domenica, luglio 20, 2008

Tra singhiozzi e canti di guerra

Tra singhiozzi e canti di guerra

di Gilad Atzmon

Passando in rassegna i pornografici lamenti collettivi israeliani attualmente riportati dalla stampa ebraica, ho avuto la sorpresa di trovare un editoriale critico del dottor Mordechai Keidar, un accademico israeliano di destra.

“I nostri nemici”, scrive Keidar, “vedono una nazione frenetica, emotiva, lamentosa, corrotta, edonista, possessiva e liberale. Gente che agguanta e divora, gente priva di radici storiche, gente cui fa difetto l'ideologia, che è spogliata dei propri valori e manca del senso di solidarietà. Gente che si preoccupa solo del 'qui e ora', gente disposta a pagare qualsiasi prezzo senza tenere conto delle gravi conseguenze del proprio sfrenato e irresponsabile comportamento”. (Mordechai Keidar http://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-3568863,00.html).

È leggermente incoraggiante scoprire che qualcuno in Israele è in grado di capire la severità con cui è vista la realtà israeliana. Keidar riesce a comprendere quanto appaia penoso l'attuale pianto collettivo visto da fuori, e in particolare dai paesi vicini. Per quanto si possa simpatizzare con le famiglie dei soldati e il loro dolore, Regev e Goldwasser erano soldati in uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano al servizio di una forza armata molto ostile. Quando furono rapiti stavano pattugliando il conteso confine libanese. Per chi non l'avesse ancora capito, erano soldati e non “civili innocenti”. Erano teoricamente capaci di difendersi. Il caso di Gilad Shalit non è molto diverso. Shalit, che viene presentato dai media mondiali come una “vittima innocente”, faceva la guardia in un campo di concentramento israeliano, Gaza. Shalit, come Goldwasser e Regev, quando è stato catturato indossava un'uniforme dell'Esercito di Difesa Israeliano. Né Regev, né Goldwasser né Shalit erano vittime. Servivano tutti uno stato che impiega tattiche genocide: affama, compie operazioni di pulizia etnica e assassina chi considera proprio nemico.

Tuttavia è sempre sorprendente constatare quanto sia corta la memoria collettiva israeliana. La fallita liberazione da parte dell'Esercito di Difesa Israeliano di Regev e Goldwasser dopo l'imboscata riuscita di Hezbollah portò Israele a scatenare la Seconda Guerra del Libano. In un'azione di rappresaglia, punizione e vendetta Israele demolì le infrastrutture libanesi, distrusse le città e i villaggi del Libano meridionale e alcuni quartieri di Beirut. Uccise migliaia di civili libanesi. In qualche modo gli israeliani sono riusciti a dimenticarsene. Adesso vedono solo due bare nere. Sono riusciti perfino a ignorare il fatto di averle scambiate con 190 casse contenenti i resti di militanti di Hezbollah.

Gli israeliani hanno il dono di vedere solo se stessi. Ai loro occhi, il loro dolore è in qualche modo superiore al dolore degli altri. Ma c'è qualcosa che mi lascia perplesso. Davanti al necrofilo pianto collettivo israeliano sono confuso perfino io. Se Israele e gli israeliani riescono a riprendersi a fatica da due tragiche perdite militari israeliane, come faranno a gestire la guerra globale che insistono a voler scatenare contro l'Iran? Se non riescono a consolarsi per due bare, come si consoleranno quando Tel Aviv si trasformerà in una tomba collettiva? Perché i loro canti di guerra suggeriscono che è proprio lì che vogliono andare a parare a tutti i costi.

È abbastanza buffo che sia il dottor Keidar a suggerire una risposta: “Solo una nazione piena di convinzione ideologica, una nazione che creda profondamente nella giustezza della propria via, una nazione che senta di far parte di un processo storico, una nazione in grado di conquistare la propria sopravvivenza con il sangue, il sudore e le lacrime, solo una nazione simile può durare in Medio Oriente. Questa regione”, dice Keidar, “non ha spazio per post-ebrei che prima o poi si riveleranno i post-sionisti che sono”.

Devo ammettere che Keidar, lo zelota israeliano di destra, non ha tutti i torti. Gente che crolla davanti a due bare farebbe meglio a non scatenare un altro conflitto internazionale. Il fatto è che gli israeliani non hanno la stoffa giusta. Non sono esattamente una nazione di spartani. Amano infliggere dolore agli altri ma non sopportano l'idea di soffrire: chiaramente non sono pronti a sacrificarsi, sono un branco di codardi sconfitti. Farebbero meglio a scappare. Come scrive Keidar, la loro probabilità di sopravvivenza nella regione è pari a zero.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/18/caught-between-sobbing-and-war-chants-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

sabato, luglio 19, 2008

Morte di un comunista

Nella Colombia di Uribe la morte di un comunista è un banale fatto di cronaca

di Fausto Giudice

Guillermo Rivera Fúquene è stato assassinato.

Nella Colombia di Alvaro Uribe e della sua politica di "Sicurezza Democratica" proclamata nel 2002 c'è una banale notizia di cronaca, della quale non troverete alcuna traccia nel vostro quotidiano preferito: un bel mattino un uomo è scomparso, in piena capitale, dopo aver accompagnato la figlia alla fermata dello scuolabus.

La sua famiglia, i suoi amici, i suoi colleghi, i suoi compagni hanno fatto il possibile e l'impossibile per trovarlo, invano.

È stato trovato 86 giorni dopo, in una tomba anonima a 125 chilometri dalla sua abitazione.

Secondo i primi elementi emersi dall'indagine Guillermo Rivera Fúquene è stato assassinato e sepolto in una fossa anonima il 28 aprile scorso, sei giorni dopo il suo rapimento nel quartiere di El Tunal a Bogotá. Un testimone che ha preferito restare anonimo e non deporre davanti al procuratore incaricato delle indagini ha detto di aver visto una pattuglia della polizia interpellare Rivera e ripartire con lui. I nastri delle telecamere di sorveglianza mostrano una forte presenza della polizia nel quartiere e al momento della scomparsa.

Guillermo Rivera, economista, aveva 52 anni. Lavorava da molto tempo ai servizi di Controllo Finanziario* della capitale ed era presidente del Sindacato dei servizi pubblici di Bogotá (SINSERPUB).

Era stato attivo nella campagna contro i referendum del 2003 che mirava, tra l'altro, all'abolizione di questo equivalente colombiano della Corte dei Conti.

Rivera era stato anche presidente della giunta d'azione comunale del quartiere di San Vicente nella località di Tunjuelito, presidente del sindacato di comproprietari della casa in cui viveva e... militante politico.

Rivera era comunista. Membro del Partito comunista colombiano da più di vent'anni, militava nel Polo democratico alternativo creato dal partito con degli indipendenti.

Da giovane aveva lavorato come consulente per consiglieri comunali appartenenti all'Unione patriottica, movimento nato nell'euforia dell'"apertura" promossa nel 1984 dal presidente Belisario Betancourt, che aveva portato dei guerriglieri delle FARC a rientrare nel gioco politico elettorale. Quell'avventura costò cara alla sinistra colombiana, che negli anni Ottanta patì 5000 morti. Un vero bagno di sangue.

Alla fine di aprile i familiari e i compagni di Rivera hanno creato un Comitato per chiedere alla giustizia che indagasse sulla sua scomparsa. Hanno manifestato, organizzato delegazioni, depositato domande di habeas corpus (naturalmente respinte). Non è servito a niente. Il 15 luglio il cadavere di Guillermo Rivera Fúquene è stato ritrovato in un cimitero di Ibagué.

Lontano da Bogotá, lontano da El Tunal dove sua moglie Sonia e le sue due figlie sanno che Guillermo non potrà più tornare a casa.

*La Contraloría General de la República de Colombia è stata creata nel 1923, in sostituzione della Corte dei Conti, su raccomandazione della missione di esperti statunitensi guidata dall'economista di Princeton Edwin Walter Kemmerer, su richiesta del governo colombiano che riteneva di aver bisogno di aiuto per sapere come gestire il soldi ricevuti dagli Stati Uniti per il riconoscimento della Repubblica di Panama. Divenuta un'istituzione costituzionale nel 1945, la Contraloría è oggi un organismo autonomo e indipendente la cui funzione è quella di sorvegliare la gestione delle entrate fiscali dello Stato e, più in generale, la gestione di tutti i fondi pubblici. Tra l'accozzaglia di quesiti del referendum dell'ottobre 2003 c'era anche l'abolizione di questo organismo, ma Uribe ne uscì sconfitto perché meno del 25% degli elettori rispose al suo appello ad andare a votare.

Originale: http://azls.blogspot.com/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

venerdì, luglio 18, 2008

Rapporto sulla tortura in Colombia

Le torture si sono intensificate durante la politica di “Sicurezza Democratica”, afferma un Rapporto sulla tortura in Colombia

Comunicato stampa Reiniciar

Bogotá, 15 luglio 2008.
La Politica di Sicurezza Democratica del presidente Álvaro Uribe ha reso più facile la tortura e gli abusi in Colombia, afferma un “Rapporto sulla tortura, i trattamenti, crudeli, inumani o degradanti – 2007” presentato oggi dalla Coalizione Colombiana contro la Tortura della quale fa parte la Corporazione Reiniciar. Secondo il Rapporto, dal 2002, anno in cui è entrata in vigore la Politica di Sicurezza Democratica, i casi di tortura sono aumentati in tutto il paese, soprattutto contro le organizzazioni sociali e i difensori dei diritti umani. Nel 2007 sono stati documentati 93 casi di persone torturate, delle quali solo 27 sono sopravvissute e 43 sono state assassinate dopo le torture. Tra tutte le vittime documentate, almeno 18 erano di sesso femminile e 11 erano bambine o bambini.
Il Rapporto sottolinea che nel 90,1% dei casi di tortura l'autore generico delle violazioni è stato lo Stato: “il 70,4% (50 vittime) delle violazioni è stato commesso direttamente da rappresentanti dello Stato; il 19,7% (14 vittime) è stato commesso da paramilitari e tollerato o appoggiato dallo Stato”.
Il Rapporto ha confermato uno schema di torture commesse dalla Forza Pubblica nel contesto di “Detenzioni Arbitrarie” e di “Falsi Positivi” contro persone segnalate come appartenenti a gruppi della guerriglia o loro simpatizzanti.
Così, tra i mesi di luglio 2002 e giugno 2007 si sono registrati almeno 955 casi di esecuzioni extragiudiziali e 235 sparizioni forzate attribuibili direttamente alla Forza Pubblica. Il periodo compreso tra luglio 2006 e giugno 2007 è stato quello in cui si è registrato il maggior numero di esecuzioni extragiudiziali, dato che almeno 236 persone sono state giustiziate direttamente dalla Forza Pubblica, rispetto ai 198 casi registrati tra luglio 2005 e giugno 2006.
Riporta inoltre che i gruppi della guerriglia sono stati responsabili del 9,8% dei casi di tortura.
I delegati della Coalizione, alla presenza del Segretario Generale dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura, signor Eric Sottas, hanno mostrato la loro preoccupazione nel segnalare che le fasce della popolazione che maggiormente subiscono le detenzioni, la tortura psicologica e l'impatto psicosociale sono i contadini, le donne, i bambini, le persone LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) e gli afro-colombiani.
Tuttavia hanno precisato che una delle attività più perseguitate del paese è quella dei Difensori dei Diritti Umani. Nel 2007 molte organizzazioni di difesa dei Diritti Umani sono state vittime di incursioni, furto di informazioni, minacce ai loro componenti, maltrattamento e stigmatizzazione del loro lavoro, com'è il caso della Corporazione Reiniciar.
Il Rapporto segnala che per quanto i dati e i casi registrati siano allarmanti, essi non riescono a rendere le dimensioni della problematica nel paese, “a causa delle molte difficoltà nell'accedere alla giustizia, la paura per la presenza e il controllo dei colpevoli degli omicidi e degli abusi in vaste zone del paese e l'assenza di meccanismi di protezione a favore delle vittime e dei testimoni”.
Infine il Rapporto raccomanda al Governo Nazionale di ratificare il Protocollo Facoltativo della Convenzione contro la Tortura che permette a questa Convenzione di far visita al paese e di verificare la situazione nazionale con i membri del Comitato contro la Tortura. Ha anche esortato il Governo affinché, nell'ambito della Legge 975 del 2005 detta “Legge di Pace e Giustizia”, chieda ai paramilitari di confessare tutti i reati di tortura e affinché le autorità neghino i benefici della Legge 975 a chi non riconosca questa responsabilità. Inoltre ha chiesto l'adozione di una politica pubblica che impedisca gli atti di tortura e i maltrattamenti nel nostro paese, nonché l'abolizione dell'impunità.
Maggiori informazioni: Informe sobre Tortura, Tratos Crueles, Inhumanos o Degradantes – 2007 (Rapporto sulla Tortura, i Trattamenti Crudeli, Inumani o Degradanti - 2007)

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La corporazione per la difesa e la promozione dei diritti umani Reiniciar
È un'Organizzazione Non Governativa che si occupa del rispetto dei diritti e delle libertà dei colombiani e delle colombiane secondo gli obblighi internazionali assunti dallo Stato e sanciti dalla Costituzione.
Per le sue origini e il suo percorso, la Corporazione Reiniciar si è orientata soprattutto verso la difesa dei diritti civili e politici secondo una concezione integrale dei Diritti Umani.

Il nostro lavoro
La Corporazione Reiniciar proietta la sua attività in tre aree di lavoro:
Formazione in materia di diritti umani e diritto internazionale umanitario, progetti produttivi e affiancamento nei processi organizzativi.
Documentazione di casi ed elaborazione di rapporti sulla situazione dei diritti umani in varie regioni del paese e in relazione con diverse fasce sociali.
Assistenza completa alle vittime che comprende aiuto giuridico, psicosociale e umanitario.
Oltre ad agire sul piano nazionale, la Corporazione Reiniciar si occupa anche di cause di impatto internazionale che riguardano i diritti umani. È tra le organizzazioni firmatarie nel caso di genocidio contro l'Unione Patriotica (UP) davanti alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Comisión Interamericana de Derechos Humanos, CIDH), e in diversi casi promuove Misure Cautelari per la protezione di persone e comunità in pericolo imminente.
Reiniciar mantiene inoltre un contatto attivo con i gruppi tematici delle Nazioni Unite.

Origini
La Corporazione Reiniciar è stata fondata nel 1993 a Bogotá da un gruppo di persone provenienti dalla Corporazione Regionale per la Difesa dei Diritti Umani (Corporación Regional para la Defensa de los Derechos Humanos, CREDHOS) di Barrancabermeja. La sua attività a difesa dei diritti umani in questa regione è stata contrassegnata da minacce, attentati e uccisioni di vari membri dell'organizzazione. Dopo essersi trasferiti in altre città del paese ed essersi rifugiati all'estero, alcuni dei suoi membri si sono riuniti nuovamente a Bogotá con l'intento di ricominciare a perseguire la giustizia e la realizzazione dei diritti di tutti.

Il genocidio contro l'Unione Patriottica davanti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani
Fin dall'inizio la Corporazione Reiniciar ha dedicato il nucleo del suo impegno a chiedere giustizia per il genocidio commesso contro l'Unione Patriottica (Unión Patriótica, UP), movimento politico di opposizione sorto nel 1984 nell'ambito dei dialoghi di pace tra il governo del Presidente Belisario Betancurt e la guerriglia delle FARC. La UP guadagnò rapidamente un ampio appoggio popolare che la rese prima forza politica in varie municipalità del paese. Quando la UP si rafforzò fu intrapresa una violenta persecuzione contro le persone e i settori della popolazione che avevano deciso di confluire nel nuovo movimento. In questo sterminio furono assassinate più di tremila persone per le loro idee politiche, senza contare tutte quelle che furono torturate, obbligate ad andarsene e vittime di altre violazioni e minacce.
Nel 1993, avendo constatato la negazione della giustizia a livello nazionale, la Corporazione Reiniciar e la Commissione Colombiana di Giuristi portarono il caso di questo genocidio davanti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). Si diede così inizio a un difficile processo di documentazione delle violazioni commesse contro i membri dell'UP, volto tra l'altro a evidenziare la persecuzione sistematica contro i membri del movimento e a valutare il danno causato. Nell'ambito di questo caso è stato anche promosso il Coordinamento Nazionale delle Vittime e dei Familiari del Genocidio contro l'Unione Patriottica, con più di 15 coordinatori regionali in tutto il paese.
Attualmente il caso è ancora davanti alla CIDH, in attesa di una soluzione definitiva della questione, dopo il fallito tentativo di cercare una soluzione amichevole che si è concluso con l'assenza di una risposta effettiva del governo colombiano.

Memoria Viva
È uno strumento creato dalla Corporazione Reiniciar con il fine di ridare dignità al ricordo delle vittime delle violazioni dei diritti umani attraverso il recupero della loro storia personale, politica e sociale. Memoria Viva realizza il suo obiettivo attraverso la ricerca e acquisizione di informazioni fotografiche, filmiche, di testimonianze e documenti; tutti questi dati permettono di ricostruire la storia di ciascuna delle vittime e delle collettività alle quali appartenevano.

Reinciar in rete
Per svolgere la sua missione con maggiore efficacia, la Corporazione Reiniciar ha stretto convenzioni con altre organizzazioni non governative affini. Dunque fa parte di reti colombiane come il Coordinamento Colombia-Europa-Stati Uniti (Coordinación Colombia–Europa–Estados Unidos), l'Alleanza delle Organizzazioni Sociali unite per la Pace e la Democrazia in Colombia (Alianza de Organizaciones Sociales y Afines por una Cooperación Internacional para la Paz y la Democracia en Colombia), la Piattaforma Colombiana dei Diritti Umani Democrazia e Sviluppo (Plataforma Colombiana de Derechos Humanos Democracia y Desarrollo) e la Coalizione Colombiana contro la Tortura (Coalición Colombiana contra la Tortura). A livello internazionale, fa parte dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura (Organización Mundial contra la Tortura, OMCT).

Originale: http://www.reiniciar.org/drupal/?q=node/79

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Appello: solidarietà con il popolo colombiano

Urgente: solidarietà con il popolo colombiano.
Sostegno al Tribunale Permanente dei Popoli di Bogotá, Colombia, 21-23 luglio


Sta aumentando la repressione politica in Colombia, nonostante le ultime notizie!

La comunità internazionale deve parlare!

L'International Action Center diffonde un appello urgente per la solidarietà con il popolo colombiano e a sostegno del Tribunale Permanente dei Popoli di Bogotá, Colombia, 21-23 luglio.

Sostegno alla missione d'inchiesta per investigare le violazioni dei diritti umani in Colombia e al Tribunale!

La crisi dei diritti umani in Colombia è grave! Nelle ultime due settimane sono stati uccisi due sindacalisti e il figlio di uno di loro, un bambino di 10 anni.
Secondo alcuni sindacalisti, negli ultimi 20 anni in Colombia sono stati uccisi più di 4000 sindacalisti. Quattro milioni di persone hanno lasciato le loro case a causa di una guerra appoggiata dagli Stati Uniti contro la popolazione civile e il movimento sociale.

Progressisti, giornalisti, attivisti dei diritti umani, capi di comunità e organizzatori studenteschi,

Fate una donazione per aiutarci a mandare una delegazione di attivisti (progressisti, anti-militaristi, appartenenti alle organizzazioni studentesche e sindacali) a documentare le violenze praticate in Colombia con l'appoggio degli Stati Uniti: uccisioni, minacce e aggressioni con cui è stata punita la mobilizzazione contro la repressione economica e politica.

Nonostante i recenti fatti che hanno attirato l'attenzione dei media internazionali, la realtà è che la repressione politica viene messa in atto incessantemente dal regime di Uribe contro i propri oppositori. La stampa non ne parla. Devono parlarne tutti coloro che lottano per i diritti umani e la giustizia!

Le aggressioni vengono compiute da forze addestrate, finanziate e appoggiate dal governo degli Stati Uniti. Ciò fa parte di una guerra con ramificazioni pericolose contro gli altri paesi della regione.

Potete contribuire a porre fine a questa guerra sostenendo il popolo colombiano e chiedendo che le corporazioni e il governo degli Stati Uniti cessino di appoggiare il terrore di stato praticato dal regime del presidente colombiano Alvaro Uribe.

Cosa potete fare:

Mandare messaggi di solidarietà al Tribunale.

Fare una donazione qui per finanziare la missione d'inchiesta internazionale in Colombia.

Spedire questa email al maggior numero possibile di singoli e organizzazioni perché si sappia la verità.

Il sindacato colombiano SINALTRAINAL, che rappresenta i lavoratori della Coca-Cola, e altre organizzazioni progressiste ospitano un Tribunale Permanente dei Popoli a Bogotá, Colombia, il 21-23 luglio, e una delegazione internazionale che visiterà ospedali, scuole e centri per lavoratori e incontrerà le organizzazioni sociali.

L'International Action Center sta lavorando con l'organizzazione U.S.-Cuba Labor Exchange per mandare una delegazione di attivisti (progressisti, anti-militaristi, appartenenti alle organizzazioni studentesche e sindacali) in una missione d'inchiesta che prevede anche la partecipazione al Tribunale.
La delegazione incontrerà sindacalisti e altri attivisti colombiani che guidano la lotta per la giustizia e l'uguaglianza politica, economica e sociale. Questo viaggio aiuterà i partecipanti a capire come la politica estera statunitense influenzi i lavoratori in Colombia e negli Stati Uniti.

La delegazione racconterà agli attivisti statunitensi la verità sul ruolo degli Stati Uniti nella repressione colombiana contro studenti, sindacalisti, attivisti dei diritti umani e progressisti. Ciò contribuirà a costruire il movimento di solidarietà con il popolo colombiano.

Storia del Tribunale dei Popoli: il Tribunale Permanente dei Popoli è un tribunale internazionale indipendente che esamina e giudica i casi di violazione dei diritti umani che sono stati sottoposti dalle vittime. Il Tribunale è stato fondato nel giugno del 1979 in Italia da legali, scrittori e altri intellettuali. Si ispirava al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra Bertrand Russell, che nel 1967 si riunì in due sedute per denunciare crimini di guerra contro il popolo vietnamita.

La prossima seduta del Tribunale a Bogotá, intitolata “Corporazioni transnazionali e crimini contro l'umanità” sarà l'ultima dopo quattro precedenti udienze su (1) come le industrie agricole straniere hanno colpito i coltivatori e la popolazione indigena; (2) il ruolo delle compagnie minerarie; (3) l'impatto delle corporazioni transnazionali e il loro controllo sullo sviluppo delle biodiversità e l'ambiente (4) le compagnie petrolifere e le violazioni dei diritti umani.

Il Tribunale è un evento estremamente importante che contribuirà a denunciare la pericolosa e crescente repressione dello stato nei confronti dei movimenti popolari con l'appoggio delle corporazioni statunitensi.

Inoltre infonderà nuovo vigore ai molti movimenti popolari e alle forze progressiste grazie alla solidarietà portata dalle delegazioni internazionali.

Edgar Paez del sindacato SINALTRAINAL dice degli scopi del Tribunale: “Attraverso questo processo renderemo più visibili i legami tra paramilitarismo, corporazioni transnazionali e la politica di impunità e terrore dello stato colombiano. Il suo obiettivo principale è ottenere verità, giustizia e riparazione. Alla sessione colombiana del Tribunale dei Popoli sono state messe sotto accusa varie corporazioni transnazionali per la loro responsabilità negli omicidi di leader sindacali, per la violazione dei diritti sindacali e del diritto di associazione”.

Questa è una situazione critica! Necessita dell'attenzione e dell'aiuto dei progressisti statunitensi!

Parlatene ai vostri amici: http://www.iacenter.org/colombia/delegation

Fate una donazione per finanziare la missione degli attivisti che andranno a documentare le violenze appoggiate dagli Stati Uniti in Colombia.

Il viaggio verrà documentato con video e servizi. Contribuite alle spese: http://www.iacenter.org/colombia/delegation

Spedite messaggi di solidarietà al Tribunale dei Popoli! Chiedete ai singoli e alle organizzazioni sindacali, religiose e antimilitariste di spedire messaggi di sostegno!

Postate i vostri messaggi qui: http://www.iacenter.org/colombia/delegation

Per maggiori informazioni sui preparativi della missione, contattate laborexchange@aol.com

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

giovedì, luglio 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

martedì, luglio 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

lunedì, luglio 07, 2008

Uniti da un bulldozer, di Gilad Atzmon

Uniti da un bulldozer... e io penso tra me e me

di Gilad Atzmon

Secondo Haaretz, il servizio di sicurezza Shin Bet, il Procuratore Generale Militare dell'Esercito di Difesa Israeliano, il Ministro della Difesa Barak e lo stesso Primo Ministro Olmert appoggiano tutti la demolizione delle case dei terroristi.

Non c'è molto da dire; almeno gli ebrei cominciano a essere d'accordo tra loro su qualcosa, e non solo sono d'accordo, ma gareggiano in franchezza. Vogliono tutti vincere il campionato ebraico di belligeranza. Ciascuno di loro cerca di plasmare e riplasmare un'autentica immagine di vendetta. Ammettiamolo: la compassione non è una dote molto apprezzata nello Stato ebraico.

Di fatto, è quasi divertente leggere le dichiarazioni di Olmert:

“Questo è un attacco che è venuto dall'interno di Israele contro Israele”, afferma l'osservante Primo Ministro israeliano. “Crea una serie di scenari che in passato non avremmo mai pensato di dover affrontare”. E così va avanti, e non so se mettermi a ridere o a piangere. Israele investe tante energie nella discriminazione razziale dei suoi cittadini palestinesi (che si definiscono essi stessi 'arabi israeliani' più che semplici israeliani) eppure è incapace di prevedere che un giorno tutto questo può esplodere. Comunque a un certo punto Olmert mi ha quasi sorpreso. “Noi,” dice, “abbiamo investito moltissimo nella costruzione di…” Fermi un attimo. A questo punto ho bisogno di una pausa da queste fesserie. Ho bisogno di un sorso d'acqua. Ovviamente mi aspetto che Olmert rispetti il cieco mantra della destra israeliana e dica:

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di infrastrutture, nell'istruzione e negli alloggi per gli anziani in tutti quei villaggi palestinesi e loro invece di ringraziarci vengono ad ammazzarci, quegli ingrati”.

Indovinate un po': invece mi sbaglio. Olmert non lo dice: al contrario, dice la verità. Ecco le sue parole.

“Abbiamo investito moltissimo nella costruzione di una recinzione di sicurezza. Anche se è stata molto efficace, risulta che una recinzione non può darci la risposta al problema del terrorismo che viene dall'interno”.

Eh sì, è un'amara scoperta per gli israeliani. Quel muro di cemento da megalomani, alto 12 metri, che per qualche motivo loro chiamano “recinzione”, non li ha salvati. Non ha dato loro la sicurezza. Trasformare Gaza in un campo di concentramento non ha neanche salvato Sderot e Ashkelon dai razzi Qassam. Non ci vuole un genio per intuire che quando la “recinzione” sarà completata Herzeliya, Ramat Asharon e Tel Aviv subiranno lo stesso destino. Israele farebbe meglio a prepararsi a costruire un bel tetto di cemento sulle sue aree abitate. Essendo sensibile al poetico uso delle parole degli israeliani, immagino già che il nome di quel muro sarà tipo “nuvola di difesa”, “soffitto di sicurezza” o addirittura “arcobaleno di cemento”.

Bisogna però riconoscere che alcuni non sono totalmente d'accordo con Olmert. Per esempio il Vice Premier con precedenti per stupro Haim Ramon (Kadima), il quale giovedì mattina ha detto alla Radio dell'Esercito che Israele dovrebbe trattare i quartieri di Gerusalemme Est di Jabel Mukaber e Zur Baher come villaggi palestinesi e privare dello status di residenti coloro che ci vivono.

Per chi non lo sapesse, lo Stupratore Vice Premier Ramon è il grande artefice della cosiddetta “recinzione di sicurezza”. Pare che ora voglia modificare la sua sinistra idea originale. Ora suggerisce di trasformare quel noioso muro di sicurezza di cemento in una struttura elastica dietro alla quale rinchiudere gli “arabi cattivi”. Se un “arabo” fa il cattivello o si limita a vivere accanto a un arabo cattivello, mettiamo un intero villaggio dietro al muro o priviamo tutti i suoi abitanti della residenza.

Lo Stato ebraico sta davvero diventando sempre più dinamico e innovativo con i suoi nuovi ghetti recintati da muri e le sue imbattibili misure di discriminazione razziale.

Ecco le parole di Ramon:

“Uno dei principali motivi per cui l'attacco di ieri è stato messo in atto con tanta facilità è che ci sono dei villaggi palestinesi che per qualche ragione sono chiamati Gerusalemme... Vanno trattati come trattiamo Ramallah, Betlemme, Jenin e Nablus… Questi sono villaggi palestinesi che non hanno mai fatto parte di Gerusalemnne, sono stati annessi alla città nel 1967. Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Questo dice tutto: “Nessun israeliano c'è mai stato, né ci si avvicina”.

Nessuno sa definire il sentimento giudeocentrico meglio di Ramon. La cittadinanza di un palestinese che apparentemente possiede una carta di identità israeliana dovrebbe essere definita dalla sua importanza agli occhi di un ebreo israeliano. Secondo Ramon, se un “israeliano” non visita un villaggio arabo il villaggio va messo dietro un muro. Ci si potrebbe chiedere: e i villaggi palestinesi dentro Israele che non si trovano nelle vicinanze del muro ma non vengono comunque visitati da israeliani? Se aspettiamo un po', gli israeliani vorranno epurarli o circondarli di recinzioni.

Il messaggio è chiaro. Gli israeliani sono davvero uniti, ed è bene che lo siano così tanto perché questo ci permette di capire cos'è veramente lo Stato ebraico. Purtroppo nella società israeliana non c'è un vero interlocutore che sia favorevole alla pace. La soluzione dei due stati è un sogno bagnato, e l'unico stato non è una soluzione. È destinato a realizzarsi per motivi concreti, per quella che è nota come l'arma definitiva palestinese: la cosiddetta bomba demografica.

Lo Stato ebraico è nella sua estrema fase di declino. A quanto pare i suoi capi non tentano più di nascondere i loro peccati. Sarà il livello di malvagità che praticano quotidianamente a consumarli prima di qualsiasi altra cosa. Una cultura che si alimenta di odio e di vendetta è destinata a sbriciolarsi. Non resta che mantenere alta la pressione e smascherare loro e quelli tra di noi che li appoggiano.

Purtroppo, e questa sì che è una tragedia, i palestinesi sono in prima linea nella battaglia decisiva per un mondo migliore. I palestinesi sono rimasti intrappolati nello scontro con un'identità nazionale ebraica psicotica, allucinatoria, assetata di sangue ed egocentrica che non conosce la pietà.

Oggi che Israele e i suoi gruppi di pressione fanno chiaramente di tutto per trascinarci in una terza guerra mondiale, schierarci con la Palestina è il minimo che possiamo fare. Per come stanno le cose, una piccola e coraggiosa nazione sta affrontando completamente da sola quello che sembra essere il più grande nemico della pace: Israele. Dolorosa e struggente, la battaglia palestinese è la nostra battaglia. Liberare la Palestina significa salvare l'umanità.

Seconda parte: e io penso tra me e me...
Ecco un piccolo aneddoto a cui ho pensato in questi ultimi due giorni.

Tenendo conto del fatto che non una sola organizzazione militante palestinese ha rivendicato il fatto del bulldozer di due giorni fa [quando un palestinese si è lanciato con un bulldozer contro un autobus, N.d.T.], mi chiedo come gli israeliani possano essere così sicuri che si sia trattato di un attentato terroristico.

Potrebbe anche essere che il tizio fosse un po' matto, forse aveva appena litigato con la moglie o aveva avuto un diverbio con il suo datore di lavoro israeliano che l'aveva fatto schizzare.

Direi che per poter dichiarare che un incidente è un attentato terroristico si debba prima individuare un movente o uno scenario terroristico. Senza individuare questo movente siamo destinati ad ammettere che abbiamo a che fare con un crimine che va investigato. Dovremmo dunque impedirci di saltare alle conclusioni.

Gli israeliani invece sembrano parecchio convinti. Per loro non c'è un solo dubbio che l'uomo del bulldozer fosse nientemeno che un terrorista assassino.

Per gli israeliani un evento diventa un atto terroristico non appena un ebreo viene terrorizzato (idealmente da un gentile, ma non necessariamente).

Qui però c'è la parte più spaventosa.

Visto che ogni ebreo di questo pianeta può essere potenzialmente terrorizzato praticamente da tutto e da tutti, siamo condannati ad ammettere che per quanto riguarda gli ebrei l'universo e tutti i suoi abitanti possono essere considerati dei potenziali terroristi. Nella misura in cui il surriscaldamento globale e il cancro possono terrorizzare alcuni ebrei, tutti noi siamo potenziali terroristi solo per il fatto di esistere e di gridare la verità.

Tenendo conto delle parole di Olmert e delle sue squadre di demolizione, suggerisco di prepararci tutti alla demolizione delle nostre case. Se saremo fortunati, finiremo semplicemente per essere circondati da una “recinzione di sicurezza” modello Haim Ramon.

Bisogna dire la verità. Prima dell'emancipazione degli ebrei erano loro che si chiudevano volontariamente dietro dei muri; grazie all'ascesa dell'onnipotente superpotenza israeliana, adesso sono gli ebrei (israeliani) che rinchiudono i gentili (palestinesi) dietro dei muri contro la loro volontà. Dal punto di vista del nazionalismo ebraico, questo cambiamento è un importante successo.

Faremmo bene a ricordare che l'arsenale atomico israeliano, costituito da centinaia di bombe nucleari, non ha fini decorativi né umanitari. Se nel primo atto compare un'arma nucleare, prima dell'ultimo atto quell'arma è destinata ad esplodere. Se non l'avete ancora capito, ne hanno preparate abbastanza per tutti noi. E ovviamente una ragione c'è.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/07/04/united-by-a-bulldozer-and-i-think-to-myself-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

domenica, luglio 06, 2008

I fatti di Sidi Ifni e il quarto potere

Sidi Ifni e il quarto potere

di Haytham Manna هيثم مناع

Il dottor Haytham Manna è stato incaricato da cinque ONG per i diritti umani di osservare il processo di Hassan El Rachidi e Brahim Sbaâ Ellil a Rabat il 1° luglio 2008.

I fatti di
Sidi Ifni (Marocco, 700 km a sud della capitale Rabat) il sabato nero 7 giugno 2008 hanno senza dubbio rappresentato una sfida impegnativa al lavoro dei giornalisti in un'epoca di crisi. Il giornalista è uno storico dell'istante, un testimone diretto che trasmette in modo immediato i diversi punti di vista dei protagonisti. In questo senso è possibile considerarlo, secondo la definizione di Michel Seurat, un “sociologo a caldo” obbligato a conciliare il piano del racconto con deduzioni logiche, tenendo conto delle contraddizioni tra diverse letture dello stesso fatto. Mentre la verifica delle informazioni può condurre lo studioso a riconsiderare le proprie conclusioni, il giornalista non può permetterselo, obbligato com'è a lavorare sotto la pressione dello scoop: deve affrettarsi a trasmettere le sue informazioni.

Nel sud del Marocco un gruppo di di giovani diplomati disoccupati ha tenuto un sit-in davanti all'ingresso del porto di Sidi Ifni Aït Baamrane, una città che non supera i 24.000 abitanti e che il destino ha fatto entrare ieri nella resistenza al colonialismo e oggi nella resistenza civile. I manifestanti hanno bloccato l'accesso al porto, impedendo l'uscita dei camion carichi di pesce destinati ai magazzini frigoriferi e conservieri di Agadir. Tutto questo per protestare contro la degradazione delle condizioni sociali dei giovani disoccupati della città, il diniego di giustizia opposto alle rivendicazioni della popolazione e il tradimento delle promesse fatte dalle autorità di creare in loco una zona industriale e delle strutture di formazione professionale.

La reazione a questo sit-in è stata l'invio di Squadre mobili di intervento e di poliziotti armati di manganelli, di pallottole vere e di gomma e di granate lacrimogene per sgomberare i manifestanti e le loro famiglie alle cinque del mattino. E non si sono accontentati di picchiarli e di disperderli, ma hanno fatto irruzione con la forza nelle case delle famiglie solidali con le rivendicazioni dei giovani: l'hanno fatto con violenza selvaggia, saccheggiando, rubando oggetti personali, denaro e gioielli, pestando nei punti sensibili, violentando le donne e strappando loro i vestiti, pronunciando rozze ingiurie e violando la dignità delle persone (ci sono certificati medici e dichiarazioni sotto giuramento che lo attestano). Secondo alcune fonti gli uomini dei servizi di sicurezza erano 3000, secondo le autorità solo 300. Cinque ore dopo l'inizio dell'operazione, la città di Sidi Ifni è stata sottoposta a un blocco totale: nessuno poteva più entrarvi o uscirne.

Molti dei giovani partecipanti al sit-in hanno preferito fuggire sulle montagne circostanti piuttosto che cadere nelle mani delle forze repressive.

Un rapporto medico pervenutoci attesta aggressioni sessuali e gravi ferite al volto, alla testa e alle orecchie. Un altro certificato medico descrive un trauma provocato dal denudamento e da approcci sessuali, un terzo certificato parla della visibile impossibilità di muovere le dita, di dolori insopportabili e di un trauma da stupro. Una vittima di aggressioni sessuali non può più camminare né sopportare gli sguardi sul proprio corpo.

Per la mancata pubblicazione dei giornali nazionali (che non escono nel fine settimana), l'indomani la notizia è stata diffusa dalle agenzie audiovisive, dalle organizzazioni dei diritti umani e da internet.

Io mi sono ritrovato come osservatore in un tribunale in cui si giudicava il quarto potere, rappresentato dal giornalista Hassan El Rachidi, direttore della sede di Al Jazeera in Marocco, e l'anti-potere, rappresentato da Brahim Sbaâ Ellil, militante per i diritti umani, entrambi accusati in base all'articolo 42 del Codice della stampa*. Per completare il quadro, per una decisione politica Hassan El Rachidi si è visto ritirare l'accredito, ritrovandosi di fronte alla seguente alternativa: o restare in Marocco cambiando però lavoro, o lasciare il paese per andare a esercitare altrove la professione di giornalista. Quanto al militante Sbaâ Ellil, che era stato portato via e rinchiuso nella prigione centrale di Salé, non gli è stato dato il permesso di presentarsi all'udienza nel tribunale di Rabat.
Tre settimane dopo il sabato nero, si può dire che il dossier sia molto corposo: ciascun cittadino consapevole dell'importanza di questi fatti ha fotografato con il cellulare i poliziotti che picchiavano la gente in strada. I difensori dei diritti umani hanno raccolto le testimonianze, confermate dai certificati medici. Hanno spezzato la violenza dei poliziotti, sormontato l'ostacolo della paura tra la gente; le donne, parlando prima degli uomini, hanno raccontato quello che hanno subito.

Si è visto con chiarezza estrema che è nel paese nel quale il regime vuole fare man bassa sul potere esecutivo e giudiziario che il quarto potere svolge pienamente il proprio ruolo, in maniera pacifica ed essenziale, in una situazione in cui non viene tollerata nessun'altra espressione. Non sorprende dunque l'accanimento del potere contro il quarto potere, nelle sue forme moderne o tradizionali.

Più di 20 avvocati esperti in cause politiche hanno cercato invano di convincere il presidente del tribunale che era grottesco dare un periodo di 72 ore alla difesa per esaminare degli incartamenti incompleti, mentre le indagini della commissione parlamentare, del governo, delle ONG erano solo all'inizio. Il presidente ha opposto un fermo no e ha rinviato il processo al 4 luglio 2008, senza neanche esaminare seriamente l'incartamento, discostandosi così dalla neutralità richiesta al potere giudiziario in un caso tanto sensibile.

A oggi, sarebbe azzardato parlare con fiduciosa certezza di questi fatti in tutti i loro dettagli. Quello che è certo è che coloro che hanno trasmesso delle informazioni all'opinione pubblica hanno salvato dozzine di vite da una violenza esercitata da tutti i corpi repressivi in modo tale da provocare una frattura non solo a livello locale ma su scala nazionale. La gente ha cominciato a parlare di un ritorno degli anni di piombo.
Lungi da ogni teoria cospirativa, è una coincidenza che si condanni nello stesso tempo
Abdelkarim Al Khiwani** a sei anni di prigione in Yemen, che si processino quattro direttori responsabili in Egitto, che si si punisca la stampa strangolandola finanziariamente, che si impedisca la pratica del mestiere di giornalista in Marocco, se si vietino diversi giornali e riviste indipendenti in altri paesi arabi e che si soffochino sempre più spesso i simboli del quarto potere nel mondo arabo?...

La risposta è semplicissima: ci sono ancora sacche di autoritarismo che non accettano affatto l'idea di un quarto potere che si rifiuti di restare relegato nelle trincee della “Voce del Padrone”.

Note
*Articolo 42: “La pubblicazione, diffusione o riproduzione in malafede con qualsivoglia mezzo, in particolare con i mezzi previsti all'articolo 38, di una notizia falsa, di insinuazioni, di fatti inesatti, di articoli inventati o falsificati attribuiti a terzi, quando abbia turbato l'ordine pubblico o suscitato paura tra la popolazione, viene punita con la reclusione per un periodo non inferiore a un mese e non superiore a un anno e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham, o con una sola delle due sanzioni descritte. Gli stessi fatti sono puniti con la reclusione per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a cinque anni e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham quando la pubblicazione, la diffusione o la riproduzione sia in grado di minare la disciplina o il morale delle forze armate”.

**Abdelkarim Al Khiwani: direttore del giornale indipendente Ach Choura, l'anno scorso aveva rivelato i piani per la propria successione del presidente Ali Abdullah Saleh (al potere dal 1990), che intendeva passare l'incarico al figlio; le rivelazioni avevano portato il presidente ad abbandonare questa idea e a succedere a se stesso “per volontà del popolo”. Al Khilwani era stato arrestato nel giugno 2007, il suo giornale era stato messo fuori legge, il sito web bloccato, la sua famiglia minacciata. Il 9 giugno 2008 è stato condannato a sei anni di reclusione per “offesa al presidente” e “demoralizzazione dell'esercito”, avendo il giudice ritenuto che fosse complice dei “terroristi” e della setta zaydita del defunto Sceicco Hussein Badreddine Al Houti, che da diversi anni guida un movimento dissidente armato nel nord dello Yemen.

Originale da: http://www.elbadeel.net/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

sabato, luglio 05, 2008

Il tradimento di Ingrid

Il tradimento di Ingrid

di Pascual Serrano

Ho letto le grida di indignazione tra i settori progressisti venezuelani per la reazione di disprezzo di Ingrid Betancourt e della sua famiglia verso persone che si sono tanto interessate alla sua liberazione, in particolare il presidente del Venezuela Hugo Chávez e la senatrice Piedad Córdoba. Parlano indignati di tradimento per quella che, sotto tutti i punti di vista, è una dimostrazione di ingratitudine.

Betancourt e la sua famiglia non hanno tradito nessuno, sono semplicemente ritornati alla classe sociale, politica ed economica alla quale hanno sempre appartenuto: la ricca borghesia neoliberale della Colombia. Ingrid è figlia di Gabriel Betancourt, ministro dell'istruzione durante il governo del dittatore Gustavo Rojas Pinilla, e di Yolanda Pulecio, ex-Miss Colombia poi membro Congresso della Repubblica di Colombia. Betancourt, da buona figlia dell'oligarchia, ha fatto gli studi superiori al Liceo francese di Bogotá e ha poi studiato scienze politiche in Francia, all'Istituto di Studi Politici di Parigi; si è specializzata in commercio estero e relazioni internazionali. Ha vissuto per molti anni a Parigi, dove suo padre era ambasciatore all'UNESCO; lì ha conosciuto il suo primo marito, il diplomatico francese Fabrice Delloye, sposato nel 1981.

Divorziata nel 1990, è entrata nel Partito Liberale, è stata consulente del ministro delle finanze Rudolf Hommes e ha lavorato nel ministero del commercio estero con Juan Manuel Santos durante il governo di César Gaviria. Ingrid si è sposata una seconda volta con il pubblicista colombiano Juan Carlos Lecompte. In quel periodo ha scritto il libro La Rage au cœur [La rabbia nel cuore], pubblicato originariamente in francese, sulla sua visione del governo di Ernesto Samper.

Il suo sostegno popolare come candidata alla presidenza, già uscita dal Partito Liberale, era solo dello 0,8% quando è stata sequestrata.

Mentre nelle mani delle FARC c'erano centinaia di soldati semplici e di anonimi civili e nelle carceri colombiane marcivano moltissimi contadini e piccoli collaboratori della guerriglia che non avevano commesso crimini di sangue, Hugo Chávez e Piedad Córdoba hanno scelto la figlia del ministro della dittatura e di Miss Colombia come simbolo della loro lotta per lo scambio umanitario. I mezzi di informazione internazionali, con la Francia in testa, si sono uniti alla crociata per elevare Ingrid Betancourt al rango di eroina nazionale. Ovviamente la famiglia della prigioniera, che non era mai stata vicina a un presidente venuto dalle colline, non ha disdegnato l'aiuto di qualsiasi leader sociale chiedesse la liberazione di Ingrid. Se c'era da criticare Uribe per poter stare di fronte alle telecamere accanto a un capo di Stato che chiedeva il rilascio della loro figlia, i familiari erano disposti a farlo.

Credendo di fare pressione per uno scambio umanitario, Chávez e Piedad hanno trasformato Ingrid in un esempio di resistenza e di lotta e la guerriglia in un mostro che teneva in ostaggio una figlia, sposa e madre esemplare.

Mentre Piedad Córdoba rischiava la vita e Hugo Chávez il suo referendum per la riforma costituzionale, il mito cresceva sotto gli occhi ingenui di chi credeva che le sue buone intenzioni fossero riconosciute dai familiari, dai mezzi di comunicazione e perfino dal governo francese, senza capire che questi lo stavano solo usando.

Ingrid si è trasformata dunque in un simbolo internazionale della crudeltà delle FARC mentre soldati e guerriglieri anonimi continuavano a marcire nella giungla o in prigione. Le loro madri non venivano invitate ad Aló Presidente [il talk show domenicale del presidente Chávez, trasmesso dalla tv venezuelana ogni domenica mattina] e nessuno le intervistava su Telesur.

L'ambito trofeo ha riconquistato la libertà per mano di Uribe e ritorna alla sua classe, ideologia e condizione piena di odio, com'è logico, contro coloro che le hanno rubato sei anni di vita. Si fa fotografare in compagnia del ministro della guerra colombiano, chiede la rielezione di Uribe e dice che combatterà contro le FARC. Va in Francia e si bacia davanti alle telecamere con uno dei presidenti europei che vogliono incarcerare fino a un anno e mezzo i colombiani che giungono in Europa senza documenti. Né Chávez né Piedad le interessano, adesso. Si sporcherebbe con il fango delle colline e con le mani callose dei poveri, se si schierasse al loro fianco: ormai non ne ha più bisogno per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale.

www.pascualserrano.net

Originale: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=69853

Articolo originale pubblicato il 5 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

venerdì, luglio 04, 2008

I retroscena colombiani

I retroscena colombiani

di Danielle Bleitrach

Con la Colombia ci troviamo di fronte a una situazione straordinariamente complessa che non coinvolge solo gli attori locali rappresentati dal governo colombiano e dalle FARC, ma si pone all'interno di una geostrategia nella quale l'imperialismo statunitense intende utilizzare la Colombia come una sorta di Israele del Medio Oriente. Questo articolo tenta di analizzare queste sfide e come non si debba mai fare ciò che vuole l'avversario, e quali scelte debbano appoggiare i comunisti francesi e i progressisti. Come sempre si tratta di una soluzione che possa promuovere la pace nella regione e nel mondo.

Un'operazione degna della professionalità israeliana?
Ingrid Betancourt l'ha dichiarato al suo arrivo a Bogotà: l'operazione di infiltrazione delle FARC da parte dell'esercito colombiano, che ha reso possibile la sua liberazione e quella di quattordici altri ostaggi, aveva la destrezza, la minuziosità e la professionalità caratteristiche di un'operazione israeliana. Questa operazione, chiamata Operazione Jaque, dimostra quale sia il ruolo della Colombia nella strategia imperialista, non fosse che per la presenza degli israeliani. Un canale televisivo israeliano ha affermato giovedì che «la liberazione di Ingrid Betancourt è l'Entebbe dei colombiani», indicando la partecipazione del generale in congedo Israël Ziv, ex-membro dello Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Ziv è il consulente israeliano numero uno in Colombia, ma non è il solo, secondo un canale televisivo israeliano, e ha beneficiato dell'aiuto di altri agenti segreti del Mossad o dello Shin Beth piazzati in Colombia per offrire sostegno al governo di Uribe.
Alla preparazione e alla realizzazione dell'operazione hanno partecipato attivamente dozzine di ufficiali tra cui tre generali, ex-agenti del Mossad e dello Shin Beth, e i servizi segreti israeliani. Sarebbero stati reclutati con un contratto da dieci milioni di dollari.
La maggior parte di questi consulenti, specializzati nella raccolta di informazioni, fa parte di Lancero, un programma di formazione alla lotta anti-insurrezionale che si occupa in particolare di interrogare i prigionieri secondo metodi deprecati nello stesso Israele dalle organizzazioni dei diritti dell'uomo.
Su questo blog abbiamo pubblicato l'intervista di Davidi, il segretario del Maki, il partito comunista israeliano, che ci aveva spiegato come Israele sia il primo fornitore di armamenti della Colombia: equipaggiamenti militari che secondo alcune pubblicazioni specializzate comprendono armi leggere, aerei spia senza pilota, sistemi di sorveglianza e di comunicazione e anche bombe speciali che permettono di distruggere le piantagioni di coca. (1)
La cooperazione tra i due paesi si è ulteriormente rafforzata lo scorso febbraio, con la visita in Israele del ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos.
Questa presenza degli israeliani si è aggiunta ai servizi degli Stati Uniti, dei quali la Colombia già beneficiava. Questo paese in effetti rappresenta per l'imperialismo la piattaforma da cui lanciare tutte le azioni di destabilizzazione e di terrorismo contro i governi progressisti e in particolare contro il Venezuela.
In una recente comunicazione Fidel Castro ha messo ripetutamente in guardia contro le manovre della IV armata statunitense, che nel contesto dell'attuale crisi petrolifera potrebbe in qualsiasi momento approfittare di un pretesto fornito dalla Colombia per invadere il Venezuela. Va anche notato che questo paese subisce quotidianamente infiltrazioni, tentativi di destabilizzazione e perfino minacce d'assassinio che vengono dal suo vicino. Bisogna disinnescare la bomba.

La situazione interna colombiana
Il presidente Uribe non è solo l'uomo dei paramilitari e dei narcotrafficanti: è anche l'uomo degli Stati Uniti, che di lui possono dire quello che dicevano del crudele e corrotto dittatore del Nicaragua Somoza: “è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. È un fatto che all'interno del paese Uribe è sempre più contestato, lui e la sua politica dello scontro.
In un recente articolo di Prensa latina, Rafael Calcines Armas analizzava la situazione in Colombia dopo il successo dell'operazione compiuta dall'esercito colombiano, con o senza l'aiuto degli agenti del Mossad e dei consulenti statunitensi. Queste le sue considerazioni:
Sul piano interno il successo dell'azione militare sembra rafforzare la linea dello scontro con le FARC seguita dal governo, in accordo con la politica di sicurezza democratica sostenuta dal Presidente Uribe.

Gli stessi militari hanno ammesso che la liberazione si è svolta, grazie all'operazione, senza sparare una sola cartuccia.

La morte di uno qualunque degli ostaggi sarebbe stata un disastro per il governo, secondo gli analisti.
In questo caso le autorità hanno avuto fortuna, a differenza di altre volte in cui i tentativi di liberazione con la forza hanno provocato la morte degli ostaggi.
Per i fautori della rielezione del presidente Uribe, l'occasione offre un'opportunità eccezionale. La stampa a grande diffusione e le fazioni che lo sostengono non smettono di lodare l'uomo e la sua politica.
Questo successo storico sarà certamente usato per promuovere il mantenimento di Uribe a capo dell'esecutivo, in un momento in cui la sua legittimità è in discussione.

La corte suprema ha recentemente dichiarato illegittima la rielezione del governo perché si è scoperto che nella campagna del 2006 era stata commessa una frode elettorale che aveva portato Uribe alla presidenza per la seconda volta.

Uribe aveva risposto pronunciandosi a favore di un referendum popolare per legittimare la rielezione del 2006.
Se quel referendum si tenesse oggi, il successo dell'Operazione Jaque produrrebbe sicuramente ricchi dividendi.
Ma al là di questo si pone la questione della ricerca della pace nel paese.
Per una sezione della polarizzata società colombiana, l'azione militare rafforza l'idea che lo scontro armato con la guerriglia sia la soluzione. Gli altri sono favorevoli alla ricerca del dialogo per raggiungere un accordo umanitario che permetta la liberazione degli altri ostaggi in mano agli insorti.
Sembra che ci si dimentichi che, per le sue caratteristiche, è quasi impossibile che l'Operazione Jaque possa essere ripetuta e avere lo stesso successo con le FARC. Dunque si impone la necessità di sedersi al tavolo dei negoziati”
.

Questa analisi non solo sostiene la via pacifica, ma propone anche di cercare soluzioni che ostacolino l'azione degli Stati Uniti. Bisogna asportare le zanne velenose del presidente Uribe, attirandolo più o meno suo malgrado in seno all'America Latina come era stato fatto dopo l'assassinio di Reyes nel summit del gruppo di Rio.

È in questo contesto che bisogna analizzare l'intervento del presidente Chavez:

Il presidente Chavez si congratula con Uribe
Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato giovedì di aver telefonato al proprio omologo colombiano Alvaro Uribe per congratularsi per la liberazione dei quindici ostaggi da parte dell'esercito colombiano.
“Ci congratuliamo con la Colombia. Ho chiamato Uribe e gli ho espresso le mie felicitazioni”, ha dichiarato Chavez a Isla Margarita, nel nord del Venezuela, dove partecipava a una riunione dei paesi del Movimento dei non-allineati.
“Restiamo disponibili a offrire il nostro aiuto perché tutti gli ostaggi della guerriglia colombiana vengano liberati e si pervenga così alla pace, alla pace completa, in Colombia”, ha aggiunto Chavez, che all'inizio dell'anno aveva avuto un ruolo nella liberazione di sei ostaggi dei guerriglieri. Il capo di stato venezuelano ha fatto nuovamente appello alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) perché rinuncino alla violenza e rilascino tutti gli ostaggi ancora in loro mano.
Dopo la liberazione da parte dell'esercito colombiano, mercoledì scorso, di quindici ostaggi (la franco-colombiana Ingrid Betancourt, tre americani e undici colombiani) le Farc tengono prigioniere ancora diverse centinaia di persone.
“Dal mio punto di vista, è passato il tempo dei fucili. Speriamo che non si ripeta mai più, di non essere obbligati a tornarvi. Lancio ancora un appello alla guerriglia invitandola a riflettere”, ha dichiarato Chavez.
“Partecipiamo alla gioia” suscitata dalla liberazione degli ostaggi, “siamo felici di questa liberazione, e ancora più felici perché, da quello che ci dicono, si è svolta senza che fosse versata una sola goccia di sangue”, ha aggiunto il presidente venezuelano.
Chavez ha evocato la possibilità che dei paesi latino-americani, tra i quali il Venezuela, siano coinvolti nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto tra i guerriglieri e le autorità colombiane.
“Sono certo che quasi tutti i paesi del continente sarebbero disposti a formare un gruppo che faccia da garante per un accordo di pace in cui le parti e gli impegni siano rispettati”, ha dichiarato.

La strategia della distensione
Paradossalmente, malgrado le dichiarazioni più o meno controverse come quella sulla “professionalità” degna degli israeliani fatta da Ingrid Bétancourt al momento della sua liberazione, quello che Ingrid Bétancourt propone va nella direzione di quella distensione auspicata da Chavez e senza dubbio i cubani, anche se non sono abituati a rinunciare a una certa riserva nel trattare con un individuo molto discutibile come il presidente Uribe. L'articolo di Prensa latina offre in parte la loro opinione quando osserva che Ingrid Bétancourt, che gode ormai di grande prestigio in Colombia e sul piano internazionale, almeno in due occasioni ha affermato che i presidenti Hugo Chavez, del Venezuela, e Rafael Correa, dell'Ecuador, sono gli alleati più importanti nella ricerca di una pace negoziata. Ha poi fatto riferimento alla necessità di amplificare la mediazione internazionale, menzionando in particolare la presidente dell'Argentina e la continuità del sostegno del governo francese a questa causa. Tuttavia le dichiarazioni del ministro della difesa non lasciano dubbi sulla posizione governativa: 'cercheremo di ottenere la liberazione degli ostaggi con qualsiasi mezzo'”.

Come ha dichiarato il settimanale del Partito Comunista venezuelano Tribuna popular, “bisogna tenere i piedi per terra e ragionare a mente fredda. Il popolo colombiano non può continuare ad appoggiare un terrorismo di stato cui si aggiunge quello atroce dei narcotrafficanti, strumento dell'imperialismo degli Stati Uniti che a partire dal 1964 ha moltiplicato gli omicidi, le sparizioni, le esecuzioni senza processo e che rivela quale sia la strada intrapresa dall'oligarchia colombiana, quella della guerra e del sangue innocente versato. Bisogna cogliere un'occasione storica e capire che il futuro della Colombia non può essere il conflitto armato”. Tutti gli amici del popolo colombiano, a partire dal partito comunista venezuelano, che ha esso stesso praticato i metodi della guerriglia, invitano al buon senso e all'apertura di uno spazio di pace e di giustizia perché la guerra non può che fare il gioco dell'imperialismo. Solo in questo contesto potrà essere estirpata la politica criminale dei narcotrafficanti e dei paramilitari di Uribe.

Mi sembra che la Francia e i progressisti debbano continuare a muoversi verso la distensione, che è la sola maniera per ostacolare il bellicismo degli Stati Uniti contro i paesi progressisti, in particolare il Venezuela, le cui enormi risorse petrolifere rappresentano un'attrattiva irresistibile per gli Stati Uniti, oltre alla volontà di porre fine al ruolo di Chavez sia in America Latina che a livello di OPEC.

Se Ingrid Bétancourt è disposta a intraprendere questa via, e se lo è anche Nicolas Sarkozy, quale che sia l'opinione che abbiamo su di lui e sul suo ministro Kouchner, quanto mai vicino al Mossad, dobbiamo essere capaci di spingere in questa direzione, senza illusioni ma consapevoli dei nostri obiettivi.

1) analisi riportata da RFI

Originale da: http://socio13.wordpress.com/2008/07/04/le-dessous-des-cartes-colombiennes-par-danielle-bleitrach/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

martedì, luglio 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 10 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.