lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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