mercoledì, gennaio 28, 2009

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Preciso, rapido, mortale: sono solo queste le competenze richieste a un soldato. Ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il Generale David Petraeus, è più di un soldato. Il mondo si sta abituando a considerarlo quasi uno statista. Certo, la seduzione della guerra fa ancora presa su di lui, ma ci si aspetta anche che sia consapevole delle realtà politiche delle due guerre che sta conducendo, in Iraq e in Afghanistan.

Ecco perché ha fatto un passo falso, lo scorso martedì, quando durante una visita in Pakistan ha detto che l'esercito americano si era assicurato degli accordi per far transitare i rifornimenti verso l'Afghanistan da nord, allentando la pesante dipendenza dalla rotta pakistana. “Sono stati raggiunti degli accordi, e adesso ci sono linee di transito e accordi di transito per rifornimenti e servizi che coinvolgono diversi paesi centro-asiatici e la Russia”, ha dichiarato Petraeus.

È stato inutilmente preciso, come un soldato. Forse doveva impressionare i generali pakistani facendo loro capire che non avrebbero potuto continuare ancora a lungo a tenere in ostaggio le forze statunitensi in Afghanistan. Oppure era semplicemente esasperato dall'ambiguità e la doppiezza dei generali del sud-ovest asiatico.

Un'impressionante valutazione dell'intelligence russa resa nota da Mosca rivela che quasi la metà dei rifornimenti statunitensi che passano attraverso il Pakistan viene rubata da un miscuglio di militanti talebani, venditori ambulanti e semplici ladri. L'esercito degli Stati Uniti viene rapinato alla luce del sole e non può farci molto. Quasi l'80% di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Il bazar di Peshawar ospita un florido commercio di articoli militari statunitensi rubati, come negli anni Ottanta durante il jihad afghano contro l'Unione Sovietica. Questo volume di affari registrerà un poderoso balzo in avanti con il raddoppio dei soldati americani in Afghanistan, che saliranno a 60.000. Le guerre sono essenzialmente delle tragedie, ma non mancano di lati comici.

Mosca smentisce
In ogni caso, un giorno dopo le affermazioni di Petraeus Mosca si è affrettata a correggerlo. Il vice ministro degli Esteri Aleksej Maslov ha dichiarato all'Itar-Tass: “Alla missione permanente della Russia alla NATO non è stato sottoposto alcun documento ufficiale che certifichi che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti e la NATO a trasportare merci militari attraverso il paese”.

Il giorno dopo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha aggiunto da Bruxelles: “Non sappiamo niente del presunto accordo della Russia sul transito dei rifornimenti militari degli americani o della NATO. Ci sono state indicazioni in tal senso, ma non sono state formalizzate”. E con un tocco di ironia Rogozin ha insistito che la Russia desiderava il successo dell'alleanza militare in Afghanistan.

“Posso responsabilmente dire che, nel caso di una sconfitta della NATO in Afghanistan, i fondamentalisti ispirati da questa vittoria punteranno a nord. Prima colpiranno il Tagikistan, poi cercheranno di entrare nell'Uzbekistan... Se le cose vanno male, nel giro di dieci anni i nostri ragazzi dovranno combattere estremisti islamici ben armati e ben organizzati da qualche parte del Kazakistan”, ha aggiunto il popolare politico moscovita passato alla carriera diplomatica.

Gli esperti russi hanno fatto sapere che Mosca guarda con inquietudine alle trattative degli Stati Uniti con i paesi centro-asiatici per la firma di accordi di transito bilaterali che escludano la Russia. Sono stati raggiunti accordi con la Georgia, l'Azerbaigian e il Kazakistan. Mosca capisce che gli Stati Uniti continuano a mirare a una nuova rotta di transito caspica che comporti il passaggio dei rifornimenti attraverso la Georgia verso l'Azerbaigian, da lì al porto kazako di Aktau e attraverso il territorio uzbeko all'Amu Darya fino all'Afghanistan settentrionale.

Gli esperti russi stimano che la rotta di transito caspica possa diventare una rotta energetica nella direzione opposta, e questo equivarrebbe a una sconfitta strategica per la Russia nella decennale lotta per le riserve di idrocarburi della regione.

La Russia preme per avere un ruolo a Kabul
Effettivamente l'Uzbekistan è il paese-chiave dell'Asia Centrale nel grande gioco per la rotta di transito settentrionale verso l'Afghanistan. Durante la visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Taškent, la scorsa settimana, l'Afghanistan è stato un argomento cruciale. Medvedev ha caratterizzato le relazioni russo-uzbeke come un'“alleanza e partenariato strategico” e ha detto che sulle questioni relative all'Afghanistan la cooperazione di Mosca con Taškent assume un'“importanza eccezionale”.
Ha anche detto che con il Presidente uzbeko Islam Karimov c'è accordo sul fatto che non possa esserci alcuna “soluzione unilaterale” al problema afghano e che “non è possibile risolvere nulla senza prendere in considerazione l'opinione collettiva di stati che hanno un interesse nella risoluzione della situazione”.

Ma soprattutto Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha obiezioni in merito all'idea del Presidente Barack Obama di collegare i problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, ma per una ragione del tutto diversa, in quanto “non è possibile esaminare la creazione e lo sviluppo di un sistema politico moderno in Afghanistan isolandolo dal contesto della normalizzazione delle relazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan nelle regioni di confine tra i due paesi, mettendo in moto gli adeguati meccanismi internazionali e via dicendo”.

Mosca tocca raramente la delicata questione della Linea Durand, cioè il controverso confine che separa l'Afghanistan e il Pakistan. Medvedev ha sottolineato che la Russia resta parte in causa, in quanto “è necessario far sì che questi problemi vengano risolti su base collettiva”.

In secondo luogo, Medvedev ha messo in chiaro che Mosca resisterà ai tentativi degli Stati Uniti di espandere la propria presenza politica e militare nelle regioni centro-asiatiche e del Caspio. Ha affermato infatti: “Questa è una regione-chiave, una regione in cui si svolgono diversi processi e nella quale la Russia ha un lavoro cruciale da svolgere per coordinare le nostre posizioni con i nostri colleghi e contribuire a trovare soluzioni comuni ai problemi più complessi”.

In parole povere, Mosca non consentirà che si ripeta la tattica degli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, quando vollero imporre una presenza militare in Asia Centrale come misura temporanea e poi procedettero freddamente a trasformarla in una base d'appoggio a lungo termine.

Karzai guarda a Mosca
È interessante che le affermazioni di Medvedev coincidano con la notizia secondo la quale Washington starebbe abbandonando il Presidente afghano Hamid Karzai e progettando di istallare un nuovo “dream team” a Kabul.

Medvedev aveva scritto a Karzai offrendogli assistenza militare. Karzai ha apparentemente accettato l'offerta russa, ignorando le obiezioni degli Stati Uniti secondo cui in base ad accordi segreti tra USA e Afghanistan Kabul doveva ottenere il consenso di Washington prima accordarsi con paesi terzi.

Una dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal Cremlino diceva che la Russia è “pronta a fornire ampia assistenza a un paese indipendente e democratico [l'Afghanistan] che conviva con i suoi vicini in un'atmosfera pacifica. La cooperazione nel settore della difesa... contribuirà efficacemente a instaurare la pace nella regione”. Per Kabul ha senso stringere accordi militari con la Russia, dato che le forze armate afghane usano sistemi d'arma sovietici. Ma Washington non vuole una “presenza” russa a Kabul.

Ovviamente Mosca e Kabul hanno sfidato il segreto potere di veto degli Stati Uniti sulle relazioni esterne dell'Afghanistan. Lo scorso venerdì a Mosca si sono incontrati diplomatici russi e afghani, i quali si sono “impegnati a continuare a sviluppare la cooperazione russo-afghana in ambito politico, commerciale ed economico, nonché nella sfera umanitaria”. Significativamente, hanno anche “rilevato l'importanza della Shanghai Cooperation Organization [SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, anche nota come Gruppo di Shanghai, N.d.T.]”, che è dominata dalla Russia e dalla Cina.

La SCO vuole un ruolo nella risoluzione del problema afghano
Washington non può censurare apertamente Karzai impedendogli di avvicinarsi alla Russia (e alla Cina), giacché l'Afghanistan è teoricamente un paese sovrano. Nel frattempo, Mosca sta assumendo un ruolo nelle aspirazioni di Kabul all'indipendenza. Mosca ha intensificato i propri sforzi per ospitare una conferenza internazionale sull'Afghanistan sotto l'egida della SCO. Gli Stati Uniti non vogliono che Karzai legittimi un ruolo della SCO nel problema afghano. Ed è qui che sorge l'attrito.

Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un incontro tra i vice ministri degli Esteri dei paesi membri della SCO (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Il ministero degli Esteri russo ha in seguito annunciato una conferenza prevista per la fine di marzo. L'iniziativa russa ha ricevuto grande impulso grazie alla decisione di Iran e India di partecipare alla conferenza.

Nuova Delhi ha accolto con favore l'opportunità di svolgere un ruolo più importante come membro osservatore della SCO e intende “partecipare maggiormente” alle attività dell'organizzazione. In particolare, Nuova Delhi ha “espresso interesse a prendere parte alle attività” del gruppo di contatto della SCO sull'Afghanistan.

La grande domanda ora è: Karzai coglierà queste tendenze regionali e risponderà all'apertura della SCO, liberando Kabul dalla morsa di Washington? Di certo Washington è in corsa contro il tempo per produrre un “cambiamento di regime” a Kabul.

Il fatto è che un numero sempre maggiore di paesi della regione trovano difficile accettare il monopolio statunitense sulla risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington faticherà a dissociarsi dalla conferenza della SCO prevista a marzo e avrebbe idealmente voluto che anche Karzai se ne fosse tenuto lontano, pur trattandosi di una iniziativa regionale a pieno titolo che coinvolge tutti i vicini dell'Afghanistan.

Sicuramente la SCO metterà l'Afghanistan all'ordine del giorno del vertice annuale che si terrà ad agosto a Ekaterinburg, in Russia. Pare che in questa fase Washington non sia in grado di distogliere la SCO dal suo proposito, a meno di coinvolgere le potenze regionali nella ricerca di una soluzione del problema afghano e consentire loro di parteciparvi appieno com'è loro legittimo interesse.

L'attuale linea di pensiero statunitense, d'altro canto, è orientata a stringere “grandi accordi” bilaterali trattando separatamente con le potenze regionali e impedendo loro di coordinarsi collettivamente sulla base di preoccupazioni e interessi condivisi. Ma le potenze regionali vedono il piano degli Stati Uniti per quello che è: un'astuta mossa del solito divide et impera..

Mosca respinge l'impegno selettivo
Senza dubbio queste manovre diplomatiche rivelano anche il deficit di fiducia nelle relazioni russo-americane. Mosca esprime ottimismo sulla capacità d Obama di affrontare in modo costruttivo i problemi accumulatisi nei rapporti USA-Russia. Ma non si è parlato di Russia né nel discorso di insediamento di Obama né nel documento sulla politica estera che espone il suo programma.

Lo scorso martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha così sintetizzato le aspettative minime di Mosca: “Spero che gli elementi controversi delle nostre relazioni, come la difesa anti-missile, l'opportunità dell'allargamento della NATO... verranno risolti sulla base del pragmatismo, senza la presa di posizione ideologica che ha caratterizzato l'amministrazione uscente... Ci siamo accorti che... Obama era disposto a prendersi una pausa sulla questione della difesa anti-missile... e a valutare la sua efficacia e la sua efficienza in termini di costi”.

Ma la Russia non è tra le priorità della nuova amministrazione statunitense. Inoltre, come osservava la scorsa settimana l'influente quotidiano Nezavisimaja Gazeta, “Un consistente numero di congressisti [statunitensi] di entrambi i partiti ritengono che la Russia abbia bisogno di una lavata di capo”. L'attuale priorità della Russia sarà di organizzare presto un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton, e prima di questo incontro tutte le questioni – compresa quella spinosa della rotta di transito verso l'Afghanistan – resteranno in sospeso.

Pertanto, nella conferenza stampa di Taškent Medvedev ha acconsentito in linea di principio a concedere agli Stati Uniti il permesso di usare una rotta di transito verso l'Afghanistan che passi per il territorio russo, ma al contempo ha precisato che “Questa dev'essere una cooperazione a tutti gli effetti e su base paritaria”. Ha ricordato a Obama che la strategia del “surge” – l'aumento del livello di truppe in Afghanistan – potrebbe non sortire gli effetti auspicati. “Speriamo che la nuova amministrazione abbia maggiore successo di quella che l'ha preceduta nelle questioni relative all'Afghanistan”, ha detto Medvedev.

Evidentemente Petraeus ha trascurato il fatto che l'inutile ostinazione con cui gli Stati Uniti mantengono il controllo geopolitico dell'Hindu Kush, proprio nel cuore dell'Asia, è diventata una questione controversa. Indipendentemente dai bei discorsi, l'amministrazione Obama troverà difficile sostenere il mito che la guerra afghana serva esclusivamente a sconfiggere una volta per tutte al-Qaeda e i taliban.

Originale: Russia stops US on road to Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 27/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6941&lg=it

lunedì, gennaio 26, 2009

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

[Gilles Devers è l'avvocato francese che coordina la coalizione di più di 300 associazioni che con il motto «alla violenza deve rispondere la giustizia» hanno chiesto che Israele venga giudicato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra commessi a Gaza dal 27 dicembre 2008. Tlaxcala si è offerta di fare da interprete multilingue a questa iniziativa, che ha avuto un tale successo da provocare qualche problema di accesso al sito (abbiate pazienza). Per firmare la petizione vi invito ancora una volta ad andare a questo indirizzo. Maggiori informazioni, compresa la conferenza stampa di Devers, qui].


Foto AFP/Getty Images

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

di Gilles Devers

Per molto tempo ho creduto che Israele non fosse uno Stato come gli altri. Oggi osservo con dolore che per i dirigenti di Israele il crimine di guerra è una scelta politica.

La Storia lo testimonia. Dopo l'Olocausto, come poteva la comunità internazionale non fare di tutto per permettere al popolo scampato al nazismo di continuare a esistere? Decisione incontestabile, ma una fondamentale ingiustizia per i palestinesi. “I palestinesi”? Soprattuto coloro a cui fu detto “Questa non è più casa tua. Non è più casa tua perché le Nazioni Unite hanno deciso che la terra dei tuoi avi non è più la tua terra”. E le Nazioni Unite hanno deciso così perché la comunità internazionale, durante la conferenza di Evian del 1939, aveva chiuso la porta dell'umanità alla comunità ebraica, precipitandola nell'inferno nazista. L'Occidente voleva rimediare alla propria colpa. Una colpa ripagata a spese dei palestinesi, ai quali non può essere mosso il minimo rimprovero. Sì, uno solo: quello di trovarsi dove non dovevano essere.

Equazione impossibile? Nel 2009 non è più un problema. Perché sono passati 63 anni. Nel 2009 niente giustifica che Israele, potenza economica e militare, utilizzi la forza armata per costruire il proprio avvenire. Israele può continuare le sue guerre. Israele può continuare a proibire ai partiti arabi di presentarsi alle elezioni. Israele può fare tutto quello che vuole con la sua forza militare. Ma Israele soccomberà alla legge, che è più forte di lui. Perché di fronte all'intelligenza del mondo è il giusto a essere il più forte.

Non ci si inganni. Ci sono state altre guerre e ce ne saranno altre, con i loro orrori. Ma l'aggressione di Israele contro Gaza del dicembre del 2008 segna un ribaltamento nella Storia.

Cos'è Gaza? Gaza è parte di un territorio al quale la comunità internazionale, per codardia, non ha mai saputo imporre la qualità di Stato. Una popolazione isolata su un territorio di 10 chilometri per 30, indebolita dall'assedio, senza possibilità di fuga. Ormai, quando Israele vuole vincere una guerra, attacca dei civili... Fine di un sistema. Non dimenticate mai il primo giorno: 200 morti. Morti perché? Perché camminavano per la strada, perché andavano a fare la spesa, perché erano dei bambini che tornavano da scuola.

E qual è il governo che ha scatenato la guerra del 27 dicembre 2008? Un primo ministro dimissionario dal settembre del 2008 per corruzione e i due principali ministri del suo governo – quello degli Esteri e quello della Difesa – politicamente così in disaccordo da non essere riusciti a formare una coalizione. È un potere senza testa quello che ha intrapreso questa guerra. La mattina decide i bombardamenti dei civili; la sera si riunisce. Una cosa inaudita! Il risultato è questo: Ban Ki Moon ha denunciato la sproporzione dell'attacco e chiede oggi che si svolga un'inchiesta approfondita perché Israele renda conto delle sue azioni. Tutte le grandi organizzazioni intergovernative e le ONG denunciano questi crimini di guerra.

Per molto tempo, nell'udire la parola Israele, ho visualizzato come immagine di sfondo i campi di concentramento e di sterminio. Il crimine commesso nella culla della cultura. Oggi vedo ancora i campi, ma Israele è altrove.

Il futuro appartiene agli uomini che sanno costruire la pace. Ebbene, oggi la pace si chiama rispetto del diritto. Su cosa si fondano oggi i diritti dell'uomo? Sull'analisi del 1945 come risposta ai crimini nazisti, ancora oggi attuale. Le basi del diritto umano affondano le radici nei crimini nazisti. Tutto parte da lì. Dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1948 alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo passando per i molteplici sistemi nazionali, il diritto della civiltà ha posto come base che nessun uomo può essere colpito per la sola ragione di essere chi non deve.

Israele può cominciare a tremare. Tremare perché, lontano dalle bombe, si è messa in moto la giustizia che lo giudicherà. Israele potrà ancora mostrare i muscoli dei suoi elicotteri e dei suoi carri armati. Ma un giorno – tra cinque, dieci o trent'anni – si renderà omaggio al popolo palestinese perché ha saputo ritrovare, attingendo alle profondità di ciò che ci rende uomini, il concetto stesso di diritti umani.

Per il semplice fatto di esistere, senza che alcuno sia in grado di esprimere il minimo giudizio sulla qualità della mia vita, ho diritto a quell'insieme che costituisce la dimensione umana e che si chiama libertà. Per il semplice fatto di essere nato qui, tra Rafah e Gaza, o di essere nato altrove e che i cannoni dei carri armati mi abbiano assegnato la residenza qui, quando la terra non è più mia e l'acqua mi viene rubata, io rimango. Guardami negli occhi, Israele, è un essere umano che ti guarda. Ascolta quello che ti dico, Israele, perché senza il linguaggio siamo destinati a morire. Esci dalla prigione della tua violenza, e vieni ad assaporare la forza della libertà. Da sessant'anni cerchi con la forza di rinchiudermi in una prigione. I muri spezzano la mia vita, ma sei tu che ti sei trasformato in prigioniero. Prigioniero delle certezze che ti impediscono di vedere il mondo. La vera libertà si inventa a Gaza, quando tu hai distrutto tutto. Questa madre disperata, che ha perduto la famiglia e la casa e ora siede sulle macerie a implorare Dio, dice tutto della forza umana, mentre i tuoi miserabili carri armati firmano la fine di un'epopea folle.

La saggezza araba ci dice che la sventura assoluta non esiste. A Gaza, degli esseri umani sono stati uccisi perché erano palestinesi. Accusati e condannati in quanto palestinesi. Oggi chi può immaginare che il crimine paghi? Chi può pensare che Israele porterà in paradiso i bambini che ha assassinato a Gaza? Sarà la giustizia umana a ristabilire l'ordine, e a restituire ai palestinesi il posto che meritano nella Storia.

Originale: Ce que l'humanité doit aux palestiniens

Articolo originale pubblicato il 23/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6926&lg=it

Le bugie di Israele

[Importante articolo di Henry Siegman per la London Review of Books; Siegman è direttore dell'US Middle East Project a New York e docente alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. In passato ha diretto l'American Jewish Congress e il Synagogue Council of America].

Le bugie di Israele
di Henry Siegman
traduzione di Diego Traversa

I governi e la maggior parte dei media occidentali hanno accettato tutta una serie di affermazioni israeliane a giustificazione dell’attacco militare su Gaza: che Hamas ha costantemente violato, e poi rifiutato di prolungare, la tregua di sei mesi che Israele ha rispettato; che Israele pertanto non aveva altra scelta se non distruggere il potenziale di Hamas e la sua capacità di sparare missili verso città israeliane; e che Israele ha agito non solo per difendersi ma anche nell’interesse della lotta internazionale delle democrazie occidentali contro questa rete terroristica.

Non ho sentito di un solo importante giornale, una radio o un canale tv americani che abbiano dato conto dell’attacco contro Gaza mettendo in dubbio questa versione dei fatti. Le critiche alle azioni di Israele, semmai (e non ce n’è mai stata una durante l’amministrazione Bush), si sono invece concentrate sul fatto se la carneficina delle forze armate israeliane (IDF) fosse proporzionale alla minaccia che cercava di contrastare, e se fossero state prese misure adeguate per prevenire perdite tra i civili.

La pacificazione in Medio Oriente si è ridotta a tutta una serie di eufemismi ingannevoli, perciò lasciatemi dire chiaramente che ognuna di queste affermazioni è una bugia. Israele, e non Hamas, ha violato la tregua: Hamas si era impegnato a cessare il lancio di razzi in Israele; in cambio, Israele avrebbe dovuto allentare lo strangolamento di Gaza. In realtà, durante la tregua, Israele ha perfino dato un giro di vite, rendendolo più soffocante. Ciò è stato confermato non solo da qualsiasi osservatore internazionale neutrale e dalle organizzazioni non governative sul posto, ma anche dal generale di brigata (della riserva) Shmuel Zakai, un ex comandante della Divisione Gaza dell’esercito. In un’intervista a Haaretz del 22 dicembre, Zakai ha accusato il governo israeliano di aver commesso un “errore cruciale” durante la tahdiyeh, il periodo di sei mesi di relativa tregua, ovvero di non essere riuscito ad “approfittare della calma per migliorare, invece di peggiorare nettamente, la difficile situazione economica dei palestinesi della Striscia… Quando si stabilisce una tahdiyeh, e la pressione economica sulla Striscia perdura – ha detto il generale Zakai – è ovvio che Hamas provi ad ottenere una tahdiyeh più soddisfacente, e che il modo per riuscirci sia quello di rinnovare i lanci di Qassam… non si può semplicemente sferrare colpi, lasciare i palestinesi di Gaza nella stessa difficile situazione economica, e poi aspettarsi che Hamas stia lì, fermo ed immobile, senza reagire”.

La tregua, iniziata a giugno dello scorso anno e il cui rinnovo era previsto per lo scorso dicembre, chiedeva alle due parti di astenersi dal compiere violente azioni reciproche. Hamas doveva cessare gli attacchi con i razzi e impedirne i lanci anche da parte di altri gruppi come la Jihad Islamica (persino i servizi israeliani hanno ammesso che tale condizione era stata fatta rispettare con sorprendente efficacia), e Israele avrebbe dovuto porre fine agli omicidi mirati e ai raid militari. Questo impegno è stato gravemente violato il 4 novembre, quando l’IDF è entrato a Gaza e ha ucciso sei militanti di Hamas. Hamas ha risposto con il lancio di razzi Qassam e missili Grad. Ciò nonostante, si era offerto di prolungare la tregua, ma solo a condizione che Israele mettesse fine all’embargo su Gaza. Israele ha rifiutato. Avrebbe potuto adempiere all’obbligo di proteggere i suoi cittadini semplicemente accettando di alleggerire l’assedio di Gaza ma non ha fatto nemmeno un tentativo. Non si può dire che Israele abbia lanciato l’attacco per proteggere i suoi cittadini dai lanci di razzi. Ha invece agito così per proteggere il suo diritto a proseguire con lo strangolamento della popolazione di Gaza.

Tutti sembrano aver dimenticato che Hamas aveva dichiarato la fine degli attentati suicidi e del lancio dei razzi quando decise di prender parte alla vita politica palestinese, e che si era ampiamente attenuto a questo impegno per più di un anno. Bush approvò pubblicamente questa decisione, portandola come esempio del successo della sua campagna per la democrazia in Medio Oriente (non aveva del resto altri successi di cui vantarsi). Quando Hamas ha inaspettatamente vinto le elezioni, Israele e gli USA hanno tentato sin dall’inizio di delegittimare il risultato elettorale e hanno accolto a braccia aperte Mahmud Abbas, leader di Fatah, che fino a quel momento era stato respinto dai capi israeliani che lo chiamavano “pollo spennato”. Hanno fornito armi ed hanno addestrato le sue forze di sicurezza per rovesciare Hamas; e quando Hamas – brutalmente, ad onor del vero – ha prevenuto questo violento tentativo di rovesciare il risultato delle prime regolari e democratiche elezioni del moderno Medio Oriente, Israele e l’amministrazione Bush hanno imposto l’embargo.

Israele cerca di ribattere a questi fatti incontrovertibili sostenendo che, con l’evacuazione delle colonie da Gaza nel 2005, Ariel Sharon ha dato ad Hamas la possibilità di intraprendere il cammino dell’indipendenza, un’occasione che ha rifiutato di cogliere; al contrario, Hamas ha trasformato Gaza in una rampa per il lancio di razzi contro la popolazione civile di Israele. Di nuovo, l’accusa è una doppia bugia. Primo, nonostante tutti i suoi difetti, Hamas ha portato a Gaza un livello di legge ed ordine sconosciuto in anni recenti, e lo ha fatto senza gli enormi introiti che i donatori hanno fatto piovere sull’Autorità Palestinese capeggiata da Fatah. Ha fatto piazza pulita delle gang violente e dei signori della guerra che imperavano a Gaza sotto il governo di Fatah. I musulmani non osservanti, i cristiani e altre minoranze hanno avuto più libertà religiosa sotto Hamas di quanta ne avrebbero in Arabia Saudita, per esempio, o in molti altri regimi arabi.

La bugia più grossa però è che il ritiro da Gaza effettuato da Sharon costituisse il preludio a ulteriori ritiri e a un accordo di pace. Ecco come il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, che fu anche capo negoziatore con gli americani, descrisse il ritiro da Gaza in un’intervista ad Haaretz nel 2004:

Ciò su cui effettivamente mi trovai l’accordo con gli americani era che parte delle colonie [cioè i principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania] non sarebbe stata nemmeno discussa, e ci saremmo occupati della parte restante solo quando i palestinesi fossero diventati finlandesi… il significato [dell’accordo con gli americani] è quello di congelare il processo politico. E quando si fa questo, si impedisce la fondazione di uno stato palestinese e la discussione del problema dei profughi, di Gerusalemme e dei confini. Effettivamente, tutto questo affare chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda politica a tempo indeterminato. E tutto questo con l’assenso e l’autorità [del Presidente Bush]… e la ratifica sia del Senato che del Congresso americani.

Pensano forse, israeliani e americani, che i palestinesi non leggano i giornali israeliani, o che quando videro quel che succedeva in Cisgiordania non fossero capaci di capire le reali intenzioni di Sharon?

Il governo israeliano vorrebbe che il mondo pensasse che Hamas abbia lanciato i suoi Qassam perché questo è quel che fanno i terroristi e Hamas è genericamente considerato un gruppo terrorista. In realtà, Hamas non è un “gruppo terrorista” (termine prediletto da Israele) più di quanto non lo fosse il movimento sionista durante la sua lotta per l’indipendenza. Alla fine degli anni ’30 e negli anni ’40, i partiti sionisti ricorsero al terrorismo per motivi strategici. Stando a Benny Morris, fu l’Irgun a prendere di mira i civili per primo. Egli scrive in Vittime che un’escalation di terrorismo arabo nel 1937 “provocò un’ondata di attentati da parte dell’Irgun contro folle arabe e autobus, introducendo così una nuova dimensione nel conflitto”. Morris inoltre ha documentato atrocità commesse dalle forze armate ebraiche durante la guerra del 1948-49, ammettendo in un’intervista rilasciata nel 2004 ad Haaretz che il materiale declassificato dal ministero israeliano della Difesa ha dimostrato come “ci furono molti più massacri commessi da israeliani di quanti avevo precedentemente creduto… Nei mesi di aprile-maggio 1948, a delle unità dell’Haganah fu dato un ordine operativo che richiedeva esplicitamente di cacciare gli abitanti dei villaggi e di distruggere i villaggi stessi”. In molte città e villaggi palestinesi, le forze israeliane effettuarono sistematiche esecuzioni di civili. Alla domanda di Haaretz se Morris condannasse la pulizia etnica, rispose di no:

Lo stato ebraico non sarebbe mai nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Per questo ci fu bisogno della loro evacuazione. Non si poteva far altro che cacciarli. Fu necessario ripulire l’entroterra, le aree di confine e le vie principali di comunicazione. Fu necessario ripulire i villaggi che sparavano ai nostri convogli e alle nostre colonie.

Quindi, in poche parole, quando gli ebrei prendono di mira ed uccidono civili innocenti per portare avanti la loro battaglia irredentista, sono patrioti. Se sono altri a fare lo stesso, sono terroristi.

È troppo comodo descrivere Hamas semplicemente come un’organizzazione “terroristica”. È un movimento nazional-religioso che, come fece il sionismo durante la sua battaglia per l’indipendenza, ricorre al terrorismo nell’errata convinzione che sia l’unico modo per porre fine ad un’occupazione oppressiva e per creare uno stato palestinese. Mentre l’ideologia di Hamas chiede formalmente che lo stato venga costituito sulle rovine di quello israeliano, oggi questo aspetto non determina le effettive politiche di Hamas più di quanto lo stesso proposito nella carta dell’OLP facesse a suo tempo con le politiche del Fatah.

Queste non sono le conclusioni di un apologo di Hamas ma le opinioni dell’ex capo del Mossad e consigliere di Sharon per la sicurezza nazionale, Ephraim Halevy. La dirigenza di Hamas, ha scritto di recente Halevy in Yedioth Ahronoth, ha intrapreso un cambiamento “proprio sotto i nostri stessi occhi”, ammettendo che “il suo fine ideologico non è perseguibile, almeno nell’immediato futuro”. Hamas oggi è pronto e disposto a concepire la fondazione di uno stato palestinese entro i confini provvisori del 1967. Halevy ha notato che mentre Hamas non ha specificato quanto sarebbero “provvisori” questi confini, “i loro leader sanno che nel momento in cui viene fondato uno stato palestinese con il loro contributo, saranno obbligati a cambiare le regole del gioco: dovranno intraprendere un percorso che li condurrà ben lontano dai loro obbiettivi ideologici iniziali”. In un precedente articolo, Halevy ha sottolineato anche l’assurdità del collegamento tra Hamas ed Al Qaeda.

Agli occhi di Al Qaeda, i membri di Hamas sono percepiti come eretici a causa del loro dichiarato desidero di prender parte, anche indirettamente, al processo di qualsiasi intesa o accordo con Israele. La dichiarazione di Khaled Meshaal [capo dell’ufficio politico di Hamas] è diametralmente opposta all’approccio di Al Qaeda, e fornisce ad Israele un’opportunità forse storica da sfruttare per il meglio.

Allora perchè i leader d’Israele sono così determinati a distruggere Hamas? Perché credono che la sua dirigenza, diversamente da quella del Fatah, non possa essere facilmente intimidita al punto di accettare un accordo di pace che stabilisca uno “stato” palestinese composto solo da entità territoriali scollegate fra loro e sulle quali Israele sarebbe in grado di conservare un controllo permanente. Il controllo della Cisgiordania è l’obbiettivo irrinunciabile dell’esercito, dei servizi segreti e delle elite politiche israeliane sin dalla fine della guerra del 1967. [*] Sono convinti che Hamas non permetterebbe un frazionamento in cantoni del territorio palestinese, a prescindere da quanto duri l’occupazione. Potrebbero forse sbagliarsi su Abbas e i suoi anacronistici collaboratori, ma hanno completamente ragione riguardo ad Hamas.

Gli analisti delle questioni mediorientali si domandano se l’attacco israeliano contro Hamas riuscirà a distruggere l’organizzazione o ad espellerla da Gaza. Questa è una discussione irrilevante. Se Israele ha intenzione di mantenere il controllo su qualsiasi entità palestinese futura, non troverà mai un interlocutore palestinese, e se anche dovesse riuscire a smantellare Hamas, a tempo debito il movimento verrebbe rimpiazzato da un’opposizione palestinese ben più radicale.

Se Barack Obama nomina un navigato mediatore che si attiene all’idea per cui ai protagonisti secondari non dovrebbe essere concesso di presentare le loro proposte per un accordo di pace equo e sostenibile, e ancor meno di far pressione affinché le parti lo accettino, lasciando che quest’ultime risolvano da sole le loro differenze, egli garantirà l’avvento di una futura resistenza palestinese ancora più estremista di Hamas – probabilmente alleata con Al Qaeda. Questo sarebbe il risultato peggior possibile per gli USA, l’Europa e la maggior parte del resto del mondo. Forse alcuni israeliani, inclusi i dirigenti dei coloni, pensano che questo favorirebbe i loro scopi, poiché fornirebbe al governo un invitante pretesto per mantenere la presa sulla Palestina. Ma questa è un’illusione che porterebbe alla fine di Israele quale stato ebraico e democratico.

Anthony Cordesman, uno degli analisti strategici più credibili su questioni mediorientali, sostenitore di Israele, il 9 gennaio ha affermato, in una relazione per il Centro di Studi Strategici Internazionali, che i vantaggi tattici di continuare l’operazione a Gaza erano più che controbilanciati dal costo in termini di strategia – ed erano probabilmente niente rispetto a qualsiasi guadagno che Israele avrebbe potuto ottenere all’inizio della guerra se avesse colpito selettivamente le strutture chiave di Hamas. “Ha Israele in qualche modo preso una cantonata nell’intensificare costantemente una guerra senza un chiaro obbiettivo strategico, o anche uno solo da poter credibilmente raggiungere?” si chiede Cordesman. “Finirà Israele con il riconoscere piena legittimità in termini politici ad un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le operazioni di Israele danneggeranno gravemente la posizione degli USA nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate coinvolte? Ad esser franchi, finora la risposta sembra essere positiva”. Cordesman conclude dicendo che “ogni leader può prendere una posizione rigida ed affermare che i guadagni tattici sono una vittoria significativa. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno da rispondere, allora essi hanno disonorato sé stessi e danneggiato il loro paese e i loro amici”.


Originale: Israel's lies

Articolo originale pubblicato il 15/1/2009

Diego Traversa, Mary Rizzo e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, gennaio 16, 2009

Il gas come arma politica avvelenata

Il gas come arma politica avvelenata

AUTORE: Pëtr Romanov

Con gli ulteriori sviluppi dello scandalo del gas tra Ucraina e Russia diventa sempre più evidente la componente politica del conflitto. Innanzitutto si tratta di un aggravamento della crisi politica interna dell'Ucraina, dove la Rada chiede già l'impeachment del presidente e le dimissioni del governo. E se la seconda ipotesi è improbabile la prima è in linea di principio possibile, perché qui si ritrovano uniti sia Janukovič, sia i comunisti ucraini, sia il blocco Julija Timošenko. Ma anche se l'idea dell'impeachment non dovesse passare, lo scandalo del gas rappresenterà il colpo di grazia per la carriera politica di Juščenko. Non so con cosa sia stato avvelenato in passato il presidente ucraino, ma adesso ha inghiottito una buona dose di gas avvelenato.

Sono sempre più evidenti i danni politici subiti anche dalla Russia, in seguito ai non meno evidenti danni economici. Considerando la vicenda dalla prospettiva di Mosca e di primo acchito si ha l'impressione che Gazprom e le autorità russe abbiano battuto l'Ucraina nel guadagnarsi le simpatie europee. Di fatto però sarebbe più accurato discutere su quale delle due – la Russia o l'Ucraina – susciti all'infreddolito e irritato consumatore europeo meno antipatia. La reazione è del tutto comprensibile: la casalinga europea vuole che nella sua cucina arrivi il gas, e poco le importa chi sia colpevole della sua assenza, se Kiev o Mosca. Per quanto riguarda i politici europei, benché comprendano la situazione su un altro livello sono comunque notevolmente orientati in senso antirusso. E restano inclini a chiudere un occhio quando si tratta di Juščenko, dato che per loro non è Mosca ma l'Ucraina a rappresentare un potenziale futuro membro dell'Unione Europea e della NATO.

In ultima analisi, si tratta già di grande politica e di un'enorme gatta da pelare per la Russia, se si immagina che una situazione in cui l'Ucraina si rifiuta di far passare il gas russo diretto in Europa. E non per una settimana o due, ma per sempre. Naturalmente anche all'Ucraina è necessario il gas russo, ma se prevarrà il corso antirusso il nostro vicino potrà decidere proprio in quel senso. Il gas e il carbone ucraini e l'acquisto in Europa del mazut [nafta pesante, N.d.T.] permetteranno all'Ucraina di sopravvivere. Simili impedimenti nella filiera energetica, naturalmente, rallenteranno lo sviluppo economico dell'Ucraina, ma in passato la psicosi antirussa ha condotto anche altri paesi fino a questo punto. In ogni caso il vecchio detto dei nazionalisti ucraini – “mi caverò un occhio perché mia suocera abbia un genero orbo” – a quanto pare non turba nessuno.

Se la situazione si evolverà in questo senso a restare sconfitte saranno sia l'Ucraina sia la Russia, che in un periodo di gravissima crisi mondiale perderà l'importantissimo mercato europeo e dunque anche un afflusso di valuta nelle proprie casse. Il gasdotto Nord Stream nel migliore dei casi sarà operativo solo nell'autunno del 2011, e per allora (se il transito attraverso l'Ucraina verso l'Europa in questo lasso di tempo verrà bloccato) i nostri clienti europei si saranno già orientati verso altre fonti energetiche e verso altri fornitori.

Naturalmente in questo scenario c'è un terzo perdente, ed è l'Europa. Rinunciare al gas russo così, all'improvviso, rappresenterebbe una grande perdita per l'economia europea e per una serie di paesi sarebbe semplicemente una catastrofe.

Chi trae beneficio da tutta questa confusione? Una possibile risposta sta in una documento appena apparso sulla stampa russa e firmato dall'Ucraina e dagli Stati Uniti. L'Izvestija è entrata in possesso di un testo firmato in dicembre dal ministro degli esterni Vladimir Ogryzko e dal Segretario di Stato americano, la “Carta sul partenariato strategico”. Nel documento si dice che Washington aiuterà l'Ucraina a modernizzare i gasdotti ampiamente logorati del paese. Naturalmente Kiev ha tutto il diritto di decidere chi rimetterà a nuovo la rete di gasdotti ucraina. Però è facile supporre che non si firmi una “Carta sul partenariato strategico” solo per dei lavori di ammodernamento. Inoltre simili documenti spesso sono semplicemente la punta dell'iceberg. I temi più importanti si discutono fuori protocollo.

Appare dunque del tutto verosimile in linea di principio l'ipotesi espressa dal vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev. Secondo Medvedev si ha l'impressione che “tutta la commedia che va in scena in Ucraina venga diretta da un paese”. In altre parole, l'apparente illogicità e irrazionalità del recente comportamento dell'Ucraina si spiegherebbe molto semplicemente: Kiev persegue coerentemente piani concordati con l'amministrazione Bush.

La logica di questa ipotesi può essere multipla. Non è solo un modo per legare a sé più strettamente l'Ucraina, ma anche una politica di contenimento della Russia. Infine potrebbe anche trattarsi di un'azione antieuropea. Nella politica dell'Unione Europea cominciano a essere troppi gli aspetti che non rispondono agli interessi degli Stati Uniti: un'economia europea competitiva – del tutto inappropriata dal punto di vista dell'amministrazione Bush – l'attività del presidente francese al tempo dei fatti di agosto nel Caucaso, l'appello agli Stati Uniti di alcuni attori europei di considerare attentamente le proposte del presidente russo sulla riforma del sistema di sicurezza europeo, e via dicendo.

La nuova amministrazione Obama vorrà continuare questo gioco antirusso ed antieuropeo? Questa è una domanda cui è ancora difficile rispondere. Giudicando dai segnali indiretti, è improbabile.

Comunque sia, è già chiara una cosa: l'arma del gas, che è stata proibita molto tempo fa a fini bellici, a quanto pare ha trovato una nuova nuova nicchia di impiego, la politica. In una situazione di crisi mondiale questo è particolarmente pericoloso e ben poco saggio. Del resto, come è noto, l'uscente amministrazione Bush non è stata caratterizzata da una grande saggezza.


Originale: Газ как отравляющее политическое оружие

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Sempre a proposito di guerra del gas Ucraina-Russia

Ancora niente gas
di Oleg Mitjaev per RIA Novosti

Il 13 gennaio, grazie al raggiungimento di un accordo tra le parti, era prevista la ripresa del transito del gas russo attraverso il territorio dell'Ucraina verso i paesi dell'Unione Europea. Ma così non è stato. Gazprom ha cominciato a fornire il combustibile agli utenti europei ma l'ucraina Naftogaz ha bloccato il suo gasdotto. I paesi dell'UE sono rimasti ancora una vota privi del gas russo, e a Russia e Ucraina non resta che calcolare le perdite subite e quelle future.

Niente salvezza per l'Europa
Il 12 gennaio l'Ucraina ha firmato un protocollo sull'organizzazione del controllo internazionale del transito del gas russo attraverso l'Ucraina verso l'Unione Europea, questa volta senza clausole né appendici. Si è trattato indubbiamente di una vittoria diplomatica della Russia.

Ricordiamo che una situazione simile si era verificata all'inizio del 2006. Neanche allora l'Ucraina aveva firmato il contratto per la fornitura di gas dalla Russia e dal 1° gennaio ne era stata privata. Però aveva subito cominciato a prelevare senza autorizzazione per sé il gas destinato ai consumatori dell'Unione Europea. Per porre fine a questa situazione la Russia nel gennaio del 2006 aveva stipulato letteralmente nel giro di due giorni un compromesso per la fornitura del gas all'Ucraina.

Questa volta il governo russo e Gazprom sono riusciti a ottenere dall'Ucraina la firma di questo protocollo, in base al quale l'Ucraina deve assicurare il transito del gas verso i consumatori europei anche in assenza di un contratto di fornitura per il consumo interno e perciò non può attingere al combustibile destinato ai paesi dell'Unione Europea.

Ma anche dopo la firma di questo protocollo di transito alle condizioni russe l'escalation della “guerra del gas del 2009” è apparsa inevitabile.

La prima controversa questione che sta alla base dell'impossibilità di riprendere la fornitura di gas russo all'UE riguarda il cosiddetto gas tecnico, quello che serve a spingere il metano dentro il gasdotto, che è di circa 21 milioni di metri cubi giornalieri. L'Ucraina deve fornire questo gas perché il metano arrivi nell'Unione Europea. In assenza di un contratto per la fornitura di gas russo, Naftogaz si rifiuta di attingere dalle riserve di gas nazionali e chiede che sia Gazprom a fornire questa quota di gas tecnico. Gazprom però non intende fornire il gas tecnico a Naftogas perché è già incluso nella tariffa per il transito (1,6 dollari per 1000 metri cubi per 100 chilometri), in vigore fino al 2010.

Più dura il conflitto, più aumentano le perdite
Del blocco del gas, effettivo dal 7 gennaio, risentono soprattutto i paesi balcanici: la Bulgaria, la Slovacchia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e la Moldavia. Lì quasi tutto il gas viene fornito dalla Russia e le riserve sono molto scarse.

Nei maggiori paesi dell'Unione Europea che necessitano del gas russo – Francia, Germania e Italia – la riduzione del flusso totale è inferiore al 10-25%, dato che la struttura delle importazioni di metano in quei paesi è diversificata. Inoltre i principali paesi membri dell'UE hanno riserve sostanziose di combustibile.
L'Ucraina invece comincia a risentire della mancanza di gas, e dunque senza un contratto con la Russia deve fare economia sulle riserve accumulate nell'anno passato. Ha inoltre perso i proventi per il transito del gas russo in Europa.

La Russia, che tra il 1° e il 6 gennaio ha fornito gas all'Europa attraverso l'Ucraina mentre quest'ultima vi attingeva senza autorizzazione, ha perso in quei giorni circa 40 milioni di dollari. Ma le perdite sono aumentate ulteriormente a partire dal 7 gennaio, quando per il prelevamento non autorizzato di gas da parte dell'Ucraina la Russia è stata costretta a interrompere il transito di gas verso l'Europa: secondo le stime degli esperti, circa 120 milioni di dollari al giorno. Dunque, dal 1° gennaio al 13 gennaio, a causa della crisi del gas, la Russia avrebbe perso circa 880 milioni di dollari.

La via più rapida per uscire dalla crisi è la firma di un contratto sulla fornitura del gas russo all'Ucraina. Così l'Ucraina permetterà la ripresa del transito del metano verso l'Europa e le perdite economiche della crisi del gas verranno minimizzate. Entrambe le parti ribadiscono che sono pronte a sedersi nuovamente e urgentemente al tavolo dei negoziati. Tuttavia le loro divergenze sulle questioni cruciali – il prezzo del gas, la tariffa di transito e il debito dell'Ucraina – sono molto grandi.

La Russia è determinata a fornire gas all'Ucraina nel primo trimestre, o almeno in gennaio, al prezzo di 450 dollari per 1000 metri cubi; l'Ucraina è pronta a pagare solo 200-250 dollari per 1000 metri cubi. Naftogaz insiste sull'aumento della tariffa di transito; Gazprom è pronta ad aumentare la tariffa solo dopo un aumento del prezzo del gas ai livelli desiderati. L'Ucraina ritiene di aver pagato tutti i debiti a Gazprom per il 2008; la posizione della Russia è che Naftogaz le deve ancora 614 milioni di dollari.

Inoltre, se l'ennesimo conflitto del gas si protrarrà, le future perdite della Russia (e anche dell'Ucraina) aumenteranno di molto. Già adesso l'Unione Europea sta pensando di espandere l'accesso a fonti di energia che non dipendono dai due paesi dell'Est.

Il 12 gennaio, durante una riunione dei ministri dell'energia dei paesi dell'UE a Bruxelles, l'attenzione si è concentrata non tanto sulla risoluzione della crisi del gas, quanto sui modi per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. È stato dunque scelto di diversificare ulteriormente le importazioni energetiche.
Nell'Unione Europea si punta sempre più al progetto del gasdotto Nabucco, che aggirerebbe il territorio della Russia e non sarebbe legato ai suoi giacimenti. Dovrebbe diventare una continuazione del già esistente gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e andare da Erzurum in Turchia fino in Austria, al centro dell'Europa.

Il progetto è alquanto controverso, in quanto il gas azero non basta a riempire il Nabucco. Ma in Europa si spera di riempirlo grazie ai ricchissimi giacimenti del Turkmenistan, con la costruzione del gasdotto transcaspico che dovrebbe collegare le sponde turkmena e azera del Mar Caspio. In Russia si pensa che non accadrà mai, in quanto i principali paesi caspici – la Russia stessa e l'Iran – non concederanno mai il loro consenso, mentre tutte le questioni relative ai paesi della regione vanno risolte con il consenso unanime.

Però per la Russia il fatto stesso che i suoi tradizionali partner nei progetti dei gasdotti Nord Stream (dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico) e South Stream (dalla costa russa del Mar Nero ai Balcani, l'Italia e la Germania) si dicano favorevoli a lavorare a progetti concorrenti, è di per sé sgradevole.
Il sistema più probabile e rapido di diversificazione delle importazioni per i paesi dell'Unione Europea è l'incremento dell'acquisto di gas naturale liquefatto dall'Africa Settentrionale e dai paesi del Golfo Persico.
Nell'Unione Europea ci si accinge anche ad aumentare gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, in primo luogo le centrali atomiche. I paesi europei non intendono rimettere in funzione le centrali costruite in Bulgaria e in Slovacchia ancora ai tempi dell'URSS. Ma potrebbero attivamente contribuire alla costruzione di nuovi impianti con l'impiego della propria tecnologia.

Di conseguenza, la quota di gas russo destinata al mercato europeo, che oggi corrisponde a circa un terzo, potrebbe diminuire già nel prossimo futuro.

Originale: Снова газа нет в трубе

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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