lunedì, marzo 09, 2009

Sergei Roy su crisi economica russa, governo e opposizione

[Le analisi di Roy - scrittore, traduttore, filologo e analista politico, nonché un cosiddetto "democratico della prima ondata" - sulla situazione politica ed sociale russa, con particolare attenzione per le pecche e i limiti dell'"opposizione" amata più a Ovest che in patria, meritano sempre una lettura attenta.]

Déjà vu in arancione
di Sergei Roy

tradotto da Manuela Vittorelli


Circa quattro anni fa in Russia ci fu un po' di tensione sociale. Michail Zurabov, allora ministro della salute e dello sviluppo sociale, mise in atto una riforma che colpì i pensionati sostituendo le agevolazioni (come i farmaci gratis) con il loro equivalente in denaro. Questi sussidi però si rivelarono tutt'altro che equi e non portarono vantaggi a nessuno, tranne – come notarono duramente alcuni – che alle compagnie private controllate dallo stesso Zurabov, che non si prese nemmeno la briga di smentire le accuse.

Alcuni pensionati allora scesero in piazza per protestare, ma le manifestazioni furono molto modeste e si limitarono alle grandi città per poi smorzarsi quando il governo reagì con efficacia, per quanto goffamente. Per appianare i divari e placare i perdenti fu versato altro denaro. Molti pensionati delle aree rurali, che non avevano mai goduto di alcuni dei cosiddetti sussidi che conoscevano solo vagamente – soggiorni gratuiti in case di vacanza di lusso, viaggi in autobus gratuiti (in luoghi in cui gli autobus erano inesistenti), chiamate telefoniche gratuite (dove telefoni non ce n'erano, né gratis né d'altro tipo), ecc. – accolsero questi contributi come una manna inattesa. Infine, Michail Zurabov, il terzo politico russo più odiato (dopo Čubais e Gajdar), fu sbattuto fuori dal governo, e questo placò decisamente la rabbia dei pensionati. La tensione era acqua passata, non interessava più a nessuno con l'eccezione di qualche occasionale analista.

Per me l'aspetto più interessante di quell'episodio fu il seguente. Mentre i manifestanti facevano appello alla dirigenza – leggasi Putin – perché rimediasse all'ingiustizia che era stata inflitta loro da un membro odiato del governo, certe forze in questo paese e altrove non vedevano l'ora di usare le proteste per rovesciare il “regime di Putin”. Sergej Kurginjan, un regista teatrale divenuto esperto di scienze politiche, disse allora di sapere per certo che i manifestanti di Chimki, la città satellite di Mosca, erano ben pagati per la loro “azione spontanea” da fautori che preferivano rimanere nell'ombra.

L'identità di quei fautori non era però un segreto. Gli oligarchi, che si erano arricchiti oscenamente negli anni di El'cin insieme ai politici e ai burocrati al loro servizio, si vedevano allora pestare i calli dai siloviki di Putin. E ovviamente speravano di cavalcare le proteste sociali e arrecare quanti più danni possibili al “regime di Putin”, se non rovesciarlo del tutto.

Ricorderete che era il tempo delle “rivoluzioni colorate”, in particolare della “rivoluzione arancione” in Ucraina. Boris Nemcov, capo della pro-oligarchica Unione delle Forze di Destra, si annodò al collo una sciarpa arancione e si pavoneggiò nei panni di consulente del Presidente ucraino “arancione” Juščenko, alimentando in molti oligarchi la speranza che le fiamme arancione potessero estendersi anche alla Russia. I media meglio pagati non risparmiarono questi pii desideri, in quei giorni.

E non solo in Russia. In quell'anno di proteste, il Carnegie Endowment for International Peace (Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale) pubblicò il suo Policy Brief n. 41 intitolato “Putin’s Decline and America’s Response,” (“Il declino di Putin e la risposta dell'America”) di Anders Eslund (Aslund). In quel documento Aslund sognava una “sollevazione popolare attraverso l'intensificazione delle proteste spontanee” di una popolazione russa “straordinariamente irritata” e “ispirata dalle recenti rivoluzioni in Ucraina e nella Repubblica del Kirghizistan”. Tra le fantasie di Aslund c'era anche un colpo di stato anti-Putin: “nella cerchia del KGB di Putin, Putin non è considerato il leader... i potenti che lo circondano potrebbero complottare contro di lui”. E Aslund scriveva anche molto altro, sempre con questo tono di rancida insensatezza.

Be', sono passati quattro anni e Putin è ancora alla guida della Russia, in tandem con Dmitrij Medvedev, il presidente da lui scelto, mentre Anders Aslund, sospetto, starà ancora prevedendo la caduta di Putin – tanto più che la Russia attualmente assiste a tensioni sociali più forti di allora, perché le proporzioni della crisi che ci sta colpendo sono infinitamente maggiori della calcolata idiozia di Zurabov.

Tuttavia secondo me le crisi del 2005 e del 2009 sono identiche almeno sotto un aspetto. In questi giorni, come allora, le masse colpite dalla disoccupazione e dalla paura del crollo della qualità della vita fanno affidamento su Putin, Medvedev e sul “regime” in generale perché le guidino in questi tempi difficili, mantengano la stabilità politica e soprattutto quel minimo di prosperità economica che erano giunte a dare per scontate negli otto anni di Putin. Dall'altro lato, i “detrattori del Cremlino”, l'“Altra Russia”, i falliti degli anni Novanta e gli “arancioni” di tutte le tonalità stanno nuovamente sperando di usare lo scontento delle masse – organizzato da quegli stessi “arancioni” – per gettare il paese nello scompiglio politico e tentare di impossessarsi del potere nel caos successivo.

Un altro aspetto comune è che le principali critiche degli “arancioni” sono ancora una volta dirette a Vladimir Putin, allora presidente e oggi premier. Putin ha gestito male l'attuale crisi economica, dunque deve dimettersi o essere estromesso dal Presidente Medvedev, ecco il loro attuale tema ricorrente.

La rivista Kommersant-Vlast’ (n. 6, febbraio 2009) ha chiesto a una decina di personaggi pubblici “Medvedev licenzierà Putin?” e ha pubblicato le loro risposte; in prevalenza negative, ma alcune erano positive e molto rivelatrici. Il tema è allora stato entusiasticamente ripreso da quel letterato e importante rappresentante della Scuola delle Chiacchiere Politiche che è Dmitrij Bykov nella rivista Sobesednik (n. 7, Febbraio 2009). A ciò si aggiungano i tanti articoli – prodotti da un prolifico artigianato analitico – che in Russia e all'estero si sono messi a cercare o piuttosto inventare di sana pianta divisioni tra il premier “autoritario” e il presidente “liberale”.

Tra gli “arancioni” che hanno risposto alla domanda del Kommersant' vorrei ricordarne giusto un paio. Uno è Boris Nemcov, che sventolava quella stessa sciarpa arancione del 2004-2005 e insisteva che liberarsi di Putin è la cosa più facile che ci sia: “Basta trovare il dattilografo che scriva il decreto”. Niente da dire, si rabbrividisce al pensiero che uomini di questo calibro intellettuale vengano visti in alcuni ambienti come i rappresentanti del liberalismo russo. L'altro è Nikolaj Zlobin dello US Defense Information Center (Centro di Informazione sulla Difesa), che pare essere un degno erede di Anders Aslund e ha affermato compiaciuto: “È ora di cominciare a pensarci”.

Be', i signori Nemcov, Zlobin e i loro simili possono pensare e dire ciò che vogliono. Ritengo che il Presidente Medvedev non sia un idiota, e tanto meno un perfetto idiota. Indipendentemente da come la pensa sulla gestione di quella che viene eufemisticamente definita “flessione economica”, certamente si rende conto che deporre un premier che guida il partito di maggioranza in parlamento e nel paese (si vedano i risultati delle elezioni del 1° marzo) è leggermente suicida. Nella migliore delle ipotesi, porterebbe alla situazione da operetta dell'Ucraina, dove il premier e il presidente si insultano pubblicamente, il Parlamento (la Rada) si compiace a sua volta delle risse verbali e non disdegna le zuffe. Nella peggiore delle ipotesi... Per uno che si è gingillato con le Molotov in due colpi di stato negli allegri anni Novanta, il solo pensiero di quel “peggio” è insopportabile.

È questo il problema degli “arancioni” – Nemcov, Hakamada, Kas'janov, Berezovskij, Kasparov e i tanti altri appoggiati dalle forze russofobe occidentali che li considerano l'unica vera opposizione al Cremlino: vogliono una sollevazione politica in un momento in cui solo una struttura politica stabile, per quanto insoddisfacente, può controllare il caos economico che sta infuriando. Aggiungere l'instabilità politica a quella economica è la ricetta perfetta per portare la Russia all'autodistruzione. Ma a loro che importa? Peggio per la Russia, meglio per loro. Di fatto, solo il crollo economico e la sollevazione politica possono offrire loro una possibilità di riguadagnare il potere, il prestigio e la prosperità che avevano prima che Putin e i suoi li mettessero da parte.

Permettete che mi esprima nei termini più crudi possibili: chiunque adesso chieda le dimissioni di Putin, o dipinga fantasiosi scenari di improbabili macchinazioni politiche di Putin o Medvedev, è un nemico della Russia, oppure dovrebbe farsi curare. Tutto qui.

Parlando per me, sono stato estremamente critico nei confronti della politica economica e, in certi casi, sociale di Putin. Ho definito la sua affermazione “la Russia è una superpotenza energetica” come esempio di politichese in un momento in cui il petrolio costava 140 dollari al barile. Di recente mi sono concentrato sugli aspetti più comici della gestione della crisi economica da parte del governo Putin (si veda il mio “Crisis as Circus”, “La crisi come circo”). Tuttavia, anche mentre scrivevo questa presa in giro, ero perfettamente consapevole del fatto che è facile fare i cinici con questi strafalcioni. Ma cosa avreste fatto al posto loro, considerato il clima oligarchico-burocratico e le endemiche deficienze dell'economia russa?

In fin dei conti questa economia non è dissimile da quella del Brasile di qualche anno fa, quando il suo benessere dipendeva solo da un prodotto, il caffè. Il mondo si mette a bere più tè e meno caffè e l'economia del Brasile va a pezzi, ecco com'era. Nel nostro caso si tratta delle materie prime – petrolio, gas, metalli, legname – che sono state il pilastro della nostra economia non solo sotto Putin o El'cin, ma da molto prima. Anche con tanta buona volontà, ci vorranno decenni per cambiare questa situazione, e se qualcuno dice che questa crisi è il momento migliore per avviare il cambiamento permettetemi di dubitare della sua saggezza.

Insomma: cosa farei al posto di Putin adesso? Sarebbe difficile resistere all'impulso di dare un bel calcio nel sedere al Ministro delle Finanze Kudrin, non fosse che per la sua commovente fiducia negli omologhi di Fanny Mae e Freddy Mac. Ma chi metterei al suo posto? Un altro membro del dipartimento economico dell'attuale governo? Ma farebbe le stesse mosse di Kudrin, forse con minore scaltrezza. O – non sia mai – il comunista Sergej Glaz'ev? Economista brillante, non c'è dubbio, ma vorrebbe sicuramente tentare qualcosa di rivoluzionario, i comunisti hanno questa tendenza... No, grazie, magari un'altra volta.

Naturalmente c'è l'onnipresente Boris Nemcov che ora parla di negoziati segreti con il Presidente Medvedev per estromettere il premier Putin. Se questa fosse una tragedia di Goethe, a questo punto una Voce dal Cielo si metterebbe a sghignazzare: Boris Nemcov era stato cacciato dal suo posto di vice premier, circa dieci anni fa, proprio dal defunto e non troppo compianto Boris El'cin, e il paese non riuscì comunque a evitare il default...

No, preferisco lasciare questi problemi all'attuale duumvirato e oppormi strenuamente a qualsiasi tentativo di rimpiazzarlo. Con la penna o una molotov o quello che serve.

Originale: Déjà vu in Orange

Articolo originale pubblicato il 6/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Le solite paranoie degli pseudodemocratici russi...