lunedì, dicembre 07, 2009

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

[Al nostro diplomatico indiano preferito, invece, il discorso di West Point è piaciuto; qui spiega perché.]

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

di M. K. Bhadrakumar

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è meritato un convincente “10” nella tortuosa prova a cui ha dovuto sottoporsi nel strutturare una nuova strategia afghana.

Appare come il risultato di un duro processo d'apprendimento e rivela il carattere e l'intelligenza straordinaria di Obama il fatto che sia riuscito a cogliere l'essenza del problema, abbia onestamente stabilito cosa è andato storto, sia stato tanto lucido da non farsi distrarre da altre considerazioni e abbia mostrato sincerità d'intenti nell'adottare un approccio completamente nuovo.

Ha gettato via tutto il bagaglio di “iniziative regionali”, conferenze internazionali e “grandi patti” per concentrarsi sul cuore del problema, e cioè che il popolo afghano sta cominciando a vedere gli americani come occupanti ed è dunque tempo di prendere in considerazione una strategia d'uscita.

Ciò è reso quantomai evidente dalla sua prontezza ad attribuire un ruolo centrale al governo guidato dal Presidente Hamid Karzai. Gli Stati Uniti stanno mettendo da parte senza troppe cerimonie l'amaro esito delle elezioni presidenziali afghane e si decidono finalmente a mettersi al lavoro con Karzai, ora all'inizio di un secondo mandato quinquennale. È sia una scelta che una necessità.

Con tutti i difetti della situazione, Karzai è a capo di un “governo che è coerente con le leggi e la costituzione dell'Afghanistan”, come ha ammesso Obama, e questo è ciò che più conta.

La nuova strategia di Obama sottolinea che il rafforzamento del governo di Karzai deve avvenire il più presto possibile. Riconosce che solo gli afghani possono risolvere il loro problema. Si spera che la campagna per ridimensionare e screditare Karzai cesserà.

Obama farà bene a tenere a bada non solo alcuni suoi impetuosi connazionali ma anche gli alleati britannici, che talvolta sembrano ancora covare la tentazione di rovesciare Karzai.

Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha detto alla Camera dei Comuni di essere deciso a costringere Karzai a tener fede agli accordi. Ha promesso che nei prossimi nove mesi le nomine dei governatori nelle 400 province dell'Afghanistan saranno basate esclusivamente sul “merito”. È, questo, esattamente il tipo di buffonata che va evitato.

Sulla difficile strada che li attende, gli alleati di coalizione di Karzai collaboreranno utilmente con le truppe statunitensi (e britanniche). Tutto nell'Hindu Kush funziona da tempo immemore sulla base della fiducia, della lealtà e delle parentele. Tutte queste sciocchezze a proposito del merito e via dicendo lasciano il tempo che trovano. È così che l'Afghanistan vive e prevedibilmente continuerà a vivere.

In tutto il suo discorso Obama non ha censurato una sola volta la “signoria della guerra”. E infatti l'Afghanistan va considerato nel suo contesto storico e culturale.

La strategia statunitense assegna implicitamente un ruolo fondamentale ai cosiddetti “signori della guerra” nella stabilizzazione dell'Afghanistan. Semplicemente non c'è alternativa visto che le forze statunitensi non intendono mantenere la pace oltre a indebolire l'attuale insurrezione guidata dai taliban.

Non è un mistero che l'Afghan National Army (ANA), l'esercito nazionale afghano, soffra di molti mali, e che siano necessari i finanziamenti americani perché si espanda su ampia scala, cosa non facile. I costi aggiuntivi del posizionamento di ulteriori 30.000 soldati statunitensi sono alto: da 30 a 40 miliardi di dollari l'anno in spese extra. La previsione di spesa per il 2010 per l'Afghanistan stava già a 65 miliardi (superando i 61 per l'Iraq).

Comunque, la parte più profonda della nuova strategia di Obama è che segnala un addio definitivo ai piani neoconservatori per la politica estera americana. Come ha detto Obama, il progetto di nation-building in Afghanistan “pone obiettivi che vanno oltre ciò che può essere ottenuto a un costo ragionevole, e ciò che dobbiamo ottenere per garantire i nostri interessi”. La sua franchezza è stata brutale quando ha ammesso che l'America “semplicemente non può permettersi di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Ma soprattutto ha sottolineato che è ora che gli Stati Uniti si allontanino dalle guerre e cerchino invece di “ricostruire la nostra forza qui a casa... Ecco perché il nostro impegno militare in Afghanistan deve avere un limite di tempo – perché la nazione che sono più interessato a costruire è la nostra... Dovremo usare la diplomazia, dato che nessuna nazione può affrontare da sola le sfide di un mondo interconnesso”.

In mezzo alla cacofonia che avvolge la strategia afghana non dobbiamo lasciarci sfuggire il fatto che è davvero cominciata l'epoca di Obama. Martedì il presidente ha fatto formalmente calare il sipario sulla Pax Americana. Le implicazioni globali saranno d'ampia portata – che riguardino l'Iran, la Corea del Nord o il Venezuela – poiché Obama ha sottolineato con straordinaria franchezza che l'America aveva dimenticato di “riconoscere il legame tra la nostra sicurezza nazionale e la nostra economia... E dunque semplicemente non possiamo permetterci di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Il nuovo approccio di Obama sull'Afghanistan scarta la strategia della contro-insorgenza a favore di un'energica strategia antiterrorismo. Niente nation-building, niente appelli a favore di libertà, progresso, democrazia e via dicendo. L'obiettivo della restante parte della guerra sarà estremamente ristretto: indebolire i taliban e al-Qaeda nel minor tempo possibile, entro i prossimi 18 mesi o giù di lì, e restituire il vantaggio al governo afghano, che a sua volta possa consentire agli Stati Uniti un ritiro sulla falsariga di quello iracheno, entro precisi limiti di tempo.

Lo scenario afghano che si sta delineando ricorda da vicino la seconda metà degli anni Ottanta, quando fu chiaro che l'esercito sovietico si sarebbe ritirato. Il Presidente Mohammad Najibullah sorprese tutti – Mosca compresa – dimostrando di essere capace di avviare con le proprie forze un programma di riconciliazione nazionale, e soprattutto di mantenere la posizione anche senza l'esercito sovietico. Ebbe dei problemi solo quando i sovietici cominciarono a trattarlo con freddezza.

La famosa offensiva di Jalalabad pianificata dai servizi segreti pakistani (l'ISI) con l'aiuto di mujaheddin come il leader dell'Alleanza del Nord, Ahmad Shah Massoud, non riuscì comunque a sconfiggere Najibullah. Con un piccolo aiuto della comunità internazionale Najibullah avrebbe dimostrato di poter dare del filo da torcere ai mujaheddin, ai jihadisti e ai loro protettori stranieri messi insieme. Bisogna trarre dalla storia le lezioni giuste.

Gli Stati Uniti dovrebbero mirare a riportare quanto prima il conflitto alla forma che aveva prima del 2001: una guerra civile nata da una lotta fratricida. La comunità internazionale dovrebbe sempre più limitarsi a trattare con il governo di Kabul.

Obama non ha rivelato quello che pensa di una soluzione politica in Afghanistan. Forse la questione esulava dal suo discorso di martedì. A ogni modo, non ha evitato completamente l'argomento.

Con parole scelte molto attentamente, ha detto: “Non abbiamo alcun interesse a occupare il vostro paese. Sosterremo gli sforzi del governo afghano per aprire la porta ai taliban decisi rinunciare alla violenza e a rispettare i diritti umani dei loro concittadini”.

Non c'è alcun dubbio che una pace duratura sarà possibile solo se ci sarà un accordo globale in grado di coinvolgere i taliban. Ma, ancora una volta, l'attuale strategia di trattare con i taliban grazie ai buoni uffici dei servizi sauditi o pakistani è estremamente miope e pericolosa. Resta il fatto che i sauditi potranno anche essere alleati degli Stati Uniti, ma perseguono i propri obiettivi wahabiti in Afghanistan e in Asia Centrale.

Dunque Obama dovrebbe permettere che la riconciliazione afghana emerga da un'iniziativa inter-afghana. Gli Stati Uniti devono essere abbastanza magnanimi da farsi da parte. Gli afghani hanno i loro metodi tradizionali di dialogo e riconciliazione. Invece di sparare a zero sull'idea di una loya jirga (gran concilio tribale), bisognerebbe esplorarne le potenzialità.

In generale bisognerebbe tentare di “liberare” i taliban dalle grinfie pakistane. In ultima analisi, l'“afghanità” dei taliban è destinata a emergere se ne avrà la possibilità. È proprio questa “afghanità” che il Pakistan teme più di qualsiasi altra cosa. La strategia del Pakistan è consistita nel sviluppare una sorta di mistica dei taliban e nel mantenerli divisi e frammentati perché non sfuggissero al controllo dell'ISI.

Solo i gruppi afghani possono spezzare questa sindrome. Le linee di combattimento in Afghanistan non sono mai state chiarissime. Karzai ha alleati che possono trattare con i taliban. Sanno chi sono i taliban, dove sono, e con chi valga la pena di parlare. Devono avere carta bianca. Non hanno bisogno di essere guidati dai servizi britannici, sauditi o pakistani per capire l'identità dei loro connazionali.

Tutta via, detto questo, il successo di qualsiasi strategia afghana dipende in maniera cruciale dalla capacità degli Stati Uniti di dissuadere il Pakistan dal supportare gruppi militanti. Obama ha citato non meno di 22 volte il Pakistan nel suo discorso. Ma deve affrontare subito la necessità di costringere alcuni elementi pakistani a rinunciare al terrorismo.

Obama trasudava ottimismo con la sua fiducia in un cambiamento di mentalità da parte del Pakistan. Il tempo dimostrerà se il questo ottimismo sia giustificato, soprattutto quando si avvicinerà il momento del ritiro.

Inevitabilmente bisogna tener conto delle relazioni regionali. Bisogna assolutamente dissuadere l'India e il Pakistan dal trasformare l'Afghanistan in un arena di rivalità. Ma è più facile a dirsi che a farsi, dato che storicamente Kabul ha sempre considerato Delhi come un contrappeso a Islamabad, Delhi ha visto l'Afghanistan come secondo fronte contro il Pakistan, e il Pakistan ha tentato di acquisire un profondità strategica nei confronti dell'India.

Questo circolo vizioso va spezzato, e tutti gli sforzi in tal senso devono affrontare le cause prime dell'antipatia Afghanistan-Pakistan. Obama ha l'autorità morale per prendere una simile storica iniziativa.

La questione non è la personalità politica di Karzai, né i signori della guerra che sono suoi alleati. Va ricordato che perfino il regime dei taliban a Kabul non riconobbe la Linea Durand che divide l'Afghanistan e il Pakistan, malgrado esso dipendesse in maniera critica dal Pakistan.

In secondo luogo, di fatto gli Stati Uniti sono entrati a far parte delle relazioni tra India e Pakistan, soprattutto nello scorso decennio a partire dalla mediazione compiuta nella breve guerra di Kargil del 1999, mediazione cercata da Delhi nonostante la dichiarata avversione nei confronti degli interventi di terzi nelle dispute tra India e Pakistan.

Senza dubbio, la dinamica del partenariato strategico tra Stati Uniti e India verrà seguita attentamente da Islamabad. Bene ha fatto l'amministrazione Obama a “demilitarizzare” il partenariato strategico USA-India. Quel processo non solo deve continuare ma deve essere accelerato, e l'India ci farà l'abitudine.

C'è un ampio spazio di manovra per promuovere la cooperazione strategica tra Stati Uniti e India senza preoccupare il Pakistan o sconvolgere il delicato equilibrio strategico della regione. All'Asia Meridionale serve meno hubris e più sicurezza e stabilità.

L'attuale impasse nelle relazioni India-Pakistan è pericolosa. Offrendo una collaborazione sostanziale e a lungo termine al Pakistan e dei rapporti più equilibrati e costruttivi all'India e al Pakistan, Obama conta di alleviare la percezione pakistana di una minaccia incombente.

Sicuramente, se la percezione pakistana di un'India egemonica non verrà affrontata con decisione, Islamabad continuerà a ricorrere alla guerra asimmetrica.

In realtà Obama avrebbe potuto prendere un “10 e lode”. Ma la sua strategia afghana non sembra tener conto di una possibilità che sconfina nella probabilità. L'enfasi posta da Obama su una strategia d'uscita non avrà l'inaspettata conseguenza di convincere l'esercito pakistano che tutto ciò che serve è consigliare ai taliban di stare tranquilli durante l'imminente incremento delle truppe statunitensi e aspettare che si ritirino?

C'è sempre il rischio, cioè, che Obama possa finire per imbaldanzire proprio le forze che intende sconfiggere. Il nocciolo della questione, dunque, è il coinvolgimento di Washington al fine di assicurare la stabilità della regione per anni e anni.

Originale: Obama rings the curtain on Pax Americana


Articolo originale pubblicato il 3/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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