mercoledì, dicembre 16, 2009

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

di Marcela Valdes

La parte dell'autore
Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva 50 anni, ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latinoamericano dopo Gabriel García Márquez. Ma nell'intervista pubblicata dall'edizione messicana di “Playboy” Bolaño fu esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse alla rivista. “Di questo sono assolutamente sicuro. Una serie di omicidi. Qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto, e non avere paura dei fantasmi.”

I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño – una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese – ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini sui moventi e i meccanismi della violenza, e Bolaño – che era andato a vivere in Messico nel 1968, l'anno del massacro di Tlatelolco, ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile – era ossessionato anche da questo. Il grande tema della sua opera è il rapporto tra arte e infamia, mestiere e crimine, scrittore e Stato totalitario.

Di fatto, tutti i suoi romanzi della maturità esaminano la reazione degli scrittori ai regimi repressivi. Stella distante (1996) si misura con gli squadroni della morte e i desaparecidos in Cile creando la figura di un poeta trasformatosi in serial killer. I detective selvaggi (1998) esalta una banda di giovani poeti che tenzonano contro gli scrittori finanziati dallo Stato durante gli anni delle guerre sporche del Messico. Amuleto (1999) ruota attorno a una poetessa di mezza età che sopravvive all'irruzione delle forze governative nell'Università Autonoma del Messico nascondendosi nei bagni. Notturno cileno (2000) ritrae un salotto letterario in cui gli scrittori fanno festa mentre nella stessa casa vengono torturati i dissidenti. E 2666, l'ultimo romanzo postumo di Bolaño, si ispira anch'esso a un fatto di cronaca agghiacciante: l'uccisione, a partire dal 1993, di più di 430 donne e ragazze nello Stato messicano di Chihuahua, precisamente a Ciudad Juárez.

Spesso le vittime scompaiono mentre vanno a scuola o tornano a casa dal lavoro o quando escono per andare a ballare con le amiche. Giorni o mesi dopo rispuntano i loro corpi – gettati in una fossa, nel deserto o in una discarica cittadina. Le maggioranza delle vittime è morta per strangolamento; alcune sono state accoltellate o carbonizzate o uccise con armi da fuoco. Un terzo mostra segni di stupro. Alcune recano segni di tortura. Le più anziane sono trentenni; le più giovani sono bambine delle elementari. A gennaio di quest'anno sono state uccise almeno quattro donne e ragazze. A partire dal 2002 questi omicidi hanno ispirato un film hollywoodiano (Bordertown, con Jennifer Lopez), diversi libri di saggistica, una serie di documentari e moltissime manifestazioni in Messico e all'estero. Secondo Amnesty International, più della metà dei cosiddetti “femminicidi” non ha portato a una condanna.

Bolaño era stato affascinato da questi casi irrisolti molto prima che gli omicidi diventassero una cause célèbre. Nel 1995 scrisse dalla Spagna una lettera a una vecchia amica di Città del Messico, l'artista visiva Carla Rippey (la bella Catalina O'Hara dei Detective selvaggi), alludendo al fatto che da anni lavorava a un romanzo intitolato “I dolori di un vero poliziotto”. Benché avesse altri manoscritti da sottoporre agli editori, questo libro, scrisse Bolaño, “è IL MIO ROMANZO”. Ambientato nel Nord del Messico, in una città chiamata Santa Teresa, il romanzo ruotava attorno a un professore di letteratura con una figlia quattordicenne. Il manoscritto aveva già superato le “ottocentomila pagine”, si vantava; era “un groviglio delirante che sicuramente non verrà capito da nessuno”.

Certo così pareva allora. Quando spedì questa lettera Bolaño aveva 43 anni, ed era più che mai vicino al fallimento. Pur avendo pubblicato due libri di poesia, scritto un romanzo a quattro mani e passato cinque anni a partecipare con i suoi racconti ai concorsi letterari spagnoli, era così al verde da non potersi neanche permettere una linea telefonica e la sua opera era praticamente sconosciuta. Tre anni prima si era separato dalla moglie; più o meno in quel periodo gli era stata diagnosticata la malattia epatica che lo avrebbe ucciso otto anni dopo. Benché Bolaño vincesse molti dei concorsi ai quali partecipava, i suoi romanzi venivano regolarmente respinti dagli editori. Ma alla fine del 1995 ebbe inizio la sua straordinaria ascesa.

Il punto di svolta fu un incontro con Jorge Herralde, fondatore e direttore di Editorial Anagrama. Herralde non riuscì ad accaparrarsi la Letteratura nazista in America – i cui diritti erano già stati acquistati da Seix Barral – ma invitò Bolaño a fargli visita a Barcellona. Lì Bolaño gli parlò dei suoi problemi finanziari e della disperazione per le molte lettere di rifiuto ricevute. “Gli dissi che [...] mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi altri manoscritti, e subito dopo mi portò Stella distante (scoprii in seguito che era stato anch'esso respinto da altre case editrici, compresa Seix Barral)” ricorda l'editore in un saggio. Herralde trovò il libro straordinario. Da allora pubblicò tutte le opere narrative di Bolaño: nove libri in sette anni.

A quei tempi, mentre i suoi romanzi conquistavano un numero sempre maggiore di lettori, Bolaño faticava sul suo groviglio delirante. Era un lavoro di scrittura, certo, ma anche di indagine. Ambientando il suo romanzo a Santa Teresa, una città immaginaria nel Sonora, invece che nella vera Ciudad Juárez, Bolaño poté sfumare la linea di confine tra ciò che sapeva e ciò che inventava. Ma lo preoccupava profondamente riuscire a comprendere le circostanze in cui si trovavano Juárez e i suoi abitanti. Bolaño conosceva già l'arido e desolato paesaggio della regione – aveva viaggiato nel Nord del Messico durante gli anni Settanta – ma i femminicidi erano cominciati solo sedici anni dopo la sua partenza per l'Europa, e non aveva mai visitato Juárez. Poiché non conosceva nessuno in quella città, si limitava a ciò che riusciva a trovare sui giornali e in rete. Grazie a queste fonti dovette capire che Juárez era diventata il luogo perfetto in cui commettere un crimine.

Già abbeveratoio degli americani durante il Proibizionismo, Juárez prosperò rapidamente negli anni Novanta, dopo l'entrata in vigore del NAFTA. Spuntarono centinaia di impianti di assemblaggio, che attirarono centinaia di migliaia di poveri provenienti da tutto il Messico e disposti ad accettare lavori pagati talvolta solo 50 centesimi l'ora. Le stesse caratteristiche che avevano reso Juárez appetibile agli occhi degli industriali del NAFTA – buone vie di comunicazione, vicinanza di un esteso mercato dei beni, abbondanza di manodopera non organizzata – la resero un crocevia ideale del narcotraffico. Nel 1996 per la città passavano 42 milioni di persone e 17 milioni di veicoli all'anno, rendendola uno dei più trafficati punti di transito della frontiera tra Stati Uniti e Messico e luogo ideale per gli sconfinamenti illegali. La città si trasformò in un crocevia di commerci lucrosi e illeciti; in quel momento cominciarono a spuntare i cadaveri di ragazze appartenenti a famiglie povere e operaie.

Juárez e la sua controparte immaginaria non avevano molto in comune con i centri culturali in cui Bolaño aveva ambientato la maggior parte dei suoi romanzi: perfino Stella distante si svolge nella maggiore città universitaria del Cile meridionale. Tra le baraccopoli di Santa Teresa non ci sono laboratori di scrittura né bande di poeti ribelli. Come tutta la narrativa di Bolaño, anche 2666 è pieno di scrittori, artisti e intellettuali, ma questi personaggi vengono tutti da altri luoghi: dall'Europa, il Sud America, gli Stati Uniti e Città del Messico. Intrappolata nei calanchi del Messico settentrionale, la stessa regione in cui Cormac McCarthy fa scatenare la sua banda di allegri assassini in Meridiano di sangue, Santa Teresa è un luogo letteralmente e culturalmente arido.

Il legame tra questo deserto industriale e le ambientazioni dei precedenti romanzi di Bolaño spicca, come una lettera scarlatta, sulla copertina del libro. La diabolica data 2666 – che non appare mai nelle pagine di 2666 – ci porta a scavare in Amuleto, dove spunta negli incubi lucidi di una donna chiamata Auxilio Lacouture. Auxilio è assediata da visioni infernali fin dalle prime pagine del romanzo, quando getta uno sguardo in un vaso di fiori e vede “tutto quello che la gente ha perduto, tutto quello che genera dolore e che è meglio dimenticare”.

In seguito, mentre cammina per le strade di Città del Messico, ha un'altra brutta allucinazione. È notte fonda. Le strade sono vuote e ventose. A quell'ora, dice Auxilio, l'avenida Reforma “si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città” e l'avenida Guerrero “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero […] un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”.

2666, come tutta l'opera di Bolaño, è un cimitero. Nel 1998, nel suo discorso di accettazione del Premio Rómulo Gallego, Bolaño rivelò che tutto ciò che aveva scritto era in un certo senso “una lettera d'amore o d'addio” ai giovani che erano morti nelle guerre sporche dell'America Latina. I suoi romanzi precedenti commemoravano i morti degli anni Sessanta e Settanta. Le sue ambizioni per 2666 erano più grandi: scrivere un referto d'autopsia per i morti del passato, del presente e del futuro.

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La parte dei delitti
Bolaño rinviò la possibilità di un trapianto di fegato per poter terminare 2666, ma la malattia si aggravò e la morte lo colse prima che riuscisse ad arrivare alla fine del libro. Dopo il funerale, l'amico ed esecutore letterario, il critico spagnolo Ignacio Echevarría, passò al vaglio i manoscritti nello studio di Bolaño per mettere insieme l'opera che Anagrama pubblicò nel 2004 e che Natasha Wimmer, la valente traduttrice dei Detective selvaggi, ha ora trasposto in inglese.

Bolaño classificava attentamente i suoi manoscritti. Poteva essere temerario, ma non era stupido e sapeva che la morte era vicina. Anagrama non rispettò la sua volontà su un unico punto. Per anni Bolaño aveva parlato di 2666 come di un solo volume, vantandosi che sarebbe stato il “libro più grasso del mondo”, ma negli ultimi mesi di vita decise di separare le cinque sezioni del romanzo e di pubblicarle come libri a sé stanti. Questo impulso aveva motivazioni pratiche. Bolaño avrebbe lasciato due orfani in giovane età, ai quali 2666 è dedicato, e voleva provvedere al loro futuro. Cinque romanzi brevi, pensò, avrebbero guadagnato più di un unico mostruoso e massacrante volume. Per fortuna la sua famiglia e Anagrama gli fecero il favore di seguire le indicazioni originarie. Come osserva Echevarría nel suo epilogo, “benché le cinque parti che compongono 2666 possano essere lette separatamente, non solo condividono molti elementi (una sottile trama di motivi ricorrenti), ma si fondono inequivocabilmente in un unico disegno”. Nel frattempo l'editore statunitense del libro, Farrar, Straus and Giroux, si sta coprendo le spalle stampando sia un'edizione rilegata sia un cofanetto composto da tre volumi tascabili.

In ogni caso 2666 non è adatto ai deboli di cuore. Il libro è costituito da 900 pagine, e se riportassimo su una mappa i luoghi in cui è ambientato ne ricaveremmo qualcosa di simile alla carta delle destinazioni di una compagnia aerea con scali in Argentina, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Messico, Polonia, Prussia, Romania, Spagna e Stati Uniti. E se questo giro del mondo non bastasse, il romanzo contiene anche un gran numero di personaggi e copre quasi un intero secolo.

Bolaño una volta disse che nelle Americhe tutta la narrativa moderna deriva da due fonti: Le avventure di Huckleberry Finn e Moby Dick. I detective selvaggi, con i suoi personaggi e le loro baldorie, è il romanzo bolañano sull'amicizia e l'avventura. 2666 dà la caccia alla balena bianca. Per Bolaño, il romanzo di Melville è capace di addentrarsi nel “territorio del male”; e al pari della saga di Melville 2666 può essere straordinario o soporifero, a seconda del gusto del lettore per i libri a lenta combustione. Io l'ho letto tre volte e lo trovo denso, brillante e terrificante, con qua e là scene ingegnose e buffe.

Fin dalla prima pagina veniamo precipitati nelle vite di quattro accademici europei che adorano i libri di un solitario autore tedesco, Benno von Arcimboldi, almeno quanto adorano attirarsi a letto a vicenda. L'atteggiamento di Bolaño nei confronti degli omicidi nelle prime due parti di 2666 – “La parte dei critici” e “La parte di Amalfitano” – è schivo, ellittico. La violenza fulminea di Patricia Cornwell o di Stephen King non fa per lui. La prima fugace allusione ai delitti appare solo dopo quarantatré pagine, e solo due dei tre professori che si recano a Santa Teresa sentono parlare dei crimini. In Messico sono semplici visitatori, e sebbene si diano da fare a tempo perso con il turismo sessuale la loro ricchezza e indifferenza li isolano dalle realtà della città.

“La parte di Amalfitano”, che chiaramente deriva dal libro che Bolaño aveva descritto a Rippey nel 1995, si avvicina di più alla popolazione locale, anche se continua a tenere a distanza gli omicidi. Se la prima parte è un ingegnoso romanzo sentimentale, la seconda è un dramma esistenziale. Un professore di filosofia cileno che ha lasciato l'Europa per l'Università di Santa Teresa sprofonda in una quieta disperazione. Teme di precipitare nella pazzia: la notte sente una voce che gli parla. Ha paura che la violenza della città possa raggiungere e ghermire sua figlia – proprio davanti alla loro casa continua ad apparire un'auto nera.

In queste due sezioni i lettori più attenti coglieranno gli indizi di quello che accadrà, come altrettante impronte digitali insanguinate, ma è solo nella terza parte, “La parte di Fate”, che la violenza di Santa Teresa balza in primo piano. In un bar, un ignaro cronista americano vede un uomo schiaffeggiare una donna in un angolo della sala: “Il primo schiaffo le fece girare violentemente la testa e il secondo schiaffo la buttò a terra”. Il reporter si trova in Messico per assistere a un altro genere di incontro – quello tra un pugile americano e il suo avversario messicano –, ma capisce presto che le vere botte a Santa Teresa arrivano fuori del ring. Alcuni dei più squallidi elementi della città lo prendono sotto la loro ala e gli mostrano quello che sembra essere il video di uno stupro su una donna. Incontra il principale sospettato dei delitti commessi in città e finisce per fuggire intimorito dalla polizia.

Questa fuga noir fa da preludio a un canto funebre. “La parte dei delitti” si apre nel gennaio 1993 con la descrizione del cadavere di una tredicenne e si chiude 108 corpi dopo durante il Natale del 1997. Ciascuno di questi ritrovamenti è descritto nei dettagli – con le sue 284 pagine questa sezione è la più lunga del libro – e macabra cronaca che ne consegue si intreccia con le storie di quattro detective, un giornalista, il principale sospettato e vari personaggi accessori. Nelle mani di Bolaño questo collage produce una fuga di sequenze straordinarie e di ripetizioni schiaccianti (“Il caso fu presto chiuso” diventa un tormentone ossessivo). Bolaño illumina queste lugubri storie con lampi di umorismo patibolare e occasionalmente con una sottotrama sentimentale. Complessivamente, tuttavia, a leggere “La parte dei delitti” si ha l'impressione di fissare l'abisso. Strangolamenti, colpi d'arma da fuoco, percosse, mutilazioni, pugnalate, stupri, ricatti e tradimenti sono descritti nei dettagli con una prosa impassibile. “A metà novembre”, si legge in un tipico paragrafo:

Andrea Pacheco Martínez, tredici anni, fu rapita all'uscita dall'istituto tecnico 16 […] Quando venne ritrovata, due giorni dopo, il corpo recava segni inequivocabili di morte per strangolamento, con frattura dell'osso ioide. Era stata violentata per via anale e vaginale. I polsi presentavano le tipiche tumefazioni di chi è stato legato. Entrambe le caviglie erano escoriate, dal che si dedusse che era stata legata anche ai piedi. Un immigrato del Salvador scoprì il corpo dietro la scuola Francisco I, in Avenida Madero, vicino al quartiere Álamos. Era perfettamente vestita e gli abiti non mostravano strappi, tranne la camicia a cui mancavano vari bottoni.

Chi ha sperimentato gli altri scritti di Bolaño riconoscerà il freddo distacco di questo passo. Ma il livello dei dettagli raccapriccianti si distacca da tutti i precedenti romanzi di Bolaño e dai resoconti giornalistici che poteva aver letto. Le sue descrizioni delle indagini e degli incidenti che circondano il processo del principale sospettato sono altrettanto precise e inquietanti.

Come aveva fatto Bolaño a conoscere così bene i dettagli di questi crimini e le procedure della polizia locale, vivendo oltreoceano? I suoi altri romanzi investigativi erano stati scritti quando il sangue della storia si era raffreddato, ma Bolaño aveva pur sempre attinto alla conoscenza diretta degli eventi o a quella dei suoi amici. Quando scriveva “La parte dei delitti”, invece, le informazioni sugli omicidi di Juárez erano molto limitate. Per arrivare a questo tipo di iperrealismo doveva ricorrere all'aiuto di qualcuno che vivesse i casi dal di dentro, qualcuno il cui interesse per le autopsie fosse accanito quanto il suo.

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La parte del giornalista
Nell'estate del 1995, l'anno in cui Bolaño scrisse a Carla Rippey, i cadaveri di alcune giovani furono trovati seminudi e strangolati appena a sud di Juárez, nei pressi dell'aeroporto. A settembre la città offrì una ricompensa di 1000 dollari in cambio di informazioni sul maniaco assassino. Un mese dopo la polizia arrestò Abdel Latif Sharif Sharif, un chimico arabo-americano con precedenti per aggressione sessuale, e lo accusò dei cinque delitti, più di alcuni altri commessi a settembre. Ma due mesi dopo, mentre Sharif Sharif si trovava dietro le sbarre in attesa di giudizio, cominciarono a spuntare nuovi cadaveri. La polizia affermò che Sharif Sharif aveva diretto questi omicidi dalla sua cella, pagando 1200 dollari per ciascuna donna uccisa. I suoi complici, si disse, erano otto adolescenti arrestati in una retata nei locali notturni. Li chiamavano I Ribelli.

A circa 1500 chilometri da lì, a Città del Messico, la notizia appassionò un cronista chiamato Sergio González Rodríguez. Romanziere e giornalista d'arte, González Rodríguez aveva cominciato la sua carriera negli anni Ottanta scrivendo recensioni per Carlos Monsiváis, influente critico culturale e pioniere dello stile della nueva crónica (“nuovo giornalismo”). Quando nel 1993 iniziò a lavorare per il quotidiano “Reforma”, nel 1993, González Rodríguez era noto per essere un critico centrista che non aveva paura di attaccare il governo: era stato licenziato dalla rivista “Nexos” per un articolo pubblicato su “Reforma” che metteva in discussione la morale degli intellettuali che si erano alleati con l'allora presidente Carlos Salinas de Gortari, eletto nel 1988 tra diffuse accuse di brogli elettorali. Questo temperamento indipendente rendeva González Rodríguez perfetto per “Reforma”, noto per il rigore del suo giornalismo investigativo. Così fu assunto per curare uno dei supplementi culturali del fine settimana del quotidiano, “El Ángel”. (Rodríguez è ancora consulente editoriale di questa sezione. Ha anche una rubrica di tre colonne.)

Le notizie che venivano da Juárez ricordavano a González Rodríguez il film Il silenzio degli innocenti, che aveva visto pochi anni prima. Poteva essere, si chiedeva, che a Ciudad Juárez ci fosse un vero Hannibal Lecter? Rispondere a questa domanda non rientrava nelle sue mansioni abituali, ma, come mi ha spiegato la scorsa estate in una serie di interviste, si era sempre appassionato alla letteratura sulla violenza. I suoi libri preferiti sono A sangue freddo di Truman Capote, Il canto del boia di Norman Mailer e Politica e crimine di Hans Magnus Enzensberger. Aveva già in mente di recarsi nello Stato di Chihuahua per tenere un seminario. Non fu difficile convincere “Reforma” a pagargli il volo fino a Juárez per assistere a una conferenza stampa del sospettato numero uno, il 19 aprile 1996.

Quel giorno González Rodríguez vide un uomo alto, di mezza età e dagli occhi verdi davanti a una trentina di giornalisti. Sharif Sharif parlava uno spagnolo stentato – viveva in Messico da meno di un anno – e così tenne la sua conferenza stampa in inglese avvalendosi della traduzione di un giornalista bilingue. Quello che disse faceva pensare a una soap opera. Secondo Sharif Sharif gli omicidi venivano commessi da due ricchi cugini messicani, uno dei quali viveva a Juárez e l'altro appena oltre il confine, a El Paso. Raccontò una storia d'amore tra uno dei cugini e una ragazza povera e bellissima di Juárez. I giornalisti erano seccati – si scambiavano occhiate, facevano battute. Anche González Rodríguez era scettico, ma la sua natura di critico gli faceva apprezzare lo stile di Sharif Sharif. Invece di dichiarare a squarciagola la propria innocenza, il sospettato espose la sua storia con assoluta tranquillità per novanta minuti. Sembrava credere che se avesse fornito una spiegazione alternativa per gli omicidi, le accuse contro di lui sarebbero cadute.

Alla fine della conferenza stampa González Rodríguez si presentò a un cronista locale. In un parco nei pressi della prigione i due si misero a chiacchierare della strana conferenza stampa. Si avvicinarono a loro una madre e sua figlia.

Siete giornalisti? domandò la madre.

Sì, risposero.

Vogliamo dirvi qualcosa che secondo noi dovreste sapere.

La ragazzina di 14 anni che le stava accanto indossava una maglietta, jeans e scarpe da ginnastica. Disse ai giornalisti che il capo della polizia di Juárez l'aveva costretta ad accusare i Ribelli. Il capo, raccontò, l'aveva afferrata per i capelli e le aveva sbattuto la testa contro il muro finché non aveva accettato di dire esattamente quello che le aveva ordinato lui.

Per González Rodríguez la prospettiva cambiò improvvisamente. I vecchi fatti (la retata nel locale notturno, le accuse contro Sharif Sharif) brillavano di una luce nuova: la polizia picchiava i testimoni. “Questo” pensò, “è quello che succede dietro le quinte.” In seguito apprese che mentre Sharif Sharif concionava in carcere la Commissione statale sui diritti umani aveva annunciato che sei degli otto testimoni contro i Ribelli erano stati arrestati illegalmente dalla polizia di Juárez.

González Rodríguez fece ritorno a Città del Messico e pubblicò un articolo sulle sue scoperte e il trattamento sospetto dei testimoni. Subito dopo “Reforma” gli domandò di entrare a far parte di un reparto speciale dedicato alla situazione a Juárez. Il capo del reparto, Rossana Fuentes Berain, mandò un giornalista sotto copertura nelle fabbriche in cui avevano lavorato molte delle vittime degli omicidi; incaricò altri giornalisti di seguire le varie indagini della polizia. Il compito di González Rodríguez era quello di studiare la situazione nel suo complesso per trovarvi schemi ricorrenti e moventi. Malgrado Berain coordinasse González Rodríguez come tutti gli altri giornalisti – a volte chiedendogli di corroborare le fonti o di fornire ulteriori prove delle sue ipotesi più ardite – gli concesse anche una maggiore libertà interpretativa.

Per tre anni González Rodríguez si divise tra Juárez e Città del Messico, destreggiandosi tra recensioni cinematografiche o letterarie e indagini criminali, finché nell'estate del 1999 il suo lavoro investigativo non cominciò a suggerire connivenze tra poliziotti, funzionari del governo e narcotrafficanti di Juárez e il loro coinvolgimento negli omicidi. Un'aggressione compiuta sempre nel 1999 contro il figlio dell'avvocato di Sharif Sharif aveva aggravato i suoi sospetti. Perché qualcuno avrebbe dovuto aggredire il figlio di un avvocato in un sistema giudiziario che funzionava normalmente? Così, il 12 giugno, insieme a un giornalista di “El Paso Times”, González Rodríguez intervistò un prigioniero che aveva parlato di coinvolgimento della polizia locale e di un senatore nei crimini di Juárez.

Nel suo libro Ossa nel deserto [Adelphi, Milano 2006, N.d.T.] González Rodríguez racconta che tre giorni dopo fu rapito e aggredito da due uomini a Città del Messico. A notte fonda aveva fermato un taxi nel quartiere “bene” di Condesa per farsi portare a casa, una sera tardi. Il taxi a un certo punto si fermò. Salirono due uomini armati. Ordinarono a González Rodríguez di chiudere gli occhi e di sedersi in mezzo a loro sul sedile posteriore. Il taxi ripartì – l'autista era un complice dei due. González Rodríguez non oppose resistenza, ma gli uomini lo insultarono, lo presero a pugni, lo percossero con il calcio della pistola e gli ferirono le gambe con un rompighiaccio. Dissero che lo avrebbero ucciso in una zona abbandonata, nel Sud della capitale. Il taxi si fermò. Uno degli uomini scese; l'altro, che veniva chiamato il Boss, rimase seduto. Le percosse e le minacce di stupro e morte ripresero. Un'auto della polizia li superò con i lampeggianti accesi. Gli uomini scaraventarono González Rodríguez sull'asfalto. Lui sporse denuncia e andò da un dottore, che gli prescrisse antidolorifici e riposo. Il 18 giugno su “Reforma” apparve il suo articolo Polizia accusata di complicità [a Juárez].

Nei due mesi successivi González Rodríguez visse come uno zombi: scriveva recensioni, curava la sua rubrica e usciva con gli amici nonostante la vista annebbiata e i problemi di linguaggio e i vuoti di memoria. L'11 agosto, quando non era nemmeno più in grado di prepararsi un caffè, due amici di “Reforma” lo portarono d'urgenza all'ospedale dove fu subito sottoposto a un'operazione chirurgica per rimuovere un gravissimo ematoma che gli premeva contro il cervello.

Contro tutte le aspettative si riprese completamente, ma l'aggressione segnò un punto di svolta nella sua vita. Prima delle percosse, González Rodríguez aveva avuto problemi con il telefono di casa e il cellulare: rumori strani, interruzioni del servizio. In seguito si accorse spesso di essere seguito. La sua amica Paola Tinoco ricorda che quando mangiavano al ristorante, nei mesi che seguirono l'operazione, venivano osservati da uomini con l'auricolare. Terrorizzati e impotenti, i due si rifugiarono nel senso dell'umorismo e presero a raccontarsi storie assurde in presenza di questi estranei. Una sera, per esempio, recitarono il testo di una popolare canzone infantile chiamata “La paperella”:

La paperella cerca i soldini
Per nutrire i suoi paperini
Perché sa che quando tornerà
Ciascun paperino le chiederà
Che mi hai portato, mammina, qua qua?
Che mi hai portato, mammina, qua qua?

Quando nel 1995 aveva preso un aereo diretto a Juárez per dare la caccia a un serial killer di stampo hollywoodiano, ricorda González Rodríguez, “Non immaginavo in cosa mi stessi cacciando”. Invece di Hannibal Lecter aveva trovato un sistema basato sull'impunità che proteggeva i peggiori criminali di Juárez semplicemente perché erano ricchi e spietati, un sistema nel quale erano coinvolti la polizia e gli organi giudiziari della città, dello Stato e del Paese. Una volta tratte queste conclusioni era impossibile tornare indietro. “Ti ritrovi in un inferno” dice, “senza sapere perché è toccato proprio a te.” Quell'inferno ridusse in cenere molte delle sue illusioni su trasparenza, responsabilità e giustizia, rivelando il cuore nero del Messico.

Le autorità, pensava, stavano consapevolmente tentando di confondere le acque e di insabbiare la realtà a Juárez, suggerendo che le cifre erano esagerate o che gli omicidi erano crimini passionali o che le vittime erano delle prostitute. Voleva documentare per sempre quello che aveva scoperto e che contraddiceva queste versioni, scrivere una testimonianza che non diventasse carta straccia nel giro di una settimana.


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La parte della corrispondenza
L'anno in cui González Rodríguez subì la prima aggressione, Bolaño lavorava al suo groviglio delirante da più di mezzo decennio. Alla ricerca di informazioni su Juárez, Bolaño scrisse varie mail ai suoi amici in Messico facendo loro domande sempre più dettagliate sugli omicidi. Fu così che, stanchi di queste macabre richieste, gli amici lo misero in contatto con González Rodríguez, il quale, dissero, era informato sui crimini più di chiunque altro. Bolaño gli scrisse la prima mail più o meno quando González Rodríguez decise di scrivere un libro sulle proprie indagini.

Con il senno di poi è strano che i due non fossero entrati in contatto prima. Avevano quasi la stessa età: González Rodríguez era nato nel 1950, Bolaño nel 1953. Entrambi avevano fatto parte della controcultura di Città del Messico negli anni Settanta: Bolaño girando la città con i poeti infrarealisti, González Rodríguez suonando il basso in un gruppo heavy-metal chiamato Grupo Enigma. Entrambi si misero a scrivere romanzi piuttosto tardi e andavano fieri dell'integrità dei loro giudizi letterari. Avevano vari amici in comune, come Jorge Herralde e il critico e romanziere Juan Villoro. E arrivati alla mezza età si erano entrambi appassionati a Juárez.

González Rodríguez capì subito che l'interesse di Bolaño per i crimini non era un capriccio. “Non era un passatempo, come succede con molti romanzieri” dice González Rodríguez. “Era la passione di una vita. Mi diceva, Cosa pensi di questo o quel testo? Aveva letto tutto.”

Quello che serviva a Bolaño, spiega González Rodríguez, erano dettagli sugli omicidi e sulle indagini della polizia, perché in questo gli articoli sui giornali erano troppo vaghi. Voleva sapere come operavano i narcotrafficanti di Juárez, quali auto guidavano, che armi usavano. “Quello che gli piaceva era la precisione” dice González Rodríguez. Nel caso delle armi, per esempio, Bolaño voleva conoscere non solo la marca ma anche il modello e il calibro.

Era anche interessato a capire la mentalità dei poliziotti di Chihuahua per essere in grado di cogliere le peculiarità della loro buona o cattiva condotta. Voleva sapere esattamente come si scrive un rapporto su un omicidio. Voleva una copia di un referto legale; González Rodríguez ne trovò uno nei documenti che era riuscito a ottenere da un avvocato difensore. Su richiesta di Bolaño trascrisse una sezione in cui venivano descritte le ferite delle vittime. “Voleva conoscere il linguaggio delle indagini forensi” ricorda González Rodríguez. È il linguaggio cui fa ricorso “La parte dei delitti”.

“Immagino, basandomi su quello che mi domandava, che volesse confrontare i dati” racconta González Rodríguez. “Direi che il detective selvaggio voleva che l'altro detective selvaggio, che ero io, traesse conclusioni analoghe.” Ma tutti gli scrittori sanno che condividere le conclusioni significa spesso cambiare idea. Confrontando i dati con González Rodríguez, Bolaño potrebbe aver mutato varie convinzioni di vecchia data. Si prenda, per esempio, la discussione tra i due detective a proposito di Robert K. Ressler, l'ex criminologo dell'FBI che andò a Juárez nel 1998 per prestare la propria consulenza sugli omicidi grazie a un accordo tra il Congresso e la procura generale messicani. Bolaño aveva già letto famosi libri di Ressler, tra cui Sexual Homicide [trad. lett. “Omicidio sessuale”] e Crime Classification Manual [trad. lett. “Manuale di classificazione dei crimini”], ed era sorpreso che Ressler non avesse risolto il caso.

Perché Ressler non ha preso l'assassino? chiedeva.

Quella visita serviva solo a far scena, ricorda di avergli detto González Rodríguez. Gli spiegò che Ressler era giunto a Juárez impreparato. Non aveva portato il suo interprete personale. Era pagato dalle stesse autorità che forse erano coinvolte nei delitti. Doveva passare in rassegna casi giudiziari scritti in spagnolo, lingua che non conosceva. Gli assegnarono una guardia del corpo che osservava tutto quello che faceva. Queste informazioni, ricorda González Rodríguez, furono per Bolaño una doccia fredda.

“Voleva credere che esistesse una forza razionale in grado di sconfiggere il crimine” osserva. Una simile forza raziocinante e trionfante appare di fatto in tutti i romanzi di Bolaño, tranne 2666. In Stella Distante il serial killer viene catturato dal detective Abel Romero anche grazie all'acume di un poeta. In Notturno cileno i crimini dei letterati vengono smascherati da un giovane detective anonimo. Un altro anonimo inquisitore ricostruisce la storia di Arturo Belano e Ulises Lima nei Detective selvaggi, mentre i due giovani poeti riescono a trovare la misteriosa scrittrice Cesárea Tinajero in un un villaggio vicino a Santa Teresa.

Solo in 2666 i criminali la fanno franca, sequestrando, assassinando o picchiando tutti i ficcanasi che si mettono sulla loro strada. È significativo che nella versione finale di 2666 il personaggio basato su Ressler (Albert Kessler) prima appaia come un detective scaltro e privo di tatto per poi vedere definitivamente compromesse le sue indagini.

Ma soprattutto González Rodríguez disse a Bolaño che le sue scoperte suggerivano che gli omicidi di Juárez erano collegati con la polizia e i politici locali e con le bande mercenarie finanziate dai cartelli della droga. I poliziotti non indagano seriamente sugli omicidi, spiegò, perché sono addestrati male o sono misogini oppure hanno stretto accordi che permettono ai narcotrafficanti di agire impunemente.

Ma allora non c'è nessun assassino seriale? gli domandò Bolaño.

No, certo che c'è un assassino seriale, rispose González Rodríguez. Ma non è solo uno. Penso che ce ne siano almeno due.

Questa rivelazione, ricorda González Rodríguez, sconcertò Bolaño. All'epoca lo scrittore aveva già messo a punto una struttura ingegnosa e complessa per il suo romanzo, una struttura che almeno fino a un certo punto dipendeva dall'ipotesi di un unico assassino. Il problema non era l'innocenza o la colpevolezza del vero Sharif Sharif, dice González Rodríguez. Il problema era introdurre in 2666 le nuove rivelazioni sui delitti.

La soluzione di Bolaño, sospetto, fu quella di adottare in blocco molte delle conclusioni di González Rodríguez su Juárez, per poi drammatizzarle a modo suo. I parallelismi tra le storie de “La parte dei delitti” e le conclusioni di Ossa nel deserto di González Rodríguez sono sorprendenti. Eppure, come fa notare González Rodríguez, “niente è mai seguito alla lettera”. Cambiano nomi e nazionalità, molti personaggi sono inventati, intere trame sono frutto dell'immaginazione, dello stile e dell'atmosfera. Bolaño può anche aver usato tutto quello che González Rodríguez gli aveva insegnato – lesse il manoscritto di Ossa mesi prima che fosse pubblicato – ma rimodellandolo secondo i propri fini.

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La parte del cavallo
Dopo anni di corrispondenza, finalmente nel novembre del 2002 i due detective selvaggi si incontrarono, quando Gonzaléz Rodríguez andò a Barcellona per la presentazione ufficiale di Ossa. Anagrama aveva comprato il libro per la sua prestigiosa sigla editoriale “Crónicas”, affiancandolo alle opere di Günter Wallraff, Ryszard Kapuściński e Michael Herr. Alla presentazione assistettero più di 100 persone. Mesi dopo il consolato messicano si rifiutò di mandare un proprio rappresentante allo spettacolo teatrale ispirato a Ossa, affermando che i suoi funzionari “non appoggiano opere che denigrano il Messico”.

Ossa fu presentato in Spagna anche per proteggere il suo autore. Quando venne stampato molti rappresentanti del governo e della polizia citati da González Rodríguez erano ancora in carica, e il suo resoconto della sistematica corruzione a Juárez fece infuriare chi voleva presentare il Messico come una nazione civile. Ma la copertura mediatica offerta al libro in Europa fornì a González Rodríguez un certo grado di protezione contro le ritorsioni. In questo modo non fu più possibile far scomparire il libro o il suo autore nel silenzio quando Ossa fu pubblicato in Messico.

Bolaño non andò alla presentazione, ma il giorno dopo González Rodríguez e un amico partirono presto per raggiungere Bolaño e la sua famiglia a pranzo. Arrivarono con diverse ore di ritardo. Ancora sotto l'effetto della cena e dell'assenzio della sera prima, González Rodríguez e il suo amico avevano preso il treno sbagliato. Bolaño non se la prese per il ritardo, stappò una bottiglia di vino e offrì loro dei panini. Sapendo che a causa della malattia Bolaño non poteva bere alcolici, González Rodríguez gli aveva portato mezzo chilo di caffè di “La Habana”, il caffè di Città del Messico immortalato nel Detective selvaggi. Il fegato di Bolaño era in così gravi condizioni da non permettergli neanche di bere caffè, ma González Rodríguez ricorda che aprì il pacchetto e ci infilò il naso.

Nelle ore successive parlarono dei delitti di Juárez. Per una volta non avevano l'ansia di essere ascoltati o intercettati. Bolaño poté fare tutte le domande che voleva.

Senti, scherzò Bolaño, farò di te un personaggio del mio libro. Intendo plagiare Javier Marías, che ti ha messo nella Nera schiena del tempo.

González Rodríguez ebbe un tuffo al cuore. Sul serio, Roberto? disse. Con il mio vero nome?

Sì, non preoccuparti, disse Bolaño. Sua figlia, Alejandra, stava giocando con l'amico di González Rodríguez. Bolaño pareva felice. González Rodríguez non seppe cosa dire.

La sera dopo si rividero per una cena a base di sushi a Barcelona. Questa volta non parlarono di Juárez ma di letteratura. Bolaño chiese se in Messico gli scrittori portavano ancora la barba o se l'avevano tagliata. A un certo punto annunciò che lui e Mario Santiago avevano ufficialmente sciolto il movimento Infrarealista a Parigi nel 1992. È pazzo, pensò González Rodríguez. Pensa che gli unici Infrarealisti che contano siano lui e Santiago.

Subito dopo questa visita Bolaño pubblicò il saggio “Sergio González Rodríguez sotto l'uragano”, nel quale dichiarava il suo affetto e la sua ammirazione per il giornalista ed elogiava il suo libro. “L'assistenza tecnica [di González Rodríguez] nella stesura della mia opera” scrisse, “è stata sostanziale.” Ossa nel deserto è “non solo una fotografia imperfetta – e come potrebbe essere altrimenti – del male e della corruzione; si trasforma anche in una metafora del Messico e del suo passato e del futuro incerto di tutta l'America Latina”.

Sette mesi dopo, il 1° luglio 2003, Bolaño fu ricoverato in un ospedale di Barcellona. Morì due settimane dopo.

Nel 2004, quando 2666 fu pubblicato in Messico, González Rodríguez trovò a stento la forza di leggerlo. “Mi ci vollero mesi per leggere la sezione sulle donne uccise” dice. “Mi terrorizzava. Viverlo è una cosa, ma sentirlo raccontare da un grande maestro della letteratura come Bolaño non è un'impresa da niente. Roberto è più pazzo di un cavallo, capisce? Non puoi crederci perché in un certo senso sei lì.”

Come giornalista González Rodríguez aveva coltivato una distanza critica che lo aiutò a ignorare la più che probabile eventualità di nuove aggressioni. Trovare in 2666 un personaggio con il suo stesso nome legato a un mondo di assassini e di insabbiamenti segnò la fine di quell'illusione. A un certo punto Bolaño descrive perfino un sequestro simile in tutto e per tutto all'aggressione del 1999 contro González Rodríguez, ma che si chiude con la morte della vittima. Non è chiaro se il giornalista che muore sia il personaggio “Sergio González”. 1

Mettendo da parte questi indovinelli, nel 2004 qualsiasi giornalista messicano che si fosse occupato di cartelli o di corruzione si sarebbe sentito vulnerabile. Quell'anno in Messico furono uccisi o scomparvero cinque giornalisti. Uno di loro fu colpito a morte davanti ai suoi sue figli. Secondo un documento diffuso lo scorso anno da Reporter senza frontiere, il Messico è diventato il secondo posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Al primo posto c'era l'Iraq. Alejandro Junco de la Vega, presidente del Grupo Reforma, ha recentemente dichiarato in un discorso alla Columbia University che i suoi tre quotidiani non riportavano più i nomi degli autori degli articoli per proteggere i giornalisti. “Siamo assediati dai signori della droga, dai criminali” ha spiegato, “e più denunciamo le loro attività più aggressivamente reagiscono.” Lo stesso Junco ha trasferito tutta la sua famiglia “in un luogo sicuro negli Stati Uniti”.

Guarda caso, dall'anno della pubblicazione di 2666 González Rodríguez ha deciso di non andare più a Juárez. Ha saputo che nello Stato di Chihuahua c'era una taglia sulla sua testa. Inoltre era stato denunciato per diffamazione e rischiava di finire in carcere non appena avesse messo piede in quello Stato. Per questo motivo i suoi avvocati gli consigliarono di evitare a tutti i costi Chihuahua. (Solo nell'aprile del 2007 il Presidente Felipe Calderón ha firmato una legge federale che depenalizza la diffamazione e gli “insulti” obbligando i governi di tutti gli Statia fare altrettanto.) L'ultima volta che González Rodríguez è passato per Juárez nessuno voleva parlare di quanto stava accadendo. Era diventata una città le cui porte si erano definitivamente chiuse.

Ossa nel deserto 2666 sono libri facili. Mentre li leggevo sono stata tormentata dagli incubi. Le loro pagine sembrano tombe scavate di fresco, ma sono caratterizzate da diverse filosofie del male. In Ossa Juárez è vittima di una corruzione dilagante. Quando poliziotti e tribunali distolgono lo sguardo, secondo González Rodríguez, la brutalità diventa ordinaria. Lo stupro e l'assassinio di donne, l'uccisione di giornalisti, i sequestri di persona: in Messico questi crimini non sono più notizie da prima pagina. “Una persona malvagia come un assassino seriale può porre tutto fuori scala e avere un effetto devastante” spiega González Rodríguez, innescando un meccanismo di sterminio che fa a gara con quelli dei totalitarismi. Questa “normalizzazione della barbarie”, dice, è il problema più grave che devono oggi affrontare il Messico e l'America Latina.

Nella sezione finale di 2666, “La parte di Arcimboldi”, Bolaño offre una visione più sinistra del male. La sezione si apre alla fine della Prima guerra mondiale, con il ritorno a casa di un prussiano ferito. Sta cambiando tutto, gli dice uno sconosciuto: “La guerra era alla fine e sarebbe iniziata una nuova epoca. [Il prussiano] rispose, mentre mangiava, che non sarebbe mai cambiato nulla”. E in effetti tutta l'ultima sezione di 2666, che va dalla Prima guerra mondiale alla fine degli anni Novanta, sembra pensata per dimostrare la convinzione di Arcimboldi che la storia è solo una proliferazione di istanti, di attimi fugaci “che competono fra loro in mostruosità”. Quando Arcimboldi combatte per il Terzo Reich sul fronte orientale e intraprende la sua carriera di romanziere sulle rovine di Berlino, Bolaño ci intrattiene con una serie incessante di stupri e omicidi. Nella campagna tedesca un uomo uccide la moglie e la polizia fa finta di non vedere. Durante la guerra i cittadini in fuga verso la campagna vengono regolarmente derubati, stuprati e uccisi. La terra che circonda un castello romeno è piena di ossa umane sepolte. Le allusioni all'Olocausto abbondano.

In questo panorama di brutalità e impunità Santa Teresa sembra meno aberrante. Sembra solo uno dei tanti luoghi in cui un male pervasivo e sotterraneo è salito in superficie. Com'è ora a Santa Teresa, sembra dire il romanzo, com'è sempre stato, come sarà nei cimiteri del 2666. Il male è immenso ed eterno come il mare.

Questa visione della violenza ricorda l'apocalittico scrittore americano Cormac McCarthy, ma il romanzo di Bolaño è più ricco di sesso e di commedia, e il suo eroe è ben diverso da quelli de La strada o Meridiano di sangue. Arcimboldi marcia attraverso i campi di battaglia della Polonia e della Romania come un uomo che si trascini sul fondo del mare, immerso in un profondo oscuro orrore senza esserne toccato. Da ragazzo legge il Parzival di Wolfram von Eschenbach ed è affascinato dall'idea di un cavaliere medievale “laico e indipendente”. Il suo sacro graal sarà il diario di un morto scoperto in uno shtetl abbandonato.

Un cavaliere laico e indipendente: queste parole potrebbero descrivere sia i grandi detective sia i grandi scrittori che errano tra le pagine di 2666. Tutti esseri solitari impegnati a leggere e a nuotare nell'abisso. In questo mondo fare lo scrittore è pericoloso quanto fare il detective, camminare in un cimitero, guardare in faccia i fantasmi.

1 Pur mirabile, il testo di Marcela Valdes contiene qualche imprecisione. Questa ci sembra la più vistosa. L'autrice confonde (forse perché la serie di eventi cui allude sono concomitanti, nella cronologia apparentemente labirintica della “Parte dei delitti”) il personaggio di Sergio González Rodríguez e quello di Josué Hernández Mercado, collaboratore de “La Raza de Green Valley”, giornale sensazionalistico che vive di sovvenzioni provenienti dai chicanos, di varia periodicità (settimanale, bimensile o mensile), specializzato in cronaca nera. A un certo punto, dopo aver raccolto l'ennesima testimonianza più o meno farneticante di Sharif Sharif (Klaus Haas, nel libro), il personaggio di Hernández Mercado scompare (letteralmente: Bolaño non descrive alcun sequestro) e non se ne saprà più nulla, malgrado le saltuarie ricerche di una collega. Il lettore intuisce che è stato ucciso. Invece, nello stesso punto della terza parte, che più che in montaggio alternato sembra procedere per parallelismi giustapposti con la regolare interpunzione delle scoperte e/o autopsie dei cadaveri, González Rodríguez viene prelevato, a notte fonda, da una Mercedes. Non per essere picchiato, ma per entrare discretamente in contatto con un'eminenza del PRI (Partido Republicano Institucional), Azucena Esquivel Plata, interessata ai crimini di Juárez per motivi personali più che politici. N.d.T.

Originale: Alone Among the Ghosts: Roberto Bolano's '2666'

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008 su The Nation.

Traduzione di Manuela Vittorelli (http://mirumir.blogspot.com http://mirumir.altervista.org)

Il file può essere scaricato qui (in formato .pdf).

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