sabato, febbraio 07, 2009

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

di M. K. Bhadrakumar

Ci sono diversi modi di guardare al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, o AKP, che governa la Turchia. I laicisti militanti e i kemalisti insinuano che sia un cavallo di Troia dei salafisti, i cui membri si fanno passare per democratici. Altri dicono che l'AKP è così moderato che in Iran o in Afghanistan rischierebbe l'ostracismo perché infedele.

Ma sembra che possa esserci un terzo modo: guardare cioè all'AKP come a un risultato della rivoluzione iraniana di trent'anni fa. Almeno questo è quello che pensa Ali Akbar Nateq Nouri, una delle maggiori autorità religiose iraniane che fu presidente del Majlis (il parlamento) e ora riveste la prestigiosa carica di consigliere del Leader Supremo Grande Ayatollah Ali Khamenei.

Domenica scorsa Nouri ha spiegato che “Quando gli iraniani parlavano di 'esportare' la loro rivoluzione, non si riferivano alla fabbricazione di un prodotto per poi esportarlo in altri paesi per mezzo di camion o navi; si riferivano invece alla trasmissione del messaggio della loro rivoluzione, alla comunicazione della sua dottrina”. Nouri ha detto che sentiva di poter riconoscere nell'AKP un erede della rivoluzione iraniana perché nelle ultime settimane è stato proprio in Turchia che si sono svolte “le più belle manifestazioni sulla situazione a Gaza”.

Un grande affronto
Può aver esagerato nel dire che perfino l'esercito turco, “che aveva certi trascorsi, è ora cambiato”. Comunque è vero che in Turchia “le cose sono cambiate”, per citare Nouri, come ha dimostrato il travolgente sostegno popolare ad Hamas nella sua battaglia contro Israele.

In particolare, la reazione pubblica del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan alle parole del Presidente israeliano Shimon Peres, giovedì scorso, durante un dibattito televisivo ai margini del World Economic Forum, nella località svizzera di Davos, ha colpito l'immaginazione del mondo islamico ed è riuscita a superare il divario sunniti-sciiti. All'improvviso Erdogan ha assunto le sembianze di un sultano ottomano dei nostri tempi, con un impero che si estende dalle fertili pianure mesopotamiche ai deserti dell'Arabia, dalla valle del Nilo al Levante e il Maghreb fino al cuore profondo dell'Africa.

Erdogan, un ragazzo di periferia originario del quartiere operaio di Kasimpasa a Istanbul, ne ha fatta di strada nella sua tumultuosa carriera politica. È indubbiamente uno degli uomini politici turchi più carismatici e dotati. Il suo posto nel pantheon dei leader della Turchia è dunque assicurato. Tuttavia non avrebbe mai potuto immaginare di vedersi proporre come candidato al Nobel per la pace, né che a sostenerlo sarebbe stata una riverita figura religiosa del mondo sciita.

È quello che ha fatto l'Ayatollah Naser Makarem-Shirazi, parlando a un pubblico di studenti di teologia domenica scorsa nella città iraniana di Qom. La reazione di Erdogan, ha detto l'ayatollah, ha avuto un effetto profondo sulla sicurezza regionale, e ha rafforzato la resistenza palestinese e ulteriormente isolato il “regime sionista”.

La “pretesa” di Erdogan al Nobel per la pace è appesa al filo sottile delle 56 parole pronunciate durante lo show televisivo di Davos, quando ha rimproverato duramente Peres: “Lei è più anziano di me e la sua voce è più imponente. La ragione per cui lei alza la voce è la psicologia della colpa. Io non avrò bisogno di parlare così fragorosamente. Quando si tratta di uccidere, voi sapete benissimo come uccidere. Io so molto bene come avete colpito e ucciso bambini sulle spiagge”.

Alienazione musulmana
Dice certamente qualcosa della profonda alienazione in cui è intrappolato oggi il Medio Oriente il fatto che l'eco di una semplice sequenza di 56 parole dominate dall'angoscia per la giustizia, l'onore e il diritto si rifiuti così ostinatamente di smorzarsi. Dall'oggi al domani Erdogan si unisce al libanese Hassan Nasrullah dell'Hezbollah e al Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejadnel nel superare con invidiabile slancio le storiche divisioni settarie del mondo musulmano. Di certo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà di che meditare.

Al suo rientro a Istanbul Erdogan è stato accolto come un eroe. I sondaggi d'opinione mostrano che più dell'80% dei turchi approva la sua dura replica e il suo “abbandono” del dibattito televisivo. La popolarità dell'AKP supera il 50%, tanto che i partiti d'opposizione, che nelle elezioni comunali di fine marzo contavano di trarre vantaggio dai problemi economici del paese, sono in preda all'abbattimento.

Nella stessa Gaza Erdogan è diventato da un giorno all'altro una figura iconica, tanto che i governanti arabi pro-occidentali ora sono in imbarazzo – come lo è del resto “Abu Mazen” (il Presidente palestinese Mahmoud Abbas), disinvoltamente a capo dell'Autorità Palestinese. Naturalmente l'Arabia Saudita o l'Egitto non hanno nessuna intenzione di cedere la leadership alla Turchia. Ma d'ora in poi dovranno tener conto seriamente del fatto che l'ombra della Turchia si sta addensando sul panorama musulmano sunnita del Medio Oriente.

L'Iran ne è felice. Il potente capo del Consiglio dei Guardiani, l'Ayatollah Ahmad Jannati, ha mandato un messaggio a Erdogan in cui diceva “La sua presa di posizione epica è piaciuta ad Hamas e ai suoi sostenitori e ha umiliato i leader leccapiedi di vari Stati arabi”.

Il “neo-ottomanismo” prende slancio
Nella stessa Turchia i contraccolpi di quel discorso hanno spaccato l'identità già divisa del paese. L'oligarchia delle élite turche occidentalizzate di Istanbul è scandalizzata che Erdogan possa avere guastato l'immagine del turco civile a lungo coltivata a beneficio dell'Europa. Con il suo senso della storia e della cultura, il turco anatolico, dall'altro lato, è felice che Erdogan stia reclamando il ruolo della Turchia nella casa ancestrale del Medio Oriente musulmano, un ruolo che aveva perduto da molto tempo.

Di certo la scorsa settimana il “neo-ottomanismo” che caratterizza il programma dell'AKP ha fatto un grandissimo balzo in avanti. Sta per avere inizio una fase interessante in cui un ruolo fondamentale verrà assunto dalla riscoperta dell'eredità imperiale della Turchia, mentre il paese continuerà a cercare un nuovo consenso su base nazionale che possa riconciliare le molte identità dei turchi.

Sotto il governo settennale dell'AKP la Turchia ha intrapreso il doloroso processo di scendere a patti con il proprio patrimonio musulmano e ottomano. Contrariamente alle impressioni generali, il neo-ottomanismo non è né islamista né imperialista. Si potrebbe dire che usa il comune denominatore dell'Islam per derivarne un concetto meno etnico dell'identità turca che sia più conciliabile del laicismo militante con il carattere multietnico dello Stato turco.

Ma in politica estera il “neo-ottomanismo” ha un programma più ambizioso. Come ha scritto l'importante editorialista del giornale turco Zaman, Omer Taspinar, “Il neo-ottomanismo vede la Turchia come una superpotenza regionale. La sua cultura e visione strategica riflette la portata geografica degli imperi ottomano e bizantino. La Turchia, come paese-fulcro, dovrebbe così svolgere un ruolo diplomatico e politico molto attivo nell'estesa regione di cui è il 'centro'”. Non sorprende che i detrattori di Erdogan tra le élite occidentalizzate di Istanbul e Ankara vedano queste aperture islamiche o pan-turche della politica estera come mosse rischiose e in ultima analisi nocive per gli interessi della Turchia.

Per citare un importante editorialista turco, Mehmet Ali Birand, di CNN Türk, Erdogan ha “disturbato” il delicato equilibrio della politica estera e ha “messo sé stesso e il suo paese in una posizione rischiosa... Sarà interpretato come un lento allontanamento dal campo Israele-Stati Uniti-Unione Europea-Egitto-Arabia Saudita... Anche se le relazioni con Israele non cesseranno, gli umori cominceranno a cambiare e si orienteranno verso l'antipatia. Se non verranno immediatamente riequilibrate, le relazioni tra Israele e la Turchia non si ristabiliranno facilmente. Le conseguenze si faranno sentire a Washington e sui mercati monetari”.

Tuttavia, la timorosa prognosi di Birand pare troppo presuntuosa. Non v'è alcuna base per affermare che il “neo-ottomanismo” significhi che la Turchia volterà le spalle all'Occidente. Come ha rilevato Tapinar, dopo tutto l'Impero Ottomano era noto come “il malato d'Europa”, non dell'Asia o dell'Arabia. La tradizione europea dell'apertura all'Occidente e agli influssi occidentali fu una costante dell'epoca ottomana. L'ambiziosa politica regionale di Erdogan nel Medio Oriente non dovrebbe essere vista come una deviazione dagli obiettivi rappresentati dall'ingresso nell'Unione Europea e dalle buone relazioni con Washington.

Nuvole sulle relazioni turco-israeliane
Non c'è dubbio che l'offensiva israeliana contro Gaza e l'episodio di Erdogan a Davos abbiano creato fratture nelle relazioni strategiche tra Turchia e Israele. Ma il problema è se i danni siano abbastanza gravi da dare il via a un importante riallineamento nella regione. È altamente probabile che con il raffreddarsi degli animi le relazioni turco-israeliane in quanto tali si ristabiliranno.

L'esercito turco ha fatto sapere che non ci sarà una riduzione della cooperazione con Israele. Ha detto che la cooperazione militare della Turchia con tutti i paesi, Israele compreso, si basa su interessi nazionali e non sono previste difficoltà nella consegna da parte di Israele di UAV (aerei senza pilota) Heron.

Il Ministro degli Esteri Tzipi Livni ha detto: “C'è un'incrinatura nelle nostre relazioni. Non è possibile nasconderlo. Ma queste relazioni sono molto importanti per entrambi i paesi”. Ha preso atto che Ankara stava “facendo una distinzione tra i rapporti bilaterali e il biasimo che ci stanno rivolgendo per l'operazione [di Gaza]”. Anche gruppi ebraici statunitensi stanno cercando di placare le acque nelle relazioni tra Turchia e Israele.

Si può capire che Erdogan si sia sentito tradito. Ha detto al Washington Post che la mediazione turca aveva portato Israele e la Siria “molto vicino” a negoziati di pace diretti sul futuro delle Alture del Golan. Durante la sua visita ad Ankara, il 23 dicembre, il Primo Ministro israeliano non solo ha nascosto a Erdogan il fatto che Israele prevedeva di attaccare Gaza quattro giorni dopo, ma ha assicurato al leader turco che al suo rientro avrebbe consultato i suoi colleghi per una ripresa dei negoziati con la Siria.

Quando Olmert si trovava ad Ankara, Erdogan ha telefonato a Gaza al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, e si è consultato con lui sulle questioni che avrebbe discusso con il Primo Ministro israeliano in visita. Del tutto comprensibilmente, Erdogan si è sentito tradito. “Questa operazione [a Gaza] mostra anche una mancanza di rispetto verso la Turchia”, ha detto. Israele è abituato ad agire assecondando esclusivamente i propri interessi. Ma Erdogan è un turco orgoglioso per il quale perdere la faccia è semplicemente inaccettabile.

Israele ha bisogno della Turchia
Nel frattempo in Turchia si sono svolte imponenti manifestazioni di massa contro Israele alla notizia delle atrocità commesse a Gaza. Il più alto organo esecutivo della Turchia, il Consiglio della Sicurezza Nazionale, che si trova sotto la guida del Presidente e comprende il Primo Ministro e i capi militari, ha dichiarato il 30 dicembre che Israele avrebbe dovuto cessare immediatamente le operazioni militari, dare una possibilità alla diplomazia e consentire che alla popolazione di Gaza giungessero gli aiuti umanitari.

Ma Israele ha preso con molta calma le critiche turche. Ha dichiarato che Erdogan si stava comportando in modo “emotivo”. Erdogan ha ribattuto: “Non sono emotivo. Parlo quale discendente dell'Impero Ottomano, che accolse i vostri antenati quando erano in esilio... La Storia li accuserà [Olmert e Livni] di aver macchiato l'umanità... È imperdonabile che un popolo che durante propria storia ha sofferto così profondamente abbia potuto fare una cosa del genere”.

In compenso, Israele ha più da perdere della Turchia nel deteriorarsi della fiducia reciproca. La Turchia ha molti amici nella regione, mentre Israele non ne ha praticamente nessuno. La Turchia è per Israele un alleato insostituibile non solo nel Medio Oriente ma nell'intero mondo musulmano. Con l'atteso confronto Stati Uniti-Iran e il conseguente riallineamento nella regione, Israele (e gli stati arabi pro-occidentali) hanno bisogno ora più che mai della Turchia come “elemento di equilibrio”. Come dimostra il caloroso plauso iraniano a Erdogan, anche Teheran è profondamente consapevole dei nuovi imperativi.

Oltre a tutto ciò, una questione eterna che dovrebbe allarmare Israele è che per la prima volta nell'heartland anatolico è visibile un'ondata di antisemitismo. Se i leggendari precedenti dell'era ottomana nel dare asilo agli ebrei erranti stanno davvero diventando una reliquia del passato, non chiedetevi di chi sia la colpa. Sono i leader israeliani che devono assumersene la responsabilità.

Originale da: Turkish Snub Changes Middle East Game

Articolo originale pubblicato il 4/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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