domenica, marzo 08, 2009

La conquista del corpo

8 marzo: la conquista del corpo
di Atenea Acevedo

tradotto da Manuela Vittorelli

La notizia del ritorno (o recrudescenza), nelle campagne della Mauritania, dopo il colpo di Stato dello scorso agosto e l'instaurazione della giunta militare, della pratica dell'alimentazione forzata delle bambine a partire dai 5 o 6 anni per farle ingrassare, risveglia perlomeno un senso di allarme e d'urgenza internazionale. Ed impone anche una riflessione sul grande tema, sempre attuale, dei diritti delle donne in quanto esseri umani: la proprietà del loro corpo.

La lotta di liberazione delle donne si è organizzata principalmente a partire della distinzione tra spazio pubblico e spazio privato. La partecipazione delle donne agli spazi pubblici è forse l'aspetto più evidente del successo del movimento femminista, benché si tenda a ignorare (spesso deliberatamente) la complessa storia ad ampio respiro che ha visto aumentare sensibilmente il numero di donne salariate, per la maggioranza ancora in impieghi precari e in alcuni casi in posizioni di potere e ruoli decisionali. Nei libri di storia che usavamo alle superiori, pieni di immagini di eroi a cavallo e in uniforme che portavano la guerra in tutto pianeta, Marie Gouze (Olympe de Gouges) e la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina erano assenti. Nelle aule nessuno ci ha parlato delle suffragette né della mano d'opera femminile che non rappresentava un rischio per la famiglia e le buone maniere finché alimentava la macchina da guerra in periodi di crisi. Ma al di là dell'iconografia nazionalista che dipinge la patria come una madre forte e coraggiosa, e delle solite tre o quattro figure, la storia ufficiale relega le donne all'anonimato e all'oblio. L'occupazione femminile dello spazio pubblico appartiene alla storia marginale, della quale si occupa solo chi studia il femminismo. Ma noi siamo qui, alcune con una coscienza di genere e altre estranee a ogni ideologia: lavoriamo per un salario, elaboriamo idee, occupiamo studi, tribune, uffici. E tuttavia il tema dello spazio pubblico non è stato ancora abbandonato dalla riflessione femminista, democratica ed egalitaria. La povertà, lo sfruttamento e le vessazioni affliggono ancora oggi la maggior parte delle donne. Il lavoro domestico non remunerato continua a costituire un pilastro del capitalismo tanto come riproduttore di mano d'opera quanto come infrastruttura gratuita di base indispensabile al funzionamento sociale.

Ci sono senza dubbio aspetti ancora irrisolti per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Però l'essenza della questione femminile si trova nello spazio privato, concretamente nel corpo. Benché abbia ampiamente guadagnato terreno nella sfera dei diritti sessuali e riproduttivi grazie al motore della lotta femminista, il corpo delle donne resta nelle mani dello Stato, del tempio, dell'iniziativa privata, del rapporto di coppia e dei costumi. Il caso delle bambine di campagna mauritane, nutrite a forza per poter trovare un marito ed essere un degno simbolo d'opulenza, non è molto diverso da altri riti e credenze che sono forse meno brutali ma seguono o perpetuano principi analoghi. Pensando a queste bambine non si può fare a meno di evocare le anoressiche e le bulimiche che vivono fuori e dentro il grande schermo, così come non si può pensare ai piedi bendati delle cinesi di un tempo senza evocare l'alluce valgo delle modelle e delle ragazze occidentali che portano i tacchi alti fin dalla pubertà. Non si può pensare alle mutilazioni genitali senza riflettere sull'assenza totale del clitoride nei nostri libri d'anatomia, nelle conversazioni con le nostre madri, o peggio ancora coi nostri partner sessuali. In effetti, la barbarie che caratterizza la violazione dei diritti umani in altre culture deve motivare i nostri moti di indignazione e le nostre denunce, ma deve anche essere un'occasione per gettare uno sguardo di autocritica sulle nostre culture.

A tutte le latitudini, noi donne cresciamo con la convinzione che sia indispensabile modificare il nostro corpo per renderlo appetibile, per piacere all'altro. C'è sempre qualcosa di troppo (nella mia cultura: i peli, il grasso, le rughe, la cellulite) e di troppo poco (nella mia cultura: un seno generoso e sodo, profumi delicati, il trucco, dei vestiti alla moda). E il messaggio non cambia con la geografia: nessuno ti amerà per come sei, nessuno vorrà sposarsi con te. In questo discorso, un discorso che purtroppo sta diventando universale, l'amore e il benessere, sotto l'ingannevole copertura della vita di coppia, restano condizionati dall'immagine. Un numero sempre maggiore di uomini cade un questo inganno, ma noi donne in questo abbiamo secoli di esperienza e conosciamo benissimo la doppia morale che fa della nostra anatomia il più bel dono e il peggiore castigo. Il corpo e la sua immagine sono un salvacondotto o una condanna nelle diverse fasi della vita: essere magra oppure obesa, pudica o civetta, riservata o dissoluta, discreta o viziosa. Il corpo e la sua biologia ci marchiano agli occhi della società attraverso il filtro della sessualità: si suppone che il nostro stato d'animo, il nostro temperamento e il nostro carattere debbano spiegarsi con la pura fisiologia, e non sfuggono mai a commenti maliziosi. Dalla ragazza emarginata che cuce nella maquila messicana o nel laboratorio filippino e deve sottoporsi mese dopo mese a un test di gravidanza con la minaccia di perdere il lavoro se si rifiuta di farlo o se si rivela incinta, fino alla ministra spagnola o alla presidente argentina giudicate soprattutto in base al loro abbigliamento o al modo in cui si rapportano al loro ruolo di mogli e di madri, il criterio per qualificare tutte le donne passa in una maniera o nell'altra attraverso il corpo. Con una doppia perversione, ci fanno credere di essere un corpo ma non ci insegnano ad appropriarcene, ad abitarlo e a viverlo in libertà. Libertà di scegliere quando, come e con chi coprirlo, denudarlo, condividerlo e amarlo come veicolo che ci serve per muoverci e comunicare con il mondo.

Neanche la sinistra ha compreso del tutto che non siamo una proprietà collettiva. Quante rivoluzioni rivendicano il recupero e l'usufrutto delle loro terre, delle loro risorse e delle loro donne? Quanti compagni si riferiscono alle loro compagne chiamandole la mia donna? Le parole non sono innocenti: riflettono visioni del cosmo, credenze, presupposti. L'argomento apparentemente più solido di chi afferma che il femminismo è superato si fonda sulla partecipazione delle donne alla vita pubblica, ma il cammino è ancora lungo e le idee conservano tutta la loro forza e pertinenza. Ci manca la rabbia del femminismo degli anni Settanta: quelle donne che la maggioranza continua a considerare con cattiveria come delle pazze perché l'unica immagine mediatica che si è conservata è quella dei reggiseni bruciati, senza riconoscere che tutti i movimenti sociali hanno bisogno di un impulso radicale per mettere sul tavolo ciò che è urgente e importante. Oggi abbiamo bisogno di coloro che videro l'alienazione del loro corpo come la radice del controllo patriarcale e dunque la sua conquista come lo strumento di un'autentica liberazione.

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