martedì, dicembre 01, 2009

Mosca in prospettiva

Mosca in prospettiva

di Sean Guillory (http://seansrussiablog.org)

Mosca. Trovarsi nella capitale della Russia offre una prospettiva impossibile da ottenere attraverso i mezzi di informazione. Contrariamente a quanto si crede, internet non ci avvicina maggiormente. Anzi, su internet la Russia appare mistificata, filtrata attraverso le notizie spaventose che sembrano ossessionare i media russi e occidentali. È solo dopo essere stati qui qualche giorno che le immagini dell'industria culturale imposte con la forza alla coscienza dell'osservatore cominciano a disperdersi come nebbia. Certo, non basterà a mettere completamente a fuoco la Russia, impresa impossibile. Tuttavia le mediazioni prodotte dalla rete vengono sostituite dalle impressioni di prima mano. Sentire il suolo russo sotto i piedi e annusare quegli odori familiari eppure misteriosi – le secche, calde folate di aria metallica dall'entrata della metropolitana o l'odore di muffa degli ingressi delle case, l'accalcarsi nei vagoni scricchiolanti, offre un vantaggio che nessun giornalista, neanche il più dotato, può descrivere. Il baluginio bidimensionale del monitor di un computer ingombro delle notizie premonitrici di una tragedia dopo l'altra non potrà mai sostituire i sensi umani, pur con tutti i loro limiti.

La forza del luogo ricorda (se non addirittura insegna) in modo molto semplice anche che un avvocato morto [1], un prete assassinato (anche se al suo funerale hanno presenziato 2000 persone) [2], e di certo un attivista antifascista ucciso [3] sono ben lontani dalle preoccupazioni della maggioranza dei moscoviti. Parlare con i russi delle loro vite fa sì che le notizie del telegiornale sembrino dispacci da un altro pianeta.

Ho capito quanto siano lontane dalla vita quotidiana la stampa russa e quella occidentale quando sono passato accanto al famigerato ristorante Anti-Sovetskij [4], la scorsa settimana, in compagnia di A., la donna dell'università che ha iscritto Maya e me. Mentre chiacchieravamo mi è parso di scorgere l'Hotel Sovetskij dall'altra parte della strada. “Da queste parti non dovrebbe esserci quel ristorante, l'Anti-Sovetskij?” ho domandato. A. non capiva di cosa stessi parlando. “Ne ho letto circa un mese fa. Il ristorante era stato chiamato Anti-Sovetskij ma le autorità locali avevano costretto i proprietari a rimuovere l'insegna.” Poi ho notato le tende rosse all'ingresso di un ristorante, a pochi metri di distanza. “Penso sia quello,” ho detto, indicandolo. Difficile dirlo, lì per lì, perché gran parte del nome del ristorante mancava, tranne che per alcuni chiodi che non rendevano però distinguibile alcunché. Solo dopo aver esaminato il menù all'entrata ho potuto assicurarmi che si trattava proprio dell'Anti-Sovetskij. Quando ho spiegato lo scandalo ad A., lei mi ha confermato di non averne mai sentito parlare.

E perché avrebbe dovuto? Dopo tutto, quando va al lavoro non vede Stalin, ma grandi foto di Pëtr Stolypin e Sergej Witte da un lato e Gorbačëv, George Bush I e El'cin dall'altro. Il gran parlare che fanno i media della riabilitazione di Stalin non ha niente a che fare con la vita di tutti i giorni. La sua immagine sta soprattutto dove deve stare: nei musei.

Alcuni minuti dopo parliamo della posizione di A. all'università. Ha cominciato a lavorare lì solo pochi mesi fa. L'ultima compagnia nella quale era impiegata è fallita. Dice che il lavoro all'università le piace ma che il salario è basso. Ci dice che il salario medio a Mosca è di circa 1000 dollari al mese, e che lei prende molto meno. “È difficile trovare lavoro?” chiede Maya. Sì, dice, soprattutto un lavoro che permetta di mantenersi a Mosca.

C'è una parola che sento di continuo da quando sono qui: krizis. (La sola parola che sento più frequentemente è probka, ingorgo, perché le strade di Mosca sono un vero incubo.) Di solito la parola crisi è accompagnata da “dopo” o “da”. Il suo impatto sulle persone e sui i loro familiari sembra variare. “Né io né nessuno dei miei amici abbiamo risentito della crisi,” dice I., l'autista che ci ha raccolti all'aeroporto di Domodedovo. Il lavoro part-time di I. consiste nel prelevare professori stranieri all'aeroporto e poi riportarceli. Il lavoro gli viene dall'amico di un amico che procura ai docenti stranieri i visti e gli appartamenti a Mosca. “Guardi,” dice I. indicando uno dei molti cantieri edili fuori Mosca. “Dove sta la crisi?” Mi dice che il suo lavoro non ne ha sofferto, negli ultimi mesi. Sembra che portare avanti e indietro professori universitari sia un'occupazione che non conosce flessioni. “La maggior parte dei miei amici non ha un impiego ufficiale,” spiega. I. liquida tutte le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, dice che non hanno alcun valore. “Loro (intendendo le classi dominanti) non sanno come viviamo.” Questa ignoranza da parte dello Stato ha però dei vantaggi. “Né io né i miei amici paghiamo le tasse,” dice.

La conversazione si sposta poi sui problemi razziali in Russia e negli Stati Uniti. “Non sono quasi tutti musulmani afro-americani?” chiede I. Molto molto pochi, dico io. “E Michael Jackson, allora?” “Credo che si fosse convertito,” dico. “Ma con Jackson non si sa mai. Non so neanche se era umano,” “Mike Tyson?” butta lì. “Penso che si sia convertito in carcere, ma non ne sono certo,” gli dico. I. sembrava ritenere che fosse sufficiente nominare due potenziali musulmani neri per dimostrare la giustezza della sua tesi. I. era così interessato ai neri americani e all'Islam perché i telegiornali lo avevano convinto che i musulmani stavano accerchiando la Russia, dall'America e l'Europa a ovest, e dal Caucaso, gli “Stan” e il Medio Oriente a sud. Probabilmente pensava che gli uiguri fossero sul punto di prendere il controllo della Cina, ma non ho osato chiederglielo.

I. ci ha poi esposto le sue idee sulla politica interna russa. “I russi hanno bisogno di una dittatura,” ha spiegato. “Fa parte della nostra mentalità.” Poi ha paragonato la democrazia al caos e si è messo a elogiare Putin come se si fosse trattato di un saggio padrino di Cosa Nostra. Quando ho accennato a Medvedev e a come i mezzi di informazione amino vedere un conflitto tra lui e Putin, mi ha assicurato che fanno parte della stessa “squadra.”

“Prima era una squadra, adesso c'è solo Putin,” dice il nostro agente immobiliare, M. Chiaramente più progressista di I., cosa peraltro non difficile, M. si lamentava del potere di Putin. Eppure, nonostante le sue idee politiche meno ostili, anche M., come I., ci ha fatto strane domande sugli Stati Uniti. “Ma è vero che gli americani usano valute diverse al posto del dollaro?”, domanda. Neanche per sogno, dico io. La maggior parte degli americani non sa neanche che esistano altre valute. Il fatto che lo stessimo pagando in dollari per il suo lavoro non deve essergli parso ironico. Pare che la TV russa stia dando notizie ben strane. E se non la TV, qualcun altro.

Per M. il lavoro è sporadico dall'inizio della crisi. Le affittanze non sono più quelle di una volta, anche se pare che gli affitti non siano crollati. Per quanto a Mosca le cose vadano male, dice, la situazione non ha niente a che vedere con quello che succede in provincia. Ha l'impressione (condivisa dai nostri padroni di casa) che ci siano intere regioni in cui quasi tutti sono disoccupati.

Tra tutte le cose sentite finora, è quella che ha detto I. – “Non sanno come viviamo” – a perseguitarmi. Nemmeno io so come viva la maggioranza dei russi in questa città. I prezzi sono alti. Gli affitti sono alti. I salari sono per lo più bassi. Certo, la maggioranza dei moscoviti non paga l'affitto: sono abbastanza fortunati da vivere in appartamenti di proprietà. Ma la vita quotidiana non costa poco. La metropolitana costa 19 rubli (0,65 dollari). Ho notato che di conseguenza molti non pagano il biglietto. I prezzi dei giornali sono aumentati. Quattro anni fa il Kommersant costava 5 rubli, adesso ne costa 15, addirittura 20 se lo si compra in edicola e non nelle rivenditrici automatiche nella metropolitana. Due giorni fa ho pagato 19 rubli una fetta di pane nero. I ristoranti sono per lo più al di fuori della portata di molti russi come I., che dice di non andarci mai.

Rispetto a quattro anni fa la differenza è tangibile. Passeggiare il sabato sera nel centro cittadino è come attraversare una città fantasma. Quattro anni fa i club, i bar e i ristoranti brulicavano di gente. Adesso la vita notturna cittadina sembra essersi addormentata. La maggioranza dei ristoranti e dei club è vuota. Molti negozi chiudono prima o hanno chiuso i battenti. Molte boutique hanno più commessi che clienti. I posti in cui ho visto più gente, soprattutto giovani, sono la strada, i McDonald’s e Starbucks (ne ho contati finora almeno 5). Posti poco cari da cui nessuno ti caccia.

Però c'è chi se la cava bene. Molto bene. Solo che non so chi siano esattamente queste persone. Immagino sia gente come Telman Ismailov, il cui figlio la scorsa settimana a Ginevra ha tagliato a metà una Volkswagen, ferendone gravemente il guidatore settantenne. È possibile intravedere alcune di queste persone mentre fanno spese nel nuovo centro commerciale dell'Hotel Letto, nei pressi della Smolenskaja, dove si possono comprare scarpe da 500 dollari. Oppure al CUM, il centro commerciale vicino al Kuzneckij Most dove le scarpe costano 1000 dollari e i pantaloni per bambini 200 dollari. Anche il negozio di abbigliamento per bambini vicino al nostro appartamento ha prezzi indecenti. Mosca è ricoperta da una vernice di eccesso che ricorda solo Beverly Hills. La concessionaria della Rolls-Royce poco più in là della Biblioteca Lenin si fa beffe dei passanti, come le concessionarie della Bentley, della Ferrari e della Lamborghini non lontane dalla Lubjanka. Le vetrine scintillanti di Cartier, Louis Vuitton, Dior e Bosco Family fanno da lumino notturno di Lenin.

Forse è per questo che quando leggo editoriali sulla Novaja Gazeta come “Il business russo: o in una valigia o in prigione,” non posso fare a meno di scuotere il capo disgustato. Mi fa venir voglia di smettere di leggere quel giornale. Non c'è da meravigliarsi che la maggior parte dei russi non si curi della morte di Magnitskij o che pensi che un oligarca in carcere o in esilio abbia quel che si merita. Dopo tutto, l'opinione pubblica è consapevole che sono in pochi ad aver vissuto onestamente. E così non mi riesce proprio di immaginare che la maggior parte dei russi, alle prese con il tran tran quotidiano, con mezzi affollati o con gli ingorghi stradali, possa commuoversi tanto per un avvocato morto coinvolto in un presunto piano di evasione fiscale da 3,25 milioni di dollari e scontratosi con funzionari corrotti del Ministero degli Interni, che avrebbero sottratto 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Probabilmente pensano che si semina ciò che si raccoglie quando si mescola quel genere di soldi con quel genere di persone. Hanno ragione? No. È tragico? Sì. Ma questa è la percezione della realtà che si ha quando ci si trova in Russia.


[1] L'avvocato Sergej Magnitskij, 37 anni, socio dello studio legale Firestone Duncan, era stato accusato di coinvolgimento in un piano di evasione fiscale che avrebbe permesso a William Bowder, direttore del fondo di investimento Hermitage Capital, di evadere tasse per 3,25 milioni di dollari nel 2002. C'è il sospetto che l'accusa abbia però motivazioni politiche, dato che Magnitskij aveva denunciato alcuni funzionari corrotti del Ministero degli Interni, responsabili della sottrazione di 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Magnitskij era in carcere da più di un anno in attesa di giudizio, e si era lamentato ripetutamente delle condizioni inumane della detenzione. Gravemente malato, si era visto negare le cure mediche. È morto il 16 novembre.

[2] La sera del 19 novembre Daniil Sisoev, 37 anni, sacerdote, è stato ucciso a colpi di pistola da un uomo mascherato nella Chiesa di San Tommaso, a Mosca.

[3] L'attivista antifascista Ivan Chutorskoj, 26 anni, è stato assassinato fuori del suo appartamento il 16 novembre scorso, a Mosca.

[4] Locale finito recentemente al centro di uno scandalo che ha coinvolto il Comitato Veterani di Mosca, il dissidente Aleksander Podrabinek e i Nashi (l'organizzazione giovanile legata a Russia Unita, il partito di maggioranza). Dopo aver chiuso per restauro nei mesi estivi, il ristorante di kebab sul Leningradskij prospekt ha deciso di chiamarsi scherzosamente “Anti-Sovet”, alludendo al fatto che dall'altra parte della strada si trova l'Hotel Sovet. I veterani però non hanno colto l'ironia e hanno protestato con l'amministrazione locale chiedendo che il ristorante cambiasse nome. Pochi giorni dopo il prefetto del distretto settentrionale di Mosca Oleg Mitvol ha ordinato la rimozione di quell'“anti-”. A quel punto entra però in gioco Aleksandr Podrabinek, celebre dissidente sovietico e ora nemico di Putin. Podrabinek scrive una lettera ai veterani sovietici, chiamandoli “idioti, meschini e stupidi” e accusandoli di essersi stati i volonterosi esecutori delle pratiche di repressione in epoca sovietica. La lettera viene pubblicata sul blog di Podrabinek e sul sito del foglio liberale Ežednevnyi Žurnal.
La storia non finisce qui. Il movimento giovanile Nashi, che prende molto sul serio il compito di smascherare i nemici interni della Russia foraggiati dall'Occidente fascista, comincia a organizzare picchetti fuori dell'appartamento di Prodrabinek, ne diffonde il numero di telefono e minaccia di farlo cacciare dal paese. Temendo per la propria vita, Probrabinek si rende irreperibile. Non a causa dei Nashi, le cui azioni considera mera propaganda, ma perché secondo fonti affidabili ci sarebbe qualcuno che vorrebbe farlo fuori. Segue una petizione a supporto di Prodrabinek e una contropetizione dei Nashi contro di lui. Tutto questo per l'insegna di un ristorante di kebab.

Originale: Moscow in Perspective

Articolo originale pubblicato il 29/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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