mercoledì, settembre 02, 2009

Mogli, maghi e le elezioni afghane

Le elezioni afghane sotto l'influsso di mogli e maghi

di M. K. Bhadrakumar

Il dottor Abdullah Abdullah, il “volto moderno” dell'Afghanistan, è un raro prodotto finito uscito dal jihad degli anni Ottanta: un mujahid attraente, ben vestito e anglofono capace di portare evocativamente nei salotti occidentali il pericolo e l'eccitazione dell'Hindu Kush.

Il capo dell'Alleanza del Nord assassinato nel 2001, Ahmad Shah Massoud, non avrebbe mai rinunciato a lui, suo portavoce ed esperto di pubbliche relazioni. Chiunque stringa le morbide mani di Abdullah si accorge subito che non ha mai toccato un kalashnikov, anche se di certo parlerebbe con grande slancio della vita e dei tempi dei mujaheddin. Tutto ciò pone Abdullah in una posizione unica per vantare un pedigree da mujahid pur evitando di essere etichettato come un “signore della guerra”.

Attualmente non c'è un mujahid che sappia meglio di lui promuovere la campagna degli Stati Uniti contro il Presidente Hamid Karzai. Se Abdullah riesce nell'intento di disgregare l'alleanza tra Karzai e i “signori della guerra” mujaheddin e costringe l'ostinato presidente a un ballottaggio, per lui sarà senz'altro un gran momento.

Abdullah ha però una gatta da pelare. Karzai, che è noto tra gli afghani come il “mago” per l'abilità con cui sa mettere politicamente fuori gioco i suoi avversari, non abdicherà. Con i risultati attuali, basati sullo spoglio del 35% dei voti, l'Associated Press dà Karzai in testa con il 46,2% e Abdullah al 31,4%. Karzai deve ottenere più della metà dei voti per evitare il ballottaggio.

Con il passare dei giorni il testa a testa appare sempre più confuso. Il risultato – che si saprà solo quando verranno resi noti i dati definitivi, il 17 settembre – è destinare a lasciare dietro di sé molte macerie.

'Le mogli di Bush'
Per ora chi ride ultimo è Karzai. Contrariamente alla prognosi degli esperti statunitensi, i quali avevano previsto che le elezioni presidenziali avrebbero acuito il divario etnico afghano e che l'elezione di Karzai avrebbe prodotto un “contraccolpo” nelle aree a maggioranza pashtun, non è accaduto niente di simile. I pashtun hanno respinto Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale nonché favorito degli americani.

Nonostante Ghani sia un ahmadzai di sangue blu, cioè appartenga a una delle maggiori tribù dell'Afghanistan orientale, i risultati della provincia di Nangarhar dimostrano che i pashtun non lo gradiscono, banché probabilmente esista anche un sentimento pashtun anti-Karzai in attesa di scatenarsi. In altre parole, gli americani hanno giocato la carta dei pashtun e non ha funzionato.

Adesso gli Stati Uniti saranno costretti a infilare Ghani nella struttura di potere di un regime guidato da Abdullah. Ma una mossa chirurgica di questo tipo necessita di un ballottaggio, e Karzai si sta avvicinando alla vittoria.

Ciò che ha complicato il piano statunitense è che il “mago” se l'è cavata meglio di quanto Washington avesse previsto nelle regioni non-pashtun in cui si pensava che Abdullah avesse un “vantaggio” in virtù del suo essere per metà tagiko. Karzai ha colto letteralmente di sorpresa Washington facendo tornare dalla Turchia Rashid Dostum giusto in tempo per raccogliere il suo 10% di voti uzbeki, che si sono dimostrati decisivi per Karzai. (Dostum ha poi fatto ritorno in Turchia, affinché gli Stati Uniti non possano usare la sua presenza per infamare Karzai.)

Inoltre il “mago” ha colpito nel segno quando ha reclutato il capo tagiko Mohammed Fahim e il leader hazara sciita Karim Khalili come candidati alla vicepresidenza. I risultati che giungono dalle province settentrionali e centrali (Takhar, Badakhshan, Kunduz, Baghlan, Balkh, Jowzjan, Sar-e-Pol, Bamyan, Parwan e Kabul) indicano che Abdullah è indietro del 10% rispetto a Karzai. Il risultato di Abdullah è stato eccellente solo nella provincia natale di Panjshir, dove si è assicurato l'87% del voto, e nella vicina provincia di Parwan, dove ha preso il 63%.

Il mandato di Karzai va visto nella sua qualità interetnica; anche Abdullah ha messo in campo un candidato di etnia hazara, Charagh Ali Charagh, e un pashtun, Humayoon Wasefi. È evidente che Fahim ha raccolto molti volti tra i tagiki per Karzai, mentre Khalili e Mohammed Mohaqiq gli hanno portato i voti hazara, così come Dostum ha portato i voti uzbeki. (Nelle elezioni del 2004 Dostum si candidò e prese l'11%.)

Tutto sommato la ragnatela di alleanze di Karzai con i “signori della guerra” delle province del nord, del nord-ovest e del centro non rappresentava un problema per Abdullah. Quello che ha mandato all'aria i piani degli Stati Uniti, evidentemente, è stato sopravvalutare la “base pashtun” di Ghani e la “base tagika” di Abdullah. Nella squadra del rappresentante speciale per l'AfPak Richard Holbrooke dovrebbero rotolare un po' di teste.

Gli Stati Uniti sbagliavano a pensare che con i suoi trascorsi nella Banca Mondiale Ghani si sarebbe rivelato irresistibile per i pashtun. Al contrario, i pashtun non amano gli afghani ricchi che si allontanano per far carriera nelle capitali occidentali, e in ogni caso respingono chiunque considerino imposto da Washington.

Jeffrey Stern, il cui dispaccio da Jalalabad è apparso sulla rivista Slate, ha scritto:


La sua [di Ghani] reputazione come accademico, tecnocrate e riformatore è ottima, ma la sua fama internazionale contribuisce a una storia personale che gli afghani sono portati inevitabilmente a respingere. In un paese che è stato un trampolino di lancio per gli imperi e una scacchiera per gli interessi stranieri, i politici con legami all'estero vengono guardati con sospetto. Per le strade di Kabul ho variamente sentito liquidare Ghani perché “non afghano”; “straniero”; e, più caritatevolmente, “un intellettuale, sì, ma non presidenziale”. Il suo congedo in Occidente lo ha automaticamente relegato al purgatorio politico che gli afghani descrivono in modo pittoresco come Zana-e-Bush, letteralmente “mogli di Bush”; o sag-shuyan, “lavacani”, per gli incarichi umili che di sicuro toccano alle classi privilegiate all'estero.

Abdullah, da parte sua, ha sfruttato efficacemente il suo legame con Massoud (“Leone del Panjshir”), ma tutto qui. Abdullah non ha offerto alcun programma, né i suoi trascorsi dimostrano che può fare meglio di Karzai o è capace di assicurarsi un mandato unanime per guidare il paese.

Diversamente dal caso di Ghani, tuttavià, l'“afghanità” di Abdullah difficilmente può essere messa in discussione. Ma soprattutto il seguito di Abdullah tra i panjshir è dimostrato. Mohammed Atta, Il “signore della guerra” governatore di Balkh (che è un rivale di Dostum) appoggia Abdullah. Dunque se in qualche modo tutti i voti “anti-Karzai” si aggregano attorno a lui, e se si riesce a tenere lontano Dostum, non tutto è perduto e Abdullah può ancora dare del filo da torcere a Karzai al secondo turno.

Almeno questo è ciò che pensano Holbrooke e la sua squadra. Ma perché questa possibilità si realizzi serve un ballottaggio. Al momento si attendono ancora i risultati dall'Afghanistan occidentale e meridionale. Abdullah se la caverà male in queste regioni. Ismail Khan, il leggendario “signore della guerra” noto come l'“emiro” dell'Afghanistan occidentale, appoggia in tutto e per tutto Karzai. Per quanto riguarda le province meridionali, sono territorio di Karzai. E le tribù di Kandahar sono notoriamente campaniliste.

'Le mogli di Obama'
Non sorprende, dunque, che Washington sia giunta alla conclusione che l'unico modo per impedire la vittoria di Karzai sia contestare il processo elettorale. Washington ha bruscamente preso le distanze da quella che il Presidente Barack Obama ha salutato come “questa storica elezione”. Adesso si mira a denigrare il processo elettorale e a “delegittimare” il risultato. Ogni parola pronunciata da Abdullah serve a preparare il terreno per l'annullamento del risultato elettorale.

Gli Stati Uniti sperano che la cosiddetta Commissione Elettorale per i Reclami (Election Complaints Commission, ECC), che è piena di loro uomini, decida “quanto sia stata sostanziale la frode elettorale”, per citare il New York Times. L'ECC è un organo nominato dalle Nazioni Unite, ma si tratta di una foglia di fico, come nel caso del mandato ONU sotto il quale operano le truppe straniere in Afghanistan. Vista la composizione della ECC, non ignorerà i reclami di Abdullah.

Nelle prossime due settimane potrebbe verificarsi un grave attrito se la Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission, IEC), un organo afghano, dichiarasse vincitore Karzai e l'ECC, dominata dagli Stati Uniti, annullasse il risultato sulla base delle accuse di Abdullah. Gli Stati Uniti mirano a rimpiazzare l'IEC e a condurre il ballottaggio sotto la supervisione della “comunità internazionale” e delle Nazioni Unite: si tornerebbe così al 2004 e si dichiarerebbe poi che in Afghanistan ha vinto la “democrazia”, correggendo i risultati per assicurare la vittoria del tandem Abdullah-Ghani.

Ottima pensata. Il fatto è che l'amministrazione Obama non può tollerare una vittoria di Karzai. Non si sa se Karzai abbia effettivamente dato una strigliata a Holbrooke e quest'ultimo abbia abbandonato il pranzo presidenziale della scorsa settimana a Kabul. Se entrambe le parti hanno diffuso diverse versioni – secondo fonti di Kabul Karzai avrebbe messo Holbrooke al tappeto, mentre Washington ha messo in chiaro che “nessuno ha alzato la voce, nessuno se n'è andato” – ciò che emerge è che le schermaglie amorose Obama-Karzai sono tutt'altro che finite.

Helene Cooper del New York Times ha scritto “Comunque sia andata [durante il pranzo], il clima tra Stati Uniti e Karzai potrebbe essere così avvelenato che l'amministrazione Obama rischia di venire ostacolata qualsiasi direzione prenda”. Il Sunday Times ha commentato che il pranzo “infuocato” “avrebbe fatto precipitare le relazioni americano-afghane a un minimo storico del periodo post-taliban”. Il quotidiano riferiva che Holbrooke mercoledì avrebbe incontrato le sue controparti britannica, francese e tedesca a Parigi, e secondo un anonimo funzionario francese “Holbrooke voleva il ballottaggio per punire Karzai e dimostrargli che il suo potere era limitato”.

Ma il tempo è agli sgoccioli. Il comandante delle operazioni statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, questa settimana dovrebbe riferire a Obama le sue valutazioni sulla situazione afghana. McChrystal sta preparando il terreno per la richiesta di altre truppe. Nel frattempo le perduranti condizioni di stallo politico a Kabul significa che in questa fase cruciale della guerra il governo afghano non è della partita.

Ironicamente, è stato lasciato a Lord “Paddy” Ashdown, che è quasi subentrato a Holbrooke come referente dell'alleanza occidentale a Kabul, il compito di affermare in un'intervista con la BBC, venerdì scorso, che ogni sforzo americano di “delegittimare” le elezioni afghane significa che la “capacità del nostro sforzo di riconquistare le tribù pashtun strappandole ai taliban diminuisce. E probabilmente saranno i taliban a trarne il vantaggio maggiore”. Ha aggiunto Ashdown:

L'essenza del nostro fallimento in Afghanistan, e dobbiamo essere ormai preparati a guardare in faccia il fallimento, non stava nelle inadeguatezze di Karzai. Sta nella nostra totale incapacità nella comunità internazionale di agire insieme e di parlare con una sola voce; di avere un piano chiaro... e un serie chiara di priorità. Se vogliamo esaminare il fallimento in Afghanistan, dobbiamo allora incolpare noi stessi [piuttosto che] il Presidente Karzai.

Karzai continua a sostenere di essere il vincitore di diritto delle elezioni presidenziali afghane e non è disposto a sostenere un ballottaggio per soddisfare le richieste degli americani. E i “signori della guerra” mujaheddin sostengono Karzai. In simili circostanze, se l'amministrazione Obama forza la situazione il grande pericolo è che possa emergere una dinamica politica del tutto nuova, ad aggravare il rischio già concreto di una sollevazione a tutti gli effetti.

Di certo un tandem Abdullah-Ghani non può tenere insieme l'Afghanistan. I due “tecnocrati” potranno essere bravi nei loro settori di competenza, gestione dei media ed economia dello sviluppo. Ma non sono uomini del destino che possano comandare dalle barricate quando il nemico è alle porte. L'amministrazione Obama deve dimostrare di essere così intelligente da cooperare con la strategia di Karzai di coinvolgere i gruppi di potere tradizionali, dato che nessun altro ha oggi la capacità di controllare il sistema afghano e di governare su uno Stato disgregato e nello stesso tempo proseguire la lotta contro al-Qaeda e i taliban.

Tempi pericolosi si profilano all'orizzonte. L'amministrazione Obama dovrebbe sapere che a lasciar fare Holbrooke nel suo intento di “punire” Karzai si avrebbe un presidente afghano che non vale niente. Gli afghani soprannomineranno Abdullah e Ghani Zana-e-Obama, “le mogli di Obama”, e questo come contribuirà alla strategia bellica di McChrystal?

Originale: Wizards and wives drive Afghan election

Articolo originale pubblicatol'1/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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