giovedì, agosto 20, 2009

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

di M. K.
Bhadrakumar

Nei suoi quarant'anni di onorevole carriera diplomatica non c'è niente che faccia pensare che Richard Holbrooke, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Afghanistan e il Pakistan, si sia dilettato di problematiche energetiche. L'obiettivo ufficiale dell'attuale tappa in Pakistan durante il suo viaggio in Afghanistan è aiutare il paese ospite a trovare un modo per ovviare alla penuria di energia elettrica.

Lunedì a Islamabad Holbrooke ha ammesso davanti ai giornalisti pakistani che la crisi energetica del loro paese era frutto di più di vent'anni di problemi e dunque non ci si poteva aspettare che lui la risolvesse in poche settimane. Ciononostante, attraverso il loro rappresentante speciale gli Stati Uniti volevano dimostrare preoccupazione per i veri problemi del popolo pachistano e l'intenzione di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Nel frattempo Holbrooke ha rimandato la partenza per Kabul. E ha partecipato ad altri incontri: con il capo di Jamiat Ulema-e-Islam (JUI) Maulana Fazlur Rahman e il leader di Jamaat-i-Islami (JI) Qazi Hussein Ahmad. Interessante, visto che né Maulana né il Qazi possono essere degli interlocutori sul tema della sicurezza energetica. Il loro forte è altrove: Islam militante, terrorismo di frontiera e jihad in Afghanistan.

Mentre Holbrooke si dava da fare a Islamabad, il comandante delle forze USA in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è giunto nella vicina Rawalpindi – città gemella di Islamabad – per incontrare il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Ashraf Kiani.

Così la “copertura” di Holbrooke è saltata ed è emerso il suo vero fine: elaborare un approccio congiunto con il Pakistan sulle prossime mosse da compiere sulla scacchiera politica afghana. E infatti le capitali della regione attendono con in interesse la prossima mossa di Stati Uniti e Pakistan.

La vicina India si è rifiutata di ricevere Holbooke. Delhi ha le sue ragioni. Lunedì scorso in un importante discorso il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha ammonito il paese che “ci sono informazioni credibili che gruppi terroristici in Pakistan stiano pianificando nuovi attentati” in India simili a quello di Mumbai dello scorso novembre che costò la vita a quasi 200 persone. Ha anche parlato di un incremento dell'attività dei militanti spalleggiati dal Pakistan nello stato indiano di Jammu e Kashmir. Evidentemente Delhi disapprova la missione di Holbrooke: corteggiare Islamabad alla ricerca della sicurezza e della stabilità regionali.

Anche Teheran cova cattivi presentimenti. Holbrooke, fra l'altro, ha osservato poco prima della sua visita in Pakistan che Teheran ha “un legittimo ruolo da svolgere nella risoluzione della questione afghana”. Ha detto: “[Gli iraniani] sono un fattore, e fingere che non lo siano, come spesso si è fatto in passato, non ha senso”. Ma ha subito aggiunto: “Non abbiamo contatti diretti con loro a questo proposito”.

Sembra che Holbrooke si sia concesso di strizzare l'occhio ad altri interlocutori. È utile sia agli Stati Uniti che al Pakistan far intendere che il loro asse gode del “consenso regionale”. Ma Teheran ha ignorato l'offensiva di fascino di Holbrooke. Teheran ha preso nota dell'energica campagna USA-Pakistan per far sì che le elezioni presidenziali afghane, fissate per giovedì, venissero rimandate perché la situazione in fatto di sicurezza non permetteva lo svolgimento di consultazioni libere e corrette.

Teheran ha capito dove vogliono andare a parare gli Stati Uniti. Rimandare le elezioni significa allontanarle di molto. A Teheran va il merito di aver scoraggiato qualsiasi rinvio. L'Iran ora tiene le dita incrociate riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti possano orchestrare una “situazione iraniana” per confondere le acque e installare una struttura di potere surrogata a Kabul. Lunedì scorso l'ambasciatore iraniano in Afghanistan, Fadd Hossein Maleki, ha pubblicamente prospettato il rischio di manipolazioni post-elettorali da parte di potenze esterne.

Ha detto: “Siamo preoccupati per il periodo post-elettorale. Abbiamo colto segnali che indicano possibili problemi. A questo proposito, abbiamo avviato serie consultazioni con rappresentanti delle Nazioni Unite e vari ambasciatori europei in Afghanistan, oltre che con le autorità afghane”.

Maleki non si sarebbe mai espresso su un tema così delicato senza il via libera di Teheran. Ovviamente Teheran valuta che sia meglio avvisare gli Stati Uniti e il Pakistan, due paesi capaci di mettere in scena una “situazione iraniana”, che un simile tentativo non farebbe che complicare la situazione interna dell'Afghanistan.

Inoltre il quotidiano Kayhan, che viene identificato con l'establishment religioso, ha commentato: “[Il Presidente afghano] Hamid Karzai è stato messo con le spalle al muro... Le sfide lo assediano da tutte le parti... I sostenitori del candidato alla presidenza Abdullah Abdullah hanno agito molto stranamente”. L'editoriale poi esprimeva una decisa approvazione nei confronti dell'alleanza di Karzai con i cosiddetti signori della guerra, in quanto incarnerebbe un approccio “volto a impedire la disgregazione del paese”, riconoscendo che “l'Afghanistan è ed è sempre stato una federazione di province governata da uomini forti”.

E concludeva: “L'Afghanistan può essere controllato solo da un governo federale e Karzai lo capisce benissimo, ma non può dirlo espressamente ai suoi protettori occidentali. I suoi equilibrismi a volte deludono le aspettative dell'Occidente e altre volte irritano i signori della guerra afghani. E viene immediatamente criticato da entrambe le parti. L'Occidente ha cercato di 'bonificare, stabilizzare e costruire' uno Stato afghano funzionante di stampo occidentale, nel quale i cittadini danno il loro consenso a un contratto sociale che impone la disciplina sociale e politica tenendosi relativamente alla larga nella sfera personale. Questo pone gli americani, fin dall'inizio, in totale contrapposizione con gli ultimi mille anni di storia afghana, come era successo ai sovietici”.

Teheran ha tutte le ragioni per approvare la stretta alleanza di Karzai con vecchi capi mujaheddin come Ismail Khan, Mohammed Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq e Rashid Dostum. Tehran ovviamente ha avuto un ruolo nel persuadere Dostum a far ritorno dalla Turchia – sfidando il monito degli Stati Uniti – e nel galvanizzare il partito Jumbish al momento giusto per dare impulso alle speranze elettorali di Karzai nella regione dell'Amu Darya. Gli hazara sciiti e gli uzbeki costituiscono più di un quarto della popolazione afghana.

Inoltre Ismail Khan, vicino a Teheran, è alleato con Burhanuddin Rabbani. Il sostegno di Khan a Karzai in questa congiuntura insidia l'intera strategia USA-Pakistan di mettere in campo Abdullah, strategia basata sulla sua capacità di raccogliere i voti dei tagiki. Pertanto, se le prospettive di Karzai appaiono decisamente migliori alla vigilia delle elezioni è perché Teheran vi ha contribuito.

Washington paventa che l'intero stratagemma per impedire a Karzai di vincere al primo turno sia in serio pericolo. (Karzai, il candidato favorito, necessiterebbe del 51% dei voti per evitare di andare al ballottaggio).

In una straordinaria esibizione pubblica di rabbia, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato: “Abbiamo spiegato chiaramente al governo dell'Afghanistan le nostre gravi preoccupazioni riguardo al ritorno di Dostum e a un suo possibile futuro ruolo in Afghanistan”. Il Presidente Barack Obama ha già chiesto ai suoi esperti di sicurezza nazionale ulteriori informazioni sui “trascorsi” di Dostum, compreso il suo sospetto coinvolgimento nella morte di vari taliban fatti prigionieri nella guerra del 2001 durante l'invasione degli Stati Uniti.

Holbrooke ha davanti a sé una pesante sfida. Se Karzai si assicura una vittoria netta nel primo turno di giovedì, porterà al potere una coalizione che gli Stati Uniti faranno fatica a controllare perché i centri di potere saranno molteplici.

Ed è qui che potrebbe nascere la necessità di creare una “situazione iraniana”. È significativo che il noto autore pakistano Ahmed Rashid, legato al Pentagono e all'entourage di Holbrooke, lunedì abbia sottolineato che sulle elezioni afghane “incombe un vuoto di credibilità”.

Rashid prevede che le elezioni saranno compromesse dalle controversie sulla bassa affluenza e sulle accuse di brogli. “Se l'affluenza sarà bassa – sotto il 30% – probabilmente molti candidati diranno che non intendono accettare queste elezioni e ne chiederanno di nuove”.

Ma a quel punto gli iraniani diranno: “Da quando in qua gli afghani praticano così seriamente la democrazia di stampo occidentale?”. Come ha osservato il quotidiano Kayhan, “Fornicazione, nudità e discesa nella decadenza occidentale – queste definizioni afghane della democrazia rivelano quanto poco il concetto straniero abbia permeato la psiche afghana... Finché [gli afghani] avranno il permesso di fornicare liberamente, gli occidentali crederanno che abbiano abbracciato la libertà e che non badino troppo al fatto di essere schiavi... Nella società afghana – dove il clan, la tribù, la gerarchia e la tradizione vincono a man bassa – i valori democratici e un edonismo irresponsabile e finanche il nichilismo si sono confusi fino a equivalersi”.

Ma Rashid, che conosce l'Afghanistan come le sue tasche, è lapidario: “Penso che dopo queste elezioni, indipendentemente dai risultati, ci saranno pesanti accuse e contro-accuse di brogli”. Prevede poi che se si renderà necessario un ballottaggio “sarà un momento molto pericoloso per l'Afghanistan... Creerà un vuoto di due mesi, ci saranno caos e confusione politica”.

Ed è qui che assumerà un'importanza critica il “ruolo operativo” dei servizi pakistani (ISI - Inter-Services Intelligence). I servizi pakistani vedono con sfavore una vittoria di Karzai. Hanno conti da regolare con quasi tutti i “signori della guerra” che sostengono Karzai – Fahim, Khalili, Mohaqiq, Dostum, Ismail Khan – e che guarda caso anche il mondo occidentale considera propri nemici. Inoltre questi “signori della guerra” manderanno all'aria il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan per cooptare i taliban nella struttura di potere afgana, perché sanno che il leader dei taliban Mullah Omar e i suoi seguaci prima o poi gliela faranno pagare.

Inoltre l'establishment della sicurezza pakistano e l'amministrazione Obama faticheranno a digerire il fatto che a Kabul possa andare al potere un governo democraticamente eletto dominato dai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, che godevano del sostegno della Russia, dell'Iran e dell'India. Il progetto di usare l'Islam militante per riconfigurare l'Asia Centrale, l'allargamento della NATO, la presenza militare a lungo termine in Pakistan: tutti questi obiettivi vanno all'aria.

Di certo non c'è bisogno di spiegare a Holbrooke e ai suoi interlocutori pakistani che quando il destino della guerra afghana e della strategia AfPak di Obama è appeso a un filo i loro interessi coincidono. Anzi, se mai c'è stata una situazione “ora o mai più”, è proprio questa.

La grande domanda è: come intendono affrontare questa sfida comune Holbrooke e l'ISI? Rashid potrebbe aver fornito un indizio.

Originale: Powers line up to stir Afghanistan's pot

Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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