martedì, settembre 30, 2008

L'India e il mondo di domani

[Non solo sull'India e non solo per feticisti della diplomazia indiana].

L'India e il mondo di domani

di M. K. Bhadrakumar

Come lo spettro di Banquo alla tavola di Macbeth nel dramma di Shakespeare, ci sarà un ospite invisibile anche nello Studio Ovale della Casa Bianca, venerdì prossimo, quando il Presidente George W. Bush riceverà il Primo Ministro indiano Manmohan Singh. Sarà lo spettro del periodo post-Guerra Fredda, morto a diciassette anni per cause innaturali e inutilmente. Bush riesce a vederlo, quel fantasma, e sa che è una metafora dell'usurpazione, ma il dottor Singh, come i nobili ospiti di Macbeth, probabilmente no.

Il periodo seguito alla fine della Guerra Fredda è giunto a morte prematura la notte tra il 7 e l'8 agosto. Il conflitto transcaucasico ha avuto un impatto sulle relazioni della Russia con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO, per non parlare della leadership transatlantica degli Stati Uniti, del futuro della NATO e delle relazioni tra NATO e Unione Europea.

Ma soprattutto la Russia si è trasformata. Tutto ciò ci costringe a rivisitare le ipotesi e le previsioni dalle quali decollò la nuova politica estera indiana, all'inizio degli anni Novanta. Poteva Delhi prevedere – come Washington, le capitali europee o Pechino – che la rinascita russa era inevitabile, che era solo questione di tempo perché la Russia risorgesse dalle ceneri sovietiche? La nostra comunità strategica, che ha abbandonato l'osservazione della Russia nel 1991 a favore dei più verdi pascoli dell'euroatlantismo, sembra ancora attribuire la rinascita russa alle fortune dei petrodollari. Sembra inconsapevole del fatto che i primi segni di quella rinascita erano già visibili nella seconda metà degli anni Novanta, quando Boris El'cin introdusse nella gerarchia cremliniana Evgenij Primakov e Mosca si volse a Pechino. La Cina e l'Occidente almeno se ne accorsero. Tutto questo avveniva molto tempo fa, quando un barile di petrolio stava ancora sotto i 20 dollari.

Perché la nostra comunità di analisti strategici ha volontariamente sospeso l'incredulità a proposito della permanenza del caos della Russia post-sovietica? Dopo tutto pochissimi paesi hanno saputo come l'India riconoscere il genio russo e la sua infinita capacità di rigenerarsi. Ma i protagonisti della nostra politica si sono avidamente bevuti la versione trionfalistica degli Stati Uniti sulla morte del comunismo e la fine della storia. Sono giunti tristemente a usare il disordine della Russia come convincente giustificazione per le cosiddette “correzioni di rotta” della politica estera, che finirono per trasformarsi in quello straordinario “partenariato strategico” che abbiamo oggi con gli Stati Uniti.

Resta il fatto che siamo scivolati, come inebriati, verso la coabitazione nel modello egemonico degli Stati Uniti post-Guerra Fredda, il cui scopo principale era quello di mantenere una struttura di potere per il Nuovo Secolo Americano assorbendo alcune potenze emergenti.

È questo modello la Russia ha messo sottosopra il 7-8 agosto. Naturalmente il cambiamento era nell'aria da molto tempo, e quando è giunto – per prendere a prestito le parole di W.B. Yeats – una “terribile bellezza” è nata nell'ordine mondiale. Ma quali sono i fatti concreti? In primo luogo, è ovvio che la Russia ha tracciato una linea rossa davanti all'ulteriore espansione della NATO verso il Transcaucaso, punto vulnerabile della Russia e via d'accesso all'Asia Centrale e al Medio Oriente. In secondo luogo, la Russia non si è scomposta quando le navi da guerra della NATO e degli Stati Uniti sono entrate nel Mar Nero per una prova di forza davanti alla base navale di Sebastopoli. In terzo luogo, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia ignorando le proteste degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e della NATO. Sta inoltre per creare basi militari nei due paesi per contrastare le basi degli Stati Uniti nel Mar Nero sulle coste orientali della Romania.

Ma ci sono anche realtà più vaste. Primo, la Russia fatto capire di essere decisa ad affermare i propri legittimi interessi. Secondo, non accetterà più quella sorta di fatto compiuto che si è vista presentare dall'Occidente nei Balcani negli anni Novanta o in Kosovo lo scorso febbraio. Insiste invece nel voler essere attivamente protagonista nella sua regione e nel mondo. Terzo, gli Stati Uniti devono abituarsi a negoziare con la Russia da pari a pari e con reciproco vantaggio. Quarto, la Russia praticamente non ha vulnerabilità economiche che l'Occidente possa manipolare. Né è particolarmente in debito con l'Occidente. Sarebbe comico se l'Occidente si mettesse a sventolare la carta del G8 o dell'ingresso nella WTO per spaventare la Russia.

Quinto, la Russia post-sovietica non è intralciata da futili bagagli ideologici, né rischia l'isolamento per aver respinto il mondo “unipolare”. Promuovendo il multilateralismo e un ordine democratico mondiale riecheggia lo spirito dei nostri tempi e l'opinione mondiale prevalente. Sesto, la Russia è tuttora convinta della validità di una politica estera non orientata allo scontro e “multivettoriale” per il perseguimento ottimale dei propri interessi nazionali in quanto potenza eurasiatica.

Dunque, come ha scritto sul quotidiano China Daily uno studioso cinese di spicco, Fu Mengzi, Vice Presidente dell'Istituto Cinese per le Relazioni Internazionali Contemporanee, “il fatto che la Russia abbia tenuto testa all'Occidente su questa vicenda significa che si è finalmente conclusa l'epoca in cui la Russia doveva permettere alle potenze occidentali di fare tutto ciò che volevano. Come grande potenza risorgente, la Russia ha scoperto la propria profonda energia... e la volontà di essere la potenza in ascesa che è”. Fu osservava che sono finiti i tempi in cui la Russia voleva “entrare nell'ordine mondiale dominato dall'Occidente”, e che la causa di questo va cercata nel “timore profondamente radicato e [nella] diffidenza delle potenze occidentali nei confronti delle altre potenze in ascesa”.

Aspetto interessante, Fu concludeva che ciò che importa non è tanto che la Russia possa cercare di cambiare il sistema internazionale quanto il fatto che “sta mutando l'epoca segnata dal dominio di in un'unica superpotenza o dell'alleanza occidentale”. È vero, i paesi delle regioni più remote stanno osservando con attenzione il modo in cui si sta configurando il mondo di domani. Nel Caucaso le armi tacevano da poco che già Mosca cominciava a ricevere importati visite da regioni vicine: il Primo Ministro turco Recep Erdogan, il Presidente siriano Bashar al-Assad, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki e il Presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev.

Stanno per giungere a Mosca il Presidente venezuelano Hugo Chavez e quello nicaraguense Daniel Ortega. Il Ministro degli Esteri russo ha espresso indignazione per i tentativi statunitensi di deporre il boliviano Evo Morales, fedele alleato di Chavez.

I bombardieri strategici russi sono ricomparsi nei cieli dei Caraibi; la Russia e Cuba collaboreranno nel settore della comunicazione spaziale; una flotta russa che comprenderà la portaerei a propulsione nucleare Pietro il Grande sarà impegnata in esercitazioni con il Venezuela in novembre.

Per quanto riguarda l'India, però, è il Medio Oriente ad assumere particolare importanza. Non solo la regione è adiacente alla nostra, ma il teatro mediorientale è sempre stato fondamentale nel configurare il mondo del futuro. Mosca è decisa a far sì che la storia di isolamento della Guerra Fredda non si ripeta nel Medio Oriente. Sono in corso dialoghi per riaprire la base navale sovietica nel porto siriano di Tartus. Il Ministro degli Esteri russo ha reso pubblico che durante l'incontro a porte chiuse dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) svoltosi a New York venerdì 26 settembre "Noi [la Russia] ci siamo opposti a nuove sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [contro Teheran] allo stadio attuale. La Russia ha sottolineato la necessità di continuare i tentativi di coinvolgere Teheran in un dialogo costruttivo con l'obiettivo di avviare un processo negoziale”.

La autorità russe hanno anche reso noto che Mosca aiuterà l'Iran a potenziare i suoi sistemi di difesa aerea in aggiunta ai 29 sistemi missilistici Tor-M1 di fabbricazione russa già forniti in base a un contratto di 700 milioni di dollari. Ma soprattutto la Russia ha proposto un coordinamento formale e una vasta cooperazione con l'OPEC.

Tutto questo allarma l'Occidente. Nonostante nelle ultime settimane sia stato il più feroce critico del Cremlino nel mondo occidentale, il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha invitato il Presidente russo Dmitrij Medvedev a un summit sull'energia che si terrà a Londra in dicembre. Creando sconcerto a Washington, l'Unione Europea ha dato segnali di voler riprendere i negoziati per un nuovo accordo di cooperazione con Mosca. Di recente Henry Kissinger ha definito un "terremoto politico ed economico" il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana che la triplicazione del prezzo del petrolio in 7 anni rappresenta per il Medio Oriente. Se la Russia intensificherà l'intesa con i paesi dell'OPEC questo costituirà un terremoto devastante del 10° grado della scala Richter, dando loro quella che Kissinger ha chiamato “un'influenza politica sproporzionata sugli affari mondiali”.

“E tuttavia le vittime assistono impotenti... Questa situazione nel lungo periodo è intollerabile”, ha scritto, sottolineando quanto il mondo sia cambiato da quando Bush ha ricevuto Singh nello Studio Ovale, nel luglio del 2005. Il partenariato strategico USA-India, che sembrava imminente e che si sarebbe concentrato su quello che i nostri analisti strategici chiamano “ampio interesse convergente” dei due paesi a “promuovere congiuntamente” la sicurezza regionale nell'Hindu Kush, nello Stretto di Malacca e nel Golfo Persico, sembra essere diventato del tutto inutile.

Fonte: The Hindu

Originale pubblicato il 26 settembre 2008

lunedì, settembre 29, 2008

Il discorso di Lavrov all'Assemblea Generale dell'ONU

L'11 settembre 2001 il mondo è cambiato e si è compattato nella lotta contro il terrorismo, una minaccia comune a tutti che non conosceva confini. Il mondo ha allora dato prova di una solidarietà senza precedenti, respingendo vecchie fobie e stereotipi. Sembrava che la coalizione mondiale contro il terrorismo fosse una realtà nuova destinata a definire lo sviluppo delle relazioni internazionali senza doppi criteri di giudizio e a beneficio di tutti.
La coesione di fronte a minacce mortali che venivano da Al Qaeda e da altri elementi dell'"internazionale terrorista" ha permesso nei primi tempi di conseguire importanti successi. Poi sono cominciati i problemi.

Un colpo doloroso all'unità della coalizione anti-terrorismo è stato inferto dalla guerra in Iraq, quando con il pretesto – rivelatosi falso – della guerra contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa è stato violato il diritto internazionale. È stata artificialmente creata una profondissima crisi, ancora oggi irrisolta.

Un numero sempre maggiore di domande sorge anche a proposito di ciò che accade in Afghanistan. Ci si chiede soprattutto quale sia il prezzo accettabile in termini di vite umane tra la popolazione civile nella perdurante campagna anti-terrorismo, chi determini i criteri di proporzionalità nell'uso della forza, perché i contingenti internazionali siano riluttanti a impegnarsi nella lotta contro la crescente minaccia delle droghe che causa sofferenze sempre maggiori nei paesi dell'Asia Centrale e dell'Europa.

Questi e altri elementi permettono di parlare di fattori di crisi nella coalizione anti-terrorismo. Andando alla sostanza del problema, questa coalizione manca di basi comuni che presuppongano la parità tra tutti i suoi membri nel determinare le decisioni strategiche e soprattutto tattiche. È accaduto così che per gestire la situazione del tutto nuova emersa dopo l'11 settembre, la quale richiedeva un'autentica collaborazione e soprattutto un'analisi comune e un coordinamento delle azioni da intraprendere praticamente, si è cominciato ad applicare meccanismi pensati per un mondo unipolare, in cui le decisioni vengono prese da un unico centro mentre agli altri non resta che eseguire.

È così avvenuta una sorta di privatizzazione della solidarietà manifestatasi nella comunità mondiale sull'onda della lotta contro il terrorismo.

L'inerzia dell'unipolarismo si è rivelata anche in altre sfere della vita internazionale, comprese le iniziative unilaterali nel settore della difesa anti-missile e della militarizzazione del cosmo, i tentativi di aggirare la parità nei regimi di controllo delle armi, l'allargamento di blocchi politico-militari, la politicizzazione delle questioni legate all'accesso alle risorse energetiche e al loro transito.

L'illusione di un mondo unipolare ha confuso molti. Ha portato alcuni a puntarvi tutto senza riserve. In cambio di una lealtà totale pensavano infatti di ricevere carta bianca per risolvere tutti i loro problemi con qualsiasi mezzo. La sindrome di permissività così sviluppatasi ha superato ogni limite e controllo la notte tra i 7 e l'8 agosto, quando ha avuto inizio l'aggressione contro l'Ossezia del Sud. Il bombardamento della città di Tskhinvali sorpresa nel sonno, l'uccisione di civili e soldati della forza di pace hanno calpestato tutti gli accordi e posto fine all'integrità territoriale della Georgia.

La Russia ha aiutato l'Ossezia del Sud a respingere l'aggressione e ha fatto il suo dovere per difendere i propri cittadini e adempiere ai compiti di peacekeeping. Il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia era l'unico mezzo possibile per garantire non solo la loro sicurezza, ma anche la sopravvivenza dei loro abitanti, tenendo conto dei precedenti atteggiamenti sciovinisti del governo georgiano nei loro confronti, a cominciare dal capo georgiano Z. Gamsakhurdia, che nel 1991 con lo slogan "La Georgia ai georgiani" domandò la deportazione in Russia degli osseti, abolì lo status autonomo dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia e poi fece loro la guerra. Allora si riuscì a porre fine alla guerra con il sacrificio di molte vite umane, e a creare meccanismi negoziali e di peacekeeping con l'approvazione delle Nazioni Unite e dell'OSCE. Ma l'attuale leadership georgiana ha coerentemente perseguito una politica di indebolimento di questi meccanismi, ricorrendo a continue provocazioni, e ha infine calpestato il processo di pace iniziando una nuova sanguinosa guerra la notte tra il 7 e l'8 agosto.

Adesso la questione è chiusa. Il futuro dei popoli dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud è stato messo messo in sicurezza in modo affidabile, e con l'applicazione del piano Medvedev-Sarkozy, per il quale ci siamo fortemente impegnati, la situazione intorno alle due repubbliche dovrebbe definitivamente stabilizzarsi. È importante però che questo piano venga rigidamente rispettato da tutti. Preoccupano i tentativi di riscriverlo a posteriori a vantaggio di Tbilisi.

Penso che si siano già stancati tutti di recitare il ruolo di comparse per il regime georgiano, nelle cui parole non c'è traccia di verità e la cui politica estera mira esclusivamente a provocare nel mondo lo scontro perseguendo obiettivi che non hanno niente a che fare né con gli interessi del popolo georgiano, né con la necessità di garantire la sicurezza nel Caucaso.

Oggi è necessario analizzare la crisi caucasica dal punto di vista delle sue conseguenze non solo per la regione, ma per tutta la comunità internazionale.

Il mondo è nuovamente cambiato. È divenuto assolutamente chiaro che la solidarietà espressa da tutti noi dopo l'11 settembre 2001 dovrebbe rinascere su principi depurati da qualsiasi congiuntura geopolitica e fondarsi sul rifiuto della legge dei due pesi e due misure nella lotta contro tutte le violazioni del diritto internazionale da parte di terroristi, estremisti politici o altri.

La crisi caucasica ha dimostrato ancora una volta che non è solo impossibile ma anche pericoloso tentare di risolvere gli attuali problemi con i paraocchi del mondo unipolare. È troppo alto il prezzo da pagare in termini di vite e di destini umani.

Non si possono più tollerare i tentativi di risolvere le situazioni conflittuali infrangendo gli accordi internazionali o con l'uso illegittimo della forza. Se simili azioni restassero impunite rischieremmo di provocare una reazione a catena.

Non ci si può astrattamente appellare alla "responsabilità di proteggere" e poi indignarsi quando questo principio viene messo in pratica, peraltro in piena conformità con l'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e altre norme del diritto internazionale. In Ossezia del Sud la Russia ha difeso il più alto dei nostri valori comuni, il più alto diritto dell'uomo: il diritto alla vita.

L'attuale architettura delle sicurezza europea non ha retto alla prova degli eventi recenti. I tentativi di uniformare questa architettura ai principi dell'unipolarismo hanno portato a una situazione in cui questa architettura non è stata in grado di contenere l'aggressore o di impedire che gli fossero fornite armi violando i codici di condotta vigenti.

Proponiamo di esaminare in maniera approfondita le questioni della sicurezza. Il Presidente della Russia, D. A. Medvedev, in un discorso tenuto a Berlino il 5 giugno, ha proposto di elaborare un Trattato sulla Sicurezza Euroatlantica, una sorta di "Helsinki-2". Questi lavori potrebbero cominciare in occasione di un summit europeo con la partecipazione tutti gli stati e tutte le organizzazioni che operano nella regione.

Un tale Trattato dovrebbe creare un affidabile sistema di sicurezza collettiva in grado di garantire uguale sicurezza a tutti gli stati, sancire in forma giuridicamente vincolante le basi delle relazioni tra tutti i suoi partecipanti al fine di rafforzare la pace e assicurare la stabilità, e infine promuovere uno sviluppo gestibile e integrato dell’estesa regione euroatlantica. Nell’ambito di questo processo tutti i partecipanti riconfermerebbero il loro impegno e coinvolgimento nei confronti dei principi fondamentali del diritto internazionale, come il non-uso della forza, la risoluzione pacifica dei conflitti, la sovranità, l’integrità territoriale e la non-ingerenza negli affari interni e l’inammissibilità del rafforzamento della propria sicurezza a spese della sicurezza altrui. È necessario anche considerare insieme quali siano i meccanismi necessari ad assicurare efficacemente il rispetto di questi principi fondamentali.

Si intende che questo trattato dovrebbe organicamente rientrare nel quadro legale della Carta delle Nazioni Unite e armonizzarsi con i suoi principi di sicurezza collettiva.

La "Guerra Fredda" ha distorto il carattere delle relazioni internazionali, trasformandole in un terreno di scontro ideologico. E solo ora, a Guerra Fredda conclusa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite – che è stata fondata su una visione policentrica del mondo – può realizzare appieno il proprio potenziale. È ora più che mai importante che tutti gli stati riaffermino il loro impegno nei confronti delle Nazioni Unite come unico forum mondiale possibile, provvisto di un mandato universale e di una legittimità generalmente riconosciuta, e come centro di discussioni aperte e leali e di coordinamento della politica mondiale su base equa e giusta, senza due pesi e due misure. Questo è fondamentale perché il mondo possa riconquistare il suo equilibrio.

Le molteplici sfide con cui deve confrontarsi l’umanità impongono il massimo rafforzamento delle Nazioni Unite. Per rispondere alle necessità della nostra epoca, le Nazioni Unite necessitano di un’ulteriore razionale riforma per adattarsi gradualmente alle realtà politiche ed economiche in trasformazione. Nel complesso siamo soddisfatti dai progressi di questa riforma, compresi i primi risultati dell’operato della Commissione per la Costruzione della Pace e del Consiglio per i Diritti Umani. Per quanto riguarda l’inclusione di altri membri nel Consiglio di Sicurezza, accoglieremo favorevolmente le proposte che non dividano i membri dell’Organizzazione ma facilitino la ricerca di compromessi mutuamente accettabili e raccolgano un ampio consenso.

La promozione del dialogo e della cooperazione tra le civiltà assume un significato sempre maggiore. La Russia appoggia l'"Alleanza delle civiltà" e altre iniziative in questa sfera. Riaffermiamo la nostra proposta di creare sotto l'egida delle Nazioni Unite un Consiglio consultivo delle religioni, che tenga conto del ruolo crescente del fattore religioso sulla scena internazionale. Ciò contribuirà a rafforzare i principi etici così necessari negli affari internazionali.

Negli ultimi tempi tra le priorità delle Nazioni Unite sono emerse alcune questioni pressanti come la prevenzione dei cambiamenti climatici e la necessità di garantire la sicurezza alimentare ed energetica. Questi problemi hanno carattere globale, sono interdipendenti e possono essere risolti solo attraverso un livello qualitativamente nuovo di partenariato globale, con un coinvolgimento attivo dello stato, della scienza, del mondo imprenditoriale e della società civile.

In particolare l'attuale crisi finanziaria esige attenzione e impegno sinergico. Da questa tribuna il presidente della Francia ha avanzato importanti proposte, mirate a una ricerca collettiva degli strumenti per rivitalizzare il sistema finanziario mondiale con il coinvolgimento delle maggiori economie del pianeta. In tale contesto noi appoggiamo un ulteriore sviluppo della collaborazione tra i membri attuali del G8 e i paesi-chiave di tutte le regioni in via di sviluppo. Anche il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite potrebbe qui svolgere un ruolo importante.

La Russia continuerà a partecipare in maniera responsabile all'attività dei vari organi del sistema delle Nazioni Unite e ad altre forme di ricerca degli strumenti per risolvere equamente tutti questi problemi.

I meccanismi di assistenza allo sviluppo internazionale creati in Russia contribuiranno ad accrescere l'estensione e l'efficacia della nostra partecipazione agli impegni internazionali nella lotta contro la fame e le malattie, nell'ampliamento dell'accesso all'istruzione e nel superamento della povertà di risorse energetiche: questo sarà il nostro ulteriore contributo al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del nuovo millennio. È del tutto naturale che in questo contesto avremo cura di prestare assistenza ai paesi a noi più vicini.

Tutti i paesi hanno partner ai quali sono legati da relazioni di tradizionale amicizia, da una storia e da una geografia comune. È dannoso minare artificialmente queste relazioni a vantaggio di calcoli geopolitici e contro la volontà dei popoli. Continueremo a collaborare con tutti i nostri vicini, in primo luogo con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e svilupperemo i processi di integrazione nell'ambito della CSTO [Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, N.d.T.] e dell'EvrAsES [Comunità Economica dell'Eurasia, N.d.T.], per preservare e promuovere il nostro patrimonio culturale e civile comune, che in un mondo in via di globalizzazione costituisce un'importante risorsa della Comunità nel suo complesso e di ciascuno dei suoi stati-membri. Ecco perché siamo particolarmente interessati a collaborare con questi paesi e perché essi percepisconono la Russia come area dei loro stessi interessi. Svilupperemo i nostri legami esclusivamente sulle basi dell'eguaglianza, del mutuo vantaggio, del rispetto e della considerazione dei reciproci interessi e dell'adempimento degli accordi stipulati, in particolare quelli che riguardano la soluzione pacifica dei conflitti. Su queste basi siamo pronti a sviluppare le relazioni anche con altre regioni del mondo: apertamente, fondandoci sul diritto internazionale, senza giochi a somma zero. Esattamente questa linea è stata stabilita nella Concezione della politica estera della Federazione Russa approvata dal Presidente D. A. Medvedev nel luglio di quest'anno.

La Russia persegue coerentemente una diplomazia di rete, sviluppando la collaborazione a tutti i livelli e nei formati più diversi: SCO [Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.T.], BRIC [Brasile, Russia, India e Cina, N.d.T.], meccanismi di cooperazione con l'Unione Europea, l'ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, N.d.T.], l'Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega degli Stati Arabi e le organizzazioni regionali dell'America Latina.

I fatti di agosto costituiscono un'altra occasione per riflettere sulla responsabilità della resa obiettiva degli eventi. La distorsione della realtà ostacola i tentativi internazionali di risoluzione delle crisi e dei conflitti e riporta in auge le peggiori pratiche della "Guerra Fredda".

Se vogliamo che la verità non torni a essere "la prima vittima della guerra" è necessario trarre le relative conclusioni, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di una disposizione della Dichiarazione del 1970 relativa ai principi del diritto internazionale sul divieto di far propaganda della guerra di aggressione. Le Linee Guida per la Protezione della Libertà e dell'Informazione in Situazioni di Crisi recentemente approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europee vanno esattamente in questa direzione.
Proponiamo che anche le Nazioni Unite si esprimano su questo problema, in un contesto universale.

Le evidenti conseguenze globali della crisi caucasica rivelano che il mondo è cambiato per tutti. Adesso ci sono meno illusioni e anche meno scuse per sfuggire alle questioni poste dalle sfide sempre più pressanti del presente. Proprio questo ci fa sperare che basandosi sul buon senso la comunità internazionale riesca infine a formulare un programma di azioni collettive per il XXI secolo.

Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa

martedì, settembre 23, 2008

Chi c'è dietro l'esplosione di Islamabad?

Chi c'è dietro l'esplosione di Islamabad?

da Moon of Alabama

Quello a cui non possiamo sfuggire”, ci ha detto uno degli strateghi del Pentagono , “è uno scontro con il Pakistan. Il Pakistan ha la chiave del nostro successo in Afghanistan”.
Afghanistan: How Does This End?, Swoop, 20 settembre 2008.

Se si vuole capire l'attentato al Marriott di Islamabad bisogna guardare al più ampio contesto strategico.

A credere ai soliti media “occidentali” gli Stati Uniti sono ancora un alleato del Pakistan e l'India è ancora un paese neutrale. In realtà gli Stati Uniti e l'India sono alleati in una guerra contro il Pakistan e la Cina.

In India e negli Stati Uniti ci sono alcuni elementi della politica estera che considerano la Cina il grande nemico strategico. Ma entrambi i paesi vogliono per ora evitare lo scontro aperto. Il centro di gravità in questa guerra silenziosa contro la Cina sono i giacimenti di idrocarburi in Asia Centrale, Medio Oriente e Africa e le relative rotte di trasporto.

La guerra in Afghanistan e la guerra in Pakistan possono essere viste come guerre per procura tra queste tre grandi potenze sulla questione energetica.

La Cina sta sviluppando il porto di Gwader nel Belucistan sulla costa meridionale e le rotte di trasporto da lì verso l'interno. Il porto permetterà il flusso dell'energia dall'Africa e dal Medio Oriente alla Cina evitando l'interferenza navale indiana.

Così come la Cina è strategicamente alleata con il Pakistan, l'India è strategicamente alleata con l'Afghanistan, e sta sviluppando una strada che collegherà Herat a un porto nel sud dell'Iran. Mentre il Pakistan appoggia alcuni gruppi talebani nella guerra contro l'occupazione statunitense dell'Afghanistan, l'India e gli Stati Uniti appoggiano altri gruppi talebani che combattono contro Islamabad all'interno del Pakistan.

Attualmente l'obiettivo sembra essere quello di smembrare il Pakistan.

Oh, come: non è questo che dicono i media? Sono tutte frottole?

Ecco una collezione di estratti di notizie e documenti strategici. Leggeteli tenendo presente quanto ho appena scritto.

Dagli Stati Uniti:

[I] pashtun, concentrati nelle aree tribali nord-occidentali, si unirebbero ai loro fratelli etnici dall'altra parte del confine afghano (insieme costituirebbero una popolazione di circa 40 milioni di persone) per formare un “Pashtunistan” indipendente. I sindhi a sud-est, in tutto 23 milioni, si unirebbero ai sei milioni di beluci del sud-ovest per creare una federazione lungo il Mar Arabico dall'India all'Iran. Il Pakistan” diverrebbe allora un rimasuglio di stato nucleare punjabi.
Drawn and Quartered, editoriale del New York Times, 1° febbraio 2008.

Dall'India:

Se mai gli interessi nazionali sono definiti con chiarezza e resi prioritari, la principale (secolare) minaccia all'Unione si è sempre materializzata alla periferia occidentale. Per difendersi da questa grave minaccia all'Unione, Nuova Delhi dovrebbe estendere la propria influenza, impiegando sia il potere morbido che quello duro, verso l'Asia Centrale, da dove sono storicamente giunte le invasioni. La cessazione del Pakistan come stato facilita la realizzazione di questo cruciale obiettivo nazionale.
...
Con il braccio della Cina, cioè il Pakistan, neutralizzato, i suoi piani espansionistici subiranno un grave colpo. Pechino continua a rappresentare una grave minaccia per Nuova Dehli. Anche continuando a intrattenere con la Cina rapporti il più possibile costruttivi dobbiamo cercare di togliere di mezzo il suo stato mandatario. È al contempo prudente estendere il supporto morale al popolo del Tibet per immobilizzare l'espansionismo cinese nel pantano dell'insorgenza.
Stable Pakistan not in India’s interest, Indian Defence Review, settembre 2008.

Dal Pakistan:

Gli analisti politici pakistani sono convinti che gli Stati Uniti negli ultimi sette anni siano stati un alleato ambiguo che ha usato la sincera cooperazione del Pakistan riguardo all'Afghanistan per trasformare quel paese in una base militare da cui lanciare una sofisticata campagna psicologica, militare e di intelligence per destabilizzare lo stesso Pakistan.
L'obiettivo è indebolire il controllo dell'esercito pakistano sul territorio del paese e innescare una guerra civile etnica e settaria che porti a cambiare lo status del Belucistan e della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, e forse anche a facilitare il distacco di entrambe le province dalla federazione pakistana.
Pakistan Reverses 9/11 Appeasement, Ahmed Quraishi, 13 settembre 2008.

Fonti varie:

La semplice risposta retorica alla crescente prepotenza americana non basta, visto che questo avventurismo ha motivazioni diaboliche molto più profonde.
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È per il fallimento dell'ex generale, che amava recitare la parte dello schiavo dei signori della guerra americani, nel chiedere questa azione alle forze della coalizione in Afghanistan che la nostra regione tribale è diventata un covo di militanti finanziati con soldi stranieri, che agli ordini dei loro padroni hanno trasformato le nostre periferie tribali un tempo pacifiche in un luogo violento e il resto del nostro paese nella loro zona di caccia.
Mullen’s betrayal, The Frontier Post, Peshawar, Editoriale, 19 settembre 2008

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L'India sta acquistando armi che grandi potenze come gli Stati Uniti usano per operare lontano da casa: portaerei, grandi aerei da trasporto C-130J e aerocisterne per rifornimenti in volo. Intanto l'India ha contribuito alla costruzione di una piccola base aerea in Tagikistan nella quale opererà in condivisione con il paese ospite. È la prima base militare dell'India moderna su suolo straniero.
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“Sembra esserci una nascente competizione a lungo termine tra India e Cina per il predominio nella regione”, ha detto Jacqueline Newmyer, presidente del Long Term Strategy Group, un istituto di ricerca di Cambridge, Mass., e consulente per la sicurezza per il governo degli Stati Uniti. “L'India si sta lentamente preparando a reclamare il suo posto di potenza dominante, e nel frattempo la Cina sta lavorando per ostacolarla”.
Land of Gandhi Asserts Itself as Global Military Power, New York Times, 22 settembre 2008.
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Armato di una licenza di commercio nucleare globale, il primo ministro indiano parte la prossima settimana per gli Stati Uniti e la Francia sperando di firmare contratti per l'energia atomica e di discutere di cooperazione nei settori della difesa e della lotta al terrorismo.
Atomic trade high on India PM's U.S., France tour, Reuters, 19 settembre 2008.
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L'alto ufficiale militare cinese Guo Boxiong ha chiesto lunedì di rafforzare ulteriormente gli scambi militari tra la Cina e il Pakistan.
Nell'incontro con il Capo di Stato Maggiore pakistano Ashfaq PervezKiyani, Guo, vice presidente della Commissione Militare Centrale, ha apprezzato la fruttuosa collaborazione sviluppatasi negli anni tra le due parti.
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La Cina assegna un grande valore al partenariato strategico con il Pakistan, ha detto Guo, promettendo di unire le forze con il paese per dare un ulteriore impulso ai legami bilaterali e portarli a un nuovo livello.
Kiyani ha risposto dicendo che il suo paese fa tesoro della tradizionale amicizia con la Cina ed è pronto a intensificare la cooperazione con la Cina.
China eyes closer military exchanges with Pakistan, Xinhua, 22 settembre 2008.
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Gli insorti talebani hanno attaccato un progetto di costruzione indiano nella provincia occidentale afghana di Herat, uccidendo 11 poliziotti afghani e ferendone altri durante un fine settimana in cui la maggior parte dei combattenti ha deposto le armi per il Giorno della Pace delle Nazioni Unite.
Indian construction project targeted by Taliban, Globe and Mail, 21 settembre 2008.

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ISLAMABAD, Pakistan – Due ufficiali dell'intelligence dicono che i soldati e gli abitanti del villaggio hanno aperto il fuoco quando due elicotteri degli Stati Uniti provenienti dall'Afghanistan sono entrati nello spazio aereo pakistano .
Intel officials: US copters cross Pakistan border, Reuters, 22 settembre 2008.

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Le forze militari pakistane hanno compiuto ripetute missioni in elicottero in Afghanistan per rifornire i talebani durante un'aspra battaglia, nel giugno del 2007, secondo un tenente colonnello degli US Marine che dice di basare le sue informazioni su diversi rapporti dei servizi segreti afghani e statunitensi.
U.S. Officer: Pakistani Forces Aided Taliban, Defense News, 19 settembre 2008.

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Questa campagna mediatica degli Stati Uniti si è accompagnata negli ultimi diciotto mesi a un'ondata di terrorismo in Pakistan che ha preso di mira i civili e il governo del paese. La colpa di queste azioni è stata attribuita ai cosiddetti “talebani pakistani”, che sono, per la maggior parte, una creazione dei servizi indiani e di Karzai in Afghanistan.
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Ma la situazione tra Islamabad e Washington non deve arrivare a questo. Islamabad può pesare contro i falchi di Washington che vogliono la guerra con il Pakistan. Non tutti nel governo degli Stati Uniti accettano questa idea e questo va sfruttato. Il Pakistan deve mettere in chiaro che ci sarà una ritorsione.
...
L'unico modo per intrappolare il Pakistan è orchestrare un attentato terroristico spettacolare negli Stati Uniti e attribuirne la responsabilità al Pakistan, o assassinare una personalità di alto profilo in Pakistan e generare un conflitto interno che renda impossibile ai militari resistere agli attacchi degli Stati Uniti.
Pakistan Reverses 9/11 Appeasement, Ahmed Quraishi, 13 settembre 2008.

Allora:

  • Chi potrebbe essere/è responsabile della bomba di Islamabad?
  • La Cina può avere altre condizioni, oltre a Taiwan, per il grande salvataggio? Queste condizioni hanno a che fare con il Pakistan?
Fonte: Moon of Alabama

Originale pubblicato il 22 settembre 2008

giovedì, settembre 18, 2008

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

[Articolo sufficientemente documentato da risultare affidabile e credibile. Lo raccomando per la ricostruzione che fornisce e per capire quali concrete valutazioni stiano nascoste dietro le dichiarazioni retoriche di Europa e Stati Uniti].

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

Der Spiegel (Ralf Beste, Uwe Klussmann, Cordula Meyer, Christian Neef, Matthias Scheep, Hans-Jürgen Schlamp, Holger Stark)

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Hillary Clinton ha l'aria stanca. È martedì della scorsa settimana e siede, esausta, al Senato degli Stati Uniti. Perfino i suoi abiti, una giacca beige su una maglietta nera, appaiono sottotono.

Se n'è andato lo sfavillio della convention democratica di Denver, nella quale il partito ha candidato Barack Obama alle presidenziali, e se n'è andato anche il suo sogno presidenziale. Per Clinton è un ritorno alla normalità. La Commissione per i Servizi Armati del Senato discute il conflitto tra la Russia e il suo piccolo vicino, la Georgia.

È tardi, quando Clinton prende la parola. Perfino la sua voce suona stanca. Ma politicamente è ancora la vecchia Hillary, e va diritta al punto.

“Abbiamo incoraggiato i georgiani in qualche modo” a usare la forza militare?, chiede ai membri della commissione. L'amministrazione Bush ha davvero ammonito Mosca e la Georgia sulle conseguenze di una guerra? E com'è potuto essere che gli Stati Uniti siano stati colti di sorpresa dallo scoppio delle ostilità? Queste domande, dice Clinton, dovrebbero essere esaminate da una commissione statunitense, che dovrebbe in “primo luogo determinare i fatti reali”.

Anche se Clinton parla solo per pochi minuti, le sue parole ci dicono che negli Stati Uniti l'atteggiamento verso la Georgia sta cambiando.

Per gli americani questa guerra nel remoto Caucaso – laggiù nel Vecchio Mondo – non è forse stata altro che una lotta tra un paese gigantesco ed espansionista e una nazione piccola e democratica che stava cercando di soggiogare? E la Georgia non è stata attaccata semplicemente “perché vogliamo essere liberi”, come ripeteva quasi ogni ora davanti alle telecamere della CNN il presidente Mikhail Saakashvili?

“Oggi siamo tutti georgiani”, ha dichiarato il candidato repubblicano alla presidenza John McCain. L'editorialista neo-conservatore Robert Kagan ha paragonato l'azione russa all'invasione nazista dei Sudeti. E durante un incontro con il vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney a Saakashvili è stato assicurato il sostegno di Washington per il suo più fervido desiderio: l'ammissione nella NATO.

Ma ora, a cinque settimane dalla guerra nel Caucaso in America il vento ha cambiato direzione. Perfino Washington comincia a sospettare che Saakashvili, amico e alleato, abbia in effetti giocato d'azzardo, cioè abbia scatenato quella sanguinosa e breve guerra e poi vergognosamente mentito all'Occidente. “Le preoccupazioni che riguardano la Russia permangono”, dice Paul Sanders, esperto di Russia e direttore del conservatore Nixon Center di Washington. Le sue parole continuano a riflettere la valutazione occidentale secondo la quale la ritorsione militare russa contro la piccola Georgia sarebbe stata sproporzionata, Mosca avrebbe violato il diritto internazionale riconoscendo le repubbliche separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e infine avrebbe usato la Georgia per sfoggiare la propria rinascita imperiale.

Ma poi Saunders precisa: “Un numero sempre maggiore di persone si rende conto che in questo conflitto ci sono due parti, e che la Georgia non è stata tanto una vittima, ma ha partecipato di sua volontà”. Anche alcuni membri dell'amministrazione presidenziale di George W. Bush stanno riconsiderando la propria posizione. La Georgia “ha mosso contro la capitale dell'Ossezia del Sud” dopo una serie di provocazioni, dice l'assistente segretario di stato per l'Europa e l'Eurasia Daniel Fried.

Tutto questo suggerisce forse che le dichiarazioni americane di solidarietà con Saakashvili erano premature quanto quelle europee? Il primo ministro britannico Gordon Brown ha chiesto una revisione “radicale” delle relazioni con Mosca, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha deprecato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha promesso alla Georgia che prima o poi potrà “diventare membro della NATO, se lo vorrà”.

Ma il volume della retorica anti-Mosca si sta abbassando. La scorsa settimana il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha chiesto pubblicamente un chiarimento su chi sia responsabile della guerra nel Caucaso. “Abbiamo bisogno di maggiori informazioni su chi abbia quale parte di responsabilità per l'escalation militare e fino a che punto”, ha detto Steinmeier a un incontro degli ambasciatori tedeschi, più di 200, convenuti a Berlino. L'Unione Europea, ha affermato, deve ora “definire le nostre relazioni con le parti del conflitto nel medio e lungo termine”, ed è giunto il momento di ottenere informazioni concrete.

Chi ha attaccato per primo?

Molto dipende dal chiarimento di questa responsabilità. Dopo questa guerra l'Occidente deve chiedersi se voglia davvero accettare un paese come la Georgia nella NATO, soprattutto se ciò significa dover intervenire militarmente nel Caucaso nell'eventualità di un conflitto analogo. E quale genere di rapporto di collaborazione vorrà avere con la Russia, che per la prima volta è diventata insistente quanto gli Stati Uniti nel proteggere le proprie sfere di influenza?

Il tentativo di ricostruire la guerra dei cinque giorni continua a girare attorno a una domanda principale: chi ha cominciato per primo l'attacco militare? Le informazioni che giungono dalla NATO e dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) adesso forniscono un quadro diverso da quello emerso durante i primi giorni della battaglia per Tskhinvali, e stanno alimentando i dubbi dei politici europei.

Il governo georgiano continua a sostenere che la guerra è cominciata giovedì 7 agosto alle 23.30. Secondo questa versione, in quel momento ha ricevuto diversi rapporti dei servizi segreti secondo i quali circa 150 mezzi dell'esercito russo erano entrati in territorio georgiano, nella repubblica separatista dell'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, che passa sotto la principale catena montuosa caucasica. Il loro obiettivo, dicono i georgiani, era Tskhinvali, e alle 3 del mattino sono stati seguiti da altre colonne militari.

“Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero raggiungere i villaggi georgiani”, ha dichiarato recentemente Saakashvili a Der Spiegel, spiegando gli ordini dati al suo esercito. “Quando i nostri carri armati si sono diretti a Tskhinvali i russi hanno bombardato la città. Sono stati loro, non noi, a distruggere la città”. Ma i rapporti dell'OSCE descrivono una situazione diversa in quelle ore critiche.

In Ossezia del Sud è presente una missione OSCE, che si è trovata tra i due fronti quando è scoppiata la guerra. Secondo il cosiddetto spot report, un rapporto immediato che gli ufficiali OSCE hanno compilato alle 11 dell'8 agosto (ora georgiana), “Poco prima della mezzanotte, il centro di Tskhinvali è stato sottoposto a fuoco d'artiglieria pesante, parte del quale presumibilmente veniva da sistemi di lancio posizionati all'esterno della zona del conflitto. La sede della missione a Tskhinvali è stata colpita, e i tre restanti membri del personale internazionale hanno cercato rifugio nel seminterrato”.

Gli spot report vengono regolarmente mandati alle sedi di Vienna dei 56 paesi membri dell'OSCE. Il rapporto dell'8 agosto si mantiene neutrale, visto che sia la Georgia che la Russia fanno parte dell'organizzazione: dunque le informazioni contenute sono inizialmente prive di giudizi di valore. Il rapporto si limita a identificare dove i russi abbiano violato lo spazio aereo georgiano o dove i georgiani abbiano occupato villaggi sudosseti, per esempio.

Come è stato appreso da Der Spiegel, la NATO a quel punto aveva già azzardato una conclusione ben più definitiva. Il suo International Military Staff (IMS), che svolge il lavoro preparatorio per il Comitato Militare, la più alta autorità militare dell'alleanza, ha rapidamente valutato il materiale a disposizione. Il Comitato Militare comprende ufficiali di tutti i 26 paesi membri.

L'8 agosto, a mezzogiorno, gli esperti della NATO non potevano già aver dedotto l'intera portata dell'avanzata russa, descritta in seguito da Saakashvili come un attacco mentre Mosca l'ha definita un'operazione per “assicurare la pace”. Tuttavia stavano già emettendo comunicazioni interne sul fatto che, alla luce degli attacchi iniziali russi con aerei militari e missili a breve raggio, non ci si poteva aspettare che Mosca rimanesse passiva.

La calcolata offensiva georgiana

Una cosa era già chiara agli ufficiali del quartier generale della NATO a Bruxelles: pensavano che i georgiani avessero scatenato il conflitto e che le loro azioni fossero più calcolate di una semplice autodifesa o di una reazione alla provocazione russa. Di fatto, gli ufficiali della NATO ritenevano che l'attacco georgiano fosse una calcolata offensiva contro le posizioni sudossete e consideravano le schermaglie dei giorni precedenti come eventi minori. Ancora più chiaramente, gli ufficiali della NATO pensavano, retrospettivamente, che in nessun modo queste schermaglie potessero essere viste come una giustificazione per i preparativi di guerra georgiani.

Gli esperti della NATO non hanno messo in dubbio l'affermazione dei georgiani che i russi li avessero provocati mandando le loro truppe attraverso il tunnel di Roki. Ma nella loro valutazione dei fatti predomina lo scetticismo sul fatto che queste fossero le vere ragioni delle azioni di Saakashvili.

I dati raccolti dai servizi segreti occidentali concordano con le valutazioni della NATO. Secondo queste informazioni, la mattina del 7 agosto i georgiani hanno ammassato circa 12.000 soldati al confine con l'Ossezia del Sud. Settantacinque carri armati e veicoli corazzati per il trasporto truppe – un terzo dell'arsenale militare georgiano – sono stati posizionati nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era di avanzare verso il tunnel di Roki con un blitz di 15 ore e chiudere il collegamento tra le regioni del Caucaso settentrionale e meridionale, separando efficacemente l'Ossezia del Sud dalla Russia.

Alle 22.35 del 7 agosto, meno di un'ora prima che i carri armati russi entrassero nel tunnel di Roki, secondo Saakashvili, le forze georgiane hanno cominciato ad attaccare Tskhinvali con l'artiglieria. I georgiani hanno usato 27 sistemi lanciarazzi, cannoni da 152 millimetri e bombe a grappolo. L'assalto notturno è stato condotto da tre brigate.

I servizi segreti controllavano le richieste russe d'aiuto via radio. La 58ª Armata, parte della quale stazionava nell'Ossezia del Nord, non era apparentemente pronta a combattere, almeno non durante quella prima notte.

L'esercito georgiano, d'altra parte, consisteva soprattutto di gruppi di fanteria, che sono stati costretti a muoversi lungo le strade principali: si è presto impantanato e non è stato in grado di andare oltre Tskhinvali. I servizi occidentali hanno appreso che i georgiani avevano problemi “a maneggiare” le armi. Se ne è dedotto che i georgiani non combattevano bene.

I servizi segreti concludono che l'esercito russo non ha cominciato a sparare prima delle 7.30 dell'8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sud-ovest di Gori. Apparentemente il missile ha colpito postazioni militari. Gli aerei militari russi hanno cominciato ad attaccare l'esercito georgiano poco dopo. All'improvviso le onde radio si sono animate, così come l'esercito russo.

Le truppe russe provenienti dall'Ossezia del Nord non hanno cominciato a marciare attraverso il tunnel di Roki prima delle 11 circa. Questa sequenza temporale è ora vista come prova del fatto che quella di Mosca non è stata un'offensiva, ma una semplice reazione. In seguito sono stati spostati a sud altri SS-21. I russi hanno posizionato 5500 soldati a Gori e 7000 al confine tra la Georgia e l'altra regione separatista, l'Abkhazia.

In Europa si chiede un'indagine internazionale

Wolfgang Richter, colonnello dello Stato Maggiore della Germania e consigliere militare presso la missione OSCE tedesca, è un altro esperto della situazione. Richter, che in quei giorni si trovava a Tbilisi, conferma che già a luglio i georgiani avevano ammassato truppe al confine con l'Ossezia del Sud. In una seduta a porte chiuse svoltasi mercoledì scorso a Berlino, ha detto al ministro della Difesa Franz-Josef Jung e ai rappresentanti delle commissioni per gli esteri e la difesa del parlamento tedesco che i georgiani avevano, in una certa misura, “mentito” sui movimenti di truppe. Richter ha detto che non era riuscito a trovare alcuna prova delle affermazioni di Saakashvili secondo cui i russi avevano marciato nel tunnel di Roki prima che Tbilisi lanciasse l'attacco, ma che non poteva escluderle. Ad alcuni membri del parlamento è parso che le sue affermazioni assecondassero la versione russa. “Non ha lasciato spazio all'interpretazione”, ha concluso uno dei membri delle commissioni. “È chiaro che la responsabilità sta più dalla parte della Georgia che da quella della Russia”, ha aggiunto un altro membro.

Sulla base di questi rapporti, agli osservatori occidentali è apparso evidente chi avesse dato fuoco alla polveriera dell'Ossezia del Sud. Nell'infuriare della battaglia gli analisti, comprensibilmente, non hanno tenuto conto dei precedenti del conflitto, che comprendono anni di provocazioni russe nei confronti di Tbilisi.

Ma è giunto il momento che l'Unione Europea concentri l'attenzione sulle ragioni di questa guerra. Mosca è rimasta sconcertata e delusa dal rifiuto europeo di condannare l'attacco di Saakashvili contro Tskhinvali e dall'insistenza a incolpare la Russia. Gli europei, come ha lamentato un diplomatico del ministero degli Esteri russo, apparentemente non hanno il “coraggio di tener testa a Washington e ai suoi alleati a Tbilisi”.

Durante un incontro informale svoltosi un paio di settimane fa ad Avignone, nel sud della Francia, i ministri degli esteri europei hanno chiesto “un'indagine internazionale” sul conflitto. La logica di questa decisione è che chiunque speri di fare da mediatore non debba peccare di parzialità nel valutare ciò che è accaduto nel Caucaso. Pare che perfino i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Svezia, Stati baltici e altri paesi dell'Europa Orientale si siano detti d'accordo. Prima dell'incontro di Avignone erano stati fautori della linea dura con Mosca e di una maggiore solidarietà con Tbilisi, malgrado i fatti parlassero chiaro.

I 27 ministri degli esteri prevedono di adottare all'inizio di questa settimana una risoluzione formale per chiedere un'indagine internazionale. Ma rimane del tutto senza risposta la questione di chi debba ricevere questo delicato incarico: le Nazioni Unite, l'OSCE, organizzazioni non governative, accademici, o un insieme di tutti questi gruppi? Una cosa sola è chiara: l'Unione Europea non intende accollarsi la questione. Gli europei temono che non farebbe che allargare il divario tra i fautori della linea dura e coloro che sono favorevoli a una cauta riconciliazione con Mosca.

Saakashvili, il collerico presidente georgiano, segue questo cambiamento di prospettiva dell'Occidente con crescente disagio. Ribadisce la propria versione tutti i giorni alla televisione, una società internazionale di pubbliche relazioni inonda costantemente i media occidentali di materiale attentamente selezionato e Tbilisi sta già portando il proprio caso al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra dell'Aia, accusando i russi di “pulizia etnica”.

Ma Saakashvili non si fida più così tanto del sostegno dei suoi alleati. Prima della visita a Tbilisi del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, questa settimana, Saakashvili ha chiesto all'alleanza occidentale di mostrare la propria determinazione, osservando che un'esibizione di debolezza nei confronti di Mosca avrebbe portato a “una storia infinita di aggressioni russe”.

Saakashvili è già politicamente morto?

Il presidente georgiano deve anche subire pressioni all'interno del suo paese, giacché il fronte unanime che si era creato durante l'invasione russa si sta sbriciolando. Chi soleva criticare il “regime autoritario” di Saakashvili si sta facendo nuovamente sentire. Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che Saakashvili e i suoi sono persone “per le quali il potere è tutto”. Poche settimane prima Saakashvili aveva spiegato a Tbilisi i corpi speciali per reprimere le proteste dell'opposizione e aveva dichiarato lo stato d'emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine indebolita con una “piccola guerra vittoriosa”: quella contro l'Ossezia del Sud.

Già nel maggio 2006 l'ex ministro degli Esteri Salomé Surabishvili aveva espresso allarme per le intenzioni di Saakashvili. L'“enorme potenziamento militare” da lui intrapreso era “senza senso”, disse Surabishvili, aggiungendo che faceva pensare che intendesse risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud.

La scorsa settimana i capi dei due maggiori partiti politici georgiani hanno chiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un “governo né pro-russo né pro-americano, ma pro-georgiano”. A Mosca l'ex vice ministro degli Interni georgiano Temur Khachishzili, che ha scontato anni di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili, Eduard Shevardnadze, sta raccogliendo supporto per un cambio di regime in Georgia tra il milione e più di georgiani che vivono sul suolo russo.

Siamo già alla morte politica di Saakashvili, che solo cinque settimane fa si era conquistato la simpatia dell'Occidente come vittima dell'invasione russa? Lo scorso finesettimana il presidente georgiano ha ricevuto un aiuto inaspettato da Krasnaja Zvezda, giornale pubblicato dal ministero della Difesa russo. Il giornale ha pubblicato alcune dichiarazioni, finora smentite da Mosca, di un ufficiale della 58ª Armata. Ironicamente, l'ufficiale metteva in dubbio le conclusioni dei servizi occidentali e della NATO che i reparti dell'esercito russo non avessero raggiunto Tskhinvali prima del 9 agosto.

Su Krasnaja Zvezda il capitano Denis Sidristij, comandante di una compagnia del 135° reggimento di fanteria motorizzato, descrive come lui e il suo reparto si trovassero già nel tunnel di Roki, diretti a Tskhinvali, la notte precedente l'8 agosto. L'invasione di Mosca è forse cominciata prima di quando dicono i russi?

La scorsa settimana gli inquirenti moscoviti hanno anche ammesso per la prima volta che il numero delle vittime civili dell'assalto georgiano contro Tskhinvali non era 2000, come hanno affermato ripetutamente le autorità russe, ma 134.

Interrogato a proposito delle affermazioni su Krasnaja Zvezda, un portavoce del ministero della Difesa russo ha detto a Der Spiegel che erano il risultato di un errore tecnico. Inoltre, ha detto il portavoce, l'ufficiale in questione era rimasto ferito e dunque “non riusciva più a ricordare con chiarezza la situazione”.

Lo scorso venerdì il capitano Sidristij, da allora decorato dal ministero della Difesa russo, ha avuto una seconda possibilità di descrivere la sua versione dei fatti alla Krasnaja Zvezda. Il suo reparto, ha detto nella versione riveduta, si era diretto a Tskhinvali un po' più tardi di quello che aveva detto al giornale la prima volta.

Sembra che per quanto riguarda la breve guerra del Caucaso sia ancora difficile separare la verità dalle bugie.

Fonte: http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,578273,00.html

Articolo originale pubblicato il 15 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

mercoledì, settembre 17, 2008

Il nuovo gruppo anti-iraniano (con pretese bipartisan) dei neocon

I neoconservatori formano un nuovo gruppo anti-iraniano con presunte pretese bipartisan
di Richard Silverstein

traduzione di Andrej Andreevič

Se avete letto l'articolo dedicato a United Against Nuclear Iran su The Forward sarete rimasti un po' perplessi, visto che le due realtà raccontate sono molto differenti.
Ecco come Marc Perelman comincia la storia (i corsivi non sono miei):
Un'ampia coalizione cerca di prevenire un Iran nucleare
In uno sforzo per aumentare la consapevolezza pubblica sulle ambizioni nucleari iraniane, è stata lanciata una nuova organizzazione... focalizzata su questa questione.
I promotori del gruppo, che si chiama United Against Nuclear Iran [Uniti Contro l'Iran Nucleare], spera di replicare la Save Darfur Coalition, che ha unito persone di sinistra e falchi così come gruppi ebraici e cristiani per intercedere a favore della regione sudanese distrutta dalla guerra.
Il gruppo è stato costituito come organizzazione caritatevole non profit (codice 501c3) che si presenta come "ampio blocco politico non di parte" che sarà composto da individui e organizzazioni "di diverse etnie, comunità religiose, affiliazioni politiche e sociali", secondo una dichiarazione di intenti postata sul sito internet, che è ancora in costruzione.
A quanto sembra Perelman ha creduto ai PR dell'organizzazione prendendo per buona la loro pretesa di essere un "ampio blocco politico". Ma è davvero così?
Il direttore esecutivo della nuova organizzazione è Mark Wallace... [che] ha cominciato la propria carriera politica [sic] lavorando come assistente con l'allora governatore della Florida Jeb Bush e nel gruppo legale repubblicano durante il riconteggio dei voti delle elezioni presidenziali in Florida nel 2000. Dopo aver lavorato nella Homeland Security sotto il presidente Bush, all'inizio del 2006 è si è occupato di management e riforme nel gruppo statunitense alle Nazioni Unite dell'allora ambasciatore americano all'ONU John Bolton. Durante la sua permanenza in carica Wallace, al quale era stato dato il ruolo di ambasciatore, ha fatto inquietare molti funzionari tentando aggressivamente di imporre inchieste sulla corruzione nei programmi ONU. Ha lasciato il posto in aprile, tra voci che lo volevano fuori dalle grazie di un ambasciatore più conciliante, Zalmay Khalilzad.
La moglie di Bolton [qui c'è un errore, dovrebbe essere 'la moglie di Wallace'], Nicolle, è stata direttrice delle comunicazioni alla Casa Bianca dal 2005 fino alla metà del 2006, e successivamente, il primo maggio, si è unita alla campagna presidenziale di McCain come senior adviser. I coniugi Wallace sono consulenti della candidata alla vicepresidenza Sarah Palin per le interviste e i dibattiti.
Esploriamo la leadership di questo "ampio blocco politico". A capo c'è un protetto di John Bolton, che si scagliava contro le Nazioni Unite proprio mentre vi lavorava come "ambasciatore". Sua moglie era direttrice delle comunicazioni per Bush. Entrambi consigliano Sarah Palin. Questo sistema tutto. Dietro non c'è alcuna agenda politica nascosta.
Una fonte confidenziale mi ha detto che se cercate su whois informazioni sul dominio del sito internet, lo troverete registrato a nome di:

Henley MacIntyre
45 Rockefeller Plaza
Suite 2162
New York, New York 10111

Cercate il nome con Google, e scoprirete che si tratta di un'ex assistente di Bush coinvolta nello scandalo delle email RNC/Casa Bianca. I membri dello staff della Casa Bianca utilizzavano computer forniti dall'RNC [Radio Network Controller]; la politica del gruppo è di eliminare tutte le vecchie email, e le comunicazioni critiche interne per seguire lo svolgimento del caso del licenziamento dei legali statunitensi potrebbero essere state distrutte. È una violazione della legge federale. Mmmm, la cosa si fa sempre più curiosa.
Quindi cosa abbiamo? Chiaramente un ulteriore tentativo della destra repubblicana (includendo l'AIPAC e altri gruppi e finanziatori ebraici di destra) di preparare a Washington un clima che giustifichi politiche più bellicose e belligeranti verso l'Iran. Dal momento che nell'apparato politico-militare ci sono potenti elementi che spingono per una guerra con l'Iran, è probabile che queste manovre cerchino di aggregare consenso per un probabile attacco israeliano.
Mahmoud Ahmadinejad parlerà alle Nazioni Unite il 22 settembre. Gruppi pro-israeliani come l'Israel Project acquisteranno spazi pubblicitari sulle tv via cavo di New York per denunciarne la visita. Non sarei sorpreso se gli spot elettorali di McCain tentassero di collegare Obama e i falchi iraniani. Sarebbe una partita molto combattuta. United Against Nuclear Iran sembra avere lo scopo di amplificare questo sforzo propagandistico.
Ci si chiede perché The Forward abbia deciso di dedicare un articolo a un gruppo che non ha collegamenti ebraici evidenti. Dal momento che Mark Wallace ha rifiutato di rivelare le fonti di finanziamento del gruppo, sospetto che ci siano di mezzo i soldi di gruppi ebraici conservatori. Una volta che un gruppo riceve lo status di organizzazione caritatevole non profit (codice 501 c3) dovrebbe rivelare i nomi dei suoi finanziatori. Purtroppo adesso possono tenere nascosti questi dati.
Conta poco che Wallace dica di essere sostenuto da Richard Holbrooke e Dennis Ross. Non so perché questi due stiano cercando di far credere cose non vere. Ho scritto loro un'email chiedendo in che maniera sono coinvolti, se lo sono, col gruppo. Se hanno sostenuto il gruppo sono stati raggirati. Trovo strano che due consiglieri ufficiali della campagna di Obama possano affiancarsi a un gruppo che ha un evidente orientamento neoconservatore e pro-McCain. Mi chiedo se entro breve riceveremo da Ross e Holbrooke qualche dichiarazione di smentita o chiarimento.
Il sito del gruppo omette convenientemente di elencare i membri del gruppo direttivo, rendendo impossibile verificare se le loro pretese biparitsan siano sincere. La frase finale dell'articolo di Forward è involontariamente umoristica:
Il portavoce [di Wallace] Kildea ha sottolineato che l'iniziativa è un impegno autenticamente bipatisan.
Come no. Continua a ripeterlo, magari qualcuno alla fine ci crederà.

Fonte: Richard Silverstein

martedì, settembre 16, 2008

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

Mosca, Baku e il panorama geopolitico del Grande Caucaso

di Sergej Markedonov, direttore del dipartimento relazioni internazionali dell'Istituto di analisi politica e militare, per RIA Novosti

La visita odierna del presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev a Mosca assume particolare importanza nella storia delle relazioni bilaterali russo-azere. È la visita del leader di uno stato caucasico dopo la “guerra dei cinque giorni” e il riconoscimento russo dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale. I governanti dei due paesi si accingono a rispondere a tutta una serie di questioni di fondamentale importanza per la sicurezza non solo della regione, ma di tutta l'Eurasia.

Un punto così sensibile per l'Azerbaigian come il riconoscimento dell'indipendenza delle due ex regioni georgiane (giacché lo stato caspico deve affrontare la sfida del Nagorno-Karabakh) rappresenterà un ostacolo allo sviluppo della cooperazione strategica, tema affrontato da Dmitrij Medvedev durante la sua visita estiva a Baku? Fino a che punto l'Azerbaigian e la Russia sono disposti a muoversi sulla strada della comprensione reciproca sulla questione del Karabakh? Naturalmente a Ilham Aliyev interesserà anche conoscere la posizione di Mosca in merito alle prossime elezioni in Azerbaigian? L'appoggio russo al tempo della campagna per le elezioni parlamentari del 2005 era stato molto importante per la squadra del presidente azero.

Saranno in grado Mosca e Baku di allontanarsi dagli agganci immediati della “questione georgiana” a favore del più ampio contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi? L'Azerbaigian e la Russia hanno dimostrato altre volte di essere capaci di trovare punti in comune dopo periodi “freddi”. È successo, per esempio, nel 2001 (con la prima visita di Putin a Baku), quando i due paesi riuscirono a superare le distanze e le tensioni dei primi anni Novanta.

I fatti dell'“agosto caldo” hanno mutato completamente il panorama del Grande Caucaso. Per la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica sul suo territorio sono apparse nuove entità in parte riconosciute. Da un lato ciò costituisce un precedente, e dall'altro dimostra che la risoluzione con la forza dei problemi relativi all'integrità territoriale di qualunque stato è suscettibile di costi altissimi, fino alla perdita delle “regioni rivoltose”. Di conseguenza molti vicini della Russia si pongono ora questa domanda: “Mosca comincerà a estendere il precedente dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale ad altre entità non riconosciute?”. Naturalmente l'Azerbaigian è molto preoccupato per la posizione di Mosca sulla questione del Nagorno-Karabakh.

Ricordiamo che la posizione ufficiale di Baku sugli eventi in Ossezia del Sud è stata caratterizzata da un'estrema prudenza. La dichiarazione fatta l'8 agosto dal Ministro degli Esteri azero a sostegno dell'integrità territoriale della Georgia (approvata dai diplomatici georgiani) conteneva frasi generali (sulla “conformità dell'operazione georgiana al diritto internazionale”) e non ha avuto ulteriori sviluppi. All'incontro svoltosi a Tbilisi il 12 agosto hanno manifestato la loro solidarietà con la Georgia i capi di cinque paesi: erano presenti i leader dei tre Stati baltici, della Polonia e dell'Ucraina, ma non c'era Ilham Aliyev, il capo di stato che meno di un mese prima Saakashvili aveva definito “garante dell'indipendenza”. Baku ha preferito la cautela, tenendo conto del proprio interesse a mantenere relazioni stabili con la Federazione Russa.

L'Аzerbaigian non è uscito dalla CSI e non ha espresso (come la squadra del presidente ucraino Yushenko) una retorica anti-russa. Neanche la visita in Azerbaigian del vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney ha cambiato la posizione ufficiale di Baku.

La politica estera dell'Azerbaigian, al contrario di quella georgiana, non si fonda sullo scontro. Da un lato l'Azerbaigian non è membro della CSTO (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Comunità Economica Eurasiatica, ma fa parte della GUAM (Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico) e critica abbastanza spesso la politica russa troppo sbilanciata a favore dell'Armenia. Dall'altro lato a Baku si guarda alla Russia come a un contrappeso all'Occidente (che con l'Azerbaigian, contrariamente alla Georgia, ha ancora rapporti ambivalenti). L'Azerbaigian teme inoltre di finire coinvolto nel “gioco iraniano”, nel quale verrebbe condannato o al ruolo di base militare o di bersaglio di una ritorsione di Teheran. Di qui il tentativo di mantenere a tutti i costi relazioni non semplici ma complessivamente amichevoli con la Federazione Russa.

L'opposizione cerca di sfruttare questa situazione. Il capo del partito “Musavat”, Isa Gambar (secondo alle passate elezioni presidenziali) considera inadeguata la reazione ufficiale di Baku ai fatti dell'Ossezia Meridionale. Ma quali sono oggi le risorse di cui dispongono Gambar e altri oppositori (Eldar Namazov o Ali Keremli) per correggere la posizione dell'amministazione presidenziale? È una domanda retorica. In ogni caso Mosca è interessata alla stabilità della linea adottata da Aliyev, il che significa che la Russia assicurerà il proprio sostegno al presidente attuale. E questo, indubbiamente, costituisce una base positiva per lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Osserviamo anche che se si ripetesse uno scenario di guerra nel Nagorno Karabakh Baku dovrebbe fare i conti con una reazione molto più severa dell'Occidente. Qui le posizioni di Stati Uniti, Russia e principali paesi dell'Unione Europea si compatterebbero (soprattuto se si tiene conto del ruolo della lobby armena e delle sue potenti risorse mediatiche). Dopo il fallimento della “campagna di Tskhinvali” di Saakashvili le autorità dell'Azerbaigian hanno cominciato ad accennare molto più raramente alla possibilità di ristabilire con la forza il controllo sul Karabakh.
Allo stesso tempo i diplomatici e i politici russi mirano a dimostrare che il riconoscimento dell'Abkhazia e dell'Ossezia Meridionale è stato una reazione concreta a un preciso complesso di circostanze politico-militari. Laddove vi sia la possibilità di una risoluzione negoziale del conflitto (anche se solo ipotetica), la diplomazia russa è pronta al dialogo, alla mediazione, alla discussione dell'intero processo pace. In questo senso la mobilitazione della diplomazia russa nel Karabakh (e anche nella Transnistria) servirà a dimostrare che Mosca non mira alla “rinascita dell'Unione Sovietica” (come invece negli ultimi tempi assicurano alcuni politici ed esperti americani ed europei).

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080916/151303081.html

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008