martedì, gennaio 13, 2009

Cerimonia d'addio a Gaza?

Cerimonia d’addio a Gaza?

di Lev GRINBERG

Tradotto da Diego Traversa

L’attacco israeliano a Gaza è il regalo di addio da parte del governo d’Israele al Presidente americano uscente George W. Bush. “Il migliore amico d’Israele di sempre” ha sostenuto il suo protetto in ogni conflitto e guerra, ha giustificato le sue mosse aggressive e ha impedito ogni intervento internazionale contro di esso. Bush ha affidato ad Israele la posizione di centravanti di sfondamento nella sua guerra al terrore, rafforzando quindi i suoi settori di estrema destra. Con amici reali di questo genere, chi ha bisogno di nemici immaginari?

Ma Israele non è uno stato satellite degli USA. Sì, tenta di favorire le politiche americane ma prova anche ad indirizzarle secondo i propri programmi. Così, per esempio, gli otto anni di “processo di pace” durante l’amministrazione Clinton (1992-2000) sono stati un’iniziativa israeliana che ha aggirato e neutralizzato la mediazione di Clinton, proprio come gli otto anni di guerra e di politiche unilaterali dell’era Bush (2000-2008) erano iniziati prima che Bush entrasse in carica. Anche adesso, Israele ha cominciato l’escalation a Gaza, senza che nessuno ci abbia fatto caso, il 4 Novembre 2008, giorno delle elezioni presidenziali americane. L’attuale aggressione d’Israele non può essere compresa senza considerare la sua tempistica, cioè la “finestra di opportunità” che intercorre tra l’elezione di Obama e l’insediamento del 20 gennaio.

Ricordo una conversazione che ebbi con il defunto, famoso studioso americano Charles Tilly, durante la sua visita in Israele nel maggio del 2000. Mi chiese quale fosse la logica politica dell’allora Primo Ministro Barak. Io gli dissi quale era la sua “tabella” politica: ritiro dal Libano a luglio, negoziati con i palestinesi conclusi a settembre, elezioni americane a novembre. Tilly interruppe il mio discorso sostenendo che questo non fosse un comportamento politico ma piuttosto una logica militare: dare ultimatum, evitare negoziati e poi atti unilaterali. Aveva ragione, nel particolare regime democratico/militare esistente in Israele i politici/generali sin da allora hanno agito unilateralmente: ritiro (dal Libano nel 2000) e reimpiego (a Gaza nel 2005), violente reazioni spropositate (nei territori occupati, nel periodo 2000-2004 contro l’Intifada, in Libano e a Gaza dopo i rapimenti di soldati nel 2006, e ora a Gaza) e costruzione illegale del muro di separazione. Tutte queste sono mosse militari unilaterali, senza il riconoscimento dell’altra parte, senza negoziati. Il sostegno americano è fondamentale; pertanto in Israele le elezioni presidenziali americane sono parte della pianificazione militare.

L’attacco a Gaza è la continuazione della politica unilaterale e aggressiva degli ultimi otto anni, intesa a sfruttare il sostegno dell’amministrazione Bush costringendo il neo Presidente Obama a prendere una posizione durante la crisi, immediatamente non appena entra in carica.

La mossa è iniziata il 4 novembre 2008, quando le forze di difesa israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno fatto saltare in aria un tunnel e hanno ucciso sei uomini di Hamas, rompendo quindi una Tahadia (tregua) che durava da quattro mesi e mezzo. I palestinesi hanno risposto lanciando razzi Qassam verso Israele; a sua volta, le forze armate israeliane hanno chiuso i valichi di frontiera e hanno stretto l’assedio intorno a Gaza. Questo assedio è rimasto sin da allora, così il governo di Hamas ha annunciato che la condizione per rinnovare il cessate-il-fuoco era quella di togliere l’assedio e di riaprire i valichi. Israele ha scelto di considerare la condizione della riapertura dei valichi come un rifiuto da parte di Hamas a rinnovare la tregua.

Israele definisce tutto questo “auto-difesa”. Ma anche il Presidente Bush, il Presidente francese, il Cancelliere tedesco e il Presidente egiziano continuano a ripetere questo mantra dell’auto-difesa. Il ragionamento di Israele è che “nessuna nazione sovrana può tollerare di essere colpita da uno stato confinante”, ignorando il fatto che la Striscia di Gaza non è uno “stato confinante”. Questo è il nocciolo del conflitto: Gaza è un’enorme prigione controllata dall’esercito israeliano che impedisce a persone e beni di entrare e uscire , non solo dai valichi alla frontiera con Israele ma anche dal quelli al confine egiziano, oltre che via mare e via terra.

Non sarebbe stato possibile accettare questo inganno da parte del governo israeliano se non fosse stato per l’era della guerra al terrore del Presidente Bush, al centro della quale c’è l’inganno dell’invasione irachena e gli omicidi di massa di civili. Prima dell’occupazione dell’Iraq, quando nell’aprile 2002 l’esercito israeliano riconquistò le città cisgiordane uccidendo centinaia di palestinesi e distruggendo le istituzioni dell’Autorità Palestinese, c’erano forti critiche internazionali verso Israele, e fu solo per l’intervento dell’amministrazione Bush che ad una commissione ONU venne impedito di poter investigare sui massacri di Jenin. Chi mai avrà intenzione, oggi, di istituire una commissione investigativa? L’amministrazione Bush è riuscita ad imporre la guerra al terrore al mondo intero ignorando apertamente l’opinione pubblica mondiale, ma, mentre da allora Bush è rimasto in Iraq, nel frattempo l’Europa e gli stati arabi più conservatori si sono gradualmente allineati alla sua politica.

Se c’è qualcosa che assomiglia all’invasione israeliana di Gaza, questa è l’occupazione americana in Iraq, e se Israele riuscirà a distruggere il potere di Hamas, come Bush ha stroncato quello di Saddam Hussein, non sarà in grado di uscire da Gaza.

Molti nel mondo sono rimasti delusi dal silenzio di Obama sull’aggressione israeliana. Una simile delusione si può giustificare: non ci si può aspettare molto, considerate le politiche americane medio-orientali da Carter in poi. Se il neo-presidente dovesse continuare la politica di Bush, rispolverando soltanto una più presentabile immagine clintoniana, sarebbe un disastro. C’è uno stretto legame tra l’Iraq e Gaza, e se il ritiro americano dall’Iraq non è associato ad un giusto e fattibile accordo israelo-palestinese, allora la minaccia dell’Islam radicale potrebbe effettivamente raggiungere il Cairo, Tel Aviv, Parigi e Londra.

Ma c’è un’altra possibilità, più positiva. È possibile che Barack Obama abbia capito la trappola che Israele sta tendendo, e che perciò abbia deciso di non prendere posizione fino all’entrata in carica. Spero che le cose stiano così e che, una volta entrato in carica, Obama si comporti da sincero amico d’Israele e lo salvi da se stesso. Obama deve porre fine all’aggressione israeliana. Il problema di Israele è un eccesso di potere militare che scaturisce dal trauma dell’Olocausto. Israele si sta comportando come il bullo di periferia che aspetta che qualcuno lo fermi, perché possiede davvero la forza di distruggere qualunque cosa intorno a sé mentre nel frattempo distrugge sé stesso.

Chiunque desideri sinceramente aiutare Israele deve destituirlo dalla sua posizione di centravanti di sfondamento nella guerra all’Islam, posizione che l’era di Bush della guerra al terrore ha concepito per Israele. Speriamo che la guerra di Gaza sia una cerimonia d’addio che segni la chiusura dell’epoca distruttiva del Presidente Bush. È veramente l’ora del “cambiamento” che è stato promesso. Obama: sì, tu puoi.

Originale inviato dall'Autore

Articolo originale pubblicato l'11/1/2009

Diego Traversa è un collaboratore di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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