venerdì, settembre 04, 2009

Sangue di spie nell'Hindu Kush

Sangue di spie nell'Hindu Kush

di M. K. Bhadrakumar

Come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, l'omicidio del Dottor Abdullah Laghmani, il vice capo del Direttorato Nazionale per la Sicurezza dell'Afghanistan, era una morte annunciata. Ma la feroce brutalità dell'assassinio, messo in atto mercoledì scorso nel sacro mese del Ramadan da un terrorista suicida davanti a una moschea nella città di Mehtarlam nell'Afghanistan orientale, rivela un'ostilità viscerale non facilmente comprensibile.

Un sedicente portavoce taliban ha rivendicato l'attentato: “Lo cercavamo da molto tempo, oggi ce l'abbiamo fatta”. Gli analisti si affretteranno di certo a sottolineare che l'uccisione di Laghmani dimostra la crescente “sofisticatezza” delle operazioni dei taliban. Di fatto Laghmani era un personaggio ben protetto nel cuore del sanctum sanctorum della struttura di potere di Kabul. È stato violato il primo cerchio dell'establishment della sicurezza afghana. L'operazione è stata contrassegnata da una grande professionalità.

Ma è la vicenda è complicato. In momenti critici dell'evoluzione del movimento taliban una mano invisibile ha spesso fatto ricorso all'assassinio per sgombrare il cammino o rovesciare la situazione a proprio favore. La cronaca è agghiacciante: l'Ayatollah Mazari, la massima autorità religiosa sciita dell'Afghanistan (1994); Mohammad Najibullah, presidente dell'Afghanistan (1996); Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord che si opponeva ai taliban (2001); Haji Abdul Qadir, altro membro dell'Alleanza del Nord (2002). L'elenco sembra essere infinito. “Il mobile dito scrive; e, dopo aver scritto, continua a muoversi... ” [1]

L'Inter-Services Intelligence (ISI), cioè i servizi segreti pakistani, seguivano Laghmani da una decina d'anni. È raro che un organo di intelligence elegga un singolo individuo proprio nemico mortale e lo avverta pubblicamente. L'ISI aveva concesso a Laghmani quel raro onore apertamente e più di una volta.

Potendo tornare indietro nel tempo a sbirciare negli organi di intelligence dell'Alleanza del Nord durante la resistenza anti-taliban nella seconda metà degli anni Novanta, si scoprirebbe che, nascosto nell'ombra, Laghmani era un agente straordinariamente brillante.

Di etnia pashtun, aveva una profonda conoscenza della cultura politica del movimento taliban e della mentalità dei suoi capi dell'ISI, dono inestimabile per l'Alleanza del Nord. Il Pakistan aveva avuto un'avvisaglia di ciò che Laghmani era in grado di fare quando nel luglio del 2008 scoprì il legame tra i terroristi suicidi che avevano attaccato l'Ambasciata indiana a Kabul e l'ISI facendo risalire un telefono cellulare trovato tra le macerie a un intermediario di Kabul che era in diretto contatto telefonico con un funzionario dei servizi pakistani a Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del Nord-Ovest del Pakistan.
Aveva dato parecchio filo da torcere all'ISI soprattutto nella sua regione natale, l'Afghanistan orientale, data la complessità della situazione dovuta a fattori come la tradizionale incapacità dei taliban di mettere radici profonde tra le tribù Ghilzai, la presenza della rete di Jalaluddin Haqqani e al-Qaeda e la perdurante influenza di Gulbuddin Hekmatyar e del suo Hezb-e Islami.

Insomma, Laghmani non è una figura facilmente rimpiazzabile per i servizi segreti di Kabul dominati dai tagiki, sia per la sua conoscenza enciclopedica degli allineamenti tribali pashtun e delle segrete manovre dei taliban e dell'ISI, sia per le sue capacità operative.

La scelta dei tempi è significativa. Laghmani è stato un importante alleato del Presidente Hamid Karzai. Il Pakistan ha deciso di ostentare indifferenza per l'esito delle elezioni presidenziali afghane, ma l'ansia sotterranea è tangibile. Tanto più che si sta profilando la possibilità che Karzai conquisti un altro mandato quinquennale.
Adesso tutto si impernia sullo sforzo americano di imbrigliare Karzai facendo in modo che i principali contendenti accettino di formare una sorta di governo nazionale e di includere dei tecnici tra i ministri. Ma Karzai potrebbe benissimo respingere questa proposta. Karzai ha assaggiato l'indipendenza e potrebbe cominciare a gradirla.

Per citare Ahmed Rashid, l'informato autore pakistano che fornisce i propri consigli al Pentagono, “Karzai, naturalmente, sta dimostrando sempre più la sua indipendenza dagli americani e non vuole essere visto in alcun modo come un agente dell'Occidente”.

Con l'equilibrio dei poteri che va formandosi a Kabul, l'ISI deve prepararsi al ritorno di Mohammed Fahim – il capo di Laghmani, comandante dei servizi segreti dell'Alleanza del Nord nonché ex ministro della difesa – ai vertici del governo di Karzai come primo vice presidente. È una situazione difficile. Oggi in Afghanistan non c'è nessuno con l'esperienza di Fahim nelle operazioni militari e di intelligence.

Il Pakistan è riuscito a far sì che gli Stati Uniti premessero su Karzai perché nel 2005 rimuovesse Fahim dal potente incarico di ministro della difesa destinandolo all'oblio politico. (Anche gli Stati Uniti avevano probabilmente il loro tornaconto geopolitico.) Adesso il Pakistan deve affrontare lo spettro di Fahim, che per così dire risorge dalle ceneri come una fenice più potente che mai. Contro Fahim si è scatenata un'enorme campagna mediatica fin da quando è stato presentato come candidato alla vicepresidenza. Non meraviglia che susciti forti sentimenti partigiani. Ma per la costernazione dei suoi detrattori Karzai rimane saldo al suo posto.

Bisogna sapere che Fahim era il mentore di Laghmani. Anzi, il tandem Fahim-Laghmani avrebbe messo sulla graticola i taliban e l'ISI dal primo giorno della nuova presidenza Karzai. Fahim, con la sua vasta esperienza operativa è capacissimo di dare battagli all'ISI, e Laghmani sarebbe stato un “moltiplicatore di forza” per lui nelle regioni pashtun. In agosto c'è stato già un attentato contro Fahim, e l'omicidio di Laghmani va certamente inteso come un avvertimento.

A prima vista il Pakistan non dovrebbe avere niente da temere da una presidenza Karzai. Karzai ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a lavorare per una transizione politica che accolga i taliban come gruppo afghano, purché si astenga dalla violenza. Ma nello schema di Karzai la riconciliazione con i taliban dovrebbe avvenire preferibilmente attraverso un processo di pace inter-afghano e una loya jirga (concilio tribale).

E non c'è alcuna garanzia che gli altri gruppi afghani intendano concedere un ruolo dominante ai taliban. Inoltre l'afghanità del processo politico potrebbe allentare sempre più la morsa dell'ISI sui taliban. Di fatto Laghmani, con la sua impeccabile conoscenza della leadership afghana e degli allineamenti tribali pashtun, avrebbe rappresentato un problema costante per l'ISI se si fosse instaurato un processo di pace inter-afghano.

L'assassinio di Laghmani mette in luce il perdurare delle interferenze in Afghanistan. Nei prossimi tempi potremmo assistere a un'intensificazione di queste interferenze. Il Pakistan, da parte sua, sarà tentato di sfruttare le differenze sorte tra Karzai e Washington.

I pakistani vedono gli americani “soffiare sul collo [di Karzai] più che mai”. Prevedono che nel nome di una crociata contro la corruzione pubblica e a favore della governabilità gli Stati Uniti mireranno all'esclusione di importanti alleati politici di Karzai che appartenevano all'Alleanza del Nord, come Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq, Rashid Dostum e Ismail Khan. Di fatto questi membri della vecchia guardia dell'Alleanza del Nord (“signori della guerra”) rifiuteranno caparbiamente una struttura di potere a Kabul dominata dai taliban.
Dunque, nel mondo oscuro delle spie, il secondo mandato presidenziale di Karzai potrebbe avere un inizio sanguinario. Tutto indica che Laghmani fosse una figura popolare nell'establishment dei servizi afghani; faceva inoltre parte della cerchia più vicina a Karzai. Ci si aspettava che fosse destinato a occupare un posto chiave nel nuovo governo sotto Karzai. Potrebbero essere in molti, a Kabul, a voler vendicare la sua prematura morte.

[1] La Quartina 71 del Rubaiyat del poeta persiano Omar Khayyam (circa 1048-1143) recita:

Il dito in movimento scrive e, avendo scritto, avanza:
né tutta la tua Pietà né il tuo Ingegno
lo indurranno a cancellare mezza Riga,
né tutte le tue lacrime laveranno via una sola Parola.


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Originale: Spooks spill blood in the Hindu Kush

Articolo pubblicato il 3/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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