domenica, agosto 31, 2008

Medvedev e i cinque punti della politica estera russa

[Intervista rilasciata oggi da Medveded a tre tv russe, nella quale tra le altre cose delinea i cinque principi della politica estera russa].

A. VERNICKIJ («Pervyj Kanal»): Dmitrij Anatol'evič, la situazione attorno all'Ossezia del Sud e all'Abkhazia si è trascinata per 17 lunghi anni. Perché la decisione sul riconoscimento dell'indipendenza di questi territori è stata presa quando la Georgia ha attaccato Tskhinvali? Potevano esserci altri ipotesi?

D. MEDVEDEV: Penso che una tale decisione nelle circostanze attuali fosse inevitabile, e che la sua efficacia sia oggi evidente a tutti. Effettivamente per 17 anni abbiamo cercato di cementare uno stato disgregato, stimolando in tutti i modi un processo di riassetto. I nostri peacekeeper hanno incessantemente svolto il loro compito e contribuito a tenere separate le parti in conflitto. Negli anni Novanta abbiamo impedito una grave carneficina. E di certo alcune possibilità di riconciliazione erano rimaste valide fino a oggi. Non fosse stato per l'avventura idiota intrapresa dalle autorità georgiane. Quell'avventura ha messo una croce sulla convivenza tra abkhazi, osseti e georgiani. E non solo: ha anche causato un gran numero di morti. Sono morti dei civili, compresi nostri cittadini, sono morti soldati della forza di pace, che erano lì per separare le parti in conflitto. Particolarmente orribile appare il fatto che i peacekeeper georgiani abbiano sparato ai loro colleghi. Tutto questo ha prodotto degli sviluppi verso uno scenario più complesso. Non restava che rispondere a questa sortita vile e assolutamente sfrontata, riportare tutto a condizioni normali, assicurare la vita e la dignità dei cittadini che vivono in Ossezia Meridionale. E per quanto riguarda l'Abkhazia, sapete, si stava preparando un piano d'attacco separato, come è stato recentemente dimostrato dal nostro Stato Maggiore. Era esattamente lo stesso scenario. Per questo, per impedire il conseguente genocidio della popolazione, l'abbandono da parte degli abkhazi e degli osseti dei loro territori, abbiamo preso queste decisioni. Lo ripeto: i fatti hanno dimostrato la loro assoluta evidenza e necessità.

K. POZDNJAKOV (NTV): Dmitrij Anatol'evič, la reazione dei nostri partner occidentali alla decisione russa è stata nel complesso – com'era prevedibile – da moderatamente severa a critica. Cosa ci aspettavamo e cosa ci aspettiamo dai paesi a noi più vicini, per esempio dai membri della CSI, a livello di reazioni? E quanto è importante per la Russia, poniamo, il numero di paesi che seguirà il nostro esempio e riconoscerà l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud? Quanto dipendono da questo le nostre prossime mosse?

D. MEDVEDEV: Tutte le mosse fondamentali che la Russia doveva necessariamente fare le abbiamo già fatte. Come capite bene, è stata una decisione non facile. Ma erano azioni necessarie e sufficienti. Per quanto riguarda le reazioni degli altri paesi, esse sono effettivamente state varie. E probabilmente così doveva essere. La reazione dei nostri vicini più prossimi è perfettamente obiettiva. Ho incontrato la maggioranza dei leader della SCO [Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione o Gruppo di Shanghai, N.d.T.], in occasione del summit: comprendono i motivi delle azioni compiute dalla Russia.

Il riconoscimento è un'altra questione. Vorrei ricordarvi che il riconoscimento spetta singolarmente a ciascuno stato. Qui non può esservi alcun genere di iniziativa collettiva. Guardate l'esempio del Kosovo. È del tutto comprensibile che anche in questa situazione ci saranno paesi che saranno d'accordo con la comparsa di nuovi stati, e paesi che considereranno questa comparsa inopportuna. Ma ricordo che il diritto internazionale si basa sul fatto che un nuovo stato, o come si suol dire tra i giuristi la personalità internazionale di un nuovo stato sorge al momento del riconoscimento di almeno un altro stato.

Per questo dal punto di vista giuridico sono sorti nuovi stati. Il processo del loro riconoscimento può essere anche abbastanza lungo. La nostra posizione su questo non cambierà. Abbiamo preso la nostra decisione. L'abbiamo fatto in modo irrevocabile. Il nostro dovere è assicurare la pace e la tranquillità nella regione. E da questo procederemo.

A. KONDRAŠOV («Rossija»): E cosa intende fare la Russia con queste repubbliche? Cosa possiamo aspettarci?

D. MEDVEDEV: Naturalmente aiuteremo in tutti i modi queste repubbliche. Adesso si stanno preparando accordi, che sono già accordi internazionali, tra due paesi: la Federazione Russia e l'Abkhazia, la Federazione Russia e l'Ossezia del Sud. In questi accordi internazionali verranno fissati tutti i nostri impegni per la fornitura di appoggio e aiuto: dal punto di vista economico, sociale, umanitario nel senso più ambio di questa parola, e infine militare. Si tratterà di normali relazioni internazionali a tutti gli effetti, basate sul diritto, relazioni tra alleati.

А. KONDRAŠOV («Rossija»): Dmitrij Anatol'evič, è ora assolutamente chiaro a tutti che dopo l'8 agosto il posto della Russia nel mondo è seriamente cambiato. Altrettanto seriamente ed evidentemente sta cambiando anche tutto il sistema degli accordi precedenti. Varie istituzioni internazionali hanno dimostrato la loro assoluta incapacità di risolvere questo conflitto. Nel frattempo la Russia e l'Occidente non sono comunque pronti, come mi sembra di capire, a rompere definitivamente le loro relazioni. Qual è secondo lei il futuro del mondo e dell'ordine mondiale, e quale posto occuperà in esso il nostro paese?

D. MEDVEDEV: Nell'attuazione della politica estera della Federazione Russia mi baserò su cinque punti.

Primo punto: la Russia riconosce la priorità dei principi fondamentali del diritto internazionale che definiscono le relazioni tra i popoli civili. E nell'ambito di questi principi, di questa concezione del diritto internazionale, noi svilupperemo le nostre relazioni con gli altri stati.

Secondo: Il mondo dev'essere multipolare. L'unipolarismo è inaccettabile. Il dominio è inammissibile. Noi non possiamo accettare un ordine mondiale in cui tutte le decisioni vengano prese da un solo paese, pur serio e autorevole come gli Stati Uniti d'America. Un mondo simile sarebbe instabile e minacciato dai conflitti.

Terzo: La Russia non vuole scontrarsi con alcun paese. La Russia non vuole isolarsi. Svilupperemo quanto possibile le nostre relazioni amichevoli con l'Europa, con gli Stati Uniti e con gli altri paesi del mondo.

Quarto: è per noi una priorità assoluta la difesa della vita e della dignità dei nostri cittadini, ovunque essi si trovino. Nell'attuazione della nostra politica estera procederemo sempre da questo. Difenderemo anche gli interessi della nostra comunità imprenditoriale all'estero. E dovrebbe essere chiaro a tutti che se qualcuno metterà in atto sortite aggressive riceverà una risposta.

E, infine, quinto: la Russia, come altri paesi del mondo, ha delle regioni nelle quali si trovano interessi privilegiati. In queste regioni ci sono paesi ai quali ci legano tradizionalmente relazioni di affetto e amicizia, relazioni storicamente speciali. Sviluppare le relazioni amichevoli con questi stati, con i nostri vicini più prossimi: da questo procederò nell'attuazione della nostra politica estera.

Per quanto riguarda il futuro, non dipende solo da noi. Dipende anche dai nostri amici, dai nostri partner della comunità internazionale. Hanno possibilità di scelta.

A. VERNICKIJ («Pervyj Kanal»): Dmitrij Anatol'evič, le regioni prioritarie sono i territori che confinano con la Russia?

D. MEDVEDEV: Sono, naturalmente, le regioni confinanti. Ma non solo.

К. POZDNJAKOV (NTV): Dmitrij Anatol'evič, lei ha parlato di possibili azioni della Russia nel caso qualcuno desse prova di un'aggressione nei suoi confronti. Ritiene che la base legislativa sia già sufficiente? È già tutto scritto nelle leggi?

D. MEDVEDEV: Certamente.

К. POZDNJAKOV (NTV): Oppure serve una qualche legge speciale?

D. MEDVEDEV: È stato già fatto tutto molto tempo fa. La comunità internazionale ha approvato la Carta delle Nazioni Unite, dove viene sancito il diritto degli stati all'autodifesa. Abbiamo la Costituzione, abbiamo speciali leggi russe che regolano le decisioni sulle contromisure e che riguardano anche l'impiego delle forze armate russe. La base legislativa c'è e funziona, non c'è niente da correggere.

A. VERNICKIJ («Pervyj Kanal»): E per quanto riguarda le sanzioni diplomatiche ed economiche?

D. MEDVEDEV: Sapete, non siamo affatto sostenitori delle sanzioni. Vi ricorriamo come ultima misura in casi estremi. Certo, come altri paesi a volte siamo costretti a ricorrervi. In alcuni paesi servono leggi speciali, e se necessario anche noi possiamo applicare queste leggi speciali. Ma credo che questa sia la via più improduttiva.

Originale: http://kremlin.ru/

Knocking on the doors of you hummer hummer

Il fatto è ormai noto: dopo aver messo in fuga le truppe georgiane a Poti i russi sono riusciti a mettere le mani su sei veicoli Hummer georgiani di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti, a quanto pare, erano ansiosissimi di rientrarne in possesso. Il generale Nogovycin, vice capo di stato maggiore dell'esercito russo, aveva detto: "Questo bottino non se ne va da nessuna parte. Adesso guardiamo cosa c'è dentro", per poi comunicare che sugli Hummer erano state effettivamente trovate cose interessanti.
Izvestija avrebbe scoperto di che si tratta: questi Hummer, dotati di attrezzature estremamente sofisticate, costituivano un vero e proprio posto di controllo e comando sul campo di battaglia, con un sistema radio a circuito chiuso, un dispositivo in grado di distinguere i mezzi nemici da quelli amici e un collegamento diretto con i satelliti-spia degli Stati Uniti che fornivano la posizione degli aerei russi alle batterie anti-missile georgiani. Trova così risposta anche il fatto che la Russia avesse perduto un bombardiere e tre caccia pur essendo i radar georgiani inattivi per la maggior parte del tempo: l'informazione sulla posizione dei velivoli veniva, via Hummer, dai satelliti USA. Un po' un segreto di pulcinella, certo (a meno di pensare a vaghi talenti divinatori dei georgiani): ma il problema degli americani è che i georgiani non solo hanno abbandonato questa tecnologia in mani russe, ma così facendo avrebbero anche esposto il sistema di early warning degli Stati Uniti.
Dice Izvestija, che ha anche un po' di foto (immagino che ci voglia ben altro per mettere a nudo il sistema di difesa nazionale anti-missile degli Stati Uniti, i cui codici verranno cambiati ogni giorno: interessante brutta figura, in ogni caso, e se questo non vogliamo chiamarlo coinvolgimento in guerra altrui per ora non ho altre definizioni sottomano).

Der Spiegel e il rapporto OSCE

L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) avrebbe raccolto le prove di gravi errori di condotta commessi dai leader georgiani, indicandone dunque la pesante responsabilità nella crisi militare con la Russia, scriveva ieri Der Spiegel (entrato in possesso di queste informazioni per vie informali), che nel numero in uscita domani 1° settembre dovrebbe pubblicare un rapporto degli osservatori militari dell'OSCE che contiene una descrizione piuttosto dettagliata dei piani di invasione della Georgia.
Questo rapporto confermerebbe la ricostruzione russa, secondo la quale l'offensiva georgiana era già in corso quando le truppe e i mezzi blindati russi hanno attraversato il tunnel di Roki per proteggere i peacekeeper russi e la popolazione civile dell'Ossezia del Sud.
Il rapporto OSCE si riferisce anche a sospetti crimini di guerra commessi dai georgiani, che hanno ordinato l'attacco mentre i civili osseti dormivano.
RIA Novosti
Spiegel Online

venerdì, agosto 29, 2008

Conti, siloviki e oligarchi: la Russia teme il suggerimento di Rivkin?

Il fatto è noto: sul Washington Post tre giorni fa è uscito un articolo di David Rivkin, ex consigliere di Bush padre, che suggeriva agli Stati Uniti e all'Unione Europea di colpire la Russia attraverso i suoi portafogli. In particolare, cominciando a indagare sui conti e sugli investimenti all'estero dei russi ricchi, di tutti quegli ex siloviki del KGB e di magnati amici del Cremlino che hanno finanziato l'ascesa di Putin. I soldi di questi oligarchi si trovano nel sistema finanziario occidentale e molte delle loro imprese non sono esattamente impeccabili, dice Rivkin, il che li rende dei bersagli perfetti.

Dunque, paura per la Russia? È così?
Innanzitutto attenzione alla mitologia dell'oligarca russo: una cosa sono questi ex-siloviki di cui spesso si favoleggia anche a sproposito, altra le élite finanziarie che investono in Europa. Altra ancora, infine, le élite del potere russo che hanno conti in Svizzera difficilmente insidiabili.

I commenti russi per ora dicono abbastanza unanimemente: niente paura.
Per cominciare, citerei tra le fonti russe il commento di Konstantin Šurov su KM.ru, che innanzitutto ricorda come proprio britannici e americani abbiano collaborato attivamente ai diffusi imbrogli che caratterizzarono gli anni delle privatizzazioni selvagge sotto El'cin e alla fuga di capitali all'estero in conti offshore. Secondo Šurov le indagini sui conti russi porteranno a scarsi risultati.
Per quanto riguarda le eventuali azioni di disturbo nei confronti dell'élite finanziaria russa (che effettivamente possiede case e ville sulla Costa Azzurra, a Londra, a Miami e via dicendo), Šurov cita a memoria un discorso che Putin fece qualche anno fa a questi oligarchi: cari ragazzi, smettetela di esportare i capitali perché se lì sorgono problemi non potremo fare niente per togliervi dai guai. Insomma, fece loro capire che poteva essere un viaggio sola andata.
E per quanto riguarda i timori di un congelamento dei conti, Šurov conclude: "Ma per favore. Non c'è niente da temere. La Russia è cambiata, sono arrivati troppo tardi. Presto cercheranno di spaventarci ricordandoci che per le importazioni di prodotti alimentari e tessili dipendiamo da loro. Ma anche qui, per favore. La Russia può investire i suoi soldi nel mercato interno, e cominciare ad aumentare la produzione".

***

Andrej Garmatnyj su from.ua.com commenta che nella strategia esposta da Rivkin non c'è niente di sorprendente. A Mosca non l'avevano messa in conto? Sicuramente sì. E i soldi non stanno nei fondi fiduciari americani, ma in Svizzera dove è praticamente impossibile raggiungerli. Anche avendo a disposizione informazioni dettagliate sui conti di Putin e Medvedev, l'Occidente non potrebbe farci niente. In Svizzera stanno al sicuro i soldi di molti governanti e dittatori del XX secolo, da Salazar a Ceausescu, toccarli non è possibile. All'Occidente dunque non resta altro che continuare a minacciare la Russia a vuoto.

***

Il direttore scientifico dell'Istituto per i problemi della globalizzazione Michail Deljagin ritiene che in una certa qual misura l'iniziativa dell'Occidente potrebbe essere perfino utile per la Russia: la verifica dei conti all'estero e in zone offshore, se sarà diretta non contro normali imprenditori ma contro i corrotti, può essere solo positiva, ha dichiarato Deljagin a Novye Izvestija. "Se lo farà, l'Occidente lotterà al nostro posto contro la corruzione". Ma l'Occidente deve scegliere con cura cosa sottoporre a verifica: "Le conseguenze dei controlli possono colpire anche persone innocenti. Nel 1998, al tempo dei fatti della Bank of New York perché un conto venisse congelato bastava che il possessore avesse un cognome russo. Abbiamo oligarchi corrotti, ma ce ne sono anche di onesti".
Il direttore del Centro di ricerca sulla società post-industriale Vladislav Inozemcev ritiene che siano tecnicamente improponibili i controlli sui singoli conti: più realistico sarebbe congelare alcuni contratti con le compagnie di stato russe, soprattutto nel settore dell'energia: "Non si parla qui di interruzione delle forniture, ma per esempio di progetti futuri che faciliteranno alla Russia la distribuzione di petrolio e gas in Europa: il gasdotto settentrionale, South Stream, l'acquisizione di reti di distribuzione di gas in Europa; queste misure sono perlomeno tecnicamente fattibili. Riguarderanno 5-6 imprese, una decina di progetti. Ma controllare ogni singola compagnia che ha acquisito qualcosa in Canada o negli Stati Uniti solo per quello che le autorità russe stanno facendo a livello di politica estera è una cosa che esce dal senso delle proporzioni. Sarebbe una dimostrazione di impotenza, di isteria da parte dell'Occidente".
Secondo Deljagin il volume degli investimenti russi all'estero è di centinaia di miliardi di dollari, e con questi soldi l'Occidente deve fare molta attenzione: "Anche gli Stati Uniti potrebbero subire delle perdite: adesso i soldi dei nostri oligarchi sono impiegati da loro, e possono cominciare invece a essere impiegati in Russia o in un altro paese. Gli attivi possono tornare in patria, andare in Europa, in Cina, negli Emirati Arabi, dov'è più comodo. E invece dei nostri oligarchi dovrebbero leggere quell'articolo proprio gli americani, per cominciare a riflettere sul da farsi", sottolinea l'economista russo.
Questi pareri sono riassunti qui.

***

La Russia dal 2003 fa parte della Financial Action Task Force, un organismo intergovernativo creato nel 1989 per combattere il riciclaggio di denaro sporco e i finanziamenti al terrorismo.
Questo il parere del deputato della Duma di Stato Viktor Pochmelkin, che si rammarica che le relazioni diplomatiche abbiano preso questa strada: questi propositi "vanno contro le regole internazionali. La verifica dei conti e il loro congelamento possono avere luogo solo se i capitali sono stati ottenuti in modo illegale, e se questi sospetti sono fondati. Se i soldi sono stati ottenuti in modo legale, qual è la condotta che deve tenere lo stato presso il quale sono depositati? In America il diritto alla proprietà privata sta al di sopra di tutto. E adesso cosa si suggerisce, forse un esproprio anarchico? Comunque penso che questo appello degli americani non verrà preso sul serio. Certo, dall'amministrazione americana ci si può aspettare di tutto...
Di fatto il nostro paese ha firmato una convenzione per combattere il riciclaggio di denaro sporco. Gli organi competenti lavorano in questa direzione. Tanto più che tutti gli investimenti dubbi nelle società occidentali vengono fatti sotto falsi nomi e non in America ma in Europa dove ci si accorda più facilmente con le autorità locali. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che negli Stati Uniti la legislazione finanziaria è già molto severa: le somme ingenti vengono già sottoposte ad attenti controlli".

***

Link

Jim Lobe su come l'Iran potrebbe trarre vantaggio dalle tensioni tra Russia e Stati Uniti: per ora la reazione dell'Iran alla crisi caucasica è stata misurata; il governo, compreso il presidente, ha espresso disapprovazione per l'azione russa, in particolare per il riconoscimento dell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia. Alla base ci sono questioni di principio ma anche il fatto che l'establishment iraniano non vede la Russia come un partner affidabile.
Dunque Teheran cercherà di usare tutta la sua influenza per trarre il massimo dalla crisi. Influenza che le deriva dall'essere non solo una grande potenza regionale (insieme alla Turchia), ma anche un importante produttore di risorse energetiche che potrebbe acquisire un ruolo maggiore come punto di trasporto intermedio per le risorse centro-asiatiche e caspiche dirette verso l'Europa. Tanto più che Mosca ha dimostrato di riuscire a raggiungere il Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), il solo oloeodotto che trasporti petrolio dal Mar Caspio all'Occidente senza transitare né per la Russia né per l'Iran.
L'Iran potrebbe dunque cogliere l'occasione per ricontattare le compagnie europee e rinegoziare contratti energetici.
Secondo Lobe, tuttavia, il vantaggio dell'Iran potrebbe avere vita breve, poiché se gli Stati Uniti non riuscissero a imporre nuove sanzioni a causa del veto russo potrebbero aggirare l'ONU e cercare di imporre un regime di sanzioni della "coalizione dei volonterosi".
Lobe conclude citando Michael Klare, secondo il quale le crescenti tensioni con la Russia potrebbero aver reso più bellicoso il duo Bush-Cheney.

***

Saker: la Russia sta perdendo la guerra diplomatica. Di fatto la Russia non ha ricevuto dalla SCO l'appoggio sperato. Secondo il Saker, dunque, ora è completamente isolata.
Ma ha così importanza?
"In effetti penso di sì. Non credo che la NATO stia per attaccare le forze russe nella regione, ma penso che si sia il rischio concreto che il silenzio della comunità europea incoraggerà gli Stati Uniti a intraprendere della provocazioni. Cosa intendo dire? Pensoc he con l'attuale amministrazione americana e la violenta retorica anti-russa di McCaine ci sia il rischio reale che gli Stati Uniti e/o l'Europa facciano due cose: a) riarmare i georgiani; e b) mandare truppe in Georgia. Lo so, suona folle, ma suonavano folli anche l'occupazione dell'Iraq, l'attacco israeliano contro il Libano nel 2006 o il recente attacco di Saakashvili contro l'Ossezia del Sud. Ammettiamolo: ci si può e deve aspettare che la combinazione unica di arroganza, ignoranza e hubris imperiale che sono diventati il marchio distintivo della politica estera degli Stati Uniti guidino decisioni che sembrerebbero folli da un punto di vista razionale.
Sono particolarmente interdetto e deluso dall'atteggiamento alquanto debole della Cina in tutto questo. I cinesi non capiscono che la prossima volta l'ira dell'Impero colpirà loro?
È chiaro che i diplomatici russi a Dušanbe hanno mancato l'obiettivo.
[Come punto di vista alternativo molto ben argomentato, si legga questo articolo del Financial Times segnalato dal prezioso Silviu'. Inoltre, sulla Cina, ricordarsi di citofonare sempre Toni_i].

***

L'Iran ha proposto che i membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO) usino le loro valute negli scambi reciproci e valutino la possibilità di usare in futuro una valuta unica per agevolare le transazioni monetarie.

***

Sempre a proposito di Iran, la guerra bancaria va avanti: nel Regno Unito la Barclays Bank starebbe bloccando conti correnti di persone anche solo vagamente collegate all'Iran, come ha fatto la Citibank negli Stati Uniti. Ma la cosa interessante è che la Barclays applica le leggi americane al Regno Unito, facendo riferimento alla lista delle società bandite negli Stati Uniti e non alla lista equivalente adottata dall''Unione Europea e dal Regno Unito.

***

E, per quanto riguarda la Cina, quanche giorno fa il Shurat HaDin, associazione-paravento dei ministeri degli Esteri e della Difesa israeliani, ha deciso di portare la Banca di Cina davanti alla Giustizia Californiana perché sosterrebbe Hezbollah e Hamas.

***

Importante accordo sul nucleare civile tra Russia e Stati Uniti sospeso almeno fino al prossimo anno: firmato nel maggio scorso, poneva le basi per dari agli Stati Uniti l'accesso alle nuove tecnologie nucleari russe e per aiutare la Russia a creare una struttura internazionale di stoccaggio per il combustibile nucleare esaurito. Una fonte governativa russa ha dichiarato che alla Russia è stato fatto capire che il decreto è stato revocato e che sarà ripresentato sotto la nuova amministrazione. Questa settimana Condoleezza Rice ha detto che la priorità degli Stati Uniti in questo momento è rappresentata dall'accordo sul nucleare civile con l'India.

***

Se c'è una nuova guerra fredda, c'è gente che ci fa su dei bei soldi. Per l'industria militare la "guerra al terrore" in confronto sarebbe poca cosa. In questo articolo Morgan Strong fa un po' di storia della guerra fredda per mostrare come le corporazioni e gli intellettuali e i politici al loro servizio abbiano esagerato paure ed esacerbato tensioni anche dopo la fine effettiva della guerra fredda segnata dalla détente inaugurata da Nixon.

giovedì, agosto 28, 2008

Il ritorno russo

Il ritorno russo
di Serge Halimi

La questione della responsabilità del conflitto nel Caucaso non ci tormenta più. Meno di una settimana dopo l'attacco georgiano, due commentatori francesi, esperti di qualsiasi cosa, l'hanno giudicato "obsoleto". Un influente neoconservatore americano aveva dato loro il la. Sapere chi ha cominciato "importa poco", ha tagliato corto Robert Kagan, "se questa volta Mikhail Saakashvili non fosse caduto nella trappola di Vladimir Putin, dal conflitto sarebbe uscito qualcosa di differente. (1)". Un'ipotesi ne chiama subito un'altra: se, il giorno della cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici, l'iniziativa di un'operazione armata fosse stata compiuta da qualcun altro che non fosse il giovane poliglotta Saakashvili, diplomato alla Columbia Law School di New York, i governi occidentali e i loro media sarebbero riusciti a contenere la loro indignazione di fronte ad un atto tanto evidentemente simbolico?

Ma, dal momento che conosciamo già i buoni e i cattivi di questa storia, la si può seguirre meglio. I buoni, come la Georgia, hanno il diritto di preservare la loro integrità territoriale dalle trame separatiste ordite dai propri vicini; i cattivi, come la Serbia, devono acconsentire all'autodeterminazione della loro minoranza albanofona (Kosovo) e subire, in caso di rifiuto, i bombardamenti della NATO. La morale della storia diventa ancora più edificante quando, per difendere il suo territorio, il gentile presidente filoamericano richiama a casa una parte dei soldati inviati... a invadere l'Iraq.

Lo scorso 16 agosto il presidente George W. Bush, giustamente, ha invocato con serietà le "risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU", così come "l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale" della Georgia, le cui "frontiere devono beneficiare dello stesso rispetto di quelle di altre nazioni". Di conseguenza solo gli Stati Uniti avrebbero il diritto di agire unilateralmente quando pensano (o pretendono) che la loro sicurezza sia in causa. In realtà la serie di avvenimenti obbedisce ad una logica più semplice: Washington sta con la Georgia per contrastare la Russia; Mosca sta con l'Ossezia del sud, ma anche con l'Abkhazia, per "punire" la Georgia.

A partire dal 1992 due rapporti del Pentagono hanno cercato di prevenire l'eventuale risorgenza di una potenza russa allora ai minimi termini. Per rendere permanente l'egemonia americana nata dalla vittoria nella Guerra del Golfo e dallo scioglimento del blocco sovietico, bisognava, secondo i rapporti, "convincere eventuali rivali che non avevano bisogno di aspirare a un ruolo maggiore". E, se non si fosse potuto convincerli, Washington avrebbe saputo come "dissuaderli". Bersaglio principale di queste previsioni? La Russia, "unica potenza al mondo che possa distruggere gli Stati Uniti" (2).

Si può biasimare i dirigenti russi di aver vissuto l'assistenza occidentale alle "rivoluzioni colorate" in Ucraina e Georgia, l'adesione alla NATO dei vecchi alleati del Patto di Varsavia e l'installazione di missili americani sul suolo polacco come elementi di questa vecchia strategia il cui scopo era indebolire il loro paese, quale che ne fosse il regime? "La Russia è diventata una grande potenza, e questo è preoccupante", ha poi ammesso Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese (3).

Architetto, negli anni '80, della pericolosissima strategia afghana di Washington (sostenere militarmente gli islamisti per sconfiggere i comunisti...), Zbigniew Brzezinski ha descritto anche l'altro lato del disegno americano: "La Georgia ci apre l'accesso al petrolio, e presto anche al gas, dell'Azerbaijan, del Mar Caspio e dell'Asia centrale. Rappresenta quindi per noi un obiettivo strategico principale" (4). Brzezinski non potrebbe essere sospettato di incostanza: anche quando, sotto El'cin, la russia agonizzava, voleva cacciarla dal Caucaso e dall'Asia centrale per garantire l'approvigionamento energetico dell'Occidente (5). Ora la Russia sta meglio, gli Stati Uniti stanno meno bene, e il petrolio costa caro. Vittima delle provocazioni del proprio presidente, la Georgia deve subire la pressione di queste tre dinamiche.


Note:
(1) Rispettivamente Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann, in Libération del 14 agosto 2008, e Robert Kagan, nel Washington Post dell'11 agosto 2008.

(2) Vedi Paul-Marie de La Gorce, "Washington et la maîtrise du monde", Le Monde diplomatique, aprile 1992

(3) Intervista con Journal du dimanche, Parigi, 17 agosto 2008.

(4) Bloomberg News, 12 agosto 2008, www.bloomberg.com

(5) Zbigniew Brzezinski, The Great Chessboard.


Fonte: Le Monde Diplomatique

Realtà o finzione? Perché l'aiutante di Cheney era in Georgia prima della guerra?

[Certo, questa traccia potrà al momento sembrarci poco consistente, ma per noi vale il proverbio americano del XXI secolo: "Beat Cheney regularly; if you don't know why, he will"].

Realtà o finzione? Perché l'aiutante di Cheney era in Georgia prima della guerra?

di James Gerstenzang

27/08/08 - Che cosa stava facendo un assistente per la sicurezza nazionale del vice presidente Dick Cheney in Georgia poco prima che l'esercito del presidente georgiano Mikhail Saakashvili entrasse in quella che si è rivelata essere una disastrosa battaglia coi ribelli dell'Ossezia meridionale, e quindi con le truppe russe?

Non quello che potreste pensare, secondo l'ufficio del vice presidente, se state pensando a Cheney che da' la propria benedizione all'operazione militare georgiana.

Certo, Cheney all'interno dell'amministrazione è stato tra i promotori della linea dura nelle relazioni con la Russia, tanto che l'uomo che ha guidato il Pentagono alla fine della Guerra Fredda, durante il governo di Bush senior, è stato visto come pronto a scatenare un nuovo scontro frontale con Mosca.

È stato Cheney ad aver visitato l'ambasciata georgiana a Washington la scorsa settimana per firmare il libro delle condoglianze per le vittime per dimostrare il suo sostegno dell'amministrazione.


E sì, Joseph R. Wood, l'assistente di Cheney per gli affari di sicurezza, era in Georgia poco prima che la guerra iniziasse.

Ma, dice l'ufficio del vicepresidente, era lì in quanto con un gruppo di persone per preparare la visita annunciata poco prima di Cheney in Georgia (è uso della Casa Bianca mandare uomini dei servizi di sicurezza, polizia, comunicazione e stampa nei luoghi che il presidente e il vicepresidente visiteranno prima del viaggio, per occuparsi dell'organizzazione e pianificare l'agenda).

Lunedì la Casa Bianca ha rivelato che la prossima settimana Cheney visiterà Azerbaijan, Georgia, Ucraina e Italia, quasi immediatamente dopo aver tenuto un discorso alla Convention Nazionale Repubblicana il giorno dei lavoratori [che negli Stati Uniti si tiene nella prima settimana di settembre, alla fine delle vacanze estive, e non il primo maggio. Quest'anno sarà il primo settembre, N.d.T.].

Ed ecco perché un gruppo di uomini del gabinetto del vice presidente, ufficiali di sicurezza degli Stati Uniti e altri erano in Georgia alcuni giorni prima che la guerra cominciasse.

Non aveva niente a che fare, secondo quanto dice l'ufficio del vice presidente, con le operazioni militari che secondo alcuni potrebbero suggerire una ripresa della Guerra Fredda.

Fonte: Los Angeles Times Blog

mercoledì, agosto 27, 2008

Alcune opinioni russe sulle conseguenze del riconoscimento

Expert Online fa una rassegna di opinioni di politici, esperti e diplomatici russi sul riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, sulle conseguenze sui rapporti con paesi lontani e vicini e sul futuro delle repubbliche appena riconosciute dalla Russia. Le riassumo:

Aleksej Ostrovskij, capo della commissione per i rapporti con la CSI della Duma: con la decisione presa da Medvedev non cambierà praticamente nulla, tutte le tensioni con i paesi europei e con l'America resteranno tali e quali almeno fino al 5 novembre, data delle elezoni negli Stati Uniti. Va ricordato che i partner occidentali sono interessati alla Russia più di quanto lo sia la Russia a loro. Dunque se ci dovrà essere una totale rottura della cooperazione con la NATO e con il WTO a perderci saranno soprattutto Unione Europea e Stati Uniti. Secondo Ostrovskij è giunto il momento in cui la Russia può difendere i suoi interessi nazionali senza guardare ai "cosiddetti partner". Ritiene inoltre che per i due nuovi stati il riconoscimento arriverà non solo dai paesi che sono in buoni rapporti con la Russia (Bielorussia, Moldavia, Venezuela, Cuba) ma anche da molti altri stati. Questo, però, dopo il 5 novembre.

Alekrandr Rahr, direttore del programma Russia/Eurasia del consiglio tedesco per la politica estera: a Occidente non ci si aspettava il riconoscimento dell'indipendenza. A Occidente si vede ancora la Russia con gli occhi degli anni Novanta, e si pensava che non avrebbe oltrepassato la "linea rossa". Dunque l'Occidente interpreterà questa decisione della Federazione Russa come un tentativo di ristabilire un impero. Per questo la reazione della NATO sarà particolarmente dura. Secondo Rahr la NATO adotterà la posizione degli Stati baltici e della Polonia, che ha sempre gridato istericamente al neoimperialismo russo. Il pericolo è che l'America e le altre potenze occidentali facciano di tutto per isolare la Russia. Per esempio minacceranno di sanzioni tutti i paesi che intendono appoggiare l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. L'Occidente userà tutti questi ricatti.
Se la NATO dovesse fare troppe pressioni la Russia potrebbe rispondere: oggi le sue potenzialità sono ben diverse da quelle di dieci anni fa. Mosca potebber ricordare all'Occidente che su alcuni problemi mondiali - come la Corea del Nord e l'Iran - c'è bisogno anche della sua collaborazione. Rahr ritiene che non ci sarà un conflitto, anche se la situazione è tesa.
La Russia ricorrerà ora all'appoggio dei paesi islamici, giocando la carta anti-israeliana (Saakashvili ha detto che il suo ministro della difesa è cittadino israeliano, Israele ha fornito armi alla Georgia). Per quanto riguarda le reazioni dei paesi Occidentali, senza ulteriori provocazioni la situazione potrebbe calmarsi. A questo proposito Rahr cita l'esempio della Repubblica di Cipro del Nord: la Turchia ha riconosciuto la sua indipendenza e non per questo è stata cacciata dalla NATO. Anzi, entrerà nell'Unione Europea.
Per quanto concerne le prospettive di sviluppo tra Federazione Russa e Georgia, Rahr dubita che Saakashvili tenterà di riprendersi con la forza l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Però i rapporti continueranno a essere pessimi.

Aleksej Makarin, vice direttore del Centro di tecnologie politiche: quello che bisogna aspettarsi ora è l'ammissione di Ucraina e Georgia nel Membership Action Plan, il piano di pre-adesione alla NATO, al summit di dicembre. Poi possiamo prevedere tempi più brevi per l'ingresso vero e proprio: non 5-10 anni come si pensava prima ma molti di meno, soprattutto perché adesso i paesi che si erano dimostrati più moderati si stanno compattando con gli altri in uno sforzo dissuasivo nei confronti della Russia. In Georgia l'ingresso nel MAP sarà accolto con entusiasmo perché il filo-americanismo è sempre stato forte. In Ucraina potrebbe svolgersi un referendum ma anche lì ci si può attendere un consenso.
Gli altri paesi della CSI saranno cauti, sia nel riconoscimento dell'indipendenza sia nei confronti della Russia. Perfino la Bielorussia, prima di firmare il riconoscimento, potrebbe imporre delle condizioni come il congelamento dei prezzi del gas.
Un atteggiamento massimamente pragmatico caratterizzerà anche i paesi dell'America Latina.
Con gli Stati Uniti ci sarà un forte raffreddamento delle relazioni: una vera guerra no, ma una guerra fredda sarà inevitabile. Se la Russia non verrà espulsa dal G8 sarà progressivamente emarginata. A peggiorare le cose interverrà il summit della NATO di dicembre.

Konstantin Sivkov, primo vice presidente dell'Accademia dei problemi geopolitici: probabilmente presto avverrà una spaccatura in seno alla NATO. La vecchia Europa è legata più strettamente degli Stati Uniti alla Russia.
Se la Federazione Russa rompe i rapporti con la NATO il contingente NATO in Afghanistan avrà gravi problemi di rifornimento, tenuto conto che si sta prospettando una situazione difficile anche nel Pakistan post-Musharraf. La NATO può continuare a premere ai confini della Russia e la Russia di conseguenza dovrà rispondere. Ma con le forze armate attuali non può farlo: è necessaria una trasformazione economica interna, una nazionalizzazione nel campo delle materie prime e delle infrastrutture, e bisogna impedire che i proventi della vendita delle materie prime finiscano all'estero sui conti degli oligarchi.
Per quanto riguarda la Georgia, Sivkov prevede un'ondata di isteria e di dichiarazioni politico-diplomatiche da parte di Tbilisi, forse una rottura dei rapporti diplomatici. Ci sarà una seduta d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
I georgiani, secondo Sivkov, sanno benissimo chi ha perso la guerra; molti a Tbilisi cominceranno a pensare che sia stato lo stesso Saakashvili a spingere la Russia al riconoscimento.

Nikita Belych, capo del partito "Unione delle forze di destra": il riconoscimento non porterà niente di buono alla Russia. I due nuovi stati verranno probabilmente riconosciuti subito da Cuba e Venezuela e anche dalla Bielorussia. Però la Russia può mettersi il cuore in pace non solo sull'ingresso nella WTO ma anche sulla permanenza nel G8. Il rischio è quello di sanzioni anche socio-economiche. Bisogna poi aspettarsi che la Georgia (con l'Ucraina) entri nella NATO in tempi molto brevi.

Vladimir Stupišin, diplomatico, ex ambasciatore in Armenia (1992-94): nel rapporto Russia-NATO pesa il corridoio di rifornimento per il contingente in Afghanistan. La NATO ha avvicinato le proprie infrastrutture ai confini russi, ma è improbabile che riesca a posizionale elementi del sistema anti-missile in Turchia.
Non si prevede il rischio di sanzioni economiche: i paesi europei non possono fare a meno del gas e del petrolio russi. Altri commerci importanti non ce ne sono, e gli europei continueranno a comprare e vendere quello che già comprano e vendono. E adesso alla Russia non conviene nemmeno entrare nella WTO.
Per quanto riguarda la Georgia, Saakashvili è imprevedibile, può rompere le relazioni diplomatiche. Ma non gli conviene riprendere le armi, anche se da lui ci si può aspettare di tutto.

Dall'intervista di Medvedev a TF1

[Lungo estratto dall'intervista a Medvedev di TF1 (ne ha rilasciate altre a BBC, CNN, Russia Today e Al Jazeera, traduco questa perché è la più sintetica e la Francia ha avuto un ruolo di "mediazione", per quanto poco chiaro; inoltre qui Medvedev lancia i soliti segnali agli europei)].

DOMANDA: Sei mesi fa l'America, la Francia e altri paesi europei hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Allora Vladimir Putin, vostro attuale primo ministro, disse che era un boomerang che "avrebbe potuto tornare indietro e colpirli in piena fronte". Che ne pensa, l'Abkhazia è quel boomerang?

D. MEDVEDEV: Se anche lo è, sarebbe meglio non fosse tornato indietro, ma ormai è successo, dobbiamo tutti convivere con questa realtà.

DOMANDA: Adesso sulla scena internazionale ci sono la guerra con la Georgia, le tensioni con la NATO e relazioni instabili con alcuni paesi europei. Come vede il futuro? È una frattura nel partenariato strategico con i paesi europei, con tutto il mondo e, forse, una nuova "guerra fredda"?

D. MEDVEDEV: Non vorrei nessuna "guerra fredda". Ha portato solo problemi all'umanità. Per questo faremo tutto ciò che dipende da noi. In questa situazione la palla passa agli europei: se vogliono un raffreddamento dei rapporti ovviamente lo otterrano. Ma se vogliono conservare le relazioni strategiche - e questo a mio parere è assolutamente negli interessi della Russia e dell'Europa – andrà tutto bene.

DOMANDA: Ma gli europei la vedono così: in Ossezia del Sud parlano russo, spendono rubli russi e molti cittadini hanno il passaporto russo. Questo non è riconoscere l'indipendenza di un altro paese, questo significa disintegrazione e discordia con la Georgia e forse in futuro assorbimento nella Federazione Russa. È un ritorno della Russia ai modi imperiali, un ritorno all'impero?

D. MEDVEDEV: Gli imperi normalmente non ritornano, e rimpiangere il passato imperiale è un gravissimo errore. Nello stesso tempo è naturale che non possiamo non pensare a quei cittadini che possiedono il passaporto russo e che vivono nelle regioni limitrofe. E tutte le decisioni che abbiamo preso erano volte a ottenere un solo risultato: che potessero vivere umanamente, che potessero realizzare quel diritto che spetta loro secondo la Carta delle Nazioni Unite. Non sono riusciti a convivere con la Georgia. Un tempo anche lo stato russo era composto separatamente da osseti, abkhazi e georgiani. Ma non sono riusciti ad andare d'accordo, e la colpa di ciò è tutta della Georgia.

DOMANDA: Signor presidente, due settimane fa ha concordato con il signor Sarkozy che avreste ritirato le truppe dalla Georgia. Tuttavia a oggi sono ancora presenti soldati russi e si trova sotto il vostro controllo il porto che rappresenta il cuore economico del paese. Questo non corrisponde all'accordo che avete sottoscritto. Perché non rispettate le sue condizioni?

D. MEDVEDEV: Le rispettiamo al 100% e infatti i soldati russi non ci sono più, come avevamo detto nell'ultimo colloquio con il presidente Sarkozy. I soldati russi si trovano solo nella zona di sicurezza che è stata concordata nei sei punti dell'accordo. Per quanto riguarda il porto georgiano di Poti, non lo controlliamo né lo blocchiamo: sono sciocchezze.

DOMANDA: Ma il porto non figura nell'accordo?

D. MEDVEDEV: Ma noi non controlliamo il porto di Poti. Nel porto di Poti si scaricano merci, arrivano i cacciatopediniere americani, portano armi ai georgiani, è tutto a posto: fanno ciò che vogliono. Se ho capito bene, poche ore fa nel porto di Poti è arrivato il cacciatorpediniere McFaul. Il porto è vivo e vegeto.

DOMANDA: Pensa che dopo questa guerra la Georgia avrà diritto solo a una sovranità limitata?

D. MEDVEDEV: Penso che la Georgia debba essere uno stato normale, a pieno diritto. Per quanto riguarda la sua sovranità, ovviamente è una questione complessa determinata dalle sue relazioni con i paesi vicini. Ma naturalmente dopo quanto è accaduto la situazione è mutata, e per la Georgia in questo senso i tempi stanno cambiato. La Georgia, io credo, dovrebbe trarre delle conclusioni precise da quello che è successo: è una buona lezione su come costruire le relazioni con i paesi vicini e con i popoli che facevano parte della Georgia.

DOMANDA: Cosa intende dire, esattamente?

D. MEDVEDEV: Solo ciò che ho detto.

DOMANDA: Signor presidente, avete vinto la guerra con la Georgia e ci siete riusciti con relativa facilità, ma ogni medaglia ha due facce. Con questa mossa avete spaventato tutti i paesi vicini: per esempio la Polonia ha firmato l'accordo con gli Stati Uniti sullo scudo antimissile, l'Ucraina vuole entrare nella NATO, la Germania appoggia le operazioni militari in Georgia. Vi è costato caro, non pensa? E non dimentichi il crollo della borsa di Mosca.

D. MEDVEDEV: Comincio dall'ultima cosa. Certo, l'economia è una componente molto importante, ma il problema del mercato azionario non deriva solo dalle azioni militari ma anche dalle crisi del mercato globale, anche e soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Per questo è meglio che lì si impegnino nel miglioramento del clima economico. Per quanto riguarda i nostri amici che si preoccupano, alcuni si sono preoccupati già molto tempo fa, e questo non ha niente a che fare con il conflitto, io credo che si tratti semplicemente di fantasmi storici.

Per quanto riguarda la situazione penso che si calmerà e spero che i nostri partner europei sappiano distinguere, come si suol dire, la pula dal grano, e che riusciamo a costruire rapporti normali e produttivi. E in questa medaglia non esistono due facce.

Fonte: Kremlin.ru (RUS)

La misteriosa lettera di Sarkozy

(Questo pezzo si basa principalmente su due post tratti dal blog Moon of Alabama)

I russi si sono ritirati dalla Georgia nel territorio dell'Ossezia meridionale e dell'Abkhazia, o nei loro pressi, rispettando le linee di peacekeeping concordate nel 1990 e tenendo avamposti nei porto di Poti e nei pressi di Senaki, a qualche chilometro da Poti, così come sulla strada principale che taglia quasi a metà il paese e collega la città con Gori. Il motivo strategico di questa mossa è semplice: il porto è il punto di ingresso più probabile per le armi pesanti (la Turchia in questo momento non farebbe mosse che potrebbero causarle problemi con la Russia, e nega di aver autorizzato il passaggio delle navi statunitensi). Senaki serve per assicurare la "linea di comunicazione" diretta tra Abkhazia e le truppe in osservazione a Poti. La postazione a nord di Gori serve a tenere d'occhio il traffico di camion e mezzi militari.
Queste truppe ovviamente rimarranno lì finché la Russia non otterrà dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ciò che vuole. Questo ovviamente non piace al governo statunitense, che nega che la Russia abbia il diritto di creare posti di blocco e zone di rispetto. Il punto cinque del cessate il fuoco firmato da russi e georgiani dice il contrario: permette infatti ai russi di "prendere ulteriori misure di sicurezza", "in assenza di un meccanismo internazionale di controllo", a patto di ritirarsi nella stessa posizione in cui erano prima dello scoppio delle ostilità, cosa che hanno fatto. Ora, per dispiegare un meccanismo internazionale di controllo ci vogliono o una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU o un accordo OCSE, che la Russia può permettersi di bloccare finché non otterrà ciò che vuole. E al momento nessuno ha il potere di farlo.

MoA, nel fare questa ricostruzione, cita il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, il quale lamenta che i russi non abbiano rispettato l'accordo di cessate il fuoco, e nel farlo cita una lettera che sarebbe stata scritta da Sarkozy, che ha fatto da mediatore nella tregua. Nella lettera Sarkozy specificherebbe che le misure prese dalla Russia "posso essere implementate solo nell'immediata prossimità dell'Ossezia Meridionale ed escludendo ogni altra parte del territorio georgiano." Le misure devono essere situate "all'interno di una zona distante pochi chilometri dal limite amministrativo tra Ossezia meridionale e il resto della Georgia, in maniera che nessuna significativa zona urbana venga inclusa".

Ma di preciso, cos'è questa lettera? E perché nessuno può permettersi di opporsi alle richieste russe? E soprattutto cos'è che vogliono i russi?

MoA spiega la questione iniziando con un riassunto degli avvenimenti: l'8 agosto la Georgia apre il fuoco contro la città di Tskhinvali, sotto protezione di peacekeepers russi con riconoscimento internazionale. La Russia chiede una dichiarazione delle Nazioni Unite che riporti la pace, ma non succede nulla. Dodici ore dopo la Russia reagisce ed attacca i georgiani. Il 10 agosto le forze georgiane sono state in gran parte sconfitte e Saakashvili chiede un cessate il fuoco. L'11 agosto Kouchner, ministro degli esteri francese, e il suo omologo finlandese Stubb (la Finlandia è paese presidente di turno dell'OCSE) preparano l'accordo di cessate il fuoco. L'accordo pare sia stato firmato da Saakashvili e poi mandato a Mosca per essere firmato dai russi, ma pare non esserci neppure arrivato. L'unica cosa certa è che il documento non viene accettato, forse dai russi, forse dai georgiani o, come dice MoA, forse da qualcun'altro. Nella notte tra 11 e 12 agosto le truppe georgiane fuggono dalla parte occidentale della Georgia e da Gori verso Tbilisi, per paura che i russi possano puntare sulla capitale. Il 12 il minitro degli esteri Lavrov lamenta che gli occidentali non abbiano fatto nulla per convincere i georgiani a firmare il cessate il fuoco, e dopo il flop diplomatico di Kouchner, Sarkozy parte per Mosca per cercare un accordo tra i paesi. A Mosca i russi gli dicono cosa vogliono e le loro condizioni, e Sarkozy trascrive il tutto. Parte quindi per Tbilisi, ma lì ovviamente Saakashvili non accetta il punto 6 delle condizioni russe, che riguarda "l'avvio di una discussione internazionale sullo status, la sicurezza e gli accordi di stabilità per Abkhazia e Ossezia Meridionale".
Tornando all'accordo, la Georgia chiedeva di sostituire il termine "status" con "integrità territoriale", mentre la Russia chiedeva di lasciare inalterata la prima formulazione.

Fermiamoci un attimo e tiriamo due somme: la Russia, quindi, ha ripreso le condizioni occidentali sul Kosovo, applicandole al caso delle provincie separatiste georgiane. Questo spiega il perché dell'immobilità occidentale con la Russia: sarebbe evidente l'applicazione di due pesi e due misure. La Georgia, invece, chiedendo la modifica dell'articolo, poneva come condizione l'indivisibilità del territorio del paese.
Saakashvili successivamente ha accettato il cessate il fuoco, senza però firmarne il documento, dopo che la parola "status" era stata tolta dal suddetto.
Il 13-14 agosto Condoleeza Rice va a Parigi, ufficialmente solo per prendere formalmente accordi con Parigi riguardo la firma georgiana del documento. In realtà, durante l'incontro, insiste perché Sarkozy scriva una lettera a Saakashvili che chiarisca i punti dell'accordo. I russi sanno della lettera ma non le danno importanza: non essendo parte ufficiale del documento, non ha vallore legale.
Il 15 agosto Rice arriva a Tbilisi, e quello stesso giorno si dice che Saakashvili abbia firmato l'accordo. I russi rifiutano di firmare se prima non lo farà Saakashvili.
Il 16 finalmente Medvedev firma il documento arrivato da Parigi, ma quella versione pare essere differente da quella firmata da Saakashvili: la copia firmata dal presidente georgiano manca di un preambolo nel quale si dice che il documento è frutto di un accordo tra Sarkozy e Medvedev. Il sospetto è che Rice abbia modificato il documento.

Ma intanto i documenti sono stati firmati e il processo di pace concluso.

Il 16 agosto stesso la Reuters riporta un dispaccio nel quale Sarkozy sostiene che la Russia deve ritirarsi dal territorio georgiano e che le misure aggiuntive di sicurezza sono valide solo nelle immediate vicinanze dell'Ossezia meridionale, questo in base a una lettera che ha scritto a Saakashvili resa pubblica dal suo ufficio quello stesso giorno. Ma quella lettera non fa parte degli accordi, ufficialmente è una lettera privata inviata a Saakashvili. E poi, nonostante Sarkozy dica che la lettera è stata resa pubblica, giornalisti e diplomatici hanno dovuto chiederne copia all'agenzia stampa che è riuscita ad averne una copia in esclusiva.

Insomma, come riassume MoA: "Sarkozy si fa dettare dalla Russia le condizioni del cessate il fuoco in Gergia, soprattutto i punti 5 e 6. Va a Tbilisi e dopo ulteriori negoziazioni i russi accordano il cambiamento di una parola. Saakashvili concorda verbalmente con la "bozza". Agli Stati Uniti non piace.
QuandoRice vola a Parigi anche lei detta qualcosa a Sarkozy. Porta una lettera a Saakashvili e include l'interpretazione statunitense, secondo la quale la clausola delle "misure di sicurezza aggiuntive" significa quello che gli Stati Uniti vogliono che significhi. Rice porta la lettera e il documento di cessate il fuoco a Tblisi e Saakashvili deve firmare.
Ora gli Stati Uniti nei media e al Consiglio di Sicurezza dell'Onu usano la lettera di Sarkozy, segreta fino a poco prima, per sostenere che la Russia non sta tenedo fede ad una versione del cessate il fuoco che non ha mai accettato".

A questo segue uno sviluppo piuttosto prevedibile, alla luce dei fatti citati precedentemente: lunedì il senato russo ha votato una risoluzione non vincolante dove chiede al presidente Medvedev di riconoscere l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia meridionale, e martedì la Federazione Russa ha riconosciuto l'indipendenza di entrambe le regioni.

La NATO aveva posto misure punitive contro la Russia nonostane dipenda proprio dalla Russia per la logistica in Afghanistan, peraltro in un momento in cui in Afghanistan le cose si stanno mettendo male per le truppe NATO e il sostegno russo è imperscindibile. L'altra linea logistica passa attraverso il Pakistan, e nemmeno lì le cose sono tranquille.

Nel Mar Nero ora ci sono 9 navi da guerra NATO, e altre nove pare siano in arrivo. In risposta i russi hanno mandato l'incrociatore Moskva. Le navi NATO sono attrezzate con oltre 100 missili Tomahawk (per attacchi di terra) e Harpoon (per attacchi in acqua).

Link/Punto di non ritorno

[Dato l'affollarsi di eventi torniamo a tradurre e sintetizzare opinioni e commenti, occasionalmente riportando per intero gli articoli che ci sembrano più importanti o rappresentativi. Per comodità di lettura faremo post più brevi, ciascuno dedicato a uno o pochi link.
Cominciamo citando ampi estratti di un post di Eugene Ivanov che sintetizza bene alcuni punti fondamentali e tenta alcune risposte:]


Punto di non ritorno
, Ivanov Report.
"Il conflitto militare e politico nel Caucaso ha raggiunto un punto di non ritorno: Medvedev ha firmato i due decreti che riconoscono l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia.
Va ancora compreso appieno il significato di questo evento. È tuttavia già chiaro che la mossa russa è un punto di non ritorno nelle relazioni con i paesi vicini, l'Occidente e il resto del mondo.
[...]

Non è del tutto chiaro se la firma dei decreti sia stata la prima scelta di Medvedev. Molti esperti concordano sul fatto che il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, per quanto alla lunga inevitabile, non sarebbe dovuto giungere così presto: poteva servire come contropartita nei negoziati con l'Occidente.

Tuttavia non c'è dubbio che politicamente parlando Medvedev non avesse scelta. L'alternativa sarebbe stata l'isolamento interno, al quale la sua giovane presidenza non sarebbe sopravvissuta.

Sembrano esserci almeno due ragioni fondamentali per il tempestivo riconoscimento. Innanzitutto lo status indipendente delle due repubbliche - seguito da inevitabili trattati bilaterali con la Russia - permetterebbe quest'ultima di tenere lì le proprie truppe (cosa che vogliono sia russi che osseti e abkhazi e che una svolta imprevedibile degli eventi non garantirebbe).
In secondo luogo il costo della ricostruzione, dopo le distruzioni causate dall'esercito georgiano in Ossezia del Sud, ammonterebbe a 1 miliardo di dollari. Se i paesi europei stanno esprimendo la loro disponibilità a contribuire alla ricostruzione della Georgia, è implicitamente inteso che all'Ossezia del Sud penserà soltanto la Russia. Non sorprende che la Russia non intenda spendere quel denaro senza essere sicura che i frutti della sua generosità non finiranno prima o poi nelle mani dei georgiani.

La decisione di Medvedev è un intenzionale schiaffo all'amministrazione Bush: e non sorprende del tutto, dato il scarso entusiasmo di Medvedev per le relazioni con il presidente americano uscente. E la sua valutazione che i rapporti con il successore di Bush andranno comunque costruiti partendo da zero non è infondata.

Il futuro delle relazioni della Russia con l'Europa però è un'altra questione. Le reazioni iniziali delle capitali europee sono state prevedibilmente dure e la Russia ha ovviamente molto da perdere guastando i rapporti con i suoi importanti partner commerciali.
È però concepibile che quando si placherà la prima ondata di indignazione i leader europei riconosceranno che nella risoluzione del conflitto la Russia ha fatto tutto il lavoro pesante.
Non serve più discutere quale interpretazione del piano Sarkozy-Medvedev in sei punti sia quella corretta; quel piano è morto e defunto. Non c'è più motivo di considerare seriamente se la Georgia sia pronta a entrare nella NATO; con la sua integrità territoriale a pezzi l'ingresso nella NATO è ormai una barzelletta. Non serve più bisticciare per decidere quale paese europeo manderà peacekeeper in Ossezia del Sud e Abkhazia, e quanti uomini serviranno; ci penseranno le truppe russe.

Ah, sì, e poi c'è un accordo Russia-NATO sul corridoio di rifornimento per il contingente NATO in Afghanistan. L'accordo è ancora in piedi. Per ora.
Il Cremlino ci sta contando?"

martedì, agosto 26, 2008

Vantaggi per la Cina dalla crisi caucasica?

La crisi caucasica potrebbe portare vantaggi inattesi alla Cina

di M. K. Bhadrakumar

Una scossa geopolitica di sei gradi Richter è destinata a produrre contraccolpi, e i riflessi del conflitto nel Caucaso cominciano a farsi sentire. Forse possiamo anche dire addio alla “guerra al terrore”. In ogni caso la comunità internazionale ha perso interesse per Osama bin Laden.

Gli Stati Uniti hanno individuato un nuovo promettente nemico all'orizzonte e potrebbe prospettarsi una guerra interessante dalle possibilità infinite.

Cercasi nuova dottrina bellica. Come spesso accade, potrebbe essere la Gran Bretagna a confezionarla. Il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha detto in toni churchilliani: “L'aggressiva forza militare russa oltre i confini dell'Ossezia del Sud ha sconvolto molte persone... La vista di carri armati russi a Gori, di carri armati russi a Senaki, del blocco russo del porto georgiano di Poti, riporta alla mente in modo agghiacciante tempi che speravamo passati per sempre”. Il segretario di stato degli Stati Uniti Condoleezza Rice, in visita a Tbilisi, ha prontamente riecheggiato le parole di Miliband, ricordando l'intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968.

Ma stiamo guardando troppo avanti. Per cominciare, invece, la Polonia è riuscita finalmente a guadagnarsi un garante per i suoi kresy (confini orientali) storicamente indifendibili lungo la linea che va dal Dniester al Dniepr. Venerdì 15 agosto gli Stati Uniti e la Polonia hanno raggiunto un'intesa sul “reciproco impegno”, in base alla quale i due paesi si verranno reciprocamente in aiuto “in caso di problemi”. Di primo acchito, si stenta a credere che Varsavia potrebbe fare molto se il venezuelano Hugo Chavez dovesse dare del filo da torcere a Washington. Ma questi sono solo dettagli. Ciò che importa è che gli Stati Uniti sono apparsi come un cavaliere solitario nello spazio strategico tra la Germania e la Russia. Ed è una conseguenza del conflitto nel Caucaso.

Missili in Polonia
Il trattato prevede che gli Stati Uniti rafforzino le difese della Polonia con missili Patriot in cambio dell'installazione di 10 missili intercettori statunitensi sul suolo polacco. La Polonia, in altre parole, ha ricevuto garanzie in termini di sicurezza da Washington in cambio del suo consenso allo spiegamento del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nel paese centro-europeo.

Il primo ministro polacco Donald Tusk era abbastanza euforico da dichiarare: “Abbiamo attraversato il Rubicone”. Ha sottolineato che gli Stati Uniti stavano per assumere un ruolo storico che la NATO era stata incapace di svolgere. “La Polonia e i polacchi non vogliono entrare in alleanze in cui l'aiuto viene a un certo punto nel futuro: ai morti gli aiuti non servono a niente. La Polonia vuole entrare in alleanze in cui l'aiuto giunge nelle prime ore di un eventuale conflitto”, ha spiegato.

La clausola del “reciproco impegno” è un riferimento diretto alla Russia, benché Washington e Varsavia abbiano minimizzato i possibili collegamenti. Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha denunciato il trattato tra Polonia e Stati Uniti come una minaccia alla Russia. E ha aggiunto caustico che “le favole sulla deterrenza, le favole sul fatto che grazie a questo sistema dissuaderemo un qualche stato canaglia, non funzionano più”. Il presidente della commissione parlamentare russa per gli affari esteri, Konstantin Kosačev, ha ammonito che l'accordo avrebbe innescato “un concreto aumento delle tensioni nelle relazioni russo-americane”. Il vice capo di stato maggiore russo, il Generale Anatolij Nogovicyn, ha dichiarato: “La Polonia, ospitando [il sistema statunitense] si espone a un attacco nucleare. Al 100%”. Ha aggiunto che l'accordo Stati Uniti-Polonia “non può restare impunito”.

Ma Washington ha un piano. Ha rapidamente approfittato della cascata di retorica anti-russa per mandare avanti il progetto di installazione del sistema di difesa anti-missile in Polonia, calpestando le obiezioni di Mosca e ignorando il fatto che Stati Uniti e Russia stanno ancora teoricamente negoziando. In puro stile Guerra Fredda, dietro il paravento della retorica Washington si è presa un vantaggio unilaterale. E la terza area di posizionamento per il sistema di difesa anti-missile è diventata realtà.


La Germania resta neutrale

L'accordo Stati Uniti-Polonia si rifà al ruolo della Gran Bretagna come garante storico della Polonia contro il “revanscismo” tedesco. Dal punto di vista di Washington la riluttanza della Germania a farsi coinvolgere nella strategia di contenimento della Russia cresce giorno per giorno. Le consultazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel con Medvedev a Soči il 15 agosto rivelano che Bonn sta cercando di essere equanime, sollecitando Mosca a intraprendere la strada della diplomazia e resistendo alle pressioni di Washington perché affronti la Russia.

La persona di riferimento della Germania per gli affari russi a Berlino, Andreas Schckenhoff, ha detto che né l'Unione Europea né la Germania si proponevano di schierarsi. Il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato a Die Welt: “Se l'Unione Europea vuole avere un ruolo nel raggiungimento della pace, deve aprire canali di dialogo con Tbilisi e con Mosca”. I tedeschi non nascondono le loro priorità. Per citare Der Spiegel, “Le richieste di alcuni stati membri dell'UE, in particolare quelli dell'Europa Orientale, di adottare la linea dura con Mosca mandando a monte il dialogo con la Russia su un nuovo partenariato strategico hanno messo la Germania in una posizione insidiosa. La Germania dipende fortemente dall'energia russa e resta fautrice di legami più stretti tra l'Europa e Mosca”.

La seduta d'emergenza dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea a Bruxelles, il 13 agosto, ha evidenziato la frattura sulla “questione russa”. La Gran Bretagna, gli Stati baltici, la Polonia e la Svezia hanno spinto per la denuncia della Russia, ma l'Unione Europea ha adottato la proposta tedesca di aumentare il contingente di “osservatori” europei in Georgia da 100 a 300 e di fornire aiuti umanitari.

Steinmeier si è dissociato dalle minacce bellicose degli Stati Uniti consigliando all'Europa di “guardare al futuro e di assumere un ruolo nel futuro processo di stabilizzazione”. La Francia, l'Italia e la Finlandia hanno appoggiato la Germania. Il consenso europeo sulla decisione di non ricorrere a sanzioni contro la Russia e perfino di non puntare il dito contro Mosca è stato uno scacco per gli Stati Uniti. Di qui l'arrivo di Rice a Bruxelles il martedì successivo per incontri urgenti con le sue controparti della NATO e dell'Unione Europea.

Pressioni statunitensi sull'Unione Europea

Rice è sicura di riuscire ad aggregare il sostegno europeo e di spezzare un'importante lancia a favore dell'ingresso della Georgia nella NATO. Ma le grandi potenze europee capiscono che Mosca prenderà l'ulteriore espansione della NATO nel territorio dell'ex-Unione Sovietica come una grave provocazione. Se Washington riesce a vincere la loro riluttanza, la diplomazia statunitense riporterà una notevole vittoria. Mosca sembra valutare che l'Europa possa alla fine soccombere alle pressioni americane. La sua decisione di rallentare il ritiro delle truppe dalla Georgia va vista in questa prospettiva.

La missione di Rice a Bruxelles è un momento topico. Se ha successo, la strategia di contenimento degli Stati Uniti verso la Russia farà un enorme passo avanti. D'altro canto, se Rice fallisce Washington può tranquillamente abbandonare le sue speranze sull'allargamento dell'alleanza nel futuro prossimo.

In breve, la guerra nel Caucaso sta mettendo a dura prova il dominio transatlantico degli Stati Uniti. Gli europei non hanno la percezione di una minaccia per quanto riguarda la Russia post-sovietica. Con le economie del continente in debole crescita, gli europei vedono la Russia come fonte di forti stimoli. (Le esportazioni tedesche verso la Russia nel 2008 hanno registrato un aumento del 50%). Perfino i think tank tedeschi di destra come la Konrad Adenauer Foundation sono stati chiari sul fatto che gli Stati Uniti stanno inutilmente trascinando l'Europa in strategie mirate a espandere la loro influenza nel Baltico e nel Caucaso “portando altri paesi di orientamento filo-americano nell'alleanza [NATO]”.

La Cina si sforza di restare neutrale
Ma le potenze europee non solo le sole a dover prendere posizione sul Caucaso. Anche la Cina si trova in questa situazione. Il presidente cinese Hu Jintao ha ricevuto il primo ministro russo Vladimir Putin a Pechino il 9 agosto, offrendo una cena in suo onore. Tuttavia i resoconti dell'incontro hanno omesso ogni riferimento al Caucaso. (L'attacco georgiano contro l'Ossezia del Sud è cominciato il 7-8 agosto). Hu ha detto a Putin: "Con il partenariato di cooperazione strategica la Cina e la Russia stanno progredendo verso gli obiettivi prestabiliti, e lo sviluppo di entrambi i paesi ha davanti a sé nello stesso tempo opportunità e sfide”.

Hu ha sottolineato tre aspetti della cooperazione strategica sino-russa: promozione del multi-polarismo e della democratizzazione nelle relazioni internazionali; ulteriore cooperazione politica sino-russa in un contesto sia bilaterale sia multilaterale; e cooperazione economica in uno spirito di “benefici reciproci ed esiti vantaggiosi per tutti”. Putin, da parte sua, ha richiamato l'attenzione di Hu sulla "politica amichevole della Russia nei confronti della Cina” e ha segnalato il vivo desiderio di Mosca di “innalzare il livello di cooperazione pratica con la Cina”.

Ma c'è qualcosa che non va. Pare che Putin abbia riferito a Hu le preoccupazioni di Mosca per il Caucaso e che Hu abbia ascoltato. In ogni caso, il giorno successivo, un portavoce del ministero degli Esteri cinese nei suoi primi commenti si è limitato a esprimere la “grave preoccupazione della Cina per l'intensificazione delle tensioni e dei conflitti armati” e ha invitato “le principali parti coinvolte a moderarsi e a cessare immediatamente il fuoco”.

In effetti il portavoce ha tenuto un atteggiamento equidistante. Ha concluso dicendo che la Cina sperava sinceramente che le “principali parti coinvolte” avrebbero risolto le dispute pacificamente attraverso il dialogo “così da salvaguardare la pace e la stabilità regionali”. Non era disposto a entrare nel merito delle “dispute”. Nel frattempo, l'11 agosto, un gruppo di georgiani ha manifestato di fronte all'ambasciata russa a Pechino, ma la “folla è stata convinta a disperdersi e allontanarsi, e non hanno avuto luogo azioni estreme”.

Il 13 agosto un portavoce cinese ha ripetuto l'auspicio che le “dispute si risolvessero pacificamente attraverso il dialogo così da raggiungere la pace e la stabilità regionali”. Questo è diventato il mantra cinese sulla crisi del Caucaso. Il portavoce cinese l'ha ripetuto il 14 agosto, accogliendo favorevolmente l'annuncio di Mosca sull'interruzione delle operazioni militari. I resoconti dei mezzi di informazione cinesi sono stati estesi ma equilibrati.

Ma disapprova Mosca
Quello che emerge, complessivamente, è che Pechino si è astenuta dall'esprimere sostegno alla Russia. Semmai, il solo commento uscito sul People's Daily, il 12 agosto, faceva appello a una cessazione delle ostilità nello spirito dei Giochi Olimpici e disapprovava l'intervento russo, che, “ha rapidamente intensificato la tensione e ha suscitato preoccupazioni e ansie nella comunità internazionale”.

Sottolineava inoltre: “Alcuni analisti si sono detti preoccupati che l'antagonismo militare possa evolvere in una nuova versione della Guerra Fredda”. E c'erano anche dei consigli per il Cremlino: “La guerra non è il modo per risolvere i conflitti. L'unico modo per risolvere efficacemente delle dispute è mettere da parte i vecchi rancori, cessare le ostilità e negoziare la pace. Solo in un contesto di pace e di negoziati costruttivi si può ottenere un'intesa vantaggiosa per tutti”.

Significativamente, Pechino non figura sulla lista di capitali con cui il ministro degli Esteri russo è stato in contatto nei dieci giorni dall'inizio del conflitto.

In base alla reciprocità la Cina avrebbe dovuto offrire il proprio sostegno alla posizione russa. Infatti fu così che reagì Mosca quando scoppiarono le rivolte di Lhasa in Tibet e la Cina si trovò sottoposta al giudizio e alla condanna dell'opinione pubblica occidentale, soprattutto statunitense. Evidentemente la Cina pensa di aver avuto pieno diritto all'appoggio russo, e che Tibet e Caucaso non siano paragonabili. Ed è vero che negli affari internazionali le analogie non esistono. Però resta anche il fatto che Pechino attualmente afferma che le relazioni sino-russe sono a un massimo storico. Una linea di demarcazione di lunga data è stata appena completata.

Le priorità di Pechino
Durante quella settimana ben tre generazioni di Bush villeggiavano allegramente in Cina e si godevano lo spettacolo delle Olimpiadi: questa coincidenza può avere influenzato la Cina? Difficile dirlo. A posteriori, Pechino dovrebbe essere grata alla famiglia Bush. Gli otto anni di presidenza di George W. Bush sono stati estremamente produttivi per la Cina, a prescindere da quello che può dire la comunità mondiale. È perfettamente concepibile che Pechino non volesse guastare la festa.

E poi ci sono dei calcoli da fare. Cos'è in gioco, qui, per la Cina? Pechino deve stare estremamente attenta alle questioni della sovranità nazionale, del separatismo e di tutto ciò che sa di diritto all'auto-determinazione. Questo è certo. E nel calderone caucasico ribollono tutti questi elementi. La Cina sarà in una brutta situazione se Mosca appoggerà l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, un'eventualità da non escludere assolutamente in caso di successo della missione di Rice a Bruxelles.

Per Pechino Mosca è entrata in una pericolosa zona proibita conducendo operazioni militari all'interno del territorio georgiano, ponendo condizioni per il ritiro delle sue truppe dal suolo georgiano e speculando rumorosamente sulla mancanza di realismo dei tentativi di preservare l'integrità territoriale della Georgia.

Dal punto di vista cinese l'indipendenza dell'Ossezia del Sud o dell'Abkhazia è inaccettabile, perché il separatismo è un male e l'auto-determinazione è un principio pericoloso. Punto.

Qui ci sono le ombre di Taiwan, dello Xinjiang e del Tibet. Ma si aggiungono altre considerazioni. La Cina capisce che le relazioni tra la Russia e gli Stati Uniti stanno entrando in un periodo turbolento. Al contrario, c'è ragione di sperare che né il senatore John McCain né il senatore Barack Obama una volta alla presidenza cambieranno sostanzialmente la traiettoria positiva dei rapporti con la Cina già delineata nell'era Bush. Storicamente, nella matrice estremamente complessa dei rapporti Stati Uniti-Russia-Cina, sarebbe solo un vantaggio per la Cina se le relazioni USA-Russia si incrinassero. Un raffreddamento dei rapporti con la Russia spinge quasi di riflesso Washington a coltivare la Cina. Alcuni segnali ci sono già.

L'approccio differenziato degli Stati Uniti

L'approccio differenziato nei confronti della Russia e della Cina è evidente nei piani statunitensi per il posizionamento del sistema di difesa anti-missile. Come ha scritto un commentatore russo, “Analizzando il sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti si giunge volenti o nolenti alla conclusione che oggi la principale priorità di Washington è lo spiegamento dei suoi elementi proprio nell'Europa Orientale e non per esempio in Asia, in Alaska, in Giappone o in Australia, benché si stia lavorando anche in queste direzioni. Non è escluso che la ragione di ciò sia il timore dell'amministrazione americana di contrariare la Cina, che potrebbe rispondere accelerando lo sviluppo del suo programma missilistico e aumentando il numero di missili balistici intercontinentali”. [v. Jurij Zajcev, Il sistema anti-missile americano è già in Polonia. E adesso? http://mirumir.altervista.org/2008/08/la-russia-e-il-sistema-anti-missile.html]

La Cina non compare sul radar degli Stati Uniti come potenza strategica importante per i prossimi vent'anni. Ma la Russia è stata la minaccia di ieri ed è la sfida di oggi, e la sua rinascita promette di farne una potenziale minaccia domani.

Come ha scritto recentemente un noto sovietologo, il professor Stephen Cohen, “Malgrado il suo calo di prestigio dopo il crollo sovietico del 1991, solo la Russia possiede armi in grado di distruggere gli Stati Uniti, un'industria militare quasi pari a quella americana per esportazioni d'armi... e le più grandi riserve di petrolio e gas naturale del pianeta. A livello territoriale è ancora il paese più grande del mondo ed è situata proprio tra Occidente e Oriente, all'incrocio di civiltà in collisione, in rapporto strategico con l'Europa, l'Iran e altri paesi del Medio Oriente ma anche con la Corea del Nord, la Cina, l'India, l'Afghanistan e perfino l'America Latina. Tutto considerato, la nostra sicurezza nazionale potrebbe dipendere dalla Russia più di quanto quella della Russia dipenda da noi”.

Dunque gli Stati Uniti non intendono limitarsi alla Polonia e alla Repubblica Ceca, ma una volta messa a punto la tecnologia di installazione di un sistema anti-missile in Polonia si guarderà attorno per costruire altre aree di posizionamento e per i prossimi anni Washington continuerà a sfidare la Russia creando decine di aree di posizionamento ai suoi confini. Il colpo grosso sarà il coinvolgimento dell'Ucraina, un paese che già possiede le tecnologie missilistiche avanzate di epoca sovietica. In breve, le preoccupazioni di Washington per i confini occidentali e sud-occidentali della Russia nel prossimo futuro convengono moltissimo alla Cina.

Le politiche energetiche della Russia
Ma la Cina deve anche soppesare le ricadute sulle future politiche energetiche della Russia, che hanno conseguenze dirette per Pechino. Ora come ora, il mercato privilegiato della Russia per le sue esportazioni energetiche è l'Europa. E questo nonostante Mosca lusinghi i mercati asiatici.

In termini concreti, l'Europa compete con la Cina per le forniture energetiche russe. Questa competizione può cominciare a sconfinare nella rivalità. Secondo il dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, la domanda europea di gas crescerà almeno del 50% entro il 2025. Non c'è abbastanza gas perché l'Europa possa permettersi di fare a meno delle forniture russe. (La Russia soddisfa già dal 30% al 50% del fabbisogno energetico europeo).

L'Europa adesso spera di convincere la Russia a far passare il suo gas attraverso il gasdotto Nabucco, che ironicamente era stato promosso da Washington soprattutto perché aggirava il territorio russo alleggerendo la dipendenza energetica europea da Mosca. Il gas russo raggiunge già la Turchia – snodo energetico di Nabucco – attraverso il gasdotto Blue Stream. La russa Gazprom ha già il 50% dell'hub di Baumgarten in Austria, che è la destinazione finale di Nabucco.

È curioso che la scorsa settimana un portavoce di Nabucco abbia detto: “Nabucco non è stato concepito come progetto anti-russo, ma come progetto pro-europeo”. La Cina indubbiamente aspetta con ansia di sapere se Nabucco subirà una metamorfosi e diverrà un progetto russo-europeo. Se ciò dovesse accadere, Mosca sarà ancora meno interessata a sviluppare la Cina come mercato alternativo per le sue esportazioni energetiche. North Stream, South Stream e Nabucco: anche troppa carne al fuoco, per la Russia.

Le politiche energetiche della Russia nel futuro prossimo dipenderanno ampiamente dai rapporti politici tra Mosca e le maggiori capitali europee. La posizione adottata dai paesi europei sul futuro allargamento della NATO sarà determinante per le politiche energetiche russe. La Cina, dunque, ha tutte le ragioni per valutare gli effetti della crisi del Caucaso su questi rapporti. I colloqui tra Cina e Russia in materia energetica sono in programma a Mosca a ottobre. Da gigantesca consumatrice di energia qual è, la Cina beneficerebbe ampiamente della comparsa di un nuovo Muro di Berlino nelle relazioni tra la Russia e l'Europa nel momento attuale.

L'ambasciatore M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni. Ha lavorato in Unione Sovietica, Corea del Sud, Sri Lanka, Germania, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kuwait e Turchia.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 19 agosto 2008

---


Manuela Vittorelli è redattrice dei blog russologi http://mirumir.altervista.org/ e http://mirumir.blogspot.com/ e membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

lunedì, agosto 25, 2008

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

[Dato che una parte importante della partita tra Russia e Stati Uniti (e non solo, date le bellezze energetiche della regione) si svolge in Asia Centrale, dove sono presenti basi militari americane (gli Stati Uniti sono stati sfrattati dalla base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan ma sono presenti a Gansi in Kirghizistan, dove prevedono un ampliamento della base, e stanno trattando per migliorare i rapporti militari bilaterali con il Turkmenistan; ma neanche in Uzbekistan tutto è perduto, dato che a Termez stazionano 300 soldati tedeschi), ho pensato fosse interessante vedere quale è stata la reazione delle ex-repubbliche sovietiche centroasiatiche al conflitto nel Caucaso e come si sono destreggiate tra SCO/CSTO e USA. Lo so, ho esaudito un sogno].

Il conflitto in Ossezia Meridionale visto dall'Asia Centrale

Aleksandr Šustov

La "guerra dei cinque giorni" in Ossezia Meridionale, conclusasi con la rapida sconfitta delle forze georgiane da parte della 58ª armata russa, è stata vissuta come uno shock dalle vicine repubbliche post-sovietiche. Nonostante i molti avvertimenti della leadership russa sulla probabilità di uno scenario di guerra nessuno si aspettava che la reazione di Mosca potesse essere così rapida e dura. Era la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia ricorreva all'uso della forza militare contro un'ex-repubblica sovietica e questo precedente ha messo in una situazione difficile i paesi della CSI, molti dei quali, come la Georgia, hanno questioni etnico-territoriali irrisolte con gli stati vicini.

In questo contesto assumono particolare interesse i paesi dell'Asia Centrale, spesso associati geopoliticamente al Caucaso Meridionale. Le analogie tra l'Asia Centrale e il Caucaso sono state bene descritte da Z. Brzezinski nel suo La grande scacchiera. Fondamentalmente ciò che accomuna le due regioni è la mescolanza etnica, l'assenza di confini nazionali che coincidano con quelli delle diverse zone etniche e il carattere incompiuto dell'entità statale. Tutto ciò ha permesso a Brzezinski di definire l'Asia Centrale “Balcani eurasiatici”, la regione che gli strateghi americani stanno adocchiando ora che il dominio degli Stati Uniti sui Balcani europei è un fatto compiuto. [1]

Sul piano delle valutazioni ufficiali del conflitto in Ossezia Meridionale i paesi dell'Asia Centrale si sono divisi in due gruppi. Se il Kazakistan e il Kirghizistan hanno espresso con relativa chiarezza la propria posizione, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Tagikistan non hanno reagito in alcun modo. Inoltre i mezzi di informazione uzbeki e turkmeni, rigidamente controllati dai rispettivi governi, per molto tempo non hanno neanche dato la notizia che in Ossezia del Sud c'era una guerra e che le truppe abkhaze stavano cacciando i soldati georgiani dalla gola di Kodori.

Il conflitto armato in Ossezia del Sud nella sua fase decisiva non è stato trattato da nessuno dei giornali ufficiali uzbeki. Le informazioni sulla guerra non sono trapelate nemmeno dai siti delle agenzie di informazione. Solo il giornale Večernij Taškent ha pubblicato due brevi articoli, uno dei quali diceva che un aereo del ministero russo per le Situazioni di Emergenza che trasportava aiuti umanitari era atterrato a Vladikavkaz e che il primo ministro russo Putin era giunto nella città, mentre l'altro dava notizia delle sedute di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio NATO, ma la ragione di questi sviluppi è rimasta ignota ai lettori del quotidiano. Inoltre sul canale televisivo informativo Achborot è stato trasmesso un breve reportage sui combattimenti a Tskhinvali, basato su materiali della tv russa. [2]

I mezzi di informazione turkmeni hanno ignorato la guerra nel Caucaso tacendola completamente. La televisione ha invece continuato a trasmettere ogni mezz'ora la lettura del Ruchnama [lett. “Libro dell'Anima”, guida spirituale per la nazione, opera - secondo la fonte ufficiale turkmena - deGl primo presidente Niyazov, N.d.T.] e ha informato gli spettatori che in uno zoo cinese era nato un panda. L'unica fonte di informazione sul Caucaso a disposizione dei cittadini turkmeni è stata la tv satellitare. [3]

La reazione di Kazakistan e Kirghizistan è stata molto più attiva. Il primo a rilasciare una dichiarazione sui fatti dell'Ossezia Meridionale è stato il presidente del Kazakistan N. Nazarbaev, che quando è scoppiata la guerra si trovava all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. È stato proprio durante l'incontro con Nazarbaev che V. Putin ha dichiarato che l'attacco della Georgia contro Tskhinvali non sarebbe rimasto senza risposta. Il tono della replica del presidente del Kazakistan è stato positivo e neutrale. “In Ossezia del Sud opera una missione di pace su mandato della CSI”, ha dichiarato Nazarbaev. “Il governo georgiano ha sbagliato. Non ci ha messo al corrente delle sue intenzioni, non ci ha avvertito di una tale intensificazione del conflitto. Ritengo che non esistano alternative a una risoluzione pacifica del problema”. [4]

Anche la posizione espressa dal leader kazako il 13 agosto durante un incontro con il presidente del Kirghizistan è apparsa complessivamente favorevole alla Russia. Commentando gli sviluppi nel Caucaso, Nazarbaev ha dichiarato che “il principio dell'integrità territoriale è riconosciuto dalla comunità internazionale. Nei documenti adottati dalla CSI tutti noi condanniamo il separatismo. Ma le questioni internazionali complesse devono essere risolte con metodi pacifici e con il dialogo. Non sussiste la possibilità di risolvere militarmente questi conflitti”. [5]

La posizione del Kirghizistan, che attualmente è alla presidenza della CSI, è apparsa piuttosto neutrale. Secondo Bakiev, “la vera strada verso la risoluzione degli attuali problemi tra Georgia e Ossezia del Sud, in conformità con le norme comunemente accettate del diritto internazionale, sta esclusivamente sul piano politico”. [6] Condannando in questo modo l'offensiva militare georgiana, i leader del Kazakistan e del Kirghizistan si sono astenuti da valutazioni decisamente positive o negative dell'intervento militare russo.

In una certa misura, l'assenza di reazioni ufficiali da parte della maggioranza dei paesi della CSI alla guerra in Ossezia Meridionale è stata compensata dalla dichiarazione dell'Assemblea Parlamentare della CSTO, della quale fanno parte – oltre alla Russia, alla Bielorussia e all'Armenia – quattro dei cinque paesi dell'Asia Centrale: il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan. La CSTO ha praticamente riecheggiato la posizione di Mosca: “Con il pretesto di ristabilire l'integrità territoriale la Georgia ha in effetti compiuto atti di genocidio nei confronti del popolo osseto. Tutto ciò ha causato una catastrofe umanitaria. La campagna militare di Tbilisi, che ha soffocato il nascente dialogo politico tra le parti, ha distrutto la prospettiva di una soluzione pacifica del conflitto”. [7]

Oltre che da una naturale riluttanza a rovinare i rapporti con i paesi occidentali, con i quali i governi dell'Asia Centrale hanno legami politici ed economici piuttosto stretti, l'atteggiamento di questi paesi nei confronti della “guerra dei cinque giorni” è determinato da un altro fattore cruciale. In tutte le dichiarazioni dei presidenti del Kirghizistan e del Kazakistan si invoca l'“integrità territoriale della Georgia”. Essendo consapevoli che ci sono buone probabilità che la Russia riconosca l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, e conseguentemente le incorpori nella Federazione Russa, i paesi dell'Asia Centrale sono preoccupati che simili scenari possano ripetersi nei loro territori, e dunque adottano un atteggiamento prudente.

È interessante passare in rassegna le valutazioni degli esperti centro-asiatici sulla “guerra dei cinque giorni”. Così, il politologo kirghizo М. Sariev interpreta i fatti del Caucaso come un conflitto non tra Georgia e Ossezia, ma tra Russia e Stati Uniti. Secondo Sariev al prossimo incontro della SCO il Kirghizistan dovrà rispondere a severe domande sul futuro della base militare americana di Gansi sul suo territorio. In questa situazione, “il Kirghizistan, come membro della CSTO, si allineerà con la posizione russa, perché quello che è accaduto in Georgia potrebbe accadere anche qui. La Russia non si fermerà perché questa è una sfera di interesse russa, è in gioco la grande politica”. Motivando la sua posizione, Sariev osserva: “Dobbiamo capire che ci troviamo nello stesso areale culturale eurasiatico della Russia”. [8]

Un altro politologo kirghizo, Sujunbaev, osserva ragionevolmente che la “guerra dei cinque giorni” è una conseguenza del “processo del Kosovo”, che l'Occidente ha messo in moto ignorando completamente la posizione della Russia. Se quel processo evolve, può colpire anche l'Asia Centrale. Per esempio il Tagikistan o il Karakalpakstan, “la cui storia è così simile a quella dell'Ossezia o dell'Abkhazia”. Analizzando le potenziali conseguenze dell'uscita della Georgia dalla CSI, Sujunbaev nota che per la Georgia “saranno molto negative” perché possono sorgere “complicazioni nella sfera dell'emigrazione della forza lavoro in Russia, e possono essere colpite anche le relazioni commerciali”. [9] Oltre all'intensificazione dei contrasti sulla futura base militare americana in Kirghizistan, Sujunbaev prevede anche maggiori sforzi per creare basi militari straniere nel sud della repubblica. [10]

Nel complesso gli esperti kirghisi concordano sul fatto che la rivalità tra Russia e Stati Uniti sull'Asia Centrale è destinata ad aumentare, e le azioni decisive della Federazione Russa a difesa dell'Ossezia Meridionale fanno supporre che un orientamento esclusivamente filo-occidentale può comportare conseguenze drammatiche per i paesi centro-asiatici.

Note:

1. Brzezinski Z., La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, edito in Italia nel 1998 da Longanesi.

2. Šarifov O., I mezzi di informazione uzbeki sulla guerra in Georgia: tutti zitti // fergana.ru, 13 agosto 2008.

3. Berdyeva A., I mezzi di informazione turkmeni tacciono sull'Ossezia // GÜNDOGAR, 13 agosto 2008

4. Il capo di stato Nursultan Nazarbaev ha preso parte alle cerimonie ufficiali di apertura delle Olimpiadi di Pechino // akorda.kz, 8 agosto 2008

5. Questa sera a Cholpon-Ate si è svolto un incontro tra il capo di stato Nursultan Nazarbaev e il presidente del Kirgizistan Kurmanbek Bakiev // Sito ufficiale del presidente della Repubblica del Kazakistan, 13 agosto 2008, akorda.kz

6. Il Kirghizistan intende partecipare attivamente alla risoluzione del conflitto militare in Ossezia Meridionale // fergana.ru, 11 agosto 2008.

7. I paesi della CSTO hanno condannato la Georgia per il conflitto militare in Ossezia del Sud // RIA Novosti, 13 agosto 2008.

8. Il politologo M. Sariev: il Kirgizistan dovrà rispondere sulla base militare degli Stati Uniti di Gansi // fergana.ru, 12 agosto 2008

9. Esperto kirghizo: la CSTO potrebbe dichiarare il Caucaso zona di sua responsabilità // fergana.ru, 12 agosto 2008

10. Nezavisimaja Gazeta, 12 agosto 2008

Originale: http://fondsk.ru/article.php?id=1565

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Full Spectrum Dominance

Full spectrum dominance

traduzione di Andrej Andreevič

Pepe Escobar: benvenuti nella nuova guerra fredda





Pepe Escobar, analista: Cos'è successo alla battaglia contro al-Qaeda e l'islam radicale? Quella è storia vecchia. Benvenuti nella nuova guerra fredda.

Mikhail Gorbačëv, ex presidente dell'Unione Sovietica (voce dell'interprete): Penso che i segni di una nuova guerra fredda siano presenti, ma abbiamo ancora tempo per evitarla.

Escobar: In questi ultimi giorni il Golfo Persico è diventato un'attrazione secondaria. Escono di scena il cattivo Iran e il fantasma al-Qaeda; entra la nuova versione dell'Impero del Male russo, una superpotenza reale con tanto di armi nucleari. Per anni l'establishment statunitense ha esultato per la fine della guerra fredda e trattato la Russia come la Germania di Weimar. Nel febbraio 1990 Bush senior e il suo segretario di stato, James Baker, promisero a Michail Gorbačëv che la NATO non si sarebbe espansa ad est. Così scrisse Gorbačëv quando Clinton cominciò a spingere a est la NATO: "La questione non è solo se i cechi, gli ungheresi e i polacchi si uniranno alla NATO. Il problema è più serio: il rifiuto di una strategia per un nuovo, comune sistema europeo deciso da me e tutti i leader europei quando abbiamo messo fine alla guerra fredda... Mi sento tradito dall'Occidente. L'opportunità da noi colta per il bene della pace è andata perduta. L'intera idea di un nuovo ordine mondiale è stata completamente abbandonata" (Michail Gorbačëv, citato in Hang Separately, di Leon V. Sigal, 2000).

Dunque ovviamente Gorbačëv nel suo articolo pubblicato sul Washington Post ha centrato perfettamente quello che è successo in Georgia: "Dichiarando il Caucaso, una regione lontana migliaia di chilometri dal continente americano, una sfera di 'interesse nazionale', gli Stati Uniti hanno fatto un grave passo falso". Sei nazioni del Patto di Varsavia e tre ex repubbliche sovietiche ora fanno parte della NATO. Bush, Cheney e McCain vogliono fortemente che Ucraina e Georgia entrino nella NATO. Ora, immaginate se Mosca avesse fatto entrare l'Europa occidentale nel patto di Varsavia, costruito basi militari in Messico e America Centrale, posizionato un sistema missilistico di difesa a Cuba e costruito un oleodotto assieme alla Cina per trasportare petrolio venezuelano e messicano in un porto sul Pacifico e da lì in Asia, e tutto questo tagliando fuori gli Stati Uniti. È esattamente così che gli Stati Uniti hanno trattato la Russia. Ed è proprio questo che l'establishment americano vuole. Il principale consigliere di politica estera di John McCain è il falco ultraconservatore Randy Scheunemann, fino a poco tempo fa lobbista per la Georgia e inoltre personaggio chiave nella fabbricazione di intelligence fasulla per la guerra in Iraq. Robert Scheer di truthdig.com ha avanzato la possibilità che quest'ultima guerra sia stata iniziata dalla Georgia per fare emergere McCain, cosa che effettivamente è successa. Mentre McCain stava praticamente dichiarando guerra alla Russia...

(Inizio del filmato)

Senatore John McCain, candidato presidenziale USA: Oggi siamo tutti georgiani.

(Fine del filmato)

Escobar: ... Obama stava facendo surf alle Hawaii. Scheunemann, il lobbista che ha consigliato il suo caro amico Saakashvili, ha poi consigliato McCain su come demonizzare la Russia. Zbigniew Brzezinski è un falco neoliberal, consigliere politico informale di Barack Obama. Henry Kissinger, altro realista, consiglia McCain. È stato Brzezinski, il grande guerriero della Guerra Fredda (è un polacco russofobo fanatico, già consigliere di politica estera di Jimmy Carter), ad attirare i russi in Afghanistan nel 1979. A Brzezinski sarebbe piaciuto che la Georgia fosse diventata un nuovo Afghanistan. La dottrina Brzezinski è tutta contenuta in questo libro, The Grand Chessboard, pubblicato nel 1997. Il punto centrale del suo ragionamento è che l'Eurasia è la preda finale. Per controllare l'Eurasia, bisogna controllare i cosiddetti "Balcani Eurasiatici", dove si trova proprio la Georgia. A pagina 125 dell'edizione americana del suo libro, Brzezinski scrive: "... i Balcani Eurasiatici sono infinitamente più importanti come potenziale preda economica: nella regione c'è un'enorme concentrazione di riserve di gas naturale e petrolio, oltre a importanti minerali, tra cui l'oro". Ma l'argomento decisivo è nell'introduzione del libro, dove dice "È imperativo che non emerga nessun concorrente eurasiatico capace di dominare l'Eurasia e quindi di sfidare l'America". McCain, nei suoi discorsi, collega la Georgia all'Afghanistan: questo è puro stile Brzezinski. Ma è stato Brzezinski stesso, in un'intervista a un settimanale tedesco, a paragonare Putin a Hitler. Nel frattempo, dall'altra parte, l'ex segretario di stato Madeleine Albright, migrata dalla cerchia di Hillary Clinton a quella di Obama, ha ripetuto più volte lo stesso messaggio.

(Inizia il filmato)

Madeleine Albright: Penso sia importante spiegare direttamente ai russi che questo è un comportamento inaccettabile.
##
Madeleine Albright, NPR, 14 agosto 2008: Dobbiamo far sapere direttamente ai russi che consideriamo questo loro comportamento inaccettabile nel XXI secolo.

(Fine del filmato)

Escobar: Un momento: non era stato McCain a dirlo?

(Inizia il filmato)

McCain: Ma nel XXI secolo le nazioni non invadono altre nazioni.

(Fine del filmato)

Escobar: Sempre nel campo di Obama, l'ambasciatore Richard Holbrooke, che nella cerchia clintoniana ha avuto un ruolo cruciale nella frammentazione dei Balcani negli anni '90, distribuiva informazioni false.

(Inizia il filmato)

Richard Holbrooke, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite: I russi stavano fornendo finanziamenti e supporto ai separatisti osseti, che a loro volta provocavano i georgiani. I russi hanno deliberatamente causato tutto questo e hanno fatto in modo che accadesse durante le Olimpiadi.

(Fine del filmato)

Escobar: Il conservatore realista Pat Buchanan e il sito di analisi geopolitica stratfor.com hanno ammesso che, in realtà, sono stati i georgiani a far coincidere la cosa con le Olimpiadi.

"Perché i georgiani hanno scelto di invadere l'Ossezia del sud la notte di giovedì?... La mossa georgiana è stata premeditata... è molto difficile immaginare che i georgiani abbiano lanciato il loro attacco contro la volontà degli Stati Uniti".

Escobar: Pochi giorni dopo, mentre tutti guardavano le Olimpiadi, gli Stati Uniti e la Polonia firmavano un accordo per dispiegare dei missili intercettori statunitensi in Polonia, il peggiore allarme rosso nucleare dai tempi della crisi dei missili a Cuba del 1962. Se Obama diventasse presidente, fermerebbe simili provocazioni statunitensi e NATO? No, se continua a fare ciò che sta facendo, cioè ascoltare Brzezinski. Ed è una cosa di famiglia: suo figlio, Ian Brzezinski, è l'attuale vice assistente segretario della difesa per gli affari europei e della NATO. La sfera di cristallo di Brzezinski ha inoltre indovinato cosa sarebbe avvenuto in Georgia. Lo scorso giugno, durante un audizione al senato USA, Brzezinski ha detto che "La Russia sta cercando di destabilizzare la Georgia per prendere controllo dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il BTC". Ha dimenticato di dire di avere "venduto" personalmente il BTC a Baku nel 1995: è una sua creatura. Ma così ha espresso chiaramente la strategia statunitense: spingere per la costruzione di un oleodotto attraverso l'Asia Centrale, attraverso l'Afghanistan verso sud, cosa che espanderà al massimo l'accesso mondiale ai mercati dell'Asia Centrale. Quindi il motto neo-conservatore "La Russia deve essere punita" e quello neo-liberale realista condiviso dal Dipartimento di Stato "La Russia deve essere isolata, specialmente in Eurasia", in un certo senso si sovrappongono. Per Brzezinski, Holbrooke e Albright, i cosiddetti realisti, si tratta di dominazione totale sull'Eurasia così come è stata teorizzata da Brzezinski. Ed è qui che McCain e Obama sono in sintonia. Questo piano di accerchiamento strategico della Russia non può funzionare in alcun modo. San Pietroburgo è a soli 96 chilometri dalla NATO: l'Estonia è un membro dell'alleanza. La contromossa di Putin sta nel ristabilire la sfera russa di influenza nell'ex Unione Sovietica. Nessuno ha fatto attenzione al suo importante discorso a Monaco lo scorso anno? McCain era lì. Robert Gates, segretario della difesa statunitense, ex cremlinologo, era lì anche lui. Putin ha detto che la Russia non avrebbe più accettato il superpotere americano. Putin ha detto: "Che cos'è un mondo unipolare? Si riferisce ad un solo tipo di situazione, un centro d'autorità, un centro di forza, un centro dove si prendono decisioni. È un mondo dove c'è un solo capo, un sovrano. Questo è pernicioso... inaccettabile... impossibile". Quindi questa è una guerra tra imperi? Sì, lo è. La Russia è stata un impero sovra-etnico per secoli. Non si tratta qui di Georgia e Ossezia meridionale: si tratta di pressioni statunitensi per spingere la NATO e la difesa missilistica verso i confini russi, una minaccia suprema alla sicurezza nazionale russa.

(Inizia il filmato)

Gorbačëv: Gli Stati Uniti non dovrebbero pensare che il loro tentativo di risolvere militarmente ogni questione funzionerà.

(Fine del filmato)

Escobar: Ma gli Stati Uniti rinunceranno al controllo brzezinskiano sull'Eurasia, che è anche il progetto della guerra al terrore? È improbabile. McCain e Obama sono sulla stessa lunghezza d'onda. Quello che l'establishment vuole, indipendentemente da chi sarà eletto a novembre, è ancora il dominio assoluto.

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.