domenica, novembre 30, 2008

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

di F. William Engdahl

A poche settimane dalla costituzione formale, con la firma del Presidente George W. Bush, di un nuovo comando militare dedicato all'Africa, AFRICOM, gli sviluppi recentemente emersi nel continente ricco di risorse suggeriscono che il Presidente di origini keniote Obama dovrà impegnare le risorse statunitensi, militari e non, occupandosi della Repubblica del Congo, del Golfo di Guinea ricco di petrolio, del Darfur (anch'esso ricco di petrolio) nel Sudan meridionale e del crescente “pericolo pirati” che minaccia le rotte marittime nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. È legittimo chiedersi se il fatto che l'Africa stia proprio ora diventando un nuovo “punto caldo” geopolitico sia una semplice coincidenza o se vi sia un collegamento diretto con l'ufficializzazione di AFRICOM.

Ciò che più colpisce è la tempistica. Mentre AFRICOM diventava operativo, nell'Oceano Indiano e nel Golfo di Aden si verificavano incidenti spettacolari provocati dalla cosiddetta pirateria somala, mentre nella provincia di Kivu, nella Repubblica del Congo, scoppiava un nuovo sanguinario conflitto. Ciò che accomuna questi fatti è la loro rilevanza, insieme al Darfur nel Sudan meridionale, per il futuro flusso di materie prime verso la Cina.

Il conflitto più recente nella parte orientale del Congo (DRC) è scoppiato alla fine di agosto quando i miliziani tutsi appartenenti al Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP, Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) del Generale Laurent Nkunda hanno costretto le truppe lealiste delle Forces armées de la République démocratique du Congo (FARDC, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) a ritirarsi dalle loro posizioni nei pressi del Lago Kivu mettendo in fuga centinaia di migliaia di civili, tanto che il Ministro degli Esterni francese, Bernard Kouchner, ha avvisato del rischio imminente di “enormi massacri”.

Nkunda, come il suo mentore, il dittatore ruandese appoggiato da Washington, Paul Kagame, è un tutsi che afferma di proteggere la minoranza tutsi da ciò che resta dell'esercito hutu del Ruanda, fuggito in Congo dopo il genocidio ruandese del 1994. I peacekeeper della missione MONUC delle Nazioni Unite non hanno riferito di simili atrocità commesse contro la minoranza tutsi nella regione nordorientale di Kivu. Secondo fonti congolesi gli attacchi contro tutti i gruppi etnici sono all'ordine del giorno nella regione. Le truppe di Laurent Nkunda sono responsabili della maggior parte di questi attacchi, sostengono.

Strane dimissioni
Un ulteriore passo verso il caos politico in Congo è stato fatto a settembre, quando l'83enne Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo, Antoine Gizenga, si è dimesso dopo due anni alla guida del governo. Alla fine di ottobre, con una scelta dei tempi sospetta, il comandante dell'operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Congo (MONUC, Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo), il Tenente Generale spagnolo Vicente Diaz de Villegas, si è dimesso dopo meno di due mesi citando una “mancanza di fiducia” nella leadership del Presidente Joseph Kabila. Kabila, il primo Presidente democraticamente eletto del Congo, è stato anche coinvolto nella negoziazione di un accordo commerciale da 9 miliardi di dollari tra la DRC e la Cina, cosa di cui Washington non può ovviamente rallegrarsi.

Nkunda è un vecchio seguace del Presidente ruandese, Kagame, spalleggiato dagli Stati Uniti. Tutti gli indizi fanno pensare a un pesante benché segreto ruolo della CIA nelle ultime uccisioni perpetrate in Congo dagli uomini di Nkunda. Lo stesso Nkunda è un ex ufficiale dell'esercito congolese, insegnante e pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ma sembra che uccidere sia la cosa che gli riesce meglio.

Buona parte dei soldati di Nkunda, bene equipaggiati e relativamente disciplinati, viene dal vicino Ruanda, e il resto è stato reclutato dalla minoranza tutsi della provincia congolese di Nord Kivu. Il sostegno materiale, politico e finanziario a questo esercito congolese ribelle viene dal Ruanda. Secondo l'American Spectator, “Il Presidente Paul Kagame del Ruanda è un vecchio sostenitore di Nkunda, che era un ufficiale dei servizi all'epoca del rovesciamento a opera del leader ruandese del dispotico governo hutu nel suo paese”.

Come ha riferito il 30 ottobre l'agenzia di informazione congolese, “Alcuni hanno accettato il pretesto di una minoranza tutsi in pericolo in Congo. Non si manca mai di affermare che Laurent Nkunda starebbe combattendo per proteggere 'il suo popolo'. Ma non ci si è chiesti quali siano i suoi veri fini, che consistono nell'occupare la provincia di Nord Kivu, ricchissima di minerali, saccheggiare le sue risorse, e combattere nel Congo orientale per conto del governo ruandese a guida tutsi di Kigali. Kagame vuole un punto d'appoggio nel Congo orientale così che il suo paese possa continuare a beneficiare dei saccheggi e dell'esportazione di minerali come la columbite-tantalite (coltan). Molti esperti oggi concordano sul fatto che le risorse sono il vero motivo per cui Laurent Nkunda continua a creare caos nella regione con l'aiuto di Paul Kagame”.

Il ruolo degli Stati Uniti e AFRICOM
Secondo prove presentate in un tribunale francese e rese pubbliche nel 2006, Kagame organizzò l'abbattimento dell'aereo su cui volava il Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, nell'aprile del 1994, fatto che scatenò l'uccisione indiscriminata di centinaia di migliaia di hutu e tutsi.

Il risultato finale dell'eccidio, nel quale morì forse un milione di africani, fu che Paul Kagame – spietato dittatore addestrato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas, e spalleggiato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – si ritrovò saldamente al potere come dittatore del Ruanda. Da allora ha sempre segretamente appoggiato le ripetute incursioni militari del generale Nkunda nella ricca regione di Kivu con il pretesto di difendere una piccola minoranza tutsi. Kagame aveva più volte respinto i tentativi di rimpatriare quei profughi tutsi in Ruanda, temendo evidentemente di poter perdere un prezioso pretesto per occupare il ricco Kivu.

Almeno fin dal 2001, secondo fonti congolesi, l'esercito statunitense ha una base a Cyangugu, in Ruanda, naturalmente costruita dalla vecchia compagnia di Dick Cheney, la Halliburton, e comodamente vicina al confine con la regione di Kivu.

Il massacro di civili hutu e tutsi del 1994 fu, come l'ha descritta il ricercatore canadese Michel Chossudovsky, “una guerra non dichiarata tra la Francia e l'America. Sostenendo il rafforzamento degli eserciti ugandese e ruandese e intervenendo direttamente nella guerra civile congolese, Washington ha anche la responsabilità diretta dei massacri etnici commessi nel Congo orientale, comprese le centinaia di migliaia di persone morte nei campi profughi”. Aggiunge Chossudovsky: “Il Generale Maggiore Paul Kagame era uno strumento di Washington. La morte di tanti africani non aveva importanza. La guerra civile in Ruanda e i massacri etnici erano parte integrante della politica estera statunitense, attentamente orchestrati in conformità con precisi obiettivi strategici ed economici”.

Adesso l'ex ufficiale dei servizi di Kagame, Nkunda, guida le sue ben equipaggiate truppe su Goma nel Congo orientale secondo un piano che sembra essere quello di staccare la regione ricca di risorse da Kinshasha. Con l'esercito degli Stati Uniti che a partire dal 2007 ha preso a rafforzare la propria presenza in Africa con AFRICOM, sembra essere tutto pronto per l'attuale sottrazione di risorse da parte di Kagame e del suo ex ufficiale, Nkunda.

Oggi il bersaglio è la Cina
Se il bersaglio segreto della “guerra surrogata” degli Stati Uniti nel 1994 era la Francia, oggi quel bersaglio è chiaramente la Cina, vera minaccia al controllo statunitense delle ricchezze minerarie dell'Africa Centrale.

La Repubblica Democratica del Congo è stata così rinominata nel 1997, dopo che l'esercito di Laurent Désiré Kabila ha messo fine al regno di Mobutu, durato 32 anni. Prima di allora si chiamava Repubblica dello Zaire. Gli abitanti chiamano il loro paese Congo-Kinshasa.

La regione congolese di Kivu è sede geologica di minerali tra i più strategici al mondo. Il confine orientale, tra il Ruanda e l'Uganda, corre lungo il bordo orientale della Rift Valley, che i geologi considerano una delle zone più ricche di minerali sulla faccia della terra.

La Repubblica Democratica del Congo contiene più della metà del cobalto mondiale. Ha un terzo dei suoi diamanti, e, cosa estremamente significativa, tre quarti delle risorse mondiali di columbite-tantalite o “coltan”, componente primario dei microchip e dei circuiti stampati, essenziale per i telefoni cellulari, i portatili e altri moderni dispositivi elettronici.

L'America Minerals Fields, compagnia pesantemente coinvolta nell'ascesa al potere di Laurent Kabila nel 1996, all'epoca della guerra civile in Congo aveva il proprio quartier generale a Hope, Arkansas. I principali azionisti comprendevano vecchie conoscenze dell'ex Presidente Clinton che risalivano ai tempi in cui era Governatore dell'Arkansas. Alcuni mesi prima della caduta del dittatore dello Zaire sostenuto dai francesi, Mobutu, Laurent Desire Kabila si stabilì a Goma, nello Zaire orientale, e rinegoziò i contratti minerari con diverse compagnie statunitensi e britanniche, compresa l'American Mineral Fields. Il governo corrotto di Mobutu fu rovesciato con la forza e con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale sotto la direzione degli Stati Uniti.

Washington non era del tutto soddisfatta di Laurent Kabila, che finì assassinato nel 2001. In uno studio pubblicato nell'aprile del 1997, appena un mese prima che il Presidente Mobutu Sese Seko fuggisse dal paese, il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato di “interrompere completamente e bruscamente l'emissione monetaria” nell'ambito di un programma di risanamento economico. Pochi mesi dopo aver assunto il potere a Kinshasa, il nuovo governo di Laurent Kabila Desire ricevette dall'FMI l'ordine di congelare gli stipendi dei funzionari statali per “ripristinare la stabilità macroeconomica”. Eroso dall'iperinflazione, il salario mensile medio nel settore pubblico era crollato a 30.000 nuovi Zaire (NZ), l'equivalente di un dollaro statunitense.

Secondo Chossudovsky le imposizioni dell'FMI equivalevano a mantenere l'intera popolazione in uno stato di disperata povertà. Preclusero fin dall'inizio una significativa ricostruzione economica postbellica, contribuendo dunque alla continuazione della guerra civile congolese che ha portato alla morte di quasi 2 milioni di persone.

A Laurent Kabila successe il figlio, Joseph Kabila, che divenne il primo Presidente democraticamente eletto del Congo e sembra avere avuto maggiormente a cuore il benessere dei suoi connazionali.

E adesso arriva l'AFRICOM. In un discorso all'International Peace Operations Association (Associazione per le Operazioni di Pace Internazionali) tenuto a Washington il 27 ottobre, il Comandante di AFRICOM Generale Kip Ward ha così definito la missione del comando: “di concerto con altri organi governativi degli Stati Uniti e con i partner internazionali, [condurre] prolungati impegni per la sicurezza attraverso programmi di cooperazione militare, attività sponsorizzate dall'esercito e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”.

Le “operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”, oggi, sono chiaramente pensate per bloccare la crescente presenza economica della Cina nella regione.

Di fatto, come dichiarano apertamente diverse fonti di Washington, l'AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, compresa la Repubblica Democratica del Congo, dove si assicura contratti economici a lungo termine per le materie prime africane in cambio degli aiuti cinesi e di accordi di production sharing [ripartizione della produzione, N.d.T.] e royalties. Secondo fonti bene informate, i cinesi sono stati molto più furbi. Invece di offrire l'austerità e il caos economico imposti dall'FMI, la Cina sta offrendo consistenti crediti e prestiti a tassi agevolati per la costruzione di strade e scuole così da instaurare buoni rapporti con i paesi interessati.

Il dottor J. Peter Pham, un importante insider di Washington che lavora come consulente per i Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, dice francamente che tra gli scopi del nuovo AFRICOM c'è quello di “proteggere l'accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l'Africa possiede in grande abbondanza... compito che prevede la salvaguardia dalla vulnerabilità di quelle ricchezze naturali e far sì che terze parti come la Cina, l'India, il Giappone o la Russia non ottengano monopoli o trattamenti preferenziali”.

Nella sua testimonianza al Congresso a favore della creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, che è strettamente legato alla neo-conservatrice Foundation for Defense of Democracies (Fondazione per la Difesa delle Democrazie), ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l'Africa un obiettivo invitante per la Repubblica Popolare Cinese, la cui economia dinamica, che ha registrato una crescita media annua del 9% negli ultimi vent'anni, ha una sete quasi insaziabile di petrolio e una necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina sta attualmente importando circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo; più di 765.000 di quei barili – all'incirca un terzo delle sue importazioni – vengono da fonti africane, soprattutto il Sudan, l'Angola e il Congo (Brazzaville). Non ci si meraviglia dunque che... forse nessun'altra regione possa competere con l'Africa agli occhi di Pechino e dei suoi interessi strategici a lungo termine. Lo scorso anno il regime cinese ha pubblicato il primo libro bianco ufficiale in cui si elaboravano le linee guida della sua politica africana.

Quest'anno prima del suo tour di dodici giorni in otto nazioni africane – il terzo viaggio di questo tipo da quando ha assunto l'incarico, nel 2003 – il Presidente cinese Hu Jintao ha annunciato un programma triennale da 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e vasti aiuti per l'Africa. Questi stanziamenti si aggiungono ai 3 miliardi in prestiti e i 2 miliardi in crediti all'esportazione annunciati da Hu nell'ottobre del 2006 all'apertura dello storico summit di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che ha portato nella capitale cinese quasi cinquanta capi di stato e ministri africani.

Intenzionalmente o no, molti analisti si aspettano che l'Africa – soprattutto gli stati della costa occidentale, ricca di petrolio – diventi sempre più un teatro di competizione strategica tra gli Stati Uniti e il loro unico vero concorrente quasi alla pari sulla scena mondiale, la Cina, dato che entrambi i paesi cercando di estendere la loro influenza e assicurarsi l'accesso alle risorse”.

Cosa degna di nota, alla fine di ottobre le ben armate truppe di Nkunda hanno circondato Goma nel Nord Kivu e chiesto che il Presidente del Congo Joseph Kabila negoziasse con lui. Tra le richieste di Nkunda c'era la cancellazione di una joint venture Congo-Cina da 9 miliardi di dollari in base alla quale la Cina ottiene i diritti sulle estese risorse di rame e cobalto della regione in cambio di 6 miliardi per la costruzione di strade, due dighe idroelettriche, ospedali, scuole e collegamenti ferroviari con l'Africa meridionale, con la provincia di Katanga e con il porto di Matadi sull'Atlantico. I restanti 3 miliardi saranno investiti dalla Cina nello sviluppo di nuove aree minerarie.

Curiosamente gli Stati Uniti e la maggioranza dei media europei tralasciano questo piccolo dettaglio. Sembra che il compito di AFRICOM sia quello di opporsi alla Cina in Africa. La cartina al tornasole sarà rappresentata dalla persona del Presidente Obama in Africa e il suo eventuale tentativo di indebolire il Presidente del Congo Joseph Kabila sostenendo le squadre della morte di Nkunda, naturalmente nel nome del “ristabilimento della democrazia”.

sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

venerdì, novembre 14, 2008

La Florida, caso di studio sulle elezioni del 2008

La Florida, caso di studio sulle elezioni del 2008
Voce di Pepe Escobar, analista di The Real News




Pepe Escobar, analista, The Real News Network: la Florida è un caso di studio su come sono state vinte le elezioni del 2008. Per la campagna di Obama una vittoria in Florida avrebbe non solo cancellato il film dell'orrore vissuto otto anni fa, ma anche portato a una bruciante e brillante redenzione, schiacciando i repubblicani con una campagna "colpisci-e-terrorizza". L'affascinante e vivace Stato del Sole era diventato un'ossessione ancora più dell'Ohio. I soldi non erano un problema. C'era una base di militanti pronta a spingere la gente al voto con telefonate e porta a porta, a muoversi tra poliziotti, auto e viali curatissimi, battendo sobborghi poveri e isole di privilegi, spendendo tre volte più della campagna radiotelevisiva di McCain. Alla fine Obama ha ottenuto quasi il 71% dei voti dei nuovi elettori. Grazie all'impulso dei voti degli indecisi, dei giovani, degli indipendenti, degli afroamericani, il grosso dei centro-sudamericani e dei giovani cubanoamericani, in Florida Obama ha battuto McCain con il 51% contro il 48%. Joe the Plumber [Joe l'idraulico, N.d.T.] magari non avrà votato Obama, ma José el Plomero in Florida invece sì.

Un mio ex collega alla facoltà di legge di Chicago descrive Obama come un visionario minimalista. Il mondo, ancora ubriaco di gioia, scoprirà presto che Obama, oltre a essere stato un eccezionale organizzatore politico del proprio successo, è portatore di un nazionalismo civico post-etnico. Non fraintendetemi: a modo suo anche lui vuole un Nuovo Secolo Americano. I suoi discorsi parlano da soli. Crede davvero nell'eccezionalismo americano e nel destino manifesto degli USA. Ma non è un ideologo; è un pragmatico. I suoi discorsi ci dicono che non è una questione di destra o sinistra, di governo grande o piccolo, ma di un governo che funzioni. E come funzionerà? Obama è il leader e il portavoce di una nuova generazione. Mobiliterà la base militante per parlare direttamente agli americani progressisti? O sarà un cauto conservatore e preparerà un terzo mandato Clinton? È questo il segnale che dai, quando nomini capo di gabinetto un portavoce di Wall Street, di Israele e della globalizzazione aggressiva. Sarà un conservatore camaleontico e compassionevole? Tutti in America e nel resto del mondo devono ora diventare intellettuali critici. Come Obama stesso ha detto nel suo discorso di accettazione:

Senatore Barack Obama, Presidente eletto: La strada di fronte a noi sarà lunga. La salita ardua. Potremmo non farcela in un anno, o addirittura in un mandato. Ma, America, prima di stasera non sono mai stato più fiducioso che ci arriveremo. Lo prometto, noi come popolo là ci arriveremo.

Escobar: Ma "là" dove? Per arrivare a questa incerta terra promessa, dopo tutto, c'è un uomo che ha vinto un'elezione essenzialmente con uno slogan formato da una sola parola, "Cambiamento". Obama deve costruire un ponte non solo tra bianchi e neri, ma anche tra democratici e repubblicani e ricchi e poveri. Un recente sondaggio Gallup rivela che il 58% degli americani e l'84% degli elettori democratici crede che negli Stati Uniti si debba distribuire più uniformemente il benessere. Obama deve scalare una montagna e sfidare il piano di salvataggio per Wall Street da 700 miliardi di dollari Bush-Paulson-Pelosi-Obama-McCain, pagato dai contribuenti. Oserà o gli sarà permesso riregolare Wall Street nell'interesse pubblico? Oserà tassare l'oligarchia statunitense?

Molti di questi oligarchi lo hanno supportato, così come alcune grandi multinazionali. Deve essere pronto a promuovere un piano per la sanità che non venga controllato dalle grandi compagnie di assicurazioni, dalle ultraconservatrici associazioni ospedaliere e dall'industria farmaceutica. Perché non creare un programma sanitario universale centralizzato? Deve poi chiarire i suoi rapporti con le grandi corporazioni agroalimentari. Lui e la sua squadra – Volcker, Rubin, Summers, Warren Buffett – devono spiegare come l'austerità fiscale possa essere compatibile con la creazione di posti di lavoro, come salvare Wall Street sia compatibile con gli investimenti produttivi, come la guerra al terrore sia compatibile con una ripresa interna. Il Pentagono ha festeggiato l'elezione di Obama con un altro massacro a una festa di matrimonio nella provincia afghana di Kandahar. Quarantotto morti, soprattutto donne e bambini, e molti feriti. Obama vuole aumentare il numero di uomini in Afghanistan; Obama vuole espandere la guerra al terrore nelle aree tribali del Pakistan; Obama vuole un ridispiegamento in Iraq, non il ritiro. Non ha un termine ultimo preciso per il ritiro dall'Iraq perché la presenza del Pentagono in Iraq è legata direttamente all'accesso al petrolio del Medio Oriente in un'ininterrotta guerra d'attrito con Iran, Siria e Hezbollah in Libano. E Obama non ha rinunciato al suo supporto incondizionato alla guerra neocoloniale di Israele in Palestina. Il grande botto di Obama potrebbe essere la decisione di seppellire la fanatica visione del mondo dei neo-conservatori. Basta eccezionalismo unilaterale; basta guerre preventive, consegne straordinarie, torture, Guantanamo, demonizzazione delle Nazioni Unite, un Pentagono che assorbe più fondi di tutto il resto del pianeta, demonizzazione della Russia, ostilità malamente celata verso la Cina.

E poi c'è l'altra America: Obama capirà l'ampiezza e il potere trasformativo dei profondi movimenti sociali in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e in tutto il resto dell'America Latina? Capirà che la dottrina Monroe è morta e che l'America Latina è pronta per una relazione matura con gli Stati Uniti?

Qui a Key West Cuba è a sole 90 miglia. Da qui gli USA ascoltano Cuba. In tutto il paese Obama ha ottenuto il 66% del voto latino. Avrà il coraggio di porre fine a un embargo fallito, doloroso e criminale? Gli è già stato chiesto da Chàvez in Venezuela e da Lula in Brasile. È un embargo che colpisce principalmente la gente comune.

Geograficamente gli Stati Uniti finiscono qui, alle mie spalle. Politicamente la lunga notte di Bush finirà tra una settantina di giorni. Questo passaggio storico, che avverrà per mano di un nero con una formidabile arma di seduzione di massa, il suo illimitato "potere morbido", ha il potenziale per essere il preludio di un nuovo giorno. Sta alla società civile americana, instancabilmente capace di impegnarsi e mobilitarsi, trasformare quella speranza in realtà.

Originale da: The key to the highway

Articolo originale pubblicato il 10 novembre 2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

giovedì, novembre 13, 2008

Un rapporto ruandese da prendere sul serio

Un rapporto ruandese da prendere sul serio
di Jean-François Dupaquier

I mezzi di informazione hanno accolto con scetticismo il rapporto ruandese sul coinvolgimento della Francia nel genocidio dei tutsi e il massacro degli hutu democratici nel 1994. Il gruppo di lavoro costituito nel 2004 dal governo ruandese non brilla per il suo nome: “Commissione nazionale indipendente incaricata di raccogliere le prove che dimostrano il coinvolgimento dello Stato francese nel genocidio perpetrato in Ruanda nel 1994”.
Su molti punti il rapporto della commissione Mucyo (dal nome del suo presidente, Jean-de-Dieu Mucyo, ex ministro della giustizia, scampato al genocidio) non fa che riprendere il lavoro della missione parlamentare d'inchiesta sul ruolo della Francia in Ruanda, presieduta nel 1998 da Paul Quilès. I parlamentari francesi, che avevano avuto accesso a buona parte dei documenti diplomatici e militari relativi all'intervento in Ruanda a partire dall'ottobre 1990, non hanno mancato di rilevare la mancanza di controllo politico da parte di Parigi e perfino la connivenza con un regime di stampo fascista fondato sulla discriminazione etnica, in un intervento militare che aveva tratto origine dai soli capricci di François Mitterrand e della sua cerchia.
La parte del rapporto Mucyo dedicata agli errori diplomatici e politici francesi conferma le valutazioni di Paul Quilès, aggiungendoci l'analisi degli archivi del regime del presidente Juvénal Habyarimana. Nuovo e molto più grave è il contenuto del tomo I del rapporto Mucyo, che raccoglie le testimonianze su quelli che sono documentati come crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi dalle truppe francesi a partire dal 1990. La commissione Quilès aveva già messo in dubbio la pertinenza del coinvolgimento dei militari francesi al fianco dei soldati e della polizia ruandesi in operazioni di polizia mentre si trovavano in Ruanda per “proteggere gli espatriati francesi”. Si trattava di controlli stradali mirati a individuare la presenza di “infiltrati”, quando la popolazione tutsi era tutta sospettata dal regime Habyarimana di costituire una “quinta colonna”.
La missione d'inchiesta francese aveva già raccolto testimonianze sulle esecuzioni sommarie di civili identificati ai blocchi stradali come tutsi per la loro carta d'identità etnica sotto gli occhi di soldati francesi indifferenti se non “collaborativi”, e sulla pratica degli stupri compiuti da soldati ruandesi su donne o ragazze tutsi, stupri ai quali avrebbero partecipato o che sarebbero stati istigati dei soldati francesi. Il rapporto Mucyo tende a documentare queste pratiche come frequenti e perfino banalizzate.
A partire dal 1959 la popolazione tutsi è stata vittima di maltrattamenti e di tutti i generi di discriminazioni basate su una carta d'identità in cui il riferimento etnico risvegliava brutti ricordi nei diplomatici francesi. Questi ultimi avevano solo timidamente suggerito al presidente Habyarimana l'abolizione del riferimento etnico, come aveva già documentato la missione Quilès secondo la testimonianza dell'ex ambasciatore a Kigali.
I parlamentari francesi avevano anche rilevato un'altra iniziativa inquietante dei poliziotti francesi in Ruanda: la creazione, al Centro di Ricerca Criminale e di Documentazione (CRCD), di un archivio informatico di persone politicamente sospette, che evocava la sinistra schedatura degli ebrei del regime di Vichy e che nel 1994 sembrava avere la stessa “finalità”. Il rapporto ruandese è molto più preciso: fa i nomi dei poliziotti francesi basandosi su facsimili di documenti amministrativi.
Nell'analisi del gioco degli attori politici del nostro paese, la commissione Mucyo ricorda che le autorità francesi non potevano ignorare che in Ruanda si stava preparando il genocidio dei tutsi, essendo state allertate a più riprese sia dai diplomatici sia da alcuni alti ufficiali. Il punto più polemico del rapporto resta la serie di accuse lanciate contro l'“Opération Turquoise”, l'operazione militare francese messa in atto tra il giugno e l'agosto del 1994. Se i parlamentari francesi avevano sottolineato gli errori di metodo del comando militare francese nella valutazione della crisi e nel soccorso tardivo prestato ai tutsi assediati a Bisesero, nel rapporto ruandese i soldati francesi vengono accusati di premeditazione.
Intatti, sempre in una sorta di osmosi sanguinaria con le forze armate del vecchio regime, i francesi avrebbero contribuito a perfezionare i piani di genocidio: l'armamento dei miliziani, l'assassinio di tutsi, gli stupri e le incitazioni allo stupro e l'occultamento dei massacri sarebbero state cose di tutti i giorni per un esercito francese accompagnato da giornalisti che tuttavia non hanno visto niente di simile... Questo basta a togliere ogni credibilità al rapporto Mucyo? Va respinto senza ulteriori analisi? Gli interrogatori dei detenuti, che costituiscono una buona parte del lavoro di inchiesta, sono per loro stessa natura viziati dal sospetto? La smentita subito data dal Quai d'Orsay sul lavoro della commissione ruandese non basta a chiudere un capitolo storico che i francesi intuiscono doloroso.
Tra i membri della commissione figurano due universitari, José Kagabo, storico, maître de conférences all'Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, che era stato ascoltato a lungo dalla missione Quilès, e Jean-Paul Kimonyo, autore di una tesi di dottorato all'università del Québec a Montréal, da cui è uscito un libro considerato uno dei più approfonditi e meglio documentati sul genocidio del 1994. Inoltre gli interrogatori dei detenuti, quando sono condotti da ricercatori o da giornalisti esperti, restano una fonte insostituibile di informazione.
Invece di vedere il dibattito sulle responsabilità della Francia in Ruanda impantanarsi in polemiche metodologiche, meglio sarebbe proseguire il lavoro intrapreso da Paul Quilès dieci anni fa. L'ex Ministro socialista della Difesa aveva suggerito la riapertura del dossier da parte di una vera commissione d'inchiesta parlamentare, se fossero emersi fatti nuovi. Dal 1998 le rivelazioni non sono mancate.
Il rapporto Mucyo, che merita di essere verificato, costituisce uno di quei “fatti nuovi”. Il decimo anniversario del rapporto parlamentare francese, nel dicembre 2008, potrebbe essere l'occasione per ultimare l'indispensabile lavoro di ricostruzione e chiarificazione storica. È a questo prezzo che la Francia potrà riconciliarsi con la propria memoria prima di avviare una riconciliazione con il Ruanda, ma anche con il resto del mondo, spesso meglio informato dei francesi su ciò che è stato fatto in loro nome in Ruanda.

Originale: Un rapport rwandais à prendre au sérieux, par Jean-François Dupaquier

Pubblicato l'11/08/2008

Jean-François Dupaquier, scrittore e giornalista, è coautore di Rwanda: Les médias du génocide, e Burundi 1972: Au bord des génocides.
Ha curato la pubblicazione de La Justice internationale face au drame rwandais con William Bourdon e l’associzione Mémorial international.

lunedì, novembre 10, 2008

Il nuovo avanza, ma il vecchio crea fondazioni

[Questa la mettiamo qui, nel caso ci servisse in seguito e ci stessimo chiedendo in cosa fosse affacendato il vecchio Rumsfeld].

Famigerato neocon dell'amministrazione Bush continua a occuparsi di Asia Centrale e Caucaso

di Joshua Kucera

Donald Rumsfeld, ex segretario della difesa degli Stati Uniti, ha creato una fondazione che ha tra le proprie principali aree di interesse l'Asia Centrale e il Caucaso.

Finora il lavoro della fondazione sull'Asia Centrale è stato limitato: ha avviato un programma di borse di studio per giovani studiosi della regione gestito dal Central Asia Caucasus Institute (CACI, Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso) alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies di Washington, DC. Il direttore del CACI, S. Frederick Starr, è amico personale di Rumsfeld.

Gran parte del denaro della fondazione viene dallo stesso Rumsfeld. (Prima di entrare nell'amministrazione Bush, nel 2000, Rumsfeld aveva ricoperto ottimi posti di dirigente nell'industria farmaceutica e delle comunicazioni). La fondazione ha ricevuto una piccola quantità di finanziamenti esterni, “da amici”, ha detto Keith Urbahn, un portavoce della fondazione. Gli obbligatori documenti fiscali che elencano le sue donazioni e il suo bilancio non sono ancora stati resi pubblici, e Urbahn si è rifiutato di nominare specifici finanziatori.

I primi cinque studiosi sono già a Washington e hanno tenuto delle relazioni al CACI il 5 novembre scorso, in una conferenza intitolata “L'Asia Centrale e il Caucaso dopo la guerra d'agosto”.

In un'intervista concessa lo scorso anno al Washington Post Rumsfeld ha spiegato che molte delle persone emerse dai governi comunisti possono contare su comunità etniche negli Stati Uniti che le appoggiano e le supportano. Ma chi viene dal Caucaso e dall'Asia Centrale non ha questo vantaggio, e uno degli obiettivi della fondazione è ovviare a questo problema.

“A Chicago o Detroit o Pittsburgh non abbiamo uzbeki, tagiki o kazaki”, ha spiegato. “Penso che ci sia bisogno di persone che capiscono quello che succede in Asia Centrale... e la difficoltà di quella transizione”.

“Ha sempre messo tra le sue priorità la visita a quella parte del mondo perché pensava fosse importante. Il suo interesse per quelle zone è precedente all'11 settembre, voleva creare legami con i paesi dell'Asia Centrale e del Caucaso che non avevano precedenti negli ultimi decenni”, ha dichiarato Urbahn.

Il direttore del CACI Starr ha detto che Rumsfeld era l'unico alto rappresentante dell'amministrazione Bush a prestare un'attenzione più che simbolica all'Asia Centrale e al Caucaso. Mentre complessivamente “a livelli più alti abbiamo semplicemente trascurato [la regione]”, Rumsfeld ha rappresentato un'eccezione, con i suoi molti viaggi nella regione per stabilire forti legami con i suoi leader, ha dichiarato Starr. “Rumsfeld è stato, a livello di amminiastrazione, il segretario di gran lunga più attivo degli ultimi 18 anni”, ha detto.

“Questo programma nasce dalla sua esperienza nella regione e dalla comprensione dell'importanza di quest'ultima in quanto area emergente del mondo, e anche dalla consapevolezza che molti giovani di grande talento avrebbero meritato di essere resi il più possibile visibili al mondo, e viceversa”, ha detto Starr.

L'altro principale centro di interesse della fondazione sarà la microfinanza, e sotto questo aspetto la fondazione segue la strategia di limitarsi a finanziare programmi consolidati di microfinanza. Ma Urbahn ha dichiarato che l'attività microfinanziaria ha incluso programmi in Eurasia, in particolare in Tagikistan, Georgia e Afghanistan.

Nonostante Rumsfeld sia stato uno dei neo-conservatori più tristemente noti dell'amministrazione Bush, Urbahn ha detto che l'attività della fondazione sarà “completamente apolitica e apartitica” e continuerà la stretta collaborazione con il CACI.

Se le relazioni presentate al CACI possono essere indicative, gli studiosi non si sono segnalati per le loro credenziali neocon. Un relatore del Kirghizistan ha criticato la Georgia, l'Ucraina e gli Stati baltici per avere ripudiato il comune passato sovietico. Un'altro, azero, ha suggerito che il suo paese, in bilico tra Stati Uniti e Russia, avrebbe scelto di allearsi con qualsiasi paese lo avesse aiutato a riprendersi il Nagorno-Karabakh.

Joshua Kucera is a Washington, DC,-based freelance writer who specializes in security issues in Central Asia, the Caucasus and the Middle East.

Joshua Kucera è uno scrittore e giornalista freelance di Washington D.C. esperto di sicurezza in Asia Centrale, Caucaso e Medio Oriente.

Originale: Notorious Bush administration neo-con remains egaged with Central Asia, Caucasus


Pubblicato il 6 novembre 2008

venerdì, novembre 07, 2008

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

[Articolo di due anni fa, quindi in alcuni punti superato, ma che riassume efficacemente la carriera del probabile prossimo capo di gabinetto di Barack Obama prendendo in esame la sua fulminante ascesa e il suo attivismo in occasione della guerra contro l'Iraq]

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

di John Walsh

24 ottobre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

La scorsa settimana su Counterpunch [1] ho scritto che il presidente del Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il membro del congresso Rahm Emanuel, ha lavorato alacremente per assicurare che i candidati democratici in corsa [alle elezioni di Medio Termine tenutesi nel 2006, N.d.T.] fossero a favore della guerra. Ci è ampiamente riuscito grazie al denaro di cui dispone e alle celebrità politiche pronte a rispondere alla sua chiamata, assicurandosi che 20 dei 22 candidati democratici in quei distretti fossero pro-guerra. Dunque l'esito delle prossime elezioni sarà truccato.

Nel 2006, indipendentemente dal partito che controllerà la Casa Bianca, una maggioranza sarà pronta ad appoggiare la guerra in Iraq, nonostante il fatto che tra le file democratiche e tra gli elettori ci sia indubbiamente una forte opposizione al conflitto (dico subito che questa situazione può essere rovesciata anche dopo le elezioni-beffa tra i due partiti della guerra).

Qual è la posizione di Emanuel su guerra e pace? Emanuel ha appena fornito la risposta a questa domanda con uno smilzo libretto scritto con Bruce Reed, umilmente intitolato The Plan: Big Ideas for America ("Il piano: grandi progetti per l'America"). Gli autori riassumono premurosamente ognuna delle otto parti del "piano" in un singolo paragrafo. La sezione che abbraccia tutta la politica estera è intitolata "Una nuova strategia per porre fine alla guerra al terrore": titolo rivelatore, visto che la "guerra al terrore" è la maniera in cui neocon e lobby israeliana amano inquadrare la discussione sulla politica estera. Questo è il paragrafo riassuntivo del libro, coi miei commenti tra parentesi:
"Una nuova strategia per vincere la guerra al terrore"
("Guerra al terrore", come osserva George Soros, è una falsa metafora usata da coloro che vorrebbero trascinarci in avventure militari che non sono del nostro interesse o in quello dell'umanità)

"Dobbiamo usare tutte le radici del potere americano per rendere sicuro il nostro paese (Comincia giocando la carta della paura). L'America deve guidare la battaglia del mondo contro il diffondersi del male e del totalitarismo, ma dobbiamo smettere di provare a vincere questa battaglia da soli. (Imperialismo messianico). Dobbiamo riformare e rafforzare le istituzioni multilaterali per il ventunesimo secolo, non allontanarcene. Abbiamo bisogno di fortificare la "sottile linea verde" militare attorno al mondo aggiungendola alla Forze Speciali Statunitensi e ai Marines, ed incrementando l'esercito statunitense di ulteriori 100.000 unità (Un esercito ancora più grande per le forze armate più potenti del mondo, una visione parecchio militarista del modo di trattare i conflitti tra nazioni. Che genere di impiego ha in mente Emanuel per queste truppe?). Innanzitutto dovremmo approvare un nuovo GI Bill [provvedimento che istituisca borse di studio per finanziare l'istruzione dei veterani, N.d.T.] per i soldati che tornano a casa. (Più incentivi per spingere chi ha maggiori problemi finanziari a diventare carne da cannone). Infine dobbiamo proteggere la nostra patria e le nostre libertà civili creando una nuova forza antiterrorismo come l'MI5 britannico (Un nuovo servizio segreto sarebbe una chiara minaccia alle nostre libertà civili; in Gran Bretagna l'MI5 dispone di file segreti su un adulto ogni 160, nonché documentazione su 53.000 organizzazioni).
Queste le testuali parole [2].

Ma cosa pensa esattamente Emanuel, l'uomo che ha esaminato e scelto i candidati democratici per il Congresso del 2006, della guerra in Iraq, questione numero uno nei pensieri degli elettori? Nel loro libro Emanuel e Reed non citano l'Iraq, tranne che in termini di "guerra al terrore". Emanuel non menziona l'Iraq nemmeno sul suo sito web quando parla delle questioni importanti cui dobbiamo far fronte, omissione piuttosto sorprendente e condivisa da Chuck Schumer, sua controparte al Senato, che presiede il DSCC (Democratic Senatorial Campaign Committee). Tuttavia, in un recente profilo pubblicato su Fortune (25/9/2006) dal titolo "Emanuel Rahm, politico pitbull", il capo della redazione di Washington Nina Easton osserva: "Sull'Iraq Emanuel sta alla larga dalla folla che chiede il ritiro immediato, preferendo criticare Bush per i fallimenti militari a partire dall'invasione del 2003. 'La guerra non doveva andare così', mi ha detto durante la sua campagna. Nel gennaio 2005, quando Tim Russert di Meet the Press domandò se avrebbe votato per autorizzare la guerra 'sapendo che non c'erano armi di distruzione di massa', Emanuel rispose di sì (Emanuel non entrò in carica fino a dopo il voto). 'Credo ancora che sbarazzarci di Saddam Hussein fosse la cosa giusta da fare, ok?', aggiunse". [3]

Quando Jack Murtha fece la sua proposta di ritiro dall'Iraq, Emanuel subito dopo dichiarò che "Jack Murtha ha parlato per sé". Per quanto riguarda la politica irachena, Emanuel aggiunse: "Al momento giusto prenderemo posizione su questo". Era il novembre 2005. Nel giugno 2006, ovviamente il momento giusto, Emanuel svelò finalmente la sua posizione in una dichiarazione al Parlamento durante il dibattito sull'Iraq: "La discussione di oggi è se il popolo americano voglia mantenere questa rotta con un'amministrazione e un Congresso che si sono allontanati dai propri doveri o intenda perseguire una vera strategia per vincere la guerra contro il terrorismo. Non raggiungeremo la vittoria standocene seduti a guardare, fermi e immobili, lo status quo: questa è la politica repubblicana. I democratici sono decisi a battersi contro il nemico". Il ritornello è noto, un aumento delle truppe è il mezzo e la vittoria in Iraq l'obiettivo.

La guerra in Iraq ha portato vantaggi a Israele, devastando un paese che Israele vedeva come uno dei suoi principali avversari. L'impegno a favore di Israele di Emanuel [4] e il suo ruolo al Congresso sono indubbi. La dimostrazione più recente è stata il suo attacco al Primo Ministro fantoccio iracheno, Nuri al Maliki, perché Maliki aveva definito l'attacco israeliano contro il Libano un atto di "aggressione". Emanuel ha invitato Maliki ad annullare il suo intervento al Congresso, ed è stato seguito a ruota dal suo amico e controparte nel DSCC, il senatore Chuck Schumer, che ha chiesto: "Nella guerra al terrorismo, (Maliki) da che parte sta?" Se, secondo la definizione dell'ex senatore Fritz Holling, il Congresso è territorio occupato israeliano, Rahm Emanuel fa parte delle truppe di occupazione. Ed è certamente un importante ingranaggio nella lobby israeliana descritta da Mearsheimer e Walt. L'idea che la lobby esiste e ha un'enorme influenza sulla politica mediorientale non è più un tabù per l'opinione pubblica. Secondo un sondaggio appena effettuato da Zogby International per CNI, [5] il 39% del pubblico americano si ritiene "d'accordo" o "parzialmente d'accordo" con l'affermazione che "le pressioni della lobby israeliana sul Congresso e l'amministrazione Bush siano state un fattore chiave della guerra in Iraq e l'attuale confronto con l'Iran". Un numero simile, il 40%, è "fortemente in disaccordo" o "parzialmente in disaccordo" con questa posizione. Circa il 20% del pubblico si dice incerto.

Sotto certi aspetti Emanuel è un uomo misterioso, come dimostra la sua biografia: che è sì disponibile su Wikipedia e nell'articolo su Fortune, [3] ma con un paio di cose che mancano o non pienamente spiegate. In primo luogo, come è stato spesso sottolineato, il padre di Emanuel sarebbe un medico emigrato in Israele. Secondo Leon Hadar però negli anni Quaranta ha lavorato anche con il famigerato Irgun, che è stato etichettato come organizzazione terroristica dalle autorità britanniche. [6] Forse Rahm ha preso l'interesse per il terrorismo dal padre.

In secondo luogo, durante la Guerra del Golfo, nel 1991, Emanuel faceva il volontario civile in Israele, dove si occupava di "manutenzione dei freni in una base militare nel nord di Israele". (Wikipedia, New Republic). Questo è strano per due ragioni. Gli Stati Uniti vanno in guerra contro l'Iraq ed Emanuel, cittadino statunitense, parte volontario non per il suo paese, ma per Israele. Inoltre è un noto politico dell'Illinois, con un padre che è stato nell'Irgun, ma viene assegnato alla "manutenzione dei freni" in una "base militare". Forse.

In terzo luogo, subito dopo essere tornato dal deserto, Emanuel ha avuto un ruolo importante nella campagna di Clinton, "che ha acclamato fin dall'inizio, aprendogli il portafogli per la raccolta dei fondi necessari". [3] Come ha potuto farlo, dopo essere stato isolato all'estero e senza alcuna esperienza in politica nazionale? Quarto, dopo aver lasciato la Casa Bianca di Clinton, ha deciso che, se aveva intenzione di rimanere in politica, aveva bisogno di avere un po' di soldi da parte e di "sicurezza". Allora andò a lavorare per Bruce Wassertein, uno dei principali benefattori democratici e finanziere di Wall Street.

Secondo Easton, "In poco più di due anni e mezzo ha fatto il broker, spesso utilizzando legami politici, per Wassertein Perella. Secondo informazioni finanziarie congressuali, in quel periodo ha incassato più di 18 milioni di dollari. I suoi contratti comprendono le offerte di fusione di Unicom con Peco Energia e l'acquisto della SBC, filiale di SecurityLink, da parte della GTCR Golder Rauner. Ma suoi amici dicono che avrebbe inoltre beneficiato da due vendite della stessa Wassertein, prima alla Dresdner Bank e quindi alla Allianz AG". Anche in questo caso, per un nuovo arrivato guadagnare 18 milioni di dollari in due anni è quasi miracoloso. Come ha fatto? Successivamente, nel 2002, Emanuel ha conquistato un seggio al Congresso, e nel 2006 è diventato presidente del DCCC. Un'altra ascesa quasi miracolosa.

Ma Emanuel e i suoi amici falchi potrebbero non riuscire a raggiungere il loro scopo. Personaggi di spicco dell'impero americano, e i loro ben pagati consulenti, da James Baker a Jimmy Carter, a Zbigniew Brzezinski e Mearsheimer e Walt, prevedono una catastrofe incombente per i neocon, a meno che i partiti della guerra di entrambi gli schieramenti politici, con la loro doppia lealtà a Stati Uniti e Israele, non vengano ricondotti all'ordine. Ma soprattutto la gente è stanca della guerra in Iraq e diffida di altre guerre, come quelle progettate da falchi come Emanuel. I politici che verranno eletti, che siano repubblicani di Rove o democratici di Emanuel, dovranno fare i conti con questa crescente ondata di rabbia o rischieranno di perdere i loro privilegi. Tale rischio è compensato dalle macchinazioni di Emanuel e di altri per garantire che non esista un vero partito o movimento di opposizione. E l'assenza di una vera opposizione è un problema che dobbiamo risolvere.

John Walsh può essere contattato a john.endwar@gmail.com .

Note:

[1] http://www.counterpunch.com/walsh10142006.html
[2] Emanuel e Reed parlano anche con approvazione di Peter Beinart, il guerriero neocon teorico dei democratici che scrive sulla New Republic di Marty Peretz, dicendo di lui: "Nel suo recente libro The Good Fight [La buona battaglia], Peter Beinart spiega perché una nuova politica di sicurezza nazionale più rigida sia essenziale per il futuro delle politiche progressiste, così come un fronte unito contro totalitarismo e comunismo era essenziale per il New Deal e per la Grande Società". (Questo capitolo di The Plan è intitolato: "Chi ha affondato la mia nave da guerra". Non c'è bisogno di dire che la nave da guerra non è la USS Liberty). A Emanuel e Reed piace anche la proposta di Anne-Marie Slaughter di "una divisione del lavoro nella quale le Nazioni Unite si occupano dell'assistenza economica e sociale, mentre una NATO allargata (!) porta il fardello della sicurezza collettiva". In altre parole le Nazioni Unite svolgono il lavoro caritatevole mentre la NATO, dominata dagli USA, fa il poliziotto mondiale. Che visione. E la loro richiesta di più truppe è condivisa dai repubblicani neocon, mentre il Weekly Standard di William Kristol la scorsa settimana chiedeva 250.000 uomini in più per l'esercito.
[3] http://money.cnn.com/2006/09/17/
[4] http://www.radioislam.org/islam/english/jewishp/usa/rahmzion.htm
[5] http://www.cnionline.org/learn/polls/czandlobby/index2.htm
[6] J. Palestine Studies, 23: 84(1994).

Originale: Emanuel's War Plan for Democrats: the Book of Rahm

giovedì, novembre 06, 2008

I consiglieri di Obama discutono la preparazione della guerra all'Iran

I consiglieri di Obama discutono la preparazione della guerra all'Iran

di Peter Symonds


Lunedì, alla vigilia delle elezioni statunitensi, il New York Times ha cautamente fatto notare l'emergere di un consenso bipartisan a Washington su una strategia aggressiva nei confronti dell'Iran. Mentre nel corso della campagna non è stato detto praticamente niente, dietro le quinte i principali consiglieri di Obama e McCain hanno discusso della rapida escalation della pressione diplomatica e di sanzioni punitive contro l'Iran, sostenute dalla preparazione di attacchi militari.

L'articolo intitolato "New Beltway Debate: What to do about Iran" ("Il nuovo dibattito nell'establishment politico di Washington: che fare con l'Iran") notava con un certo allarme: "È una possibilità spaventosa, ma non è solo l'amministrazione dal grilletto facile di Bush a discutere, anche se solo teoricamente, la possibilità di un'azione militare contro l'Iran per fermarne il programma di armi nucleari... Membri ragionevoli di entrambi i partiti stanno esaminando la cosiddetta opzione militare, oltre a nuove iniziative diplomatiche".

All'insaputa degli elettori americani i consiglieri più vicini al neoeletto presidente Barack Obama hanno preparato lo scenario per una grossa escalation nello scontro con l'Iran non appena l'amministrazione si insedierà. Un rapporto pubblicato a settembre dal Bipartisan Policy Center, un think tank con sede a Washington, ha sostenuto che un Iran con capacità nucleari sarebbe "strategicamente insostenibile" e ha descritto un approccio deciso, "che integri nuovi strumenti diplomatici, economici e militari".

Un membro chiave della task force del centro era l'attuale consigliere di Obama sul Medio oriente, Dennis Ross, ben noto per la sua linea aggressiva. Ross ha appoggiato l'invasione statunitense dell'Iraq ed è molto vicino a neoconservatori come Paul Wolfowitz. Ha lavorato per Wolfowitz nelle amministrazioni Carter e Reagan prima di occuparsi di Medio Oriente sotto il presidente Bush senior e Clinton. Dopo avere lasciato il Dipartimento di Stato nel 2000, si è unito al think tank proisraeliano di destra, il Washington Institute for Near East Policy, e ha lavorato come analista di politica estera per la Fox News.

Il resoconto del Bipartisan Policy Center insiste sul fatto che ci sia poco tempo, affermando che "i progressi di Teheran indicano che la prossima amministrazione potrebbe avere poco tempo e ancor meno opzioni di fronte a questa minaccia". Respinge senza ombra di dubbi gli argomenti di Teheran secondo i quali il programma nucleare avrebbe scopi pacifici e il National Intelligence Estimate delle agenzie di Intelligence statunitensi del 2007, secondo cui l'Iran aveva terminato ogni programma di fabbricazione di armi nucleari nel 2003.

Il resoconto critica l'incapacità dell'amministrazione Bush di bloccare il programma nucleare iraniano, ma la sua strategia è essenzialmente la stessa: incentivi limitati sostenuti da sanzioni economiche più dure e minacce di guerra. Il suo piano per consolidare il supporto internazionale si fonda anch'esso sull'attacco militare preventivo all'Iran. Russia, Cina e le potenze dell'Unione Europea devono sapere che la mancata applicazione di sanzioni più dure, incluso un provocatorio blocco dell'esportazione del petrolio iraniano, non farà che aumentare la probabilità di una guerra.

Per sottolineare questi avvertimenti, la relazione propone che gli Stati Uniti rafforzino immediatamente la propria presenza militare nel Golfo Persico. "Questo dovrebbe accadere il giorno dell'insediamento del nuovo Presidente, soprattutto perché la Repubblica islamica e i suoi alleati potrebbero cercare di testare la nuova amministrazione. Questo gesto implicherebbe il pre-posizionamento degli Stati Uniti e delle forze alleate, la distribuzione di ulteriori gruppi tattici di portaerei e dragamine, e il dispiegamento di ulteriore materiale bellico nella regione", afferma il rapporto.

Con un linguaggio che ricorda da vicino quello di Bush, per il quale "tutte le opzioni restano sul tavolo", il resoconto dichiara: "Crediamo che un attacco militare sia un'opzione concreta e debba rimanere l'estremo rimedio per ritardare il programma nucleare iraniano". Tale attacco militare "avrebbe come obiettivo non solo le infrastrutture nucleari iraniane, ma anche la sua infrastruttura militare convenzionale, al fine di impedire una risposta iraniana".

Significativamente, la relazione è stata elaborata da Michael Rubin, del neoconservatore American Enterprise Institute, che è stato fortemente coinvolto nella promozione dell'invasione irachena del 2003. Un certo numero di consulenti democratici di Obama "ha approvato all'unanimità" il documento, tra cui Dennis Ross, l'ex senatore Charles Robb, che ha co-presieduto la task force, e Ashton Carter, che è stato assistente segretario per la difesa sotto Clinton.

Carter e Ross hanno inoltre partecipato alla stesura di una relazione per il bipartisan Center for a New American Security, pubblicata nel mese di settembre, nella quale si concludeva che l'azione militare contro l'Iran dovrebbe essere "un elemento da tenere in considerazione in ogni reale opzione". Mentre Ross ha esaminato le opzioni diplomatiche nei dettagli, Carter ha definito gli "elementi militari" che dovevano sottenderle, compresa un'analisi costi/benefici di un bombardamento aereo statunitense contro l'Iran.

Altri consulenti per la politica estera e la difesa di Obama hanno preso parte a questo dibattito. Una dichiarazione dal titolo "Strengthening the Partnership: How to deepen US-Israel cooperation on the Iranian nuclear challenge" ("Rafforzare il partenariato: come approfondire la cooperazione USA-Israele sulla sfida nucleare iraniana"), redatta nel mese di giugno da una task force del Washington Institute for Near East Policy, raccomanda all'amministrazione successiva di condurre colloqui con Israele "sull'intera gamma di opzioni politiche", comprese le "azioni militari preventive". Ross è stato co-presidente della task force, e alla stesura del documento hanno partecipato alcuni dei principali consulenti di Obama, Anthony Lake, Susan Rice e Richard Clarke.

Come ha notato il New York Times di lunedì, il consulente per la difesa di Obama, Richard Danzig, ex segretario della marina sotto Clinton, ha partecipato ad una conferenza sul Medio Oriente convocata nel mese di settembre dallo stesso think tank proisraeliano. Ha detto al pubblico che il suo candidato ritiene che un attacco militare contro l'Iran sarebbe una scelta "terribile", ma "può essere che in un mondo terribile dovremo affrontare una scelta terribile". Richard Clarke, anch'egli presente, ha dichiarato che secondo Obama "la crescente influenza di Teheran va frenata, e l'acquisizione iraniana di un'arma nucleare è inaccettabile." Benché "il suo primo istinto non sia quello di premere il grilletto", Clarke ha dichiarato che "se le circostanze richiedessero l'uso della forza militare, Obama non esiterebbe".

Se l'articolo del New York Times era abbastanza smorzato e non esaminava le relazioni molto approfonditamente, la scrittrice Carol Giacomo si è mostrata chiaramente preoccupata per i parallelismi con l'invasione americana dell'Iraq. Dopo aver ricordato che "l'opinione pubblica americana è in gran parte ignara di questo dibattito", ha dichiarato: "Quello che mi rende nervosa è che nella fase di preparazione alla guerra in Iraq è accaduto proprio questo".

Giacomo ha continuato: "Gli uomini dell'amministrazione Bush hanno guidato il dibattito, ma chi ne era al corrente ne è stato complice. La questione è stata posta e ha ricevuto una risposta nei circoli politici americani prima che la maggior parte degli americani sapesse che cosa stava accadendo... Come corrispondente diplomatico per Reuters in quei giorni, mi sento un po' di responsabilità per non aver fatto di più per assicurarmi che la catastrofica decisione di invadere l'Iraq fosse esaminata più attentamente"

L'emergente consenso sull'Iran negli ambienti della politica estera americana sottolinea ancora una volta il fatto che le differenze tra Obama e McCain erano puramente tattiche. Mentre milioni di americani hanno votato per il candidato democratico credendo che avrebbe posto fine alla guerra in Iraq e dato ascolto alle loro necessità economiche, potenti sezioni dell'élite americana si sono accodate a lui considerandolo un veicolo migliore per perseguire gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente e Asia centrale, compreso l'uso della forza militare contro l'Iran.

Originale: Obama advisers dicuss preparations for war on Iran

Articolo originale pubblicato il 6/11/2008

Andrej Andreevič è associato a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.