lunedì, gennaio 26, 2009

Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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