mercoledì, luglio 01, 2009

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano

Obama alle prese con il secco rifiuto persiano
di
M. K. Bhadrakumar

Interrompendo i suoi servizi iraniani per dedicarsi ai lavori di manutenzione, Twitter chiude con la soddisfazione di avere probabilmente messo in difficoltà una potenza regionale risorgente. Il governo degli Stati Uniti deve fare a Twitter un bell'inchino per essere riuscito là dove tutti gli altri stratagemmi della guerra e della pace hanno fallito negli ultimi trent'anni.

Ma le storie persiane hanno conclusioni lunghe. Il regime iraniano indica chiaramente una tendenza a serrare i ranghi e riorganizzarsi in presenza a ciò che considera una grave minaccia al Vilayat-e faqih (il governo clericale). Anche se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vorrebbero prendere le distanze dalla rottura con Teheran (decisione del tutto sensata e logica), quest'ultima potrebbe non consentirlo.

Quando il Capo Supremo Ayatollah Ali Khamenei ha usato una colorita espressione persiana per caratterizzare i leader europei e americani e ha sottolineato che il popolo iraniano considera “macchiato” il suolo ove quei leader hanno messo piede, ha fatto capire che Teheran non dimenticherà facilmente il sardonico fuoco di fila cui l'hanno sottoposta negli ultimi giorni soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per danneggiare il suo profilo di potenza in ascesa nella regione. Con un velato monito, Khamenei ha detto: “Alcuni leader europei e americani con le loro idiote osservazioni sull'Iran parlano come se i loro problemi [v. Iraq, Afghanistan] fossero stati tutti risolti e l'Iran fosse il loro unico cruccio”.

L'Iran ha alle spalle una storia tortuosa, caratterizzata in abbondanza da ciò che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo discorso del Cairo ha chiamato “tensione... alimentata dal colonialismo che negò diritti e opportunità a molti musulmani, e una Guerra Fredda in cui paesi a maggioranza musulmana erano troppo spesso trattati in maniera strumentale per ciò che concerneva le loro aspirazioni”. Negli ultimi trent'anni per Teheran la “linea rossa” è sempre stata rappresentata dai tentativi stranieri di imporre un cambiamento di regime. In quella linea è stato aperto un varco.


I servizi di sicurezza iraniani hanno cominciato a scavare sempre più in profondità in ciò che è realmente accaduto. Gholam Hossein Nohseni Ejei, il potente Ministro dell'Intelligence, basandosi sulle informazioni disponibili ha ipotizzato un tentativo concertato di fomentare le rivolte da parte di potenze mondiali “preoccupate per un Iran stabile e sicuro”, nonché complotti per assassinare capi iraniani.

Le accuse infondate non reggono. Ma nei giorni e nelle settimane a venire sorgeranno domande scomode. I primi dubbi riguardano la morte misteriosa di Neda Aqa-Soltan. Sono inoltre stati uccisi otto miliziani Basiji. Chi li ha uccisi? Anzi, chi ha guidato la carica della brigata?

È un frammento di storia poco noto, ma prima del golpe anglo-americano a Teheran contro Mohammed Mosaddeq in 1953 la CIA si scoraggiò proprio quando le manifestazioni di massa a Teheran – stranamente simili ai recenti tumulti – stavano per avere inizio, ma la base dei servizi britannici a Cipro, che coordinava l'intera operazione, tenne duro, forzò il passo e infine creò un fait accompli per Washington.

In ogni caso, Teheran ora se la prende con la Gran Bretagna, “la più infida delle potenze straniere”, per citare le parole di Khamenei. Due diplomatici britannici assegnati a Teheran hanno ricevuto l'ordine di andarsene e quattro iraniani impiegati nell'Ambasciata britannica sono stati fermati e sottoposti a interrogatorio. E questo nonostante Londra continui a ribadire energicamente di non avere nulla a che fare con ciò che succede nelle vie di Teheran. Una dichiarazione del Foreign Office di Londra afferma che il Primo Ministro Gordon Brown è spinto ad agire non dall'indignazione per il trattamento riservato ai diritti civili o per la morte di innocenti, ma dal programma nucleare iraniano.

Londra è visibilmente ansiosa di andarsene quanto prima, e spera di poter normalizzare al più presto i rapporti con l'Iran. Ma Obama si trova a dover affrontare una sfida molto più complessa. Non può emulare Brown. Deve trattare con l'Iran. Il problema che Obama deve affrontare è che il regime iraniano non solo non si è incrinato, ma ha mostrato un'incredibile capacità di recupero.

Il regime serra i ranghi
Circolava voce che il silenzio dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani significasse che stava preparando un complotto nella città santa di Qom per sfidare le disposizioni di Khamenei. Ma non era così. Domenica Rafsanjani è uscito allo scoperto appoggiando Khamenei. Distinguiamo qui gli infallibili contorni di un'intesa.

“Gli sviluppi successivi al voto presidenziale sono stati una complessa cospirazione concepita da elementi sospetti allo scopo di produrre una spaccatura tra il popolo e la dirigenza islamica facendo sì che venisse a mancare la fiducia nel sistema [Vilayat-e faqih]. Simili complotti sono stempre stati neutralizzati quando il popolo ha mantenuto un atteggiamento vigile”, ha detto Rafsanjani.

Rafsanjani ha lodato Khamenei per aver concesso altri cinque giorni per i ricorsi sulle elezioni, permettendo così di fare chiarezza: “Questa preziosa mossa del Capo Supremo per ristabilire la fiducia del popolo nel processo elettorale è stata molto efficace”, ha osservato Rafsanjani. Giovedì, durante un incontro con una delegazione di membri del majlis (il parlamento), Rafsanjani ha detto che il suo attaccamento a Khamenei è “illimitato”, che i suoi rapporti con il Leader Supremo sono stretti e che si attiene assolutamente al Velayat-e faqih.

Sabato il Consiglio per il Discernimento del Sistema, guidato da Rafsanjani, ha sollecitato i candidati sconfitti a “osservare la legge e risolvere i conflitti e le dispute [sulle elezioni] per vie legali”. Nel frattempo Mohsen Rezai, il candidato dell'opposizione ed ex capo delle Guardie delle Rivoluzione iraniana, e l'ex presidente del parlamento Nateq-Nouri, pilastro della politica iraniana, si sono a loro volta riconciliati.

Dunque Mir Hossein Mousavi è isolato. Ignorando le obiezioni di Mousavi, il Consiglio dei Guardiani ha ordinato un parziale riconteggio del 10% dei voti, in urne elettorali scelte a caso nel paese, di fronte alle telecamere della televisione di Stato. Il riconteggio ha confermato nella tarda serata di lunedì il risultato delle elezioni del 12 giugno e ha fatto dichiarare al Ministero degli Interni che “il Consiglio dei Guardiani dopo aver esaminato le questioni ha rigettato tutti i ricorsi presentati e approva l'accuratezza delle decime elezioni presidenziali”.

Il riconteggio di lunedì ha mostrato un leggero aumento dei voti favorevoli al Presidente Mahmud Ahmadinejad nella provincia di Kerman. A Mousavi ora resta solo la rischiosa opzione della “disobbedienza civile”, ma non la eserciterà, con buona pace dei commentatori occidentali che apparentemente lo considerano il “Ghandi iraniano”.

Se ci si aspettava che il presidente del majlis, Ali Larijani, fosse un potenziale leader dissidente, anche queste attese sono state deluse. Lunedì, rivolgendosi al riunione del comitato esecutivo dell'Organizzazione della Conferenza Islamica ad Algeri, Larijani ha attaccato la politica statunitense di “ingerenza” negli affari interni dei paesi mediorientali. Ha consigliato a Obama di abbandonare questa politica: “Il cambiamento sarà benefico sia per la regione che per gli stessi Stati Uniti”.

L'amministrazione Obama dovrà prendere delle decisioni difficili. Sono state le costanti critiche e pressioni delle reti anti-iraniane e delle potenti lobby annidate nel Congresso degli Stati Uniti e nella classe politica – oltre che in settori dei servizi di sicurezza tradizionalmente esperti nel ricomporre gli screzi con Teheran ma anche abominevolmente noti per gli errori commessi nella valutazione delle vicende politiche iraniane – a costringere Obama a irrigidirsi.

Ammorbidire la propria posizione sarà un processo difficile e politicamente imbarazzante. Servono anche buone qualità di statista. La cosa migliore è che Washington si conceda una pausa e, dopo un intervallo di tempo accettabile, riprenda a impegnarsi nel dialogo con l'Iran.

Contatti significativi nelle prossime settimane sembrano improbabili. Nel frattempo, pignolerie come il rifiuto del visto al Vice Presidente iraniano Parviz Davoudi perché possa recarsi a New York alla conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi economica mondiale non sono certo d'aiuto. (Davoudi è un sostenitore delle prospettive economiche liberiste). Né lo sarà la probabile decisione degli Stati Uniti di perseguire la via delle sanzioni contro l'Iran al prossimo summit del G8 che si terrà a Trieste l'8-10 luglio. (A maggio l'Iran ha superato l'Arabia Saudita come principale esportatore di petrolio dal Golfo Persico verso la Cina.)

Riassumendo, nel fronteggiare la situazione iraniana l'amministrazione Obama ha malamente annaspato dopo un magnifico esordio. Come afferma l'eminente editorialista ed esperto di politica estera Leslie H. Gelb nel suo ultimo libro Power Rules: How Common Sense Can Rescue American Foreign Policy (Regole del potere: come il buon senso può salvare la politica estera americana), Obama aveva la possibilità di “usare il modello libico, nel quale Washington e Tripoli hanno giocato a carte scoperte e negoziato in modo estremamente soddisfacente”.

La risposta dell'Iram
Inoltre il contesto regionale può solo andare a vantaggio dell'Iran. L'Iraq continua a trovarsi pericolosamente in bilico. Le fortune degli Stati Uniti in Afghanistan oscillano tra la possibile sconfitta e la scampata sconfitta. La Turchia ha preso le distanze dalla posizione europea sui recenti sviluppi in Iran. L'Azerbaigian, il Turkmenistan, l'Afghanistan e il Pakistan si sono rallegrati per la vittoria di Ahmadinejad. Mosca ha poi concluso che il regime non era minacciato.

La Cina emerge come “vincitore” assoluto per aver valutato correttamente fin dal primo giorno le correnti profonde dell'oscura politica rivoluzionaria iraniana. Mai prima d'ora Pechino aveva espresso così apertamente tanta robusta solidarietà al regime iraniano nel suo respingere le pressioni occidentali. Né la Siria né Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza hanno mostrato in alcun modo di voler prendere le distanze dall'Iran.

Certo, negli ultimi sei mesi i legami della Siria con l'Arabia Saudita sono migliorati e Damasco ha accolto favorevolmente le recenti aperture diplomatiche dell'amministrazione Obama. Ma ben lungi dall'adottare la linea saudita o statunitense nei confronti dell'Iran, il Ministro degli Esteri siriano Walid al-Moallem ha messo in discussione la legittimità delle proteste di piazza a Teheran.

Questo il suo monito di domenica scorsa, quando cresceva la protesta nelle strade di Teheran: “Chiunque scommetta sulla caduta del regime iraniano perderà. In Iran la rivoluzione islamica [del 1979] è una realtà profondamente radicata, e la comunità internazionale [leggasi gli Stati Uniti] devono conviverci”.

Moallem ha sollecitato “l'instaurazione di un dialogo tra l'Iran e gli Stati Uniti basato sul reciproco rispetto e sulla non-ingerenza negli affari iraniani”. Analogamente, il successo di Saad Hariri come neo-eletto primo ministro del Libano – nonché la stabilità complessiva del paese – si impernierà sulla sua capacità di riconciliarsi con i rivali, alleati di Siria e Iran.

In considerazione di tutto questo, Washington ha sperimentato una crisi della propria condotta politica. Il paradosso è che l'amministrazione Obama ora avrà a che fare con un Khamenei al culmine del suo potere politico di leader supremo, carica che ricopre ormai da vent'anni. Per quanto riguarda Ahmadinejad, d'ora in poi negozierà da una posizione di forza senza precedenti. Si suppone che aiuti il fatto che il proprio avversario sia forte, perché significa che può prendere decisioni difficili, ma in questo caso l'analogia non tiene.

Ahmadinejad ha lasciato poco spazio all'interpretazione quando sabato a Teheran ha dichiarato: “Non c'è dubbio che il nuovo governo iraniano adotterà una posizione più salda e decisiva nei confronti dell'Occidente. Questa volta la risposta della nazione iraniana sarà dura e più decisiva” e volta a far rimpiangere all'Occidente le sue “ingerenze”. Una cosa è certa: Teheran non risponderà via Twitter.

Originale: Obama faces a Persian rebuff

Articolo originale pubblicato il 30/6/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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