venerdì, marzo 20, 2009

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

di M. K. Bhadrakumar

Tutto indica che si stiano apportando gli ultimi ritocchi alla nuova strategia afghana dell'amministrazione Barack Obama. “Ci siamo quasi”, ha detto il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Mike Mullen. In base alle informazioni disponibili, l'obiettivo chiave è duplice: ottenere l'aiuto del Pakistan nella lotta contro il terrorismo e, in secondo luogo, ridimensionare le speranze americane in una vittoria militare.

Ma già emergono le contraddizioni. Di certo il ruolo del Pakistan diventa critico, e l'incertezza politica a Islamabad complica le cose. I vigorosi tentativi compiuti negli ultimi giorni dagli americani per persuadere gli ostinati protagonisti della vita politica pakistana a trovare un accordo vanno visti in questa prospettiva. Ma le turbolente affermazioni del leader dell'opposizione Nawaz Sharif, che reclama il posto che gli spetta ai vertici della politica nazionale, introducono un elemento del tutto nuovo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan. Basti dire che questi ultimi hanno davanti a sé un territorio inesplorato.

Dunque gli ultimi comunicati emanati da Washington sulla possibilità che l'amministrazione degli Stati Uniti decida di estendere le operazioni militari nelle aree tribali del Pakistan alla provincia del Belucistan infiammerà di certo l'opinione pubblica pakistana. Le notizie ipotizzavano anche che gli Stati Uniti potrebbero fare ricorso a operazioni di terra in aggiunta agli attacchi con i velivoli senza pilota Predator sulle aree tribali. È altamente improbabile che Sharif approvi questa intensificazione degli attacchi da parte degli Stati Uniti, cosa che gli permette di cavalcare l'onda del consenso popolare. Ma altrettanto contrariata dalla decisione americana è la fazione del governo civile pakistano guidata dal Primo Ministro Yousuf Raza Gilani, e questo anche ipotizzando che il Presidente Asif Ali Zardari possa scegliere di assistere in silenzio.

Senza dubbio il sistema della sicurezza pakistana non ha niente a che fare con una politica americana che si assume la prerogativa di violare l'integrità territoriale del Pakistan. È superfluo dire che l'opinione pubblica pakistana, compresa la classe compradora che fa parte della sua élite, si opporrà alla mossa statunitense. L'“anti-americanismo” pakistano sta già tracimando.

In sintesi, un allargamento della guerra afghana al territorio pakistano farà deragliare qualsiasi progetto di apertura di un dialogo politico da parte dell'amministrazione degli Stati Uniti. Di fatto, appare sempre più chiaro che l'amministrazione del Presidente Barack Obama è priva di una strategia chiara e lucida per questa guerra. E questa è anche la crescente percezione nella regione, anche se forse solo gli iraniani hanno articolato apertamente tale prospettiva a livello governativo.

Nel frattempo l'amministrazione Obama ha preso l'iniziativa di convocare una conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si terrà il 31 marzo all'Aia. È previsto che vi partecipi il Segretario di Stato Hillary Clinton, in attesa del summit dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) che si svolgerà il 3-4 aprile. In altre parole, si preparano le condizioni per il lancio formale della nuova strategia di guerra statunitense in Afghanistan.

Questa strategia, stilata dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, apparentemente espone 15 “obiettivi”: ci si propone, tra le altre cose, di eliminare i rifugi sicuri dei terroristi nelle aree tribali del Pakistan, rafforzare la capacità del governo di Kabul di contrastare la minaccia dei taliban per mezzo di un sostanzioso incremento del contingente afghano, assicurare una migliore governabilità a Kabul e far sì che l'Afghanistan rimanga stabile. È un paniere di “obiettivi” impegnativi da perseguire in un arco temporale di tre-cinque anni. Evidentemente gli Stati Uniti hanno ridimensionato il grandioso progetto di trasformare l'Afghanistan in una democrazia di stampo occidentale.

Il presupposto della nuova strategia è che l'esercito da solo non può vincere la guerra. Con una stupefacente ammissione pubblica, Obama ha osservato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra, mentre il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che il Presidente americano ha incontrato di recente, si è perfino spinto a dubitare che la guerra possa mai essere vinta. Si ha sempre più l'impressione che il massimo cui si possa aspirare sia contenere l'insurrezione. Dunque, come si è espresso un recente commento della BBC, lo scopo della componente militare nella nuova strategia sarà essenzialmente quello di prendere tempo mentre vengono prendono piede “tattiche contro-insurrezionali meno tangibili”.

La più importante di queste tattiche sarà la spinosa questione del dialogo con i taliban. Obama ha fatto un audace salto in avanti sottolineando la necessità di distinguere i taliban “moderati” e di dialogare con loro anziché etichettare tutta l'opposizione afghana come “fondamentalisti islamici”. È un ripensamento positivo.

L'islam politico è una cosa meravigliosamente sfaccettata. L'attuale spettro politico del Grande Medio Oriente, dal Levante alle steppe dell'Asia Centrale, si compone di islamisti di diverse sfumature che vanno dai Salafisti in Turchia ai Fratelli Musulmani e ai loro vari affiliati, al regime iraniano e alle frange violente ispirate da Osama bin Laden.

L'idea di aprire alla possibilità di un avvicinamento ai taliban non è nuova. In tutta la seconda metà degli anni Novanta fino all'ottobre del 2001 l'Arabia Saudita e il Pakistan ritenevano che con una politica del bastone e della carota gli Stati Uniti avrebbero potuto convincere i taliban a consegnare i capi di al-Qaeda, Bin Laden compreso.

Di fatto, negli Stati Uniti c'è un coro di opinioni secondo cui elementi dei taliban potrebbero essere sensibili alla riconciliazione. Anche gli europei, soprattutto i britannici, hanno per qualche tempo promosso questa linea. Anche Russia e China sono aperte all'idea. L'Iran tergiversa. Dunque Obama ha essenzialmente riecheggiato un'idea che già era nell'aria e per la quale potrebbe essere giunto il momento.

Ma i “taliban” sono un fenomeno molto complesso. Il loro islamismo è radicato nell'Islam tradizionale e nell'ideologia “anti-modernista” e corrisponde a una forma innovativa di sharia che unisce codici tribali pashtun, o pashtunwali, con estreme interpretazioni deobandi dell'Islam. Questa mescolanza comprende inoltre tracce di wahhabismo introdotte dai finanziatori sauditi dei taliban e il pan-islamismo dei movimenti contemporanei del “jihad”. L'ideologia dei taliban è radicalmente diversa dall'islamismo dei mujaheddin afghani, che traevano ispirazione dal sufismo mistico afghano e dai Fratelli Musulmani o Ikhwan.

Dunque, benché possa esserci una distinzione tra taliban “moderati” ed “estremisti”, la questione è se praticare quella distinzione serva a qualcosa. Insomma, come ha detto il Mullah Abdul Salam Zaeef, già ministro dei taliban e prigioniero a Guantanamo Bay, “Se gli americani pensano... di voler distinguere tra i taliban duri e quelli moderati non sarà accettabile per nessuno, perché è come dire a due fratelli che ne ami uno e vuoi giocare con lui mentre vuoi uccidere l'altro.”.

Inoltre i “taliban” comprendono, oltre a quelli più intransigenti, anche un assortimento composto da elementi delle tribù pashtun, delle sub-tribù e dei clan che possono essere o no alleati dei taliban, più la mafia locale, le bande criminali, semplici signori della guerra e perfino i mujaheddin di un tempo. E alcuni di loro, che non rientrano tra i neo-taliban, possono essere interlocutori molto importanti.

Per esempio il Partito Islamico dell'Afghanistan di Gulbuddin Hekmatyar. Il suo partito resta una forza politica molto importante. Per citare un commentatore di Mosca, la posizione di Hekmatyar differisce notevolmente da quella dei taliban: “Mentre [il leader dei taliban] Mullah Mohammad Omar insiste sul completo ritiro delle forze internazionali di peacekeeping dall'Afghanistan, Hekmatyar chiede che vengano sostituite da truppe di paesi musulmani. Questa idea è popolare in alcuni strati dell'opinione pubblica, e andrebbe presa in considerazione.”.

Ci sono poi altri aspetti.

- Uno, parlare con i taliban – anche se “moderati” – verrà percepito dall'opinione pubblica afghana come una ricerca di compromesso con i neo-taliban. Trasmette un segnale ambiguo in una guerra dove “conquistare i cuori” della popolazione è estremamente importante. Da un lato gli Stati Uniti inviano altre truppe, armano tribù locali e addestrano un esercito afghano a combattere contro i taliban, e dall'altro parlano di pace.

- Due, i taliban capiscono che non stanno perdendo la guerra, e questo equivale a vincerla. Perché dovrebbero negoziare? Che genere di offerta impossibile da rifiutare potrebbero ricevere?

- Tre, anche se teoricamente può essere possibile separare dagli altri i taliban “moderati”, non v'è certezza che siano dei collaboratori abbastanza forti da garantire la stabilizzazione dell'Afghanistan. Anzi, è altamente probabile che i taliban più intransigenti continuino a destabilizzare il paese.

- Quattro, gli intransigenti sono più che mai vicini ad al-Qaeda. Per citare le parole di Peter Bergen del think-tank statunitense New America: “La dirigenza dei taliban si è fusa ideologicamente e tatticamente con al-Qaeda”.

Non c'è dubbio che nella retorica dei taliban risuonino sempre più spesso riferimenti all'Iraq e alla Palestina. E poi una parte consistente della dirigenza dei taliban si trova in Pakistan. I negoziati diventano significativi solo se vi viene coinvolta la shura [il Concilio, N.d.T.] dei taliban. Ma l'elusiva shura probabilmente non si lascerà impressionare, considerato che gli Stati Uniti stanno negoziando da una posizione di debolezza o di stallo.

Così è nata l'idea che debba esserci una “smart policy”, una “strategia intelligente” in cui gli Stati Uniti innanzitutto intensificheranno i bombardamenti sulle aree tribali del Pakistan infliggendo molti danni ai taliban. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti Richard Holbrooke, che pilota questa strategia “intelligente”, ha incaricato Barnett Rubin, esperto di Afghanistan, di coordinare l'approccio con i taliban.

Sembra che il processo di dialogo con i taliban non sarà bello da vedere. In un recente articolo per Foreign Affairs Rubin ha scritto che in un “grande patto” gli Stati Uniti avrebbero posto fine all'azione militare quando e se i taliban gravemente colpiti ne avessero compreso la sensatezza acconsentendo a “proibire l'uso del territorio afghano (o pakistano) per il terrorismo internazionale”, e che il conseguente accordo avrebbe “costituito una sconfitta strategica per al-Qaeda”.

Un approccio pesante degli Stati Uniti, come quello delineato da Holbrooke, può solo fare il gioco dei taliban, poiché sicuramente infiammerà il nazionalismo dei pashtun. Se l'obiettivo è quello di assicurare una maggiore partecipazione dei pashtun ai governo, poteva essere conseguito agevolando un aperto dialogo intra-afghano a livello nazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso al collaudato metodo di raggiungere un'intesa nazionale, il che significa convocare una loya jirga, o grande concilio. Non c'è alcuna vera alternativa, visto che l'élite politica del paese manca disperatamente di unità e non vi sono nella società una forza consolidatrice o un partito nazionale.

Il governo di Kabul del Presidente Hamid Karzai annaspa, mandato alla deriva dall'amministrazione Obama, e né l'opposizione dei mujaheddin né i taliban sono in grado di rimpiazzarlo. Questa è una profonda crisi sistemica. Dialogare con i taliban moderati è necessario, ma è non più sufficiente come lo sarebbe stato nel 2002 o nel 2003.

Originale: US spills Afghan war into Pakistan

Articolo originale pubblicato il 20/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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