alleanze militari contrapposte. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno cercando di minare la formazione di un'alleanza eurasiatica SCO-CSTO che sarebbe ben capace di sfidare e contenere l'espansionismo militare degli Stati Uniti e della NATO in Eurasia mettendo insieme il potenziale militare non solo di Russia e Cina, ma anche di varie ex-repubbliche sovietiche, tra cui la Bielorussia, l'Armenia, il Kazakistan, il Tagikistan, l'Uzbekistan e il Kirghizistan.

Accerchiare la Cina
Con l'eccezione della sua frontiera settentrionale che confina con la Federazione Russia, la Mongolia e il Kazakistan, la Cina è circondata da basi militari statunitensi.

Il corridoio eurasiatico
Fin dall'invasione e occupazione dell'Afghanistan nel 2001, gli Stati Uniti mantengono una presenza militare sul confine occidentale della Cina, in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti mirano a costituire basi militari permanenti in Afghanistan, che occupa una posizione strategica confinando con le ex-repubbliche sovietiche, la Cina e l'Iran.

Inoltre a partire dal 1996 gli Stati Uniti e la NATO hanno anche stretto accordi militari con diverse ex-repubbliche sovietiche con il progetto GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan Azerbaigian e Moldavia). Dopo l'11 settembre Washington ha usato il pretesto della “guerra globale contro il terrorismo” per sviluppare ulteriormente la presenza militare degli Stati Uniti nei paesi del GUUAM. L'Uzbekistan si è ritirato dal GUUAM nel 2002. (Adesso l'organizzazione si chiama GUAM).

La Cina ha interessi petroliferi in Eurasia come pure nell'Africa sub-sahariana, e questi interessi sono in conflitto con gli interessi petroliferi anglo-americani.

La posta in gioco è il controllo geopolitico del corridoio eurasiatico.

Nel marzo del 1999 il Congresso degli Stati Uniti adottò il Silk Road Strategy Act (Documento Strategico per la Via della Seta) che definiva i vasti interessi economici e strategici dell'America in una regione che andava dal Mediterraneo Orientale all'Asia Centrale. La Silk Road Strategy (SRS) delinea un quadro di sviluppo dell'impero finanziario americano lungo un esteso corridoio geografico.

Il successo della SRS richiede la contestuale “militarizzazione” del corridoio eurasiatico come strumento per assicurarsi il controllo sulle grandi riserve di gas e greggio e per “proteggere” le rotte dell'energia e i corridoi commerciali. Questa militarizzazione è soprattutto condotta contro la Cina, la Russia e l'Iran.

La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia che, dopo l'11 settembre, consiste nella proiezione “su diversi fronti”.

Inoltre dopo la fine della Guerra Fredda la Cina resta il potenziale obiettivo di un attacco nucleare preventivo degli Stati Uniti.

Nella Nuclear Posture Review (NPR) del 2002, la Cina e la Russia sono identificate, insieme a una lista di “stati canaglia”, come i potenziali obiettivi di un attacco nucleare preventivo messo in atto dagli Stati Uniti. La Cina viene definita dalla NPR come “un paese che potrebbe essere coinvolto in una contingenza immediata o potenziale”. In particolare, la Nuclear Posture Review cita uno scontro militare sullo status di Taiwan come uno degli scenari che potrebbero indurre Washington a impiegare armi nucleari contro la Cina.

La Cina è stata accerchiata: l'esercito degli Stati Uniti è presente nel Mare Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan, nella Penisola Coreana e nel Mar del Giappone, come pure all'interno dell'Asia Centrale e sul confine occidentale della regione autonoma cinese dello Xinjiang-Uigur. Inoltre, sempre per quanto riguarda l'accerchiamento della Cina, “il Giappone ha gradualmente uniformato e armonizzato le sue politiche militari con quelle degli Stati Uniti e della NATO”. (Si veda Mahdi Darius Nazemroaya, Global Military Alliance: Encircling Russia and China, Global Research, 10 May 2007)

Indebolire la Cina dall'interno: supporto clandestino ai movimenti secessionisti
Coerentemente con la sua politica volta a indebolire e minare la Repubblica Popolare Cinese, Washington appoggia i movimenti secessionisti del Tibet e della regione autonoma dello Xinjiang-Uigur, che confina con il Pakistan nord-orientale e l'Afghanistan.

Nello Xinjiang-Uigur i servizi segreti pachistani (ISI), collegati con la CIA, appoggiano diverse organizzazioni islamiche. Queste ultime comprendono il Partito Riformista Islamico, l'Alleanza per l'Unità Nazionale del Turkestan orientale, l'Organizzaione uigura per la Liberazione e il Partito uiguro del Jihad Centro-Asiatico. Varie di queste organizzazioni islamiche hanno ricevuto supporto e addestramento da Al Qaeda, che è una struttura di intelligence sponsorizzata dagli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di queste organizzazioni islamiche con base in Cina è la “costituzione di un califfato islamico nella regione” (per ulteriori dettagli si veda Michel Chossudovsky, America's War on Terrorism, Global Research, Montreal, 2005, Chapter 2).

“Il califfato integrerebbe l'Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan (Turkestan Occidentale) e la regione autonoma uigura (Turkestan Orientale) in un'unica entità politica.
Il 'progetto del califfato' va contro la sovranità territoriale cinese. Supportato da varie 'fondazioni' wahabite dei paesi del Golfo, il separatismo sul confine occidentale della Cina è ancora una volta coerente con gli interessi strategici degli Stati Uniti nell'Asia Centrale.
Intanto un potente gruppo di pressione negli Stati Uniti fa arrivare il proprio supporto alle forze separatiste del Tibet.
Promuovendo tacitamente la secessione della regione dello Xinjiang-Uigur (con i servizi segreti pakistani come intermediari), Washington sta tentando di innescare un processo più ampio di destabilizzazione politica della Repubblica Popolare Cinese. Oltre a queste operazioni clandestine, gli Stati Uniti hanno creato basi militari in Afghanistan e in alcune ex-repubbliche sovietiche, proprio sul confine occidentale della Cina.
La militarizzazione del Mare Cinese Meridionale e dello Stretto di Taiwan è anch'essa parte integrante di questa strategia”. (Ibid)

I disordini di Lhasa
I violenti disordini di metà marzo nella capitale del Tibet sono stati accuratamente orchestrati. Sono stati seguiti immediatamente da una campagna di disinformazione mediatica supportata da dichiarazioni politiche dei leader occidentali contro la Cina.

Ci sono elementi che fanno pensare che i servizi segreti statunitensi abbiano agito dietro le quinte in quella che vari osservatori hanno descritto come un'operazione attentamente premeditata. (Si veda sotto la nostra analisi).

I fatti di metà marzo a Lhasa non sono stati un movimento di protesta spontaneo e “pacifico” come hanno scritto i media occidentali. Le rivolte che hanno coinvolto una banda di criminali erano premeditate. Erano state attentamente pianificate. Gli attivisti tibetani in India legati al governo del Dalai Lama in esilio “hanno accennato al fatto che si aspettavano i disordini. Ma si rifiutano di elaborare come facessero a saperlo o chi vi avesse collaborato”. (Guerilla News)

Le immagini non suggeriscono tanto una manifestazione di protesta di massa quanto una rivolta guidata da poche centinaia di individui. I monaci buddisti sono stati coinvolti nei disordini. Secondo il China Daily (31 marzo 2008), dietro alle violenze c'era anche il Congresso della Gioventù Tibetana, con base in India, considerato dalla Cina un'organizzazione affiliata al Dalai Lama che pratica la linea dura. I campi d'addestramento del Congresso della Gioventù Tibetana sono finanziati dal National Endowment for Democracy (NED). (si veda il testo delle audizioni al Congresso sull'appoggio fornito dal NED al Congresso della Gioventù Tibetana)


VIDEO: i disordini in Tibet, cosa è veramente successo
I filmati confermano che sono stati colpiti, percossi e in alcuni casi uccisi dei civili. La maggior parte delle vittime era costituita da cinesi Han. Almeno dieci persone sono morte carbonizzate in seguito a incendi dolosi, secondo le dichiarazioni del governo del Tibet. Queste dichiarazioni sono state confermate dai resoconti dei testimoni oculari. Secondo un servizio del People's Daily:

“cinque commessi di un negozio di abbigliamento sono morti carbonizzati prima di riuscire a fuggire. Un uomo alto 1 metro e 70 di nome Zuo Yuancun è stato ridotto a brandelli di pelle carbonizzata e ossa. Un lavoratore migrante è stato colpito al fegato dai criminali. Una donna è stata percossa violentemente dagli aggressori e le è stato tagliato via un orecchio”. (People's Daily, March 22, 2008)

Nel frattempo i media occidentali descrivevano con disinvoltura i saccheggi e i roghi come una “manifestazione pacifica” repressa con la forza dalle autorità cinesi. Non ci sono notizie precise (né nelle fonti cinesi, né in quelle occidentali) sul numero di vittime causate dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia cinesi. I servizi occidentali indicano uno spiegamento nella capitale del Tibet di più di 1000 soldati e poliziotti a bordo di carri armati.

Sono stati attaccati esercizi e scuole, e incendiate auto. Secondo fonti cinesi ci sono stati 22 morti e 623 feriti. “I rivoltosi hanno incendiato più di 300 edifici, soprattutto case private, negozi e scuole, e hanno fatto a pezzi automobili e danneggiato strutture pubbliche”.

La pianificazione delle rivolte è stata coordinata con la campagna di disinformazione mediatica che accusava le autorità cinesi di avere istigato i saccheggi e i roghi. Il Dalai Lama ha accusato Pechino di aver “travestito da monaci le sue truppe” per dare l'impressione che dietro le rivolte ci fossero i monaci buddhisti. Le accuse si basavano su una fotografia risalente a quattro anni fa che ritrae dei soldati che si accingono a vestirsi da monaci per uno spettacolo (si veda il South China Morning Post, 4 aprile 2008).

“Il quotidiano continentale [il People's Daily] ha scritto che le forze di sicurezza che hanno spento le rivolte di Lhasa non avrebbero potuto indossare le uniformi mostrate nella fotografia perché si trattava di uniformi estive, inadatte al clima rigido di marzo.
Ha anche spiegato che la Polizia Armata del Popolo nel 2005 era passata alle nuove uniformi, caratterizzate dalle mostrine sulle spalle. Gli ufficiali armati mostrati nella foto indossavano le vecchie uniformi, abbandonate nel 2005... L'agenzia di stampa Xinhua ha detto che la fotografia era stata scattata durante uno spettacolo anni fa, quando i soldati prima di esibirsi avevano preso in prestito gli abiti dei monaci”. (Ibid)

L'accusa del Dalai Lama secondo la quale le autorità cinesi avrebbero istigato le rivolte, che è stata ripresa dalla stampa occidentale, è supportata dalla dichiarazione di un ex funzionario del Partito Comunista, Ruan Ming, che “afferma che il Partito Comunista Cinese ha orchestrato sapientemente i disordini in Tibet per costringere il Dalai Lama a dimettersi e per giustificare la futura repressione dei tibetani. Ruan Ming in passato scriveva i discorsi dell'ex-segretario generale del Partito Comunista Hu Yaobang”. (citato in The Epoch Times).

Il ruolo dei servizi segreti statunitensi
L'organizzazione dei disordini di Lhasa fa parte di uno schema coerente. Costituisce un tentativo di innescare conflitti etnici in Cina e fa gli interessi della politica estera statunitense.

Che parte hanno avuto i servizi segreti statunitensi nell'attuale ondata di proteste per il Tibet?

Data la natura segreta delle operazioni di intelligence, non ci sono prove tangibili di un coinvolgimento diretto della CIA. Tuttavia alcune organizzazioni tibetane legate al “governo in esilio” del Tibet sono notoriamente supportate dalla CIA e/o dal National Endowment for Democracy (NED), braccio civile della CIA.

Il coinvolgimento della CIA nel supportare segretamente il movimento secessionista tibetano risale alla metà degli anni Cinquanta. Il Dalai Lama è stato sul libro paga della CIA dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1974:

“La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.
I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.
Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet”. (Richard Bennett, Tibet, the 'great game' and the CIA, Global Research, March 2008)


Il National Endowment for Democracy (NED)
Il National Endowment for Democracy (NED), che fa pervenire aiuti finanziari ai gruppi di opposizione stranieri filo-americani, ha avuto un ruolo significativo nell'innescare “rivoluzioni di velluto” utili agli interessi geopolitici ed economici di Washington.

Il NED, anche se formalmente non fa parte della CIA, svolge un'importante funzione di intelligence nella sfera dei partici politici e delle organizzazioni non governative. Venne creato nel 1983, quando la CIA era accusata di corrompere politici e di formare organizzazioni della società civile fasulle. Secondo Allen Weinstein, che fu il responsabile della costituzione del NED durante l'amministrazione Reagan: “Molto di quello che facciamo noi oggi 25 anni fa veniva fatto segretamente dalla CIA”. (Washington Post, Sept. 21, 1991).

Il NED opera attraverso quattro organi fondamentali: il National Democratic Institute for International Affairs (NDIIA), l'International Republican Institute (IRI), l'American Center for International Labor Solidarity (ACILS) e il Center for International Private Enterprise.

Il NED ha finanziato le organizzazioni della “società civile” venezuelane che hanno tentato un golpe contro il presidente Hugo Chavez. Ad Haiti il NED ha finanziato i gruppi d'opposizione che stavano dietro l'insurrezione armata che ha contribuito alla deposizione del presidente Bertrand Aristide nel febbraio del 2004. Il colpo di stato di Haiti è stato il risultato di un'operazione militare e di intelligence attentamente orchestrata. (Si veda Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti, Global Research, February 2004)

Il NED finanzia varie organizzazioni per il Tibet sia all'interno sia fuori della Cina. La principale organizzazione pro-Dalai Lama per l'indipendenza del Tibet finanziata dal NED è l'International Campaign for Tibet (ICT), fondata a Washington nel 1988. L'ICT ha sedi a Washington, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. Diversa dalle altre organizzazioni per il Tibet finanziate dalla NED, l'ICT ha strettissimi legami e aree comuni con il NED e il Dipartimento di Stato USA:

“Alcuni direttori dell'ICT sono anche membri dell'establishment impegnato nella 'promozione della democrazia', come Bette Bao Lord (che presiede Freedom House e dirige il Freedom Forum), Gare A. Smith (che è stato vice segretario aggiunto al Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato), Julia Taft (ex-direttore del NED, ex segretario di stato aggiunto e coordinatore speciale per le questioni tibetane, ha lavotato per l'USAID ed è stata anche presidente e amministratore delegato di InterAction), e infine Mark Handelman (che è anche direttore della National Coalition for Haitian Rights, un'organizzazione il cui lavoro è ideologicamente legato agli interventi del NED ad Haiti).
Anche del consiglio dell'ICT fanno parte due persone strettamente legate al NED, Harry Wu e Qiang Xiao (che è l'ex-direttore esecutivo dell'organizzazione Human Rights in China, finanziata dal NED).
Il consiglio internazionale dell'ICT comprende anch'esso famosi 'democratici' come Vaclav Havel, Fang Lizhi (che almeno nel 1995 era tra i dirigenti di Human Rights in China), Jose Ramos-Horta (che è nel consiglio internazionale del Democracy Coalition Project), Kerry Kennedy (che è direttore del China Information Center, finanziato dal NED), Vytautas Landsbergis (patrocinatore della neoconservatrice Henry Jackson Society, con sede in Gran Bretagna – v. Clark, 2005), e fino alla morte avvenuta di recente, la 'levatrice dei neocon' Jeane J. Kirkpatrick (che era anche legata a realtà 'democratiche' come Freedom House e la Foundation for the Defense of Democracies)”. (Michael Barker, "Democratic Imperialism": Tibet, China, and the National Endowment for Democracy Global Research, August 13, 2007)

Tra le altre organizzazioni per il Tibet finanziate dal NED ci sono la Students for a Free Tibet (SFT) di cui abbiamo già parlato. La SFT è stata costituita nel 1994 a New York City “come progetto dell'US Tibet Committee e dell'International Campaign for Tibet (ICT), finanziata dal NED. La SFT è nota per aver steso uno striscione di 140 metri sulla Grande Muraglia” (F. William Engdahl, Risky Geopolitical Game: Washington Plays ‘Tibet Roulette’ with China, Global Research, April 2008).

La SFT, insieme ad altre cinque organizzazioni per il Tibet, lo scorso gennaio ha proclamato “l'inizio di una 'sollevazione del popolo tibetano'... e ha contribuito a creare un ufficio temporaneo per il suo coordinamento e finanziamento”. (Ibid)
Il NED finanzia anche il Tibet Multimedia Center per 'la diffusione delle informazioni relative alla lotta per i diritti umani e la democrazia in Tibet', basato anch'esso a Dharamsala. E sempre il NED finanzia anche il Tibetan Center for Human Rights and Democracy”. (Ibid)

C'è una divisione di compiti tra la CIA e il NED. Mentre la CIA fornisce segretamente supporto a gruppi ribelli paramilitari armati e a organizzazioni terroristiche, il NED finanzia i partiti politici della “società civile” e le organizzazioni non governative per instaurare la “democrazia americana” nel resto del mondo.

Il NED è, per così dire, il “braccio civile” della CIA. Gli interventi di CIA e NED nelle varie parti del mondo sono caratterizzati da uno schema ricorrente.

Operazione psicologica: screditare la leadership cinese
L'obiettivo a breve termine è quello di screditare la leadership cinese nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino, usando la campagna in Tibet per distrarre l'opinione pubblica dalla guerra in Medio Oriente e dai crimini di guerra commessi da Stati Uniti, NATO e Israele.

Le presunte violazioni cinesi dei diritti umani vengono messe in evidenza per dare un volto umano alla guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente.

I piani di guerra promossi dagli Stati Uniti contro l'Iran vengono ora giustificati con il rifiuto di Teheran di conformarsi alle richieste della “comunità internazionale”.

Con il Tibet in prima pagina la vera crisi umanitaria in Medio Oriente non fa più notizia.

Più in generale, si distorce l'intera questione dei diritti umani: le realtà sono capovolte, i numerosi crimini commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati sono nascosti o giustificati come strumenti proteggere la società contro i terroristi.

Nel valutare le violazioni dei diritti umani sono stati introdotti due pesi e due misure. In Medio Oriente il massacro di civili viene classificato come danno collaterale. È giustificato come parte della “guerra globale al terrorismo”. Si dice che le vittime sono responsabili della loro stessa morte.

La torcia olimpica
La manifestazioni di protesta nelle capitali occidentali contro le violazioni cinesi dei diritti umani sono state organizzate con grande tempestività.

Sembra ora possibile che si verifichi un boicottaggio parziale dei Giochi Olimpici. Il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che sostiene gli interessi americani e fa parte del Gruppo Bilderberg), ha proposto il boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Secondo Kouchner l'idea andrebbe discussa durante un incontro dei ministri degli esteri dell'Unione Europea.

La torcia olimpica è stata accesa in Grecia durante una cerimonia turbata dagli “attivisti pro-tibetani”. L'azione è stata promossa da “Reporter Senza Frontiere”, organizzazione che ha noti legami con i servizi segreti statunitensi. (Si veda Diana Barahona, Reporters Without Borders Unmasked, May 2005). “Reporter Senza Frontiere” riceve finanziamenti anche dal National Endowment for Democracy (NED).

La torcia olimpica è simbolica. L'Operazione psicologica consiste nel prendere di mira la torcia nei mesi che precedono i Giochi Olimpici di Pechino.

A ogni tappa di questo processo la leadership cinese viene denigrata dai media occidentali.

Implicazioni economiche globali
La campagna per il Tibet contro la leadership cinese potrebbe avere dei contraccolpi

Ci troviamo nel punto critico della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna. La crisi è strettamente connessa con l'avventura militare promossa dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nell'Asia Centrale.

La Cina ha un ruolo strategico per quanto riguarda l'espansionismo militare statunitense. Per ora non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alle varie risoluzioni del Consiglio promosse dagli Stati Uniti e dirette contro l'Iran.

La Cina ha anche un ruolo centrale nel sistema economico e finanziario globale.

In seguito a un surplus commerciale da record, la Cina ora ha 1,5 milioni di miliardi di dollari in strumenti di debito statunitensi (compresi Buoni di Tesoro). Dunque è in grado di mandare in crisi i mercati valutari internazionali. Il dollaro statunitense crollerebbe ulteriormente se la Cina dovesse vendere i suoi titoli di debito denominati in dollari. (Per ulteriori dettagli si veda F. William Engdahl, op. cit.)

Inoltre la Cina è il maggior produttore di una vasta gamma di beni lavorati che costituiscono, per l'Occidente, una quota consistente del consumo domestico mensile. I giganti occidentali della vendita al dettaglio contano sul flusso continuo e ininterrotto di articoli di consumo a basso costo dalla Cina.

Per i paesi occidentali l'ingresso della Cina nelle strutture globali del commercio, dell'investimento, della finanza e dei diritti di proprietà intellettuale della World Trade Organization (WTO) è fondamentale. Se Pechino decidesse di ridurre le sue esportazioni negli Stati Uniti di prodotti “Made in China”, l'ormai fragile base produttiva americana non sarebbe in grado di colmare il divario, almeno non nell'immediato.

Inoltre gli Stati Uniti e i loro alleati come il Regno Unito, la Germania, la Francia e il Giappone hanno importanti interessi nel settore degli investimenti in Cina. Nel 2001 gli Stati Uniti e la Cina hanno firmato un accordo commerciale bilaterale in attesa dell'ingresso della Cina nella WTO. Questo accordo consente agli investitori statunitensi, comprese le principali istituzioni finanziarie di Wall Street, di posizionarsi nel sistema finanziario di Shanghai e nel mercato bancario cinese.

Ma se sotto certi aspetti la Cina è ancora la “colonia della produzione a basso costo” dell'Occidente, i rapporti della Cina con il sistema commerciale globale non sono assolutamente inalterabili.

I rapporti della Cina con il capitalismo globale hanno le proprie radici nella “Politica della Porta Aperta” formulata nel 1979. (Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986, chapters 7 and 8)

Fin dagli anni Ottanta la Cina è diventata per i mercati occidentali il principale fornitore di prodotti industriali. Qualsiasi minaccia rivolta contro la Cina e/o qualsiasi iniziativa militare diretta contro gli alleati eurasiatici della Cina, compreso l'Iran, potrebbe compromettere le esportazioni cinesi di articoli di consumo.

La base industriale della Cina, orientata all'esportazione, è fonte di formidabile ricchezza per le economie capitaliste avanzate. Da dove viene la ricchezza della famiglia Walton, proprietaria di WalMart? WalMart non produce niente. Importa articoli economici “Made in China” e li rivende sul mercato al dettaglio statunitense a un prezzo moltiplicato per dieci.

Questo processo di sviluppo basato sulle importazioni ha permesso ai paesi “industrializzati” occidentali di chiudere gran parte delle loro fabbriche. A loro volta, le industrie cinesi con manodopera a basso costo servono a generare i profitti multimiliardari delle corporazioni occidentali, compresi i giganti della vendita al dettaglio che comprano oppure delocalizzano la loro produzione in Cina.

Qualsiasi minaccia di natura militare diretta contro la Cina potrebbe avere conseguenze economiche devastanti, ben peggiori della nota spirale ascendente del prezzo del greggio.

Michel Chossudovsky dirige il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione. Ha scritto vari bestseller internazionali, tra cui The Globalization of Poverty and the New World Order, Global Research, 2003 e America's "War on Terrorism", Global Research, 2005. È collaboratore dell'Encyclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati tradotti in più di 20 lingue.

Michel Chossudovsky è anche autore del primo studio esaustivo sulla restaurazione del capitalismo in Cina, pubblicato più di vent'anni fa,
Michel Chossudovsky, Towards Capitalist Restoration. Chinese Socialism after Mao, Macmillian, London, 1986. È appena tornato da un viaggio in Cina. È stato a Shanghai e Pechino nel marzo del 2008.

Originale da: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=8673

Articolo originale pubblicato il 13 aprile 2008

Il Tibet, il grande gioco e la CIA

Il Tibet, il “grande gioco” e la CIA

di Richard M. Bennett

Dato il contesto storico dei disordini in Tibet, c'è ragione di credere che Pechino sia stata presa in contropiede dalle recenti proteste per il semplice fatto che sono state organizzate fuori del Tibet e che i manifestanti sono guidati da agitatori anti-cinesi che si trovano al sicuro in Nepal e nel nord dell'India.

Il finanziamento e il controllo della sommossa sono stati inoltre attribuiti al leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, e di conseguenza, - data la stretta collaborazione con i servizi segreti americani per più di 50 anni – alla CIA.

Con il pesante coinvolgimento della CIA nel movimento Free Tibet e nel finanziamento della fin troppo informata Radio Free Asia, parrebbe improbabile che una qualsiasi rivolta possa svolgersi all'insaputa o senza il consenso del quartier generale del National Clandestine Service (precedentemente noto come Directorate of Operations) della CIA a Langley.

Il 21 marzo l'autorevole editorialista ed ex-ufficiale dei servizi segreti indiani B. Raman ha commentato che “in base alle informazioni disponibili, è stato possibile stabilire con un grado ragionevole di sicurezza” che la rivolta del 14 marzo a Lhasa “era stata pianificata e ben orchestrata”.

Può avere un fondo di verità l'ipotesi che i beneficiari della morte e della distruzione che stanno travolgendo il Tibet si trovino a Washington? La storia suggerisce che è concretamente possibile.

La CIA condusse una campagna su vasta scala contro i comunisti cinesi in Tibet a partire dal 1956. Questo portò nel 1959 a una rivolta sanguinosa e disastrosa in cui persero la vita decine di migliaia di tibetani, mentre il Dalai Lama e circa 100.000 seguaci furono costretti a fuggire attraverso i passi Himalayani in India e in Nepal.

La CIA creò a Camp Hale, nei pressi di Leadville, Colorado, USA, un campo di addestramento militare segreto per i guerriglieri del Dalai Lama. I guerriglieri tibetani furono addestrati ed equipaggiati dalla CIA per combattere e compiere operazioni di sabotaggio contro i comunisti cinesi.

I guerriglieri addestrati negli Stati Uniti condussero regolarmente incursioni in Tibet, guidati a volte da mercenari della CIA e con il supporto degli aerei della CIA. Il programma di addestramento iniziale si concluse nel dicembre del 1961, anche se sembra che il campo del Colorado sia rimasto aperto fino al 1966.

La Task Force tibetana della CIA creata da Roger E. McCarthy, insieme all'esercito tibetano, proseguì l'operazione (nome in codice ST CIRCUS) di disturbo delle truppe cinesi per altri 15 anni fino al 1974, quando il coinvolgimento sancito ufficialmente cessò.

McCarthy, che fu anche capo della Task Force tibetana all'apice della sua attività dal 1959 al 1961, passò poi a condurre operazioni simili in Vietnam e nel Laos.

Verso la metà degli anni Sessanta la CIA cambiò strategia: dopo aver paracadutato per anni guerriglieri e spie sul Tibet passò alla costituzione del Chusi Gangdruk, un esercito di circa 2000 guerriglieri di etnia khamba, in basi come Mustang nel Nepal.

Questa base fu chiusa solo nel 1974 dal governo nepalese dopo forti pressioni di Pechino.

Dopo la Guerra d'Indocina del 1962, la CIA sviluppò stretti legami con i servizi segreti indiani, sia per l'addestramento che per la fornitura di agenti in Tibet.

Kenneth Conboy e James Morrison, nel loro libro The CIA's Secret War in Tibet (La guerra segreta della CIA nel Tibet), rivelano che la CIA e i servizi segreti indiani collaborarono nell'addestramento ed equipaggiamento di truppe speciali e agenti tibetani e nella costituzione di unità aeronautiche e di intelligence congiunte come l'Aviation Research Center e lo Special Center.

Questa collaborazione continuò negli anni Settanta e alcuni dei suoi programmi, soprattutto l'unità forze speciali dei profughi tibetani che ha poi avuto un ruolo importante nella Special Frontier Force indiana, sono ancora oggi attivi.

Solo il deterioramento delle relazioni con l'India, che coincise con un miglioramento dei rapporti con Pechino, segnò la fine della maggior parte delle operazioni congiunte di CIA e India.

Anche se Washington dal 1968 ha ridotto il supporto ai guerriglieri tibetani, si ritiene che la fine dell'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza sia giunta solo durante gli incontri tra il presidente Nixon e la dirigenza comunista cinese a Pechino nel febbraio del 1972.

Victor Marchetti, ex-ufficiale della CIA, ha descritto la rabbia di molti agenti sul campo quando Washington staccò la spina, e aggiunge che molti di loro “cercarono conforto nelle preghiere tibetane apprese durante gli anni trascorsi con il Dalai Lama”.

L'ex-capo della Task Force tibetana della CIA dal 1958 al 1965, John Kenneth Knaus, avrebbe detto: “Questa non era una operazione politica black-bag della CIA”, aggiungendo che “L'iniziativa veniva... dal governo degli Stati Uniti”.

Nel suo libro Orphans of the Cold War (Orfani della Guerra Fredda), Knaus parla dell'impegno degli americani per la causa dell'indipendenza tibetana dalla Cina. Cosa interessante, aggiunge che la sua realizzazione “convaliderebbe i più onorevoli motivi di chi ha cercato di aiutarli a raggiungere questo obiettivo più di 40 anni fa. Allevierebbe anche il senso di colpa di alcuni di noi per aver partecipato a questi tentativi che ad altri sono costati la vita, ma che sono stati la nostra più grande impresa”.

Nonostante l'assenza di un sostegno ufficiale circola ancora diffusamente la voce che la CIA fosse coinvolta, anche se non direttamente, in un'altra rivolta fallita nell'ottobre del 1987, i disordini che successivi e la conseguente repressione cinese che durò fino al maggio del 1993.

Ora la CIA può pensare che sia il momento giusto per tentare nuovamente di destabilizzare la presenza cinese nel Tibet, e Langley manterrà di certo aperte tutte le opzioni.

La Cina deve affrontare gravi problemi: i musulmani uiguri nello Xinjiang, le attività del Falun Gong, tra molti altri gruppi dissidenti, e naturalmente le crescenti preoccupazioni per la sicurezza dei Giochi Olimpici ad agosto.

La Cina è vista da Washington come una grande minaccia sia economica che militare non solo in Asia ma anche in Africa e nell'America Latina.

Dal punto di vista della CIA la Cina è stata scarsamente collaborativa nella “guerra al terrore”, offrendo poco o nessun aiuto e non facendo niente per fermare il flusso di armi e uomini giunti dalle aree musulmane della Cina in appoggio ai movimenti estremisti islamici in Afghanistan e negli stati dell'Asia Centrale.
Per molti a Washington questa sarebbe l'occasione ideale per destabilizzare il governo di Pechino, dato che il Tibet è ancora il potenziale punto debole della Cina.

La CIA starà ben attenta a non lasciare indizi che puntino alla sua responsabilità nella rivolta che sta montando. Verranno usati intermediari tra gli esuli tibetani in Nepal e nelle aree di confine dell'India settentrionale.

La CIA in effetti può aspettarsi un livello significativo di supporto da parte di molte organizzazioni per la sicurezza sia in India che in Nepal e non avrà problemi a offrire al movimento di resistenza consigli, denaro e soprattutto pubblicità.

Tuttavia, finché i disordini non mostreranno una tendenza inconfondibile a trasformarsi in una rivolta di massa dei tibetani contro i cinesi Han e Hui, non si permetterà che entrino in scena le armi.

Negli ultimi 30 anni nel Tibet sarebbero entrate illegalmente grandi quantità di esplosivi e di armi di piccolo calibro dell'ex-blocco sovietico, ma è probabile che resteranno nascoste in attesa dell'occasione giusta.

Le armi provengono dai mercati mondiali o da depositi sequestrati dalle forze statunitensi o israeliane e sono state alterate perché nessuno possa risalire alla CIA.

Armi di questo tipo hanno anche il vantaggio di essere intercambiabili con quelle usate dalle forze armate cinesi e naturalmente hanno le stesse munizioni, facilitando i problemi di rifornimento durante gli eventuali futuri conflitti.

Anche se l'appoggio ufficiale degli Stati Uniti alla resistenza tibetana è terminato 30 anni fa, la CIA ha tenuto aperte le linee di comunicazione e finanzia ancora buona parte del movimento Tibetan Freedom.

Dunque la CIA sta di nuovo giocando il “grande gioco” nel Tibet?

Di certo è in grado di farlo, conservando una significativa presenza paramilitare e di intelligence nella regione. L'Afghanistan, l'Iraq, il Pakistan e vari stati centro-asiatici ospitano grandi basi.

Non va poi dubitato che abbia interesse a indebolire la Cina almeno quanto l'obiettivo più ovvio costituito dall'Iran.

Dunque la probabile risposta è sì, e sarebbe in effetti sorprendente se la CIA non avesse un interesse meramente passeggero per il Tibet. Dopotutto è pagata per questo.

Dall'11 settembre del 2001 c'è stato cambiamento di atteggiamenti, requisiti e capacità nei servizi segreti statunitensi. I vecchi piani operativi sono stati rispolverati e aggiornati, vecchi agenti riattivati. Il Tibet e quella che viene percepita come la debolezza della posizione della Cina nel paese probabilmente saranno completamente rivalutati.

Per Washington e la CIA questa può essere un'ottima occasione per creare un significativo mezzo di pressione contro Pechino con pochi rischi per gli interessi americani: praticamente una situazione con risvolti esclusivamente positivi.

Il governo cinese sarebbe oggetto del biasimo mondiale per la repressione e la violazione dei diritti umani, e sarebbero i giovani tibetani e non i ragazzi americani a venire uccisi sulle strade di Lhasa.
La conseguenza di un'aperta rivolta contro Pechino, tuttavia, sarà che la paura di arresti, torture e perfino esecuzioni si riverserà in ogni angolo del Tibet e nelle province vicine popolate da un gran numero di tibetani come il Gansu, il Qinghai e il Sichuan.

E il movimento per la libertà in Tibet ha ancora scarse possibilità di ottenere miglioramenti significativi nella politica centrale cinese a lungo termine, e nessuna possibilità di eliminare il controllo cinese su Lhasa.

Sembra che ancora una volta il popolo tibetano resterà intrappolato tra l'oppressione di Pechino e la manipolazione di Washington.

Pechino manda i pezzi grossi
Il timore che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri stati occidentali possano cercare di dipingere il Tibet come un altro Kosovo può spiegare parzialmente perché le autorità cinesi abbiano reagito come se si fossero trovate di fronte a una vera insurrezione di massa invece che alla versione ufficiale di una breve ondata di disordini scatenata dai sostenitori del Dalai Lama.

Pechino ha preso la cosa così seriamente che a Lhasa è stata dislocata una speciale unità di coordinamento per la sicurezza, il Centro di Comando 110, con l'obiettivo primario di soffocare i disordini e ristabilire completamente il controllo del governo centrale.

Il Centro sembra essere sotto il diretto controllo di Zhang Qingli, primo segretario del Partito del Tibet leale al presidente Hu Jintao. Zhang è anche l'ex-vice segretario di partito dello Xinjiang e ha una notevole esperienza nelle operazioni anti-terrorismo in quella regione.

Altre cariche importanti a Lhasa sono state assunte da Zhang Xinfeng, vice ministro del Ministero Centrale della Pubblica Sicurezza, e Zhen Yi, vice comandante del quartier generale della Polizia del Popolo a Pechino.

La serietà con cui Pechino sta trattando gli attuali disordini è ulteriormente dimostrata dallo spiegamento di un gran numero di importanti divisioni della Regione Militare di Chengdu, comprese brigate della 149ª Divisione di Fanteria Meccanizzata, che agisce come forza di reazione rapida.

Secondo una notizia dell'agenzia di stampa United Press International, a Lhasa sono intervenuti corpi speciali dell'Esercito di Liberazione del Popolo e sono stati impiegati il carro da combattimento T-90 e i carri armati T-92. Secondo questa notizia, la Cina ha negato la partecipazione dell'esercito alla repressione, dicendo che è stata messa in atto da unità della polizia armata. “L'equipaggiamento citato, tuttavia, non è mai stato impiegato dalla polizia armata cinese”.

Il supporto aereo è fornito dal 2° Reggimento dell'Aviazione dell'Esercito con base a Fenghuangshan, Chengdu, nella provincia del Sichuan: i suoi elicotteri e STOL operano da una postazione nei pressi di Lhasa. Aerei da combattimento potrebbero essere messi rapidamente a disposizione da squadriglie dislocate nella regione di Chengdu.
Il Distretto Militare dello Xizang forma il distaccamento del Tibet, costituito da due unità di fanteria di montagna, la 52ª Brigata con base a Linzhi e la 53ª a Yaoxian Shannxi, supportate dall'8ª Divisione di Fanteria Motorizzata e da una brigata di artiglieria a Shawan, Xinjiang.

Il Tibet non è più così lontano da creare problemi di rifornimento e avvicendamento all'esercito cinese. La costruzione della prima ferrovia tra il 2001 e il 2007 ha facilitato in misura significativa i consistenti movimenti di truppe ed equipaggiamento dal Qinghai all'aspro altopiano tibetano.

Altre precauzioni contro una recrudescenza delle rivolte tibetane hanno portato a un considerevole grado di autosufficienza nella logistica e nella riparazione dei veicoli del distaccamento militare tibetano. È stato realizzato un numero sempre maggiore di piccoli campi di volo per consentire alle forze di reazione rapida di raggiungere in tempi brevi anche le aree più inaccessibili.

Il Ministero per la Sicurezza cinese e i servizi segreti hanno imparato a essere presenti in modo soffocante nella provincia, a rilevare ogni serio movimento di protesta e a reprimere la resistenza.
Richard M. Bennett è consulente nel settore dell'intelligence e della sicurezza,
AFI Research.

(Copyright 2008 Richard M. Bennett.)

Originale da: http://atimes.com/atimes/China/JC26Ad02.html

Articolo originale pubblicato il 26 marzo 2008

lunedì, aprile 21, 2008

“Kraj” - documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” - al limite, sull’orlo del baratro - è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie - costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi - ha perso ogni significato geografico.

Le sette parti del documentario, tradotte dal russo e sottotitolate in italiano, sono sul blog Bye Bye Uncle Sam a questo indirizzo.

martedì, aprile 08, 2008

L'ombra del talebano sulla NATO

L'ombra del talebano sulla NATO
di M. K. Bhadrakumar

Può sembrare che il vertice della NATO svoltosi a Bucarest dal 2 al 4 aprile e l'incontro nel fine settimana tra il presidente russo Vladimir Putin e quello statunitense George W. Bush a Soči si siano conclusi con una vittoria di Washington. Almeno secondo i commentatori russi, Mosca avrebbe “perso” il summit NATO.

Di certo ci sono elementi d'ansia. Il summit di Bucarest e l'incontro di Soči sono stati eventi-spartiacque. Le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono giunte a un punto cruciale. Potrebbe seguire un nuovo scontro a lungo termine oppure potrebbero instaurarsi rapporti più stretti di partenariato. La delegazione degli Stati Uniti non ha concesso nulla a Mosca. L'amministrazione Bush aveva istruzioni precise: “niente scambi di favori, punto”, ha detto Bush diretto a Bucarest. Da un lato l'amministrazione Bush vuole trasformare la NATO nella forza politico-militare dominante in Europa sotto la guida americana. Dall'altro lato vuole farlo senza rompere con i suoi alleati o con la Russia.

C'erano solo due modi per ottenere questi risultati: tentare l'azione eclatante su vasta scala oppure cercare un compromesso strategico con la Russia. Washington ha scelto la prima soluzione. Ma è stata un'impresa difficile. Non è riuscita ad assicurare un Membership Action Plan per l'Ucraina e per la Georgia, anche se ha strappato agli alleati della NATO la promessa che la questione verrà ripresa in considerazione il prossimo dicembre.

Mosca aveva previsto questo esito. Il ministro degli esteri Sergej Lavrov aveva detto: “Non mancherà una risposta da parte nostra. Ma noi risponderemo in modo pragmatico, non come quegli scolaretti picchiati in classe che lasciano l’aula sbattendo la porta per andare a piangere di nascosto in un angolo". Ha lasciato capire che la questione è lungi dall'esser chiusa. “Siamo preparati a vari scenari”, ha aggiunto.

Ancora una volta, la diplomazia americana sembra aver conseguito un successo tangibile convincendo la NATO ad acconsentire a un “sistema di raccordo” con lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti intendono installare in Polonia e nella Repubblica Ceca. Il summit ha deciso di affidare alla NATO il compito di elaborare opzioni per un'architettura di difesa anti-missile che estenda la protezione a tutto il territorio alleato, anche a quello che il sistema americano avrebbe lasciato scoperto. I risultati dello studio di fattibilità verranno presentati al vertice NATO del 2009. I capi della NATO hanno riconosciuto il “sostanziale contributo che il sistema statunitense è in grado di fornire”.

Di fatto il sistema di difesa americano anti-missili balistici in Europa si è trasformato in un progetto della NATO. Questo a sua volta nuocerà alla capacità della Russia di opporvisi, perché ora dovrà confrontarsi con la comunità occidentale in quanto NATO. Mosca adesso deve fare una scelta difficile: sistemare le cose con Bush nei restanti mesi della sua presidenza o prepararsi allo scontro con il senatore John McCain (che è emerso come il favorito nella corsa presidenziale). E i Democratici non sono una prospettiva più rosea. Richard Holbrooke, che assiste Hillary Clinton, o Zbigniew Brzezinski, che sembra guidare da dietro le quinte la squadra di Barack Obama, condividono la visione di McCain sul “revanscismo russo”.

Una fonte anonima del Cremlino ha ammesso a Soči che Putin e Bush non sono riusciti a superare le divergenze sul sistema di difesa anti-missile. Domenica a Soči lo stesso Putin, durante la conferenza stampa congiunta con Bush, ha riconosciuto: “Non nasconderò il fatto che una delle questioni più spinose era e rimane il sistema di difesa anti-missile americano in Europa... Voglio essere inteso correttamente: non c'è stato alcun cambiamento nel nostro atteggiamento fondamentale nei confronti dei piani americani”. Significativamente, la risposta di Bush non conteneva alcun accenno a un ripensamento, nessuna assicurazione che sarebbe stato raggiunto un accordo.

E allora, è una nuova guerra fredda? Putin dice di no. Esprime un cauto ottimismo sul fatto che un'intesa sulla difesa anti-missile sia ancora possibile. Insiste. “Ci sono stati passi positivi. Gli americani hanno dato ascolto alle nostre preoccupazioni”. Ritiene che Bush sia “seriamente e sinceramente” intenzionato a risolvere il problema e “noi appoggiamo decisamente questo atteggiamento”.

Qual è il senso di tutto questo? Ci siamo persi qualcosa? La risposta va cercata nei prossimi mesi sugli impervi monti del lontano Afghanistan. A Bucarest c'era un osservatore dallo sguardo meditabondo e la barba incolta che è sfuggito all'attenzione degli ufficiali di polizia impegnati a ripulire i dintorni del palazzo presidenziale dai barboni e dai cani randagi: quell'osservatore era il talebano.

Quando svanirà l'effetto teatrale dell'allargamento della NATO e della difesa anti-missile americana e si tornerà inevitabilmente alla prova dei fatti, sarà sotto gli occhi di tutti la questione fondamentale: le vacillanti operazioni dell'Alleanza in Afghanistan.

La Russia a Bucarest ha gettato una corda alla quale l'Alleanza si è aggrappata, mentre Washington ha finto di non accorgersi di nulla. Il significato dell'accordo stretto a Bucarest venerdì deve ancora essere compreso appieno. L'accordo riguarda il transito attraverso la Russia di approvvigionamenti alimentari e non militari della NATO e di “alcuni tipi di equipaggiamento militare non letale” diretti in Afghanistan.

I rifornimenti NATO verranno trasportati per migliaia di chilometri attraverso la Russia, il Kazakistan e l'Uzbekistan. Anche se l'accordo è stato firmato da Lavrov e dal segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer alla cerimonia di Bucarest, la Russia l'ha trattato come una questione che riguarda l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO). Se ne era parlato infatti durante incontro informale tra i ministri degli esteri della CSTO svoltosi a Mosca il 28 marzo, “perché il transito verso l'Afghanistan, semplicemente per obiettive ragioni geografiche, richiede accordi appropriati con molti paesi che fanno parte della CSTO”, per citare Lavrov. La CSTO comprende l'Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan, il Kirghizistan, la Russia, l'Uzbekistan e il Tagikistan.

In ultima analisi, dunque, la Russia si è mossa consultandosi con e per conto dei partner della CSTO. Questo ha delle implicazioni, indipendentemente dalla posizione della CSTO agli occhi della NATO. Mosca è stata esplicita sul fatto che la sua decisione è improntata al puro pragmatismo. Lavrov ha detto, “Se fingiamo di offenderci e blocchiamo il transito, l'efficienza della lotta al terrorismo, che al momento non è troppo buona, peggiorerà drammaticamente; e l'unico risultato sarà che in assenza di un fattore limitante tutti questi trafficanti di droga e terroristi si sentiranno più liberi di agire in Asia Centrale e in Russia... Il pragmatismo della Russia e i suoi interessi ci spingono a sostenere le attività di coloro che cercano di affrontare i terroristi in Afghanistan”.

Ma c'è qualcosa di più nel “pragmatismo” di Mosca. L'ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov, ha dichiarato a Vremja Novostej: “Più a lungo la NATO resterà in Afghanistan, peggio sarà per loro. Ma sarebbe sbagliato immaginare che la Russia voglia la NATO fuori dall'Afghanistan prima possibile, a qualsiasi costo. Non li lasceremo uscire dall'Afghanistan finché non avranno risolto i problemi che hanno creato, e cioè il terrorismo internazionale e la crescita incontrollata del traffico di droga, e non avranno instaurato laggiù uno stato forte e ricostruito l'economia.”.
Vale a dire che la Russia fornirà tutto il supporto logistico necessario alla NATO perché l'alleanza possa svenarsi in Afghanistan. Si sta profilando un'interessante equazione che può determinare l'alchimia dei rapporti con la NATO nei prossimi anni. Che Washington lo ammetta oppure no, l'accordo sul transito dà alla Russia un ruolo nelle operazioni NATO in Afghanistan. L'importanza di questo ruolo non farà che aumentare via via che la pesante dipendenza della NATO – più del 70% a oggi – dal transito attraverso il territorio pakistano si farà sempre più insostenibile.

I servizi segreti della Russia e della NATO non possono non sapere che i talebani hanno cominciato a prendere di mira Torkham, la postazione di controllo strategico sul confine tra l'Afghanistan e il Pakistan che è anche il principale punto di ingresso per i rifornimenti delle forze dell'Alleanza. Il 20 marzo un convoglio di 40 autocisterne di carburante che doveva rifornire le forze NATO è stato distrutto in una serie di esplosioni in un parcheggio di Torkham. Non c'è dubbio che i talebani abbiano identificato i sistemi logistici e di approvvigionamento della NATO come il suo tallone di Achille. Nel frattempo, la propensione del governo democraticamente eletto del Pakistan a continuare a essere un alleato nella “guerra al terrore” è ancora tutta da vedere.

Tutto questo significa che il trionfalismo dell'amministrazione Bush sul summit NATO di Bucarest è destinato ad avere vita breve. È una questione ancora aperta come la NATO sarà capace di districarsi dal colossale groviglio dell'Afghanistan. Gli attacchi contro le truppe NATO si stanno verificando al ritmo di 500 al mese. Nonostante i colpi sferrati a Bucarest, Washington non è riuscita a ottenere un numero significativo di truppe aggiuntive dai suoi alleati NATO.

L'impegno di Francia, Gran Bretagna, Polonia, Spagna, Romania e altri secondo la Casa Bianca corrisponde 2000-2500 soldati, ma i comandanti in Afghanistan dicono di essere in grado di usare nell'immediato un massimo di due o tre brigate, per un totale di 10.000 uomini. Saranno gli Stati Uniti a dover pensare al resto.

Il portavoce statunitense ha fatto buon viso a cattivo gioco dicendo che “nonostante la situazione in Iraq”, l'impegno di Washington in Afghanistan durerà a lungo. Ma c'è un altro aspetto da tenere in considerazione: il salasso finanziario. Le operazioni attualmente costano al contribuente americano 100 milioni di dollari al giorno, che corrisponde a 36 miliardi di dollari l'anno. Gli Stati Uniti non vedono ancora la fine del tunnel, dopo aver già speso 127 miliardi di dollari dal 2001nella guerra in Afghanistan.

Ma soprattutto la scacchiera politica si sta sensibilmente spostando. Lo ha sottolineato la proposta di resuscitare il gruppo di contatto “sei più due” avanzata a Bucarest dal presidente dell'Uzbekistan Islam Karimov. Ironicamente il “sei più due” fu creato negli anni 1997-2001 sotto gli auspici delle Nazioni Unite per promuovere la riconciliazione tra i talebani e i gruppi dell'Alleanza del Nord. Comprendeva la Cina, il Tagikistan, l'Uzbekistan, il Turkmenistan, l'Iran e il Pakistan e gli Stati Uniti e la Russia.

Karimov ha suggerito che una formula allargata del “sei più due”, con l'inclusione della NATO, potrebbe lavorare su un potenziale piano di pace in Afghanistan. Curiosamente, proprio mentre parlava ai capi della NATO a Bucarest, un portavoce di quella che era l'Alleanza del Nord rivelava a Kabul che erano già stati avviati colloqui segreti con i talebani. “Siamo tutti musulmani, siamo tutti afghani, e siamo tutti scontenti del governo di [Kabul]”, avrebbe detto, suggerendo che la NATO è il terzo incomodo.

La proposta di Karimov sarà allettante per molti paesi membri della NATO che restano scettici a proposito della cosiddetta “strategia globale” degli Stati Uniti nella guerra e sono propensi a esplorare una strategia di ritiro. (Der Spiegel riferiva che nelle discussioni a porte chiuse di Bucarest figurava anche un documento tedesco che identificava una “strategia di uscita”). In ogni caso, Washington sarà irritata dal fatto che la proposta uzbeka implicitamente accenni al ruolo dei paesi dell'Asia Centrale (e della Russia e della Cina) nella guerra della NATO in Afghanistan.

Si può star certi che Mosca sta osservando tutto molto attentamente. La scorsa settimana il vice ministro degli esteri russo Aleksandr Gruško ha dichiarato all'agenzia stampa Interfax che la Russia sarebbe disposta ad approfondire la cooperazione con la NATO sull'Afghanistan, ma che questo non accadrà se “non si terrà conto dei legittimi interessi in materia di sicurezza di entrambe le parti”. E tanto per stare sicuri ha aggiunto: “Non ci sono e non possono esserci scambi di favori”.

Potrebbe sembrare che l'accordo della Russia sul transito riguardi solo i rifornimenti alimentari e non militari. Ma si sa che, come direbbe il soldato della commedia di George Bernard Shaw Le armi e l'uomo, la cioccolata è più importante delle munizioni. Gruško ha motivo di prevedere che i membri europei della NATO, e perfino Washington, apprezzeranno alla fine la buona volontà della Russia. Fino ad allora, Mosca non potrà giudicare chi abbia vinto e chi abbia perso al summit di Bucarest.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/JD08Ag01.html

Articolo originale pubblicato il 7 aprile 2008