martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6715&lg=it

Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

Eine Kleine Nacht Murder: Come i capi israeliani uccidono per i voti del loro popolo

di Gilad Atzmon

Per capire l'ultima devastante omicida operazione di Israele a Gaza bisogna comprendere profondamente l'identità israeliana e il suo intrinseco odio verso chiunque non sia ebreo e in particolare verso gli arabi. Questo odio permea il curriculum israeliano, viene predicato dai leader politici ed è implicito nelle loro azioni, è espresso dalle figure culturali di riferimento, perfino nello schieramento della cosiddetta “sinistra israeliana”.

Sono cresciuto in Israele negli anni Settanta. Quelli della mia generazione adesso occupano posizioni di rilievo nell'esercito, nella politica, nell'economia, nel mondo accademico e nelle arti di Israele. Ci hanno addestrati a credere che “un buon arabo è un arabo morto”. Poche settimane prima che entrassi nell'Esercito di Difesa israeliano (IDF), all'inizio degli anni Ottanta, il Capo di Stato Maggiore Generale Rafael Eitan annunciò che “gli arabi erano scarafaggi drogati dentro una bottiglia”. La passò liscia, e la passò liscia anche dopo il massacro di molte migliaia di civili libanesi nella Prima Guerra del Libano. In breve, gli israeliani riescono sempre a farla franca.

Per fortuna, e per ragioni che ancora superano la mia comprensione, a un certo punto mi svegliai da quel letale sogno ebraico. A un certo punto lasciai lo Stato ebraico, mi sottrassi all'incitazione all'odio, divenni oppositore dello Stato ebraico e di qualsiasi altra forma di politica ebraica. Sono però profondamente convinto che sia mio dovere primario spiegare a chiunque sia disposto ad ascoltami con chi abbiamo a che fare.

Se il Sionismo doveva servire a trasformare gli ebrei e, “dando loro uno Stato”, renderli uguali a tutti gli altri popoli, ha fallito miseramente. La barbarie israeliana che abbiamo visto questa settimana e troppe volte in passato va ben oltre la bestialità. È uccidere per il gusto di uccidere. Ed è indiscriminata.

A Occidente non molte persone sono consapevoli del fatto devastante che uccidere arabi e in particolare palestinesi sia una ricetta politica israeliana molto efficace. Gli israeliani sono un popolo confuso. Mentre insistono a considerarsi una nazione alla ricerca di “Shalom” [1], adorano però essere guidati da politici con sorprendenti trascorsi criminali. Che si tratti di Sharon, Rabin, Begin, Shamir o Ben Gurion, gli israeliani apprezzano che i loro “capi democraticamente eletti” siano falchi bellicosi con le mani grondanti di sangue e con solide credenziali in fatto di crimini contro l'umanità.

Mancano poche settimane alle elezioni in Israele, e a quanto pare sia il candidato di Kadima, il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, che il candidato laburista, il Ministro della Difesa Ehud Barak, arrancano dietro il candidato del Likud, il famigerato falco Benjamin (Bibi) Netanyahu. Livni e Barak hanno dunque bisogno della loro piccola guerra. Devono dimostrare agli israeliani di sapersela cavare con i massacri.

Livni e Barak devono dare agli elettori la dimostrazione concreta di essere in grado di compiere carneficine devastanti, così che gli israeliani possano fidarsi dei loro capi. È la loro unica possibilità di farcela contro Netanyahu. A quanto pare Livni e Barak stanno sganciando tonnellate di bombe sui civili palestinesi e sulle loro scuole e ospedali perché questo è esattamente ciò che gli israeliani vogliono vedere.

Sfortunatamente gli israeliani non sono noti per la loro clemenza e misericordia. Anzi, la vendetta e le ritorsioni li appagano, la loro ferocia illimitata li rallegra. Quando all'ex Comandante dell'aviazione israeliana Dan Halutz fu chiesto come fosse sganciare una bomba su un popoloso quartiere di Gaza, la sua risposta fu secca e precisa: “È come un leggero colpo sull'ala destra”. La mortale freddezza di Dan Halutz gli guadagnò di lì a poco la promozione a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Difesa israeliano. È stato il Generale Halutz a guidare l'esercito israeliano nella Seconda Guerra del Libano, è stato quest'uomo a mettere in atto la distruzione delle infrastrutture libanesi e di ampie zone di Beirut.

A quanto pare, nella politica israeliana il sangue arabo si traduce in voti. Sarebbe ovviamente ragionevolissimo accusare Livni, Barak e l'attuale Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ashkenazi di omicidio di primo grado, crimini contro l'umanità e palese violazione della Convenzione di Ginevra. Ma sarebbe ancora più sensato ricordare che Israele è una “democrazia”. Livni, Barak e Ashkenazi stanno dando al popolo israeliano ciò che vuole: si chiama sangue arabo, e deve scorrere abbondante. Questa costante pratica omicida condotta dalle autorità israeliane riflette tutto il popolo israeliano ancor più che i singoli generali e capi politici. Abbiamo a che fare con una società barbara che agisce sotto la spinta della sete di sangue e di inclinazioni letali. Non dovrebbe esserci alcun dubbio, non c'è spazio per questa gente tra gli altri paesi.

La grande domanda è perché gli israeliani siano così alieni da qualsiasi principio di umanità. I più generosi e ingenui tra noi potranno ipotizzare che la Shoah abbia lasciato una profonda cicatrice nell'animo israeliano. Questo può spiegare perché gli israeliani stiano ossessivamente coltivando quel ricordo con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle della Diaspora. Gli israeliani dicono “mai più”, intendendo che Auschwitz non dovrebbe accadere mai più, e questo in qualche modo li autorizza a punire i palestinesi per i crimini commessi dai nazisti. I realisti tra noi non credono più a questa spiegazione. Cominciano ora ad ammettere che sia più che possibile che gli israeliani siano così incredibilmente feroci solo perché sono fatti così. Va ben oltre la razionalità o le ipotesi pseudo-analitiche. Dicono: “così sono fatti gli israeliani, e non possiamo più farci molto”. I realisti tra noi giungono ad ammettere che uccidere è il modo in cui gli israeliani interpretano il loro essere ebrei. Purtroppo molti di noi hanno finito per riconoscere che non esiste un sistema laico e alternativo di valori umani che sostituisca quello criminale e omicida. Lo stato ebraico dimostra che l'autonomia nazionale ebraica è un concetto disumano.

Sono cresciuto nell'Israele post-1967. Sono stato allevato all'indomani della mitica vittoria israeliana, ci hanno insegnato il culto dell'israeliano che “spara senza prendere la mira” e reagisce d'istinto, del commando che scarica i suoi mitragliatori Uzi sugli arabi e riesce a vincere contro quattro eserciti in soli sei giorni.

Ci ho messo vent'anni a capire che l'israeliano che “spara senza prendere la mira” era in realtà un maestro degli omicidi indiscriminati. Barak era uno degli eroi del 1967, ed era un maestro delle uccisioni indiscriminate. A quanto pare il gabinetto israeliano ha appena approvato il suo piano per la più grande offensiva su Gaza dal 1967. Livni è più o meno mia coetanea, e a quanto pare ha assimilato il messaggio. Sta ora accumulando le necessarie credenziali di omicida indiscriminata. Barak e Livni stanno trascinando Israele e la Palestina in una campagna elettorale fatta di massacri. Il sangue arabo e palestinese è il carburante della politica israeliana.

Posso solo suggerire a Livni e Barak che tutto questo potrebbe non aiutarli nelle prossime elezioni. Netanyahu è un vero autentico falco. Non deve fingere di essere un assassino, e per quanto io possa disprezzarlo non ha ancora trascinato Israele in una guerra. Probabilmente capisce meglio di loro il potere della deterrenza.

[1] Quando si parla di pace, non confondete “shalom” con “pace” o “salam”. Se pace e salam si riferiscono alla riconciliazione e al compromesso, shalom significa sicurezza per il popolo ebraico a scapito dell'ambiente circostante.

Originale: Eine Kleine Nacht Murder: How Israeli Leaders Kill for their People's Votes

Pubblicato il 29 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6705&lg=it

lunedì, dicembre 29, 2008

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza

Disinformazione, segreti e bugie: come si è svolta l'offensiva di Gaza
di Barak Ravid, Haaretz

Lunga preparazione, accurata raccolta di informazioni, discussioni segrete, studiato depistaggio dell'opinione pubblica: tutti questi elementi stanno dietro l'operazione “Piombo fuso” lanciata sabato mattina dalle Forze di Difesa israeliane contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza.

Lo sforzo di disinformazione, secondo gli ufficiali della difesa, ha colto di sorpresa Hamas e ha contribuito ad aumentare in misura significativa il numero delle sue perdite nell'attacco.

Secondo fonti degli ambienti della difesa il Ministro della Difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze israeliane di prepararsi all'operazione più di sei mesi fa, nonostante la negoziazione di un accordo con Hamas per il cessate il fuoco. Secondo queste fonti, Barak disse che se la tregua avrebbe consentito ad Hamas di prepararsi a uno scontro con Israele, anche l'esercito israeliano aveva bisogno di tempo per prepararsi. Barak ordinò un vasto lavoro di raccolta di informazioni per cercare di mappare l'infrastruttura della sicurezza di Hamas e di altre organizzazioni militanti che operano nella Striscia.

Questo lavorio di intelligence procurò informazioni sulle basi permanenti, i depositi di armi, i campi d'addestramento, le case degli ufficiali e le coordinate di altre strutture dell'organizzazione.

Il piano d'azione messo in atto nell'Operazione “Piombo Fuso” è rimasto sulla carta fino a un mese fa, quando si sono riacutizzate le tensioni dopo che l'Esercito israeliano ha compiuto un'incursione a Gaza durante la tregua per eliminare un tunnel che secondo l'esercito doveva servire a facilitare un attacco di militanti palestinesi contro le truppe dell'IDF.

Il 19 novembre, a seguito di decine di razzi Qassam e colpi di mortaio esplosi sul suolo israeliano, il piano è stato sottoposto all'approvazione finale di Barak. Giovedì 18 dicembre il Primo Ministro Ehud Olmert e il Ministro della Difesa si sono incontrati nel quartier generale dell'IDF nel centro di Tal Aviv per approvare l'operazione.

Tuttavia hanno deciso di tenere l'operazione in sospeso per vedere se Hamas avrebbe cessato il fuoco dopo lo scadere della tregua. Dunque non hanno ancora sottoposto il piano all'approvazione del Gabinetto, ma hanno informato il Ministro degli Esteri Tzipi Livni degli sviluppi.

Quella sera, in una dichiarazione alla stampa, l'Ufficio del Primo Ministro ha detto che “se i lanci da Gaza continueranno, lo scontro con Hamas sarà inevitabile”. Nel fine settimana, vari ministri del gabinetto di Olmert hanno inveito contro di lui e contro per la mancata risposta ai lanci di Qassam da parte di Hamas.

“Questo schiamazzo avrebbe reso impossibili Entebbe o la Guerra dei Sei Giorni”, ha detto Barak rispondendo alle accuse. Il gabinetto è stato poi convocato per mercoledì, ma l'Ufficio del Primo Ministro ha depistato i media dicendo che il dibattito si sarebbe concentrato sul jihad globale. I ministri hanno saputo solo quella mattina che si sarebbe invece discusso dell'operazione a Gaza.

Riassumendo alla stampa gli argomenti del dibattito, l'Ufficio del Primo Ministro ha dedicato una sola riga alla situazione di Gaza rispetto all'intera pagina riguardante la messa al bando di 35 organizzazioni islamiche.

Nella riunione di gabinetto invece si è svolto un dibattito di cinque ore sull'operazione durante la quale i ministri sono stati aggiornati molto dettagliatamente sui possibili piani d'azione. “È stata un'esposizione molto particolareggiata”, ha detto un ministro.

Il ministro ha poi aggiunto: “Hanno capito tutti in che genere di periodo stiamo entrando e a quali scenari tutto questo potrebbe condurre. Nessuno può dire di non sapere cos'ha votato”. Secondo il ministro la discussione avrebbe dimostrato che le lezioni della Commissione Winograd sulla conduzione della Seconda Guerra del Libano del 2006 sono state “perfettamente assimilate”.

Alla fine del dibattito i ministri hanno votato all'unanimità a favore dell'attacco, lasciando al Primo Ministro al Ministro della Difesa e al Ministro degli Esteri la scelta dei tempi.

Mentre Barak lavorava agli ultimi dettagli con i responsabili dell'operazione, Livni è andata al Cairo a informare il presidente egiziano, Hosni Mubarak, che Israele aveva deciso di colpire Hamas.

Parallelamente Israele ha continuato a disseminare disinformazione, annunciando che avrebbe aperto i valichi della Striscia di Gaza e che Olmert avrebbe deciso se lanciare o meno l'attacco dopo altri tre dibattiti nella giornata di domenica, vale a dire un giorno dopo l'ordine effettivo che ha dato inizio all'operazione.

“Hamas ha evacuato tutto il personale del suo quartier generale dopo la riunione di gabinetto di mercoledì”, ha detto un responsabile della difesa, “ma l'organizzazione ha rimandato tutti al loro posto quando ha saputo che era tutto sospeso fino a domenica”.

La decisione finale è stata presa venerdì sera, quando Barak ha incontrato il Capo di Stato Maggiore, il Generale Gabi Ashkenazi, il capo del Servizio di Sicurezza Shin Bet Yuval Diskin e il capo dell'Intelligence Militare Amos Yadlin. Ore dopo Barak ha visto Olmert e Livni per un ultimo incontro nel quale i tre hanno impartito gli ordini all'aviazione.

Tra venerdì sera e sabato mattina sono stati informati dell'attacco imminente i capi dell'opposizione e figure politiche di rilievo, tra cui il presidente del Likud Benjamin Netanyahu, Avigdor Liebermen di Yisrael Beiteinu, Haim Oron del Meretz, il Presidente Shimon Peres e la presidente della Knesset Dalia Itzik.

Originale: Disinformation, secrecy and lies: How the Gaza offensive came about

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

La versione israeliana di "Shock and Awe"

L'offensiva su Gaza è la versione israeliana di “Shock and awe”
di Amos Harel, Haaretz

I fatti sul fronte meridionale che hanno avuto inizio alle 11.30 di sabato mattina sono quanto di più vicino ci sia a una guerra tra Israele e Hamas. È difficile accertare (geograficamente) dove arriverà la violenza e quanto durerà prima che l'intervento internazionale imponga una cessazione delle ostilità. In ogni caso l'attacco israeliano non è semplicemente un altra operazione “chirurgica” o un bombardamento mirato. È il più violento assalto dell'Esercito di Difesa israeliano contro Gaza dalla presa del territorio nella Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Fonti palestinesi a Gaza riferiscono che sono stati distrutti 40 obiettivi nell'arco di tre-cinque minuti. Si è dunque trattato di un attacco massiccio sulla falsariga di ciò che gli americani definirono “shock and awe”, colpisci e terrorizza, al tempo dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Bombardamento pesante e simultaneo di diversi obiettivi sui quali Israele aveva raccolto informazioni per mesi: la lista dei bersagli comprende decine di altri siti legati ad Hamas, alcuni dei quali verranno certamente attaccati nei prossimi giorni.

Come l'attacco statunitense contro l'Iraq e la reazione israeliana al rapimento dei riservisti dell'IDF Eldad Regev e Ehud Goldwasser all'inizio della Seconda Guerra del Libano (la “notte dei missili Fajr”, riferimento alla distruzione dell'arsenale di missili a medio raggio Fajr di Hezbollah), scarsa o nessuna attenzione è stata apparentemente prestata alla possibilità di colpire civili innocenti. Dal punto di vista israeliano, Hamas, che continua a lanciare razzi usando come scudo la popolazione civile, aveva avuto tutte le possibilità di salvare la faccia e abbassare il livello delle proprie rivendicazioni. Ostinandosi a lanciare razzi, nelle ultime settimane, si sarebbe tirata addosso questo attacco.

La decisione finale sulla tempistica dell'operazione è stata presa sabato mattina nel corso di consultazioni tra il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore dell'IDF e i generali dell'esercito. Il gabinetto ha approvato l'attacco nell'ultima riunione di mercoledì. Da allora il governo ha atteso l'occasione per colpire. A quanto pare, un'informazione dei servizi secondo cui i membri del braccio militare di Hamas stavano per riunirsi ha velocizzato il processo decisionale che ha portato al via libera. Secondo le prime notizie da Gaza, sono stati colpiti vari alti rappresentanti di Hamas. Tuttavia dev'essere ancora stabilita la portata dei danni inflitti alla dirigenza del gruppo. L'obiettivo di Israele è chiaro: infliggere il colpo più grave possibile alla catena di comando di Hamas per metterne fuori uso le capacità operative. Presumibilmente ciò non impedirà lanci di razzi sulle città del Negev, ma probabilmente renderà più difficile ad Hamas condurre attacchi più gravi contro Israele.

Da sabato pomeriggio l'aviazione israeliana mantiene una presenza significativa nei cieli di Gaza sperando di intercettare cellule lanciarazzi di Hamas e del Jihad islamico. Ma la pioggia di razzi caduta su Netivot (dove un israeliano è stato ucciso da un Grad che ha colpito in pieno la sua abitazione), Ashkelon e le comunità che confinanti con la Striscia di Gaza è solo un assaggio. La difesa israeliana si sta preparando a un'ondata di razzi che si prevede possa superare i 100 al giorno, alcuni dei quali probabilmente raggiungeranno la portata massima attualmente a disposizione di Hamas, 40 chilometri, una distanza che arriva fino ai margini di Be'er Sheva e Ashdod.

Sarebbe ragionevole supporre che Hamas si stia preparando a giocare un'altra sorpresa alla Hezbollah: da tentare di abbattere un aereo dell'aviazione israeliana al colpire siti strategici come il porto di Ashdod. Il Comando dell'IDF ha già organizzato uno spiegamento massiccio delle sue forze con il compito di istruire gli abitanti del Negev a restare in casa (l'urgenza di queste istruzioni è proporzionale alla vicinanza alla Striscia di Gaza). Inoltre sono state richiamate alcune centinaia di riservisti.

La riluttanza di Israele ad agire contro Hamas ha le sue radici nel trauma della Seconda Guerra del Libano. Il grande problema, naturalmente, non è legato alle capacità operative dell'aviazione, ma all'opportunità di lanciare o no un'invasione via terra. Il governo deciderà in questo senso? E l'IDF è capace di condurre un tipo di missione che fallì contro Hezbollah? È ragionevole supporre che la situazione diventerà più chiara tra tre o quattro giorni. Fino ad allora, ci sia aspetta che l'aviazione continui il proprio assalto, che sarà assistito dalla limitata attività di unità relativamente piccole a terra.

Per come stanno andando le cose, Israele si è prefisso obiettivi modesti: indebolire il regime di Hamas a Gaza e ripristinare una tregua prolungata ai confini a condizioni più vantaggiose per noi dopo un compromesso imposto a livello internazionale. Hamas, con i suoi continui lanci sul Negev nelle ultime settimane, ha valutato male le intenzioni di Israele facendosi trascinare in una guerra che difficilmente voleva. Adesso Israele deve fare attenzione a non cadere nella propria trappola.

Originale: IAF strike on Gaza is Israel's version of 'shock and awe'

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

domenica, dicembre 28, 2008

Dove porta la politica del bastone e della carota

Dove porta la politica del bastone e della carota

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

Se vi state chiedendo quale potrebbe essere la storia di copertura che porterà con sé l'approvazione ufficiale americana dell'attuale carneficina a Gaza, potrebbe essere d'aiuto ricordare il cosiddetto Piano d'azione del marzo 2007. In tale documento, fatto trapelare a un giornale giordano, si profilava una duplice politica: umiliazione e vessazione del governo di Hamas nella Striscia di Gaza, e cooperazione internazionale per una West Bank economicamente e politicamente prospera. (Link e altro materiale sono disponibili se si cerca "Action Plan" nella casella di ricerca in alto a sinistra di questa pagina*).

Un articolo di qualche giorno fa (pubblicato sul New York Times, giusto per non farsi notare), in cui si parlava dell'ultima visita di Condoleeza Rice a Jenin, in Cisgiordania, conteneva una celebrazione della storiella della rinascita economica della Cisgiordania:
Oggi, però, Jenin è una vetrina di successo per l'Autorità palestinese, dopo la campagna di ordine e giustizia compiuta la scorsa primavera da forze di sicurezza palestinesi appositamente addestrate, e un esempio di come una situazione particolarmente spinosa possa essere capovolta.
L'attuale ferocia scatenatasi su Gaza può essere vista come il rovescio di questa politica israeliana, vale a dire l'umiliazione e la vessazione di Gaza fintanto che è controllata da Hamas. Questa umiliazione doveva essere messa in pratica soprattutto nel settore delle forze di sicurezza con il finanziamento di una nuova agenzia di sicurezza fedele ad Abbas e Fatah, sotto la sapiente supervisione del generale americano Keith Dayton, il cui lavoro è celebrato nel citato articolo del NYT in questo modo:
Nel mese di maggio a Jenin sono stati dispiegati circa 600 membri del personale di sicurezza palestinese, alcuni dei quali addestrati in Giordania nel quadro di un programma sponsorizzato dagli Stati Uniti in appoggio alle forze già dispiegate. La maggior parte di questi uomini è stata riassegnata ad altre parti della Cisgiordania, compresa Hebron.

Il Luogotenete Generale W. Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americano, ha detto ai giornalisti che l'esercitazione era stata un "grande successo", e che gli israeliani avevano detto di aver ridotto le loro incursioni a Jenin di circa il 40 per cento.
Ovviamente il "grande successo" nella parte relativa a Gaza di questa duplice strategia è stao più difficile da ottenere: du qui la decisione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di ricorrere a ciò che stiamo vedendo.

Proprio come il bombardamento americano di Sadr City durante le campagne di sicurezza di Maliki fu dettato dalla strategia di dividere l'Iraq per conquistarlo (il nuovo aeroporto di Najaf fu aperto più o meno in quel periodo, con lo stesso tipo di celebrazioni per la "rinascita economica" che abbiamo visto sul NYT in relazione a Jenin), così il bombardamento di Gaza nel contesto globale della strategia americana per la Palestina. I nostri amici devono prosperare, e la resistenza languire.

Allora la cieca arroganza di tutto ciò era forse meno ovvia di ora, perché con il fallimento continuo della politica i mezzi diventano sempre più feroci e barbari. Ed è sempre più chiaro che è l'America ad essere fuori controllo, non la resistenza.

Sarebbe bene, al tempo stesso, ricordare da dove proviene questo potenziale distruttivo, in termini di quadro strategico globale in cui è cresciuto l'establishment americano. Per esempio, tanto per cominciare, ne fa parte la natura di ispirazione politica della filosofia dello "sviluppo economico" della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

A proposito, dov'è finita l'idea di "diplomazia pubblica" di cui abbiamo tanto sentito parlare negli ultimi tempi?

* Qui il link all'articolo in cui si parla del piano in questione, altri approfondimenti qui, qui e qui [N.d.T]

Originale: Where the carrot and stick policy leads

Pubblicato il 28 dicembre 2008

Testimoni internazionali raccontano il bombardamento di Gaza

Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitate il sito http://www.FreeGaza.org oppure a contattare le persone elencate in fondo all'articolo.

(Gaza assediata, Palestina - 27 dicembre 2008) - Difensori dei diritti umani di Libano, Regno Unito, Polonia, Canada, Spagna, Italia e Australia si trovano a Gaza, dove sono testimoni dei bombardamenti in corso.

A causa della politica israeliana di negare l'accesso ai media internazionali, ai difensori dei diritti umani e alle agenzie di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza Occupata, molti di questi difensori dei diritti umani sono arrivati a Gaza con le barche del Movimento Free Gaza. Le barche di Free Gaza hanno spezzato l'assedio di Gaza cinque volte negli ultimi quattro mesi.

“Al momento degli attacchi mi trovato sulla via Omar Mukhtar e ho visto un ultimo razzo colpire la strada a 150 metri da me, dove la folla era già accorsa per estrarre i morti dalle macerie. Ambulanze, camion, auto, tutti i mezzi vengono usati per portare i feriti agli ospedali. Gli ospedali hanno dovuto evacuare i loro pazienti per fare spazio ai feriti. Mi hanno detto che negli obitori non c'è abbastanza posto per i cadaveri e che c'è una grande carenza di sangue nelle banche del sangue. Ho appena saputo che tra i civili uccisi oggi c'era la madre dei miei cari amici del campo di Jabalya”.
- Eva Bartlett (Canada), Movimento di Solidarietà Internazionale

“I missili israeliani hanno colpito un campo giochi e l'affollato mercato di Diere Balah, abbiamo visto le conseguenze, molti erano feriti e a quanto si dice alcuni sono morti. Tutti gli ospedali della Striscia di Gaza sono già pieni di feriti e non hanno né i farmaci né le possibilità di curarli. Israele sta commettendo crimini contro l'umanità, sta violando il diritto internazionale e i diritti umani, ignorando le Nazioni Unite e progettando attacchi ancora peggiori di questo. Il mondo deve agire immediatamente e intensificare gli appelli per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele; i governi non devono limitarsi alle parole di condanna ma porre freno subito e attivamente a Israele e togliere l'assedio di Gaza”
- Ewa Jasiewicz (polacca e britannica) Movimento Free Gaza

“L'obitorio dell'ospedale di Shifa non ha più posto per i cadaveri, così cadaveri e resti umani sono sparsi per tutto l'ospedale.”
- Dr. Haidar Eid, (palestinese, sudafricano) Professore di Studi Sociali e Culturali, Università di Al Aqsa, Gaza

“Le bombe hanno cominciato a cadere proprio mentre i bambini tornavano da scuola. Sono uscito sulle scale e una bambina terrorizzata di cinque anni si è precipitata tra le mie braccia singhiozzando”.
- Sharon Lock (australiana) Movimento di Solidarietà Internazionale

“È incredibilmente triste. Questo massacro non porterà a una maggiore sicurezza per lo Stato di Israele né gli permetterà di far parte del Medio Oriente. Adesso ovunque si sentono chiamate alla vendetta”.
- Dr. Eyad Sarraj - Presidente del Centro di Salute Mentale della Comunità di Gaza

“Mentre sto parlando hanno appena colpito un edificio a 200 metri da qui. C'è fumo ovunque. Stamane ero andata nell'edificio vicino a dove vivo, a Rafah, che era stato colpito. Due ruspe hanno cercato subito di sgombrare le macerie. Pensavano di avere trovato tutti i corpi. Quando siamo arrivati ne hanno trovato un altro”.
- Jenny Linnel (britannica) Movimento di Solidarietà Internazionale

“La casa in cui sto è situata davanti all'edificio di sicurezza preventiva. Si sono rotti tutti i vetri delle finestre. La casa è stata gravemente danneggiata.
A causa dell'assedio non ci sono né vetro né materiali edilizi per riparare i danni. Un ragazzino nella nostra casa è svenuto. Un ragazzino di otto anni è rimasto tremante a terra per un'ora. Di fronte alla nostra casa abbiamo trovato i corpi di due ragazzine sotto una macchina, completamente carbonizzate. Stavano tornando a casa da scuola. Questo è più di una punizione collettiva. Ci trattano come animali da laboratorio. Ho vissuto il bombardamento israeliano di Beirut e il messaggio di Israele a Gaza è lo stesso, il massacro di civili. C'è appena stata un'altra esplosione, fuori!”
- Natalie Abu Eid (Libano) Movimento di Solidarietà Internazionale

-----

Difensori dei diritti umani a Gaza (disponibili per interviste):

Dr. Eyad Sarraj (arabo e inglese) 972 599400424

Ewa Jasiewicz, Co-coordinatrice di Free Gaza a Gaza (polacco, arabo, inglese) - 972 59 8700497

Dr. Haider Eid (inglese e arabo) 972 59 9441766

Sharon Lock (inglese) 972 59 8826513

Vittorio Arrigoni (italiano) 972 59 8378945

Fida Qishta (inglese e arabo) 972 599681669

Jenny Linnel (inglese) 972 59 87653777

Natalie Abu Shakra (arabo e inglese) 0598336 328

Per maggiori informazioni sul Movimento Free Gaza o o sul Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), contattare in Cisgiordania:

Adán Taylor (ISM) - 972 59 8503948

Lubna Masarwa (Free Gaza) - 972 50 5633044

###########

Il Movimento Free Gaza, un gruppo di difensori dei diritti umani, ha mandato due barche a Gaza nell'agosto del 2008. Sono state le prime navi internazionali a giungere in quel porto dopo 41 anni. Da agosto si sono svolti altri quattro viaggi che hanno portato a Gaza parlamentari, attivisti dei diritti umani e altre personalità perché documentassero le conseguenze delle misure draconiane applicate da Israele ai civili di Gaza.

Originale: International Witnesses speak out from Gaza

Articolo originale pubblicato il 27/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

A proposito di Gaza

A proposito di Gaza

di Marc Lynch

L'opinione pubblica araba sta esprimendo la propria rabbia per i bombardamenti su Gaza. Una parte significativa di questa rabbia è diretta verso i leader arabi, che sono stati a lungo zitti e (secondo alcuni) complici di tutto questo. La foto qui sotto, del ministro degli esteri egiziano col primo ministro israeliano Livni, è diventata un simbolo di questa campagna. Mentre negli Stati Uniti, presi come sono dalle vacanze e dalle manovre di transizione, nessuno sembra prestare attenzione, consiglierei di vedere se la profonda rabbia araba che sta montando a proposito di Gaza esploderà... soprattutto in Egitto.



Due punti degni di nota. Primo, i media arabi sembrano dividersi lungo le ormai familiari linee editoriali, con al Jazeera e al Arabiya ad esemplificare i due approcci contrapposti. Se la campagna di bombardamenti sarà il preludio ad una più ampia offensiva a Gaza, sarà interessante se i media arabi si spaccheranno come accadde nei primi dieci giorni della guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah. In quel conflitto al Arabiya e gran parte dei media semiufficiali sauditi, egiziani e giordani tennero bassi i toni dei resoconti e diedero la colpa del conflitto soprattutto a Hezbollah, mentre al Jazeera trattò decisamente la crisi come una crisi regionale. Oggi [sabato, N.d.T.] vediamo una copertura completa dei bombardamenti di Gaza da parte di al Jazeera, mentre sul sito di al Arabiya questa mattina nessuna delle cinque notizie principali riguardava Gaza. Questo è solo un primo indicatore, ma date le attuali linee politiche di conflitto nella regione e i preparativi diplomatici israelian per l'offensiva con i leader arabi, potrebbe accadere di nuovo.

Secondo, non perdete di vista il Cairo. L'Egitto è stato al centro della rabbia araba nell'evolvere della crisi. È stato quello che ha fatto rispettare il blocco israeliano, ignorando un crescente coro di critiche politiche interne e in tutto il mondo arabo. I media egiziani e arabi e le forze politiche hanno lacerato il regime di Mubarak per mesi a proposito del blocco di Gaza. Oggi i Fratelli Musulmani hanno alzato la posta indicendo una inusuale protesta pubblica per oggi, che sarà capeggiata dalla Guida Suprema, Mohammed Mehdi Akef, ed è stata annunciata anche da un vistoso banner rosso che campeggia sul loro sito ufficiale. È molto probabile che si tratterà solo di un'altra protesta simbolica, ma contribuirà a creare un'atmosfera di crisi e non c'è modo di dire come le varie forze potranno reagire.

Originale: Speaking of Gaza

Pubblicato il 27/12/2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

Ricordare il giorno del Sabbath, per santificarlo

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

AlQuds alArabi dice che la ragione per cui Hamas non ha evacuato le proprie postazioni di polizia e di sicurezza questo sabato, quando sono avvenuti i bombardamenti in cui sono rimaste uccise oltre 200 persone, compresi cadetti che assistevano ad una cerimonia di promozione nella sede della polizia di Gaza, è un atto di disinformazione trasmesso alla leadership di Hamas dalle autorità egiziane, che venerdì hanno assicurato ad Hamas che Israele non avrebbe lanciato un attacco entro breve.

Fonti interne ad Hamas e vicine al dottor Mahmoud Zahar hanno dichiarato ad alQuds alArabi che venerdì notte l'Egitto avrebbe informato Hamas che Israele intendeva aprire negoziati per un nuovo cessate-il-fuoco, e che non avrebbe lanciato un attacco contro la striscia di Gaza finché il Cairo non fosse riuscito a ottenere un nuovo accordo [di cessate-il-fuoco] tra Tel Aviv e le fazioni della resistenza. E secondo le fonti sarebbe stata questa rassicurazione del Cairo a impedire [alle autorità di Hamas] di evacuare queste postazioni di sicurezza. Le fonti hanno detto che il ministero degli interni di Hamas ha evacuato le postazioni di sicurezza ad ogni minaccia di attacchi israeliani, ma in questo caso non l'ha fatto per le assicurazioni della scorsa notte [la sera di venerdì] che Israele non avrebbe lanciato un attacco nelle successive 48 ore, considerando che il sabato è festività religiosa, e che un attacco alla striscia di Gaza non sarebbe cominciato quel giorno.


Le foto su alJazeera e altrove mostrano il massacro che ne è derivato.

(AlQuds alArabi riporta inoltre fonti diplomatiche secondo le quali il capo della sicurezza egiziano Omar Suleiman sarebbe stato in contatto con altri regimi arabi per informarli del piano di attacco israeliano, ulteriore indicazione della collusione tra i regimi arabi e Israele)

Originale: Remembering the sabbath day, to keep it holy

Pubblicato il 27/12/2008

martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

lunedì, dicembre 22, 2008

Stratfor sulla ripresa dei negoziati Russia-USA sul controllo degli armamenti

[Il 17 dicembre gli analisti di Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) hanno prestato attenzione al viaggio in Russia del senatore Lugar, preceduto di poco dalla significativa visita di Henry Kissinger. Visto che se ne è letto poco traduco qui la notizia, accessibile solo agli utenti registrati:]

Ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti?
Il senatore statunitense Richard Lugar (repubblicano dell'Indiana) martedì è giunto a Mosca per dei colloqui. La sua visita, che si protrarrà fino a sabato, dovrebbe concentrarsi sul disarmo, in vista di un rinnovo o di una sostituzione del regime di controllo degli armamenti instaurato in base allo Strategic Arms Reduction Treaty (START I, Trattato per la Riduzione degli Armamenti Strategici) del 1991, che scadrà il 5 dicembre 2009.

Benché normalmente prestiamo poca attenzione ai viaggi di membri del Congresso, questa visita è degna di nota. Lugar è senatore da più di 30 anni, ed è il repubblicano più alto in grado del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Ha svolto un ruolo cruciale nei negoziati per il disarmo durante la Guerra Fredda e per la non-proliferazione in epoca post-sovietica. Nel 1991 è stato coautore (con il senatore Sam Nunn, democratico della Georgia) del Lugar-Nunn Cooperative Threat Reduction Program (Programma di riduzione congiunta della minaccia) che tentava di eliminare quello che lo START aveva contribuito a mettere al bando, fornendo finanziamenti statunitensi per mettere in sicurezza e smantellare gli armamenti nucleari di epoca sovietica e relativi sistemi di lancio (oltre alle armi biologiche e chimiche). A oggi sono state smantellate circa 7200 testate nucleari d'epoca sovietica.

Tuttavia l'eredità del regime di controllo degli armamenti della Guerra Fredda – e il coinvolgimento di Lugar in questo processo – non si limita alle armi nucleari. Le componenti sono tre. Una è l'Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF, Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio), che metteva al bando tutti i missili balistici a corto e medio raggio (300-3400 miglia) e i missili da crociera terra basati a terra al fine di ridurre la minaccia di un rapido scambio nucleare nel teatro europeo. Un'altra componente è rappresentata dal Treaty on Conventional Forces in Europe (CFE, Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa) del 1992, che poneva espliciti limiti alle armi convenzionali, dai carri armati ai veicoli da combattimento e dagli elicotteri d'attacco ai caccia, in tutto il teatro europeo, sia per la NATO che per il Patto di Varsavia (Russia a ovest degli Urali compresa). E infine c'è lo START I, che stabilì meccanismi rigorosi di dichiarazione, ispezione e verifica allo scopo di ridurre gli arsenali degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica.

In anni più recenti, tuttavia, l'impegno per il disarmo è entrato in una fase di stallo. Gli americani hanno preferito non dare seguito allo START; gli Stati Uniti vedono venir meno l'arsenale strategico russo, dunque Washington considera qualsiasi rigida restrizione bilaterale imposta alle armi nucleari strategiche come un'indebita limitazione delle proprie opzioni militari a lungo termine. I russi non amano il CFE, dato che gli stati satelliti che facevano parte del Patto di Varsavia sono ora membri della NATO; i numeri delle armi convenzionali sono tutti a favore della NATO. E i russi non amano neanche il trattato INF, perché impedisce loro di costruire grandi quantità di più economici missili a breve raggio per contrastare la superiorità tecnica e a lungo raggio degli Stati Uniti.

Messi assieme, questi tre trattati segnano la fine della realtà militare della Guerra Fredda in Eurasia. E la visita di Lugar in Russia segnala che gli americani e i russi potrebbero essere pronti ad ammettere che tutti e tre gli accordi vanno rivisti.

Lugar non è il solo peso massimo in gioco. La sua visita segue un fatto ancora più rivelatore: anche l'ex segretario di stato Henry Kissinger ha di recente visitato la Russia. Avrebbe incontrato il presidente russo Medvedev il 12 dicembre, ma secondo una fonte di Stratfor avrebbe soprattutto trascorso molto tempo con il primo ministro Vladimir Putin. In Russia Kissinger è l'americano più rispettato e considerato, punto. Quando si trova lì, ha l'autorità di parlare per conto dell'amministrazione degli Stati Uniti. Il successivo viaggio di Lugar suggerisce che gli incontri di Kissinger si sono almeno in parte concentrati sul riavvio di significative discussioni sul controllo degli armamenti.

Per i russi il solo fatto di riuscire a convincere gli americani a discutere l'idea di rinegoziare i trattati è una vittoria significativa. A parte il prestigio di essere ancora capace di riuscire a condurre colloqui strategici bilaterali, la Russia ha convinto Washington – e parliamo qui della Washington di Bush ma anche di Obama – di avere la capacità non solo di influenzare ma anche di dettare gli eventi in gran parte dell'ex impero sovietico. Il riconoscimento statunitense di questo semplice fatto significa che sono destinate a svolgersi discussioni in materia di sicurezza. Il processo di rinegoziazione probabilmente si protrarrà per anni, ma le visite di Kissinger e Lugar sono mosse di apertura in quella direzione.

Fonte: www. stratfor.com (Strategic Forecasting Inc), 17 dicembre 2008

domenica, dicembre 21, 2008

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

di Robert Watts, Times Online, 21 dicembre 2008

Uno dei bracci destri di Gordon Brown svolge un ruolo importante in un gruppo di pressione che ha attaccato la leadership di Vladimir Putin definendola “corrotta” e “prepotente”.

Jon Mendelsohn, il principale responsabile della raccolta fondi del partito laburista, è nella direzione della Russia Foundation, un think tank con sede a Londra finanziato da oppositori espatriati del primo ministro russo e del presidente Dmitrij Medvedev.

La scorsa settimana David Clark, presidente della fondazione, aveva detto al Sunday Times che Mendelsohn avrebbe collaborato alla raccolta fondi. Tuttavia ieri ha dichiarato che Mendelsohn aveva “chiarito” con lui che ciò non sarebbe più stato possibile.

Ha dichiarato Clark: “Come parte del direttivo della Russia Foundation, Jon Mendelsohn contribuisce a una formazione forte. La fondazione beneficia della sua considerevole esperienza politica e organizzativa nello sviluppo del proprio programma e siamo molto lieti di averlo con noi”.

La notizia che una figura così vicina a Brown lavora anche per un'organizzazione ostile al Cremlino può causare imbarazzo nelle relazioni di Downing Street con Mosca.

La fondazione è stata creata nel 2004 fa un socio di Michail Chodorkovskij, il miliardario russo ora in carcere in Siberia per frode ed evasione fiscale. Il suo sito la descrive come “una risorsa in lingua inglese per chi mira a una comprensione più profonda degli sviluppi politici, sociali ed economici della Russia contemporanea”.

Tuttavia la grande maggioranza dei contenuti del sito è fortemente critica nei confronti delle autorità del Cremlino.

Clark, ex consigliere laburista, ha ripetutamente attaccato Putin e Medvedev sui media. Negli ultimi mesi ha dichiarato che Putin dirige “un regime autoritario troppo corrotto dal potere per cambiare” e nutre i russi di “paranoia esterofoba e revivalismo sciovinista”.

Ha anche sollecitato l'Unione Europea ad assumere una linea più dura con la Russia di Putin, affermando che “l'Occidente non può più restare fermo mentre il prepotente russo causa distruzioni”.

Mendelsohn, 41 anni, ha di molto migliorato le finanze laburiste da quando lo scorso anno ha preso il posto di Lord Levy. Non viene pagato per il suo lavoro per il partito né per la Russia Foundation.

Originale: Key aide to Gordon Brown is director of anti-Putin group

venerdì, dicembre 19, 2008

martedì, dicembre 16, 2008

Negligenza giornalistica

Negligenza giornalistica
Il Washington Post, la Russia e il caso Moskalenko
di Mark Ames

Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.

Originale: Editorial Malpractice

Articolo originale pubblicato il 10/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

lunedì, dicembre 15, 2008

Da cooperazione a minaccia mondiale: voci su Iran e Eritrea

Da cooperazione a minaccia mondiale: voci su Iran e Eritrea
Di Moon of Alabama

traduzione di Andrej Andreevič

Due settimane fa un sito internet d'opposizione eritreo ha pubblicato un gossip riguardo la cooperazione tra Iran e Eritrea sulla riapertura di una vecchia raffineria di petrolio ad Assab, in Eritrea.

Questa voce si è trasformata in una vera e propria storia su blog statunitensi, siti di informazione e TV israeliana, riguardo un imminente spiegamento di missili balistici, truppe, sottomarini, elicotteri e UAV (Unmanned aerial vehicle, Veicolo aereo senza pilota) iraniani nella città di Assab per controllare il Mar Rosso.
Navi iraniane e sottomarini e un numero non precisato di armi e soldati iraniani sono stati dispiegati nel porto di Assab, sul Mar Arabico, nel Corno d'Africa, appena un po' più a sud delllo stretto di Hormuz. Il porto della città si trova in una posizione particolare; la sua collocazione permette di controllare e monitorare una delle rotte di transito più strategiche.
Ora siti di destra come Blackfive sono preoccupati:
Questa è una pessima notizia, come dimostra una rapida occhiata alla mappa.
Si potrebbe considerarla una notizia incredibilmente brutta se fosse vera. Ma il rapporto è totalmente falso.

Di seguito documenterò come questa storia si sia sviluppata, sia cresciuta e abbia proliferato via internet in un lasso di tempo abbastanza breve.

Anzitutto un paio di premesse:

L'Eritrea è in paese piccolo e povero di circa 5,5 milioni di abitanti sul Mar Rosso. È una dittatura e ha contese irrisolte sui confini con l'Etiopia e Gibuti. Ha una posizione a suo modo strategica sullo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden e il Mar Rosso.

La città portuale di Assab ha circa 100.000 abitanti. Nei primi anni '60 i sovietici costruirono una piccola raffineria con una capacità di 18.000 barili al giorno. La raffineria fu chiusa nel 1997 per mancanza di parti di ricambio e soldi.

L'Eritrea, ex colonia italiana, è stata in buoni rapporti con gli Stati Uniti finché l'amministrazione Bush, attraverso l'Assistente Segretario di Stato per gli Affari Africani Jendayi Frazer, ha preso le parti dell'Etiopia in una risoluzione dell'ONU sulla questioni dei confini e ha addirittura appoggiato l'acquisto di armi nordcoreane da parte dell'Etiopia. Israele usa un'ex base navale sovietica nell'arcipelago eritreo di Dahlak per rifornire i suoi sottomarini che pattugliano il Mar Arabico.

A maggio il presidente eritreo ha visitato Teheran e nei mesi seguenti i due paesi hanno firmato dei memorandum di intesa sulla cooperazione culturale ed economica. L'Iran sta inoltre mediando tra Gibuti e l'Eritrea.

Ora torniamo alla storia che ha fatto tanta paura.

La primissima fonte, nonché quella su cui si sono basate le notizie successive, è il sito eritreo d'opposizione selfi-democracy.com, del Partito Democratico Eritreo. Il 25 novembre ha pubblicato questa notizia (.pdf):

Accordo segretissimo?

L'IRAN STAREBBE PER CONTROLLARE IL PORTO ERITREO DI ASSAB: (fonte: dall'Eritrea) Secondo notizie ricevute dall'Eritrea, l'Iran avrebbe intenzione di riaprire la raffineria di costruzione russa di Assab. L'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiare l'attuale carenza in patria, e l'Eritrea ne beneficerà non dovendo importare costosi prodotti già raffinati.
Ma si ritiene che le motivazioni dietro questo patto siano più politiche e strategiche che economiche. L'Iran, a causa del suo conflitto con l'Occidente e in particolare con gli Stati Uniti, è sotto embargo, il quale potrebbe essere esteso e rafforzato se continuerà il suo programma nucleare. Per questo l'Iran potrebbe rivolgersi ad alcuni stati fuorilegge per rompere l'embargo, e in questo quale miglior partner del presidente eritreo Isayas?
L'odio personale e profondo del presidente Isayas nei confronti dell'amministrazione USA e per tutto ciò che questa rappresenta non ha limiti, e non risparmierà sforzi per disturbare gli americani. Strategicamente l'Iran e Isayas, con la cooperazione di alcuni gruppi di islamisti somali ribelli, stanno collaborando per controllare lo stetto di Bab el-Mandeb in caso di escalation del conflitto con Stati Uniti e Israele. Secondo la nostra fonte alcuni alti membri del regime eritreo pensano che il presidente stia giocando col fuoco e che le conseguenze per l'Eritrea saranno enormi.

L'articolo contiene parecchie insinuazioni, ma non una parola su soldati, navi o sottomarini iraniani. L'Iran raffina circa 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno nel suo paese e sta espandendo la sua capacità a più di 3 milioni di barili al giorno. Rivitalizzare una piccola e vecchia raffineria da 18.000 barili in Eritrea non aiuterebbe l'Iran a "fronteggiare la carenza in patria". Non esistono inoltre resoconti pubblici di cooperazione tra Iran e Eritrea riguardo alla defunta raffineria. L'Iran è solitamente molto disponibile a pubblicizzare simili cooperazioni. Quello che resta sono voci e speculazioni.

Un altro sito eritreo, asena-online, ha ripreso la notizia di selfi-democracy il 26 novembre. La sua notizia è scritta in tigrinya, lingua che non sono in grado di leggere, ma si tratta di meno di 80 parole e alla fine il link rimanda a selfi-democracy. Dubito quindi che aggiunga ulteriori informazioni.

Il 29 novembre il Sudan Tribune riprende la notizia originale e aggiunge ulteriori dettagli fantasiosi:
29 novembre 2008 (ADDIS ABEBA) - Un sito internet eritreo di opposizione, selfi-democracy.com, ha riportato che sottomarini iraniani e un imprecisato numero armamenti e di truppe iraniane armate sarebbero stati dispiegati nel porto eritreo di Assab.
Secondo la notizia non confermata recentemente l'Iran avrebbe inviato soldati e un gran numero di missili a lungo raggio dopo la firma di un accordo con l'Eritrea per riaprire la raffineria di costruzione russa di Assab.
...
Il sito dell'opposizione eritrea riporta che l'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiarne la carenza in patria, il che avvantaggerà l'Eritrea che così non sarà costretta a importare costosi prodotti già raffinati.
Ma l'articolo sostiene che "Le motivazioni dietro questo accordo pare siano più politiche e strategiche che economiche".

L'ultima citazione e altre parti dell'articolo sono riprese parola per parola dal pezzo di selfi-democracy citato sopra. È l'unica fonte citata dall'articolo. Ma l'articolo originale di selfi-democracy non parla di questioni militari o sottomarini. Il giornalista del Sudan Report ha semplicemente inventato i "sottomarini iraniani", ma li attribuisce a selfi-democracy.

L'ultima frase dell'articolo del Sudan Tribune aggiunge qualcosa di non correlato:
Nel frattempo, pare che questa settimana quattro velivoli di sorveglianza senza pilota della NATO abbiano sorvolato per circa mezz'ora la regione eritrea che si affaccia sul Mar Rosso.
Il pezzo del Sudan Tribune è stato composto da un certo Tesfa-alem Tekle. Tesfa-alem
è un giornalista etiope che scrive da Mekelle (Macallè), nell'Etiopia settentrionale. Ha una laurea in inglese all'università di Addis Abeba e un diploma di specializzazione in giornalismo. Ha lavorato come addetto alle pubbliche relazioni per varie organizzazioni internazionali in Etiopia. Ha scritto per media nazionali e internazionali fin dal 2001. Attualmente è corrispondente per l'Etiopia settentrionale.
Un etiope, arcinemico degli eritrei, riprende un articolo dell'opposizione eritrea sulla riparazione di una raffineria di Assab, ci aggiunge fantasie su armi iraniane e lo pubblica su Sudan Tribune.

Nello stesso giorno un altro sito d'opposizione eritrea, l'Eritrea Daily, mescola le tre versioni citate sopra e aggiunge qualche elemento di fantasia nel proprio articolo:
29 novembre 2008 - Un sito eritreo in tigrinya, asena-online.com, questo mercoledì ha riportato che l'Iran avrebbe stazionato le proprie truppe in Eritrea.
Citando fonti interne etiopi, lo stesso sito internet ha detto che unità dell'esercito iraniano sarebbero arrivate nel porto eritreo di Assab usando sottomarini pesantemente armati. Le truppe iraniane sarebbero stazionate nella città di Assab, ufficialmente con il pretesto di proteggere la raffineria di costruzione russa della città. Precedentemente, martedì, un altro sito eritreo, selfi-democracy.com, citando fonti interne eritree, ha riportato che il tiranno eritreo Afewerki ha garantito all'Iran il controllo completo ed esclusivo sulla raffineria di petrolio col mandato di riaprire, gestire e esercitare completa autorità sulla produzione e il mantenimento dello stabilimento.
...
Asena-online ha inoltre riportato che le truppe iraniane erano cariche di di missili balistici e a lunga gittata.

Inoltre, questo stesso sito ha anche dichiarato che, secondo resoconti provenienti dall'Eritrea, l'Iran avrebbe fatto partire missioni di sorveglianza sui cieli eritrei nella zona del mar Rosso usando 2 UAV (NATO) accompagnati da 4 elicotteri per 30 minuti verso le 4 del pomeriggio di martedì.
Questo è il primo articolo che fa parola dei missili. L'ultima frase sembra essere una versione ingarbugliata e ampliata dell'ultima frase del Sudan Tribune, con l'aggiunta degli UAV iraniani. Ci sono molti dubbi che i sottomarini iraniani siano anche in grado di operare a quella distanza da casa e che siano in grado di trasportare truppe di terra.

Il McClatchy Tribune Information Service ha ripreso l'articolo del Sudan Tribune via Comtex.

Il servizio propagandistico di "traduzione selettiva" MEMRI l'ha ripreso il 1 dicembre:
Opposizione eritrea: L'Eritrea garantirebbe all'Iran il controllo del porto strategico sul Mar Rosso.

Siti dell'opposizione eritrea riportano che l'Eritrea avrebbe garantito all'Iran il controllo totale del porto sul Mar Rosso di Assab, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb.
...
Secondo il resoconto, i sottomarini iraniani avrebbero dispiegato truppe, armi e missili a lunga gittata nel porto di Assab, col pretesto di difendere la locale raffineria di petrolio.

Il MEMRI cita selfi-democracy, il Sudan Tribune e Eritrea Daily come fonti.

Il 2 dicembre la National Review la riprende come "notizia principale" citando un sito di notizie persiano:
L'opposizione eritrea sostiene che il governo del paese avrebbe fornito la base di Assab sul Mar Rosso ai sottomarini iraniani.
L'8 dicembre un sito della destra sionista (dell'area di James Woosley, Abraham H. Foxman...), The Cutting Edge News, riporta un articolo più lungo, mescolando varie parti dei pezzi citati prima:
Navi e sottomarini iraniani hanno trasportato un imprecisato numero di truppe iraniane e armi nel porto eritreo della città di Assab, secondo gruppi d'opposizione, diplomatici stranieri e ONG dell'area.
...
Usando la protezione della raffineria eritrea come pretesto, l'Iran ha preparato le sue operazioni militari nella zona, e ha effettuato voli di ricognizione con velivoli di sorveglianza senza pilota.
...
Il presidente Isayas ha garantito all'Iran il controllo completo ed esclusivo sulla raffineria di petrolio eritrea col mandato di riaprire, gestire ed esercitare completa autorità sulla produzione e il mantenimento della struttura. L'Iran raffinerà il proprio greggio ad Assab per fronteggiarne la carenza in patria, e ne beneficerà anche l'Eritrea, non dovendo importare costosi prodotti già raffinati.
Il Partito Democratico Eritreo, un partito d'opposizione eritreo, ha parlato di trepidazione nel regime eritreo, indicando che secondo alcuni membri di alto rango il presidente starebbe giocando col fuoco con l'Iran e che le conseguenze per l'Eritrea potrebbero essere gravi.
Il pezzo è scritto da un certo Joseph Grieboski, che è il responsabile degli esteri di Cutting Edge, presidente dell'Institute on Religion and Public Policy, di cui è il fondatore, ed è stato "candidato due volte al premio Nobel per la Pace" (da chi?), oltre a essere segretario generale dell'Interparliamentary Conference on Human Rights and Religious Freedom. Nel 2007 la Conference ha ricevuto uno stanziamento di 250.000 dollari dal Dipartimento di Stato. Una recente conferenza è stata tenuta nella città natale di Grieboski, Scranton:

Scranton entrerà in gemellaggio con Makalle, in Etiopia, città di 169.000 abitanti. Doherty ha detto di aver incontrato per la prima volta gli ufficiali etiopi durante una cena diplomatica dell'Institute al Centro Culturale di Scranton in luglio.

Grieboski ha inoltre fatto lobbying al Congresso contro l'"Ethiopia Democracy and Accountability Act" proposto nel 2007. È chiaramente filo-etiope e anti-eritreo.

Negli ultimi giorni molti blog e siti di notizie hanno riprodotto e discusso la notizia diffusa da Cutting Edge.

La notizia riportata da una stazione televisiva israeliana il 9 dicembre sembra anch'essa basata sul pezzo di Cutting Edge:

Secondo resoconti locali le truppe iraniane hanno dispiegato un gran numero di missili balistici in una base militare nel porto e un imprecisato numero di velivoli iraniani senza pilota pattuglierebbero l'area.
A chiudere il cerchio, l'Eritrea Daily, uno degli originari diffusori della voce e responsabile dell'aggiunta della storia degli UAV iraniani, il giorno dopo ha ripetuto la notizia della TV israeliana.

A partire da una voce su una cooperazione iraniano-eritrea riguardo una vecchia raffineria, vari siti hanno aggiunto aspetti militari, sottomarini, missili e UAV per costruire uno scenario da minaccia mondiale. MEMRI, NRO, un lobbista etiope e la tv israeliana hanno diffuso la voce. I blogger l'hanno ripresa da lì.

Sembra la versione internet del gioco del telefono senza fili. Ma qui ognuno ha aggiunto un po' di disinformazione fino a che una ventilata cooperazione è diventata una minaccia per il mondo in soli 12 giorni.

Prossimamente: il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite pianifica sanzioni all'Eritrea per lo stanziamento dei missili strategici iraniani.

Fonte: Moon of Alabama