lunedì, gennaio 12, 2009

Di semine e raccolti

Discorso del Subcomandante Marcos su Gaza, al Festival Mondiale della Degna Rabbia, 4 gennaio 2009



Forse quello che dirò non è in tema con l'argomento di questo incontro, o forse sì.

Due giorni fa, proprio mentre parlavamo di violenza, l'ineffabile Condoleezza Rice, funzionaria del governo nordamericano, ha dichiarato che quello che stava accadendo a Gaza è colpa dei palestinesi e dovuto alla loro natura violenta.

I fiumi sotterranei che percorrono il mondo possono cambiare la loro geografia, ma intonano lo stesso canto.

E quello che ora ascoltiamo è un canto di guerra e di sofferenza.

Non molto lontano da qui, in un luogo chiamato Gaza, in Palestina, in Medio Oriente, proprio vicino a noi, l'esercito pesantemente armato e ben addestrato del governo di Israele continua la sua avanzata portando morte e distruzione.

I passi che ha intrapreso finora sono quelli di una classica guerra militare di conquista: prima un bombardamento intenso e massiccio per distruggere punti militari “nevralgici” (così dicono i manuali militari) e per “ammorbidire” le fortificazioni della resistenza; poi il ferreo controllo dell'informazione; tutto ciò che si vede e si sente “nel mondo esterno”, vale a dire esterno al teatro delle operazioni, deve essere selezionato in base a criteri militari; adesso il fuoco intenso dell'artiglieria sulla fanteria nemica per proteggere l'avanzata delle truppe verso nuove postazioni; in seguito l'accerchiamento e l'assedio per indebolire la guarnigione nemica; poi l'assalto che conquisterà la posizione annientando il nemico, infine la “pulizia” delle probabili “sacche di resistenza”.

Il manuale militare di guerra moderna, con alcune varianti e aggiunte, viene seguito passo dopo passo dalle forze militari dell'invasore.

Noi non ne sappiamo molto e di certo esistono esperti del cosiddetto “conflitto in Medio Oriente”, però da questo nostro angolo abbiamo qualcosa da dire.

Secondo le fotografie delle agenzie di informazione, i punti “nevralgici” distrutti dall'aviazione del governo di Israele sono case, baracche, edifici civili. Tra le macerie non abbiamo visto bunker, caserme, aeroporti militari o batterie di cannoni. Così noi, perdonate la nostra ignoranza, pensiamo o che l'artiglieria aerea abbia una cattiva mira o che a Gaza non esistano tali punti militari “nevralgici”.

Non abbiamo l'onore di conoscere la Palestina, ma supponiamo che in quelle case, baracche ed edifici abitasse della gente, uomini, donne, bambini e anziani, e non soldati.

E non abbiamo neanche visto fortificazioni della resistenza, solo macerie.

Abbiamo assistito, invece, i futili sforzi dell'assedio informativo e abbiamo visto diversi governi del mondo indecisi tra fare finta di nulla o plaudire all'invasione, e un'ONU ormai da tempo inutile emettere fiacchi comunicati stampa.

Ma aspettate. Ci è appena venuto in mente che forse per il governo di Israele quegli uomini, quelle donne, quei bambini e quegli anziani sono soldati nemici e, in quanto tali, le baracche, le case e gli edifici in cui vivono sono caserme che devono essere distrutte.

Dunque di sicuro il fuoco d'artiglieria che stamane colpisce Gaza serve a proteggere da questi uomini, donne, bambini e anziani l'avanzata della fanteria dell'esercito israeliano.

E la guarnigione nemica che si vuole indebolire con l'accerchiamento e l'assedio di Gaza non è altro che la popolazione civile che vi abita. E l'offensiva cercherà di annientare quella popolazione. E a ogni uomo, donna, bambino o anziano che riuscirà a sfuggire, nascondendosi, dall'assalto prevedibilmente sanguinoso, sarà in seguito data la “caccia” perché la pulizia sia completa e il comando militare dell'operazione possa riferire ai suoi superiori: “missione compiuta”.

Perdonate ancora la nostra ignoranza, forse quello che stiamo dicendo non c'entra. E invece di ripudiare e condannare il crimine in corso, da indigeni e guerrieri quali siamo, dovremmo discutere e prendere posizione sul “sionismo” o l'“antisemitismo” o se all'inizio di tutto ci siano state le bombe di Hamas.

Forse il nostro pensiero è molto semplice, e ci mancano le sfumature e le postille sempre necessarie all'analisi, però per noi zapatisti a Gaza c'è un esercito professionale che sta assassinando una popolazione indifesa.

Chi può restare zitto, in basso e a sinistra?

È utile dire qualcosa? Le nostre grida fermano le bombe? La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese?

Noi pensiamo che sia utile, sì, che forse non fermeremo le bombe e che la nostra parola non si trasformerà in uno scudo blindato per impedire che quella pallottola da 5,56 o 9 mm con le lettere IMI, Industria Militare Israeliana, incise alla base della cartuccia, colpisca il petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi ad altre parole nel Messico e nel mondo e magari dapprima diventerà un sussurro, poi si farà più forte e infine si trasformerà in un grido che si farà sentire fino a Gaza.

Non sappiamo voi, ma noi, uomini e donne zapatisti dell'EZLN, sappiamo quanto sia importante, in mezzo alla distruzione e alla morte, sentire delle parole di incoraggiamento.

Non so come spiegarlo, ma risulta che sì, forse le parole che vengono da lontano non riescono a fermare una bomba, ma è come se nell'oscura casa della morte si aprisse una crepa per lasciar filtrare un piccolo raggio di luce.

Per tutto il resto, accadrà quello che accadrà. Il governo di Israele dichiarerà che è stato inferto un duro colpo al terrorismo, nasconderà alla sua popolazione le proporzioni del massacro, i grandi produttori di armi avranno ottenuto un sostegno economico per affrontare la crisi e l'“opinione pubblica mondiale”, questa entità malleabile e sempre a modo, distoglierà lo sguardo.

Ma non è tutto. Accadrà anche che il popolo palestinese resisterà, sopravviverà e continuerà a lottare, e a conservare la simpatia dal basso per la sua causa.

E forse sopravviveranno anche un bambino e una bambina di Gaza. Forse cresceranno e con loro il coraggio, l'indignazione, la rabbia. Forse diventeranno soldati o miliziani di uno dei gruppi che lottano in Palestina. Forse si troveranno a combattere contro Israele. Forse lo faranno sparando con un fucile. Forse immolandosi con una cintura di dinamite legata attorno alla vita.

E allora, dall'alto, scriveranno della natura violenta dei palestinesi e faranno dichiarazioni condannando questa violenza e si tornerà a discutere di sionismo o antisemitismo.

E nessuno domanderà chi è stato a seminare ciò che viene raccolto.

Per gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale,

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 4 gennaio 2009.

Fonte: Tlaxcala

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