mercoledì, febbraio 25, 2009

I sindacati russi e la politica

[Questo prendiamolo come un primo breve pezzo di ricognizione sulle realtà sindacali russe, un tema che volevo seguire già alla fine del 2007 con gli scioperi dei lavoratori della Ford di San Pietroburgo. Il momento di crisi esige una maggiore attenzione per il sociale e il mondo del lavoro a Est e in Russia, dunque vorrei dedicarmici meglio e più spesso (tempo permettendo)].

I sindacati russi entrano in politica?

di Sergei Balashov

Tradotto da Manuela Vittorelli

Gli ormai logori dissenzienti russi potrebbero presto lasciare il posto a una forza emergente che probabilmente assumerà un ruolo centrale nel crescente scontento, dato che le risposte che lo stato e l'opposizione riescono a dare alle necessità della popolazione sono troppo poche. È probabile che i sindacati troveranno sostegno tra l'elettorato, giacché sono in molti ad avere perso il lavoro e lottano fin dagli inizi della crisi. Benché finora abbiano esitato ad assumere una posizione politica, i sindacati hanno cominciato a fare richieste politiche e ora si dicono pronti addirittura a collaborare con l'opposizione.

La campagna anticrisi dello stato non è riuscita finora a ottenere risultati tangibili, e ha lasciato insoddisfatte molte persone. Mentre nell'elettorato persiste la confusione, non è ancora emersa un'alternativa credibile ai partiti, visti per lo più come apatici o controllati dallo stato. Nessuna delle forze all'opposizione sembra essere capace di porsi alla testa dell'ondata di agitazione sociale, malgrado l'ingegnosità con cui riescono a organizzare manifestazioni di protesta sfidando la costante disapprovazione delle autorità.

I movimenti e i partiti della coalizione Altra Russia hanno chiesto le immediate dimissioni del governo e il ripristino di ciò che considerano i valori democratici soffocati dall'attuale regime. Ma con i loro trascorsi e i loro obiettivi non hanno un sufficiente sostegno popolare per trasformarsi in una forza politica a tutti gli effetti. Neanche gli automobilisti che protestano in massa contro l'aumento delle tasse sulle auto d'importazione riescono a farsi interpreti dello scontento della maggioranza. “La maggior parte dell'opposizione offre slogan vaghi e astratti, come 'La Russia senza Putin'”, ha detto Pavel Salin, un esperto del Centro Tendenze Politiche russo.

I sindacati hanno anche preso parte a manifestazioni di protesta a livello nazionale, ma le loro rivendicazioni si sono limitate alla difesa dei diritti dei licenziati del settore automobilistico e di chi si è visto ridurre i salari. Ma il loro potenziale attrattivo va ben oltre questi gruppi. “Sembrano essere la forza che meglio rappresenta le rivendicazioni delle masse: si limitano a schierarsi con i diritti dei lavoratori senza sbandierare slogan politici. Gente come [il leader sindacale della Ford] Aleksej Etmanov aspira ad avere sufficiente appoggio a livello nazionale, ma in questo caso specifico non ha ancora espresso ambizioni politiche”, ha detto Salin.

Non tutti i sindacati vanno interpretati in termini di peso politico, visto che la maggior parte dei principali gruppi organizzati si è apertamente schierata con il governo. La più grande organizzazione dei lavoratori della Russia – la Federazione dei Sindacati Indipendenti – è percepita come parte dell'élite al potere fin dai tempi dell'Unione Sovietica, come un strumento che è sempre servito allo stato per calmare lo scontento della forza lavoro. Il partito di governo, Russia Unita, lo scorso novembre ha deciso di ampliare la propria base di supporto tra i sindacati, e ha stretto un accordo di cooperazione con un'altra grande coalizione sindacale, Sotsprof, che vanta più di un milione e mezzo di adesioni. Ma benché i restanti sindacati non siano altrettanto organizzati, la situazione sta cambiando e le loro ambizioni politiche stanno diventando più evidenti.

Fino ad ora, i sindacati si sono generalmente posti all'esterno dei partiti politici. I sindacati dei lavoratori automobilistici e i loro capi hanno ottenuto un riconoscimento su scala nazionale durante gli scioperi alla Ford di San Pietroburgo e nelle successive battaglie legali tra la fabbrica e i suoi dipendenti. Ma in alcuni casi sia i sindacati che gli automobilisti hanno agito per conto proprio, attingendo supporto dai partiti politici, in particolare i comunisti. Prima dell'ondata di proteste della scorsa settimana, Etmanov, che è anche copresidente del Sindacato Interregionale dei Lavoratori dell'Industria Automobilistica, ha detto ha la collaborazione con i dissenzienti sarebbe stata ben accetta. Ha anche fatto appello a tutte le organizzazioni pubbliche desiderose di prendere posizione contro “il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori russi”, invitandole ad aderire. “Alcuni sindacati si stanno già schierando con i dissenzienti e partecipano alle loro manifestazioni. Nessuno ci ha mai fatto queste proposte; se lo faranno, le prenderemo in considerazione”, ha dichiarato Etmanov secondo l'Agenzia di Informazione Baltica.

Ed è probabile che queste proposte arrivino, dato che le critiche dell'opposizione politica al governo di Putin cominciano lentamente a riecheggiare quelle dei lavoratori sindacalizzati. È anche molto probabile che riescano a coalizzare varie forze politiche in nome di una causa comune. “Se emergerà una nuova organizzazione politica, per esempio un partito, sarà probabilmente qualcosa di nuovo, dato che la maggior parte degli attuali leader dell'opposizione gode di un consenso molto basso. Vengono percepiti come non necessariamente interessati ai bisogni della popolazione, ma questo generalmente non succede con i capi sindacali”, ha detto Aleksandr Kynev, esperto di scienze politiche della Fondazione per la Politica dell'Informazione.

I sindacati indipendenti hanno già suscitato controversie prima di guadagnarsi visibilità politica, e questo può testimoniare della loro risolutezza di fronte alle pressioni esterne. Domenica scorsa i sindacati non hanno protestato solo per i licenziamenti ma anche per difendere i loro capi, vittime di molte aggressioni. Etmanov è stato aggredito due volte, e a febbraio anche il capo sindacale della GM Evgenij Ivanov ha subito un'aggressione. Gli attivisti sindacati chiedono anche il rilascio del capo del sindacato dei lavoratori di ALROSA Valentin Urusov, che sta scontando una condanna di sei anni di carcere per possesso di droga: secondo loro Urusov è stato incastrato con false prove.

I membri dei sindacati dicono che queste aggressioni, che sono avvenute in momenti di conflitto con i datori di lavoro, sono collegate direttamente alle attività dei capi sindacali, ma dicono anche che nessun sindacato ha ceduto a queste minacce. “Se i sindacati supereranno l'ambito locale potranno acquisire rilevanza. Non si può fondare un partito sul nulla, mentre la possibilità che un'organizzazione pubblica si trasformi in un partito è abbastanza comune, se si guarda alle democrazie sviluppate”, ha dichiarato Kynev.

Originale: Are labour unions moving into politics?

Articolo originale pubblicato il 19/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, febbraio 19, 2009

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

Francia: relazioni corrotte con dittatori africani?

di Julio Godoy


da IPS traduzione di Andrej Andreevič


PARIGI (IPS) - La possibilità che il ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner potrebbe avere abusato della sua pubblica posizione in Francia per promuovere propri proficui affari privati con dittatori africani di rilievo viene alla luce in un momento in cui le autorità locali si trovano a che fare con numerose vicende di corruzione.

Le accuse contro Kouchner sono sintetizzate in un nuovo libro "Le Monde selon K." (Il mondo secondo K.) del giornalista investigativo Pierre Péan.

Nel libro Péan sostiene che Kouchner, co-proprietario di IMEDIA e African Steps, avrebbe ottenuto redditizi contratti dai governi del Gabon e della Repubblica del Congo (Brazzaville) quando era direttore di un'agenzia pubblica di cooperazione sanitaria a Parigi. IMEDIA e African Steps sono due società di consulenza politica.

I governi del Gabon e la Repubblica del Congo, entrambi i paesi ricchi di petrolio, sono particolarmente noti per essere due dittature corrotte. Omar Bongo governa il Gabon dal 1968, Denis Sassou Nguesso è al potere a Brazzaville dal 1997, quando le sue truppe, con il sostegno dell'Angola, hanno vinto una guerra civile contro l'allora presidente Pascal Lissouba.

Bongo e Sassou Nguesso hanno legami familiari: Bongo è sposato con Edith Lucie Sassou-Nguesso, figlia di Denis.

Secondo Péan, che si basa su documenti ufficiali dei due governi africani, sarebbero stato versati 4,5 milioni di euro alle due società da parte dei governi del Gabon e del Congo Brazzaville, per consigliare i rispettivi ministeri della salute.

Sebbene le attività di Kouchner come consulente non fossero illegali, le diverse circostanze riguardanti i rapporti con Bongo e Sassou Nguesso sono problematiche. Da un lato, Kouchner è stato presidente delle relazioni di Esther, organismo francese di cooperazione sanitaria che opera soprattutto con i paesi africani.

Dall'altro, gli ultimi pagamenti effettuati dal governo del Gabon a IMEDIA sono avvenuti quando Kouchner era già ministro degli Esteri. In una lettera datata 2 agosto 2007, Eric Danon, esecutivo di IMEDIA e vicino a Kouchner, ha esortato il governo di Bongo a pagare i conti in sospeso dal 2006.

Infine, nel gennaio e nel marzo 2008, il governo del Gabon ha saldato i conti.

IPS possiede una copia della lettera di Danon, nonché dei trasferimenti di tesoreria di IMEDIA verso il Gabon. Come ministro degli Esteri, Kouchner ha nominato Danon e un altro suo partner d'affari, Jacques Baudouin, a importanti incarichi presso il ministero degli esteri.

E, infine, le operazioni sono in contrasto con l'immagine che Kouchner ha sempre trasmesso di sè stesso. "Quello che trovo riprovevole è che Kouchner si sia costruito l'immagine di un cavaliere senza macchia, il cui comportamento è saldamente radicato su principi etici", ha detto Péan all'IPS. "Ma questa immagine non è rispecchiata dai suoi affari".

Kouchner, ex membro del Partito Socialista dal 1980 fino a quando non ha lasciato il partito per diventare ministro del presidente di destra Nicolas Sarkozy, ha negato qualsiasi irregolarità. "Le accuse di Péan contro di me sono abominevoli e grottesche", ha detto nel corso di un dibattito parlamentare il 4 febbraio.

Kouchner si è detto orgoglioso di aver aiutato i due governi africani a migliorare i loro sistemi sanitari pubblici e ha annunciato che sta perseguendo una denuncia per diffamazione contro Péan.

Le relazioni commerciali di Kouchner sono rese ancora più discutibili dal momento che coinvolgono dittatori che, nonostante siano a capo di paesi con alcune delle popolazioni più povere dell'Africa, possiedono enormi fortune, come dimostrano le loro grandi proprietà in Francia.

Secondo una relazione dell'ufficio centrale di polizia contro il crimine organizzato finanziario, con sede a Parigi (OCRGDF, dal suo nome francese "Office central de répression de la grande délinquance financière"), Bongo e Sassou Nguesso, assieme al presidente dell 'Angola, José Eduardo dos Santos, e a quello della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, sarebbero in possesso di una notevole fortuna nel settore immobiliare e auto di lusso in Francia.

La relazione dell'OCRGDF, che si compone di 34 fascicoli e migliaia di pagine, è stato aperto alla fine del 2007 dopo che tre associazioni umanitarie francesi hanno presentato una denuncia contro i quattro dittatori e il presidente del Burkina Faso, Blase Compaoré, con l'accusa di "appropriazione indebita di fondi pubblici" .

Nella relazione, la polizia francese conclude che i leader africani hanno accumulato una fortuna nel settore immobiliare in "zone (dentro e nei dintorni di Parigi) di altissimo valore commerciale" e presenta un elenco non esaustivo di queste proprietà. Tutti i leader africani indagati sono anche proprietari di svariate autovetture sportive di lusso e limousine, e controllerebbero numerosi conti bancari.

L'elenco comprende un lussuoso palazzo vicino agli Champs Elysées, zona più costosa di Parigi, acquistato il 15 giugno 2007 per quasi 19 milioni di euro, dai due figli di Omar Bongo, Omar e Denis Yacine Queenie, che all'epoca erano rispettivamente tredicenne e sedicenne.

Bongo è da solo proprietario di 33 immobili di lusso a Parigi e nel sud della Francia.

Similmente, Denis Sassou Nguesso e suoi parenti sono proprietari di almeno cinque sontuosi palazzi e nei pressi di Parigi, per un valore di mercato di almeno 10 milioni di euro.

I dittatori africani sarebbero anche proprietari di un garage di costose automobili sportive e limousine, comprese Ferrari, Bugatti, Aston Martin e Mercedez Benz. Secondo la relazione dell'OCRGDF, Teodoro Obiang Nguema della Guinea equatoriale possiede 15 automobili sportive di lusso e limousine, per un valore di 5,7 milioni di euro.

Nonostante le prove suggeriscano irregolarità, le autorità francesi hanno chiuso l'inchiesta senza ulteriori conseguenze. Ma la si è dovuta riaprire di nuovo lo scorso dicembre, quando il gruppo anti-corruzione Transparency International ha presentato un nuovo ricorso contro i cinque capi di governo africani.

E ancora, alcuni osservatori ritengono che i reclami non potranno mai portare a decisioni o sanzioni nei confronti del leader africani. Come il quotidiano Le Monde ha scritto di recente, "tre dei cinque governi interessati godono del sostegno incrollabile del presidente francese Nicolas Sarkozy".

Un'altra prova di questo sostegno: Jean-Marie Bockel, ex vice ministro francese per la cooperazione internazionale, che nel gennaio 2008 aveva avuto il coraggio di parlare pubblicamente di "sperpero di risorse africane" di capi di Stato africani, è stato subito dopo rimosso dalla carica.

Nel suo libro, Péan sostiene che Bongo e Sassou Nguesso avrebbero denunciato Kouchner a riguardo di queste "scortesi" osservazioni. Ora Bockel è vice ministro incaricato dei veterani di guerra presso il ministero della Difesa francese.


Articolo originale pubblicato il 17 febbraio 2009

mercoledì, febbraio 11, 2009

Il Kirghizistan, la base, gli USA, la Russia e i soldi

Torniamo per un momento al Kirghizistan che avrebbe messo alla porta gli Stati Uniti negando loro l'uso della base aerea di Manas. Ne ha scritto il sublime Bhadrakumar nel suo pezzo dominato dalla metafora scacchistica, e il tema è stato ripreso da vari commentatori. Dovendo scegliere, riporto due interventi interessanti che fanno luce sui diversi aspetti della decisione kirghiza.

L'articolo di di Peter Lavelle, opinionista di Russia Today, è utile perché riassume schematicamente alcuni punti probabilmente azzeccati.

Traduco e sintetizzo (traduzione libera del titolo):

Washington, l'uscita è da quella parte
di Peter Lavelle

Dunque il Kirghizistan ha deciso di mettere alla porta gli americani: Washington non è più ospite gradito alla base militare di Manas. Al contempo il Kirghizistan ha deciso di rafforzare i legami con la Russia. Non dovrebbe sorprenderci: per come vanno le cose, a Washington non potrebbe importare meno degli interessi del Kirghizistan in fatto di sicurezza o delle preoccupazioni di Russia e Asia Centrale sotto questo aspetto.

Cerchiamo di essere realistici. Perché Bishkek ha deciso di chiudere il contratto di affitto della base firmato subito dopo l'11 settembre? Secondo me ci sono vari motivi. E ricordiamoci che gli americani avevano detto di aver bisogno di Manas solo “temporaneamente”. Be', temporaneamente cominciava a diventare “per sempre”. E il Kirghizistan non aveva firmato per questo.

Ecco una serie di possibili motivi del cambiamento di rotta kirghizo:

1. Il Kirghizistan naviga in cattive acque: la sua economia è in gravi difficoltà e questo alimenta l'estremismo islamico. Il Kirghizistan ha semplicemente bisogno di aiuti finanziari, e Mosca ha fatto un'offerta a Bishkek, un affare che vale il doppio del suo attuale PIL annuo. Non è stato esattamente un quid pro quo, ma il fatto è che nella politica internazionale gli stati devono fare degli scambi. Comunque gli americani non erano mai stati ben accetti in Kirghizistan: due donne kirghize erano state investite da soldati americani e un uomo era stato ucciso senza alcun motivo a colpi d'arma da fuoco. Secondo l'accordo in vigore tra Stati Uniti e Kirghizistan per l'uso della base, il personale militare americano gode dell'immunità rispetto alla legge kirghiza.

2. Il Kirghizistan non vuole più stare in prima linea nella fallita “guerra al terrorismo” dell'America. Il disastro in Afghanistan non si sistemerà ancora per un bel po' e Bishkek non vuole più essere associata agli sforzi di guerra americani.

3. Il Kirghizistan capisce che gli Stati Uniti potrebbero cambiare atteggiamento con l'Iran, ma anche no. Ancora una volta, non vuole schierarsi pubblicamente solo per i pochi soldi che riceve per l'affitto di Manas. Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo.

4. Il Kirghizistan è semplicemente troppo piccolo, fragile e debole per ignorare le realtà geopolitiche. Vuole fare parte della regione e ha la necessità di armonizzarsi con i suoi vicini. E Manas era un punto dolente nei rapporti con i russi e i cinesi. Manas aveva concesso all'esercito statunitense la capacità di “osservare” i movimenti delle operazioni militari di Russia e Cina.

5. Il Kirghizistan è profondamente preoccupato per quello che sta succedendo in Afghanistan, e lo stesso vale per la Russia. Chiedere agli americani di lasciare Manas rafforza la posizione della Russia a scapito di Washington.

6. Non credo che la decisione di Bishkek sia un voluto affronto a Washington. Essenzialmente il messaggio è: “Possiamo esservi utili, ma come partner di Mosca. Che Mosca vada avanti, noi seguiremo”.

Si spera che Washington e Bruxelles capiranno i ragionamenti di Bishkek. La NATO è nei guai fino alla punta dei capelli in Afghanistan. Deve volgersi a Mosca per elaborare una nuova strategia per l'Afghanistan. Come ho scritto ripetutamente, dipende da Washington. Il Kirghizistan ha deciso di uscire dal “grande gioco”.

Link: Peter Lavelle's weblog

"Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo", scrive Peter Lavelle. Bene, a quanto pare quei soldi non erano così facili. O meglio, non erano finiti nelle casse dello Stato ma nelle tasche dei familiari dell'ex presidente. Insomma, alla base della decisione del Kirghizistan ci sarebbe una faccenda di soldi.
Ecco cosa scrive Laura Rozen su Foreign Policy:

Guai in Kirghizistan
di Laura Rozen

Mentre la Repubblica del Kirghizistan minaccia di cacciare gli Stati Uniti dalla base di Manas, da loro utilizzata come importante punto logistico e di rifornimento verso l'Afghanistan, fonti a conoscenza degli eventi dicono che sotto c'è una storia di pagamenti precedentemente fatti dagli Stati Uniti e che non sarebbero arrivati nelle casse del governo di Bishkek ma nelle tasche di imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente Askar Akayev.

Nel 2006 la NBC riferì che il governo degli Stati Uniti aveva pagato più di 100 milioni di dollari a imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente:
“L'esercito degli Stati Uniti ha indirizzato più di 100 milioni di dollari in contratti di subfornitura al monopolio del combustibile della famiglia Akaev, secondo compagnie statunitensi che hanno presieduto ai pagamenti e alle transazioni”.

Un rapporto dell'FBI ottenuto dal giornalista Aram Roston “suggerisce che la famiglia del presidente [kirghizo]... controllava una vasta rete criminale internazionale che comprendeva anche tutta una serie di compagnie di facciata negli Stati Uniti”.

“Fondamentalmente si è sempre trattato di soldi”, dice Alexander Cooley, professore di scienze politiche al Barnard College ed esperto di basi militari statunitensi. Quando la Rivoluzione dei Tulipani del marzo 2005 costrinse Akayev alla fuga per Mosca, il nuovo governo chiese agli Stati Uniti di pagare per l'utilizzo della base. “Arriva il tizio nuovo, Bakiyev, e prevedibilmente capisce subito che Akayev traeva profitto personalmente dalla base e che bisognava doveva rinegoziare le riscossioni in modo da beneficiare il Kirghizistan”.

Aggiornamento: Una fonte del Kirghizistan coinvolta nei negoziati ha raccontato a The Cable che l'amministrazione Obama sta ereditando la crisi della base kirghiza, una crisi che cova da molto tempo ed è stata trascurata per anni dall'amministrazione Bush.

“Il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarlo se fosse stato sensibile alle lamentele kirghize”, ha detto la fonte. “Quando [a Bishkek] il nuovo governo è salito in carica e ha scoperto l'imbroglio, ha chiesto agli americani un risarcimento per le perdite. Ma gli americani hanno esitato a riconoscere che ci fosse qualcosa di sbagliato”.

Secondo la fonte, il governo kirghizo aveva sollevato la questione con l'ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex Segretario di Stato Condi Rice e il Segretario della Difesa Robert Gates.
“Torna a merito di Gates l'aver detto di non conoscere la questione e che avrebbe fatto loro sapere. Ma non l'ha mai fatto”.

Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto: “I negoziati iniziali e le discussioni attuali [sulla base] sono stati tutti condotti dal Dipartimento di Stato... per quanto ne so, [il Pentagono] normalmente non parla agli organi di governo. Ci rivolgiamo al Dipartimento di Stato e all'ambasciata”.

Lo scorso mese il comandante di Centcom Generale David Petraeus è stato a Bishkek, ma gli è stato negato un faccia a faccia con il Presidente kirghizo, anche se ha incontrato funzionari del suo ufficio che hanno risollevato la questione dei pagamenti.

Secondo la fonte, la settimana scorsa l'ambasciatore del Kirghizistan a Washington ha parlato della faccenda con Hillary Clinton. Ha fatto capire che venivano prese in considerazione varie opzioni per “salvare la faccia” a tutte le parti coinvolte. Tra queste opzioni c'è forse la possibilità che gli Stati Uniti annuncino che lasceranno la base dopo un certo numero di anni. Probabilmente si sta discutendo anche di qualche forma di pagamento. (Le fonti dicono che il Kirghizistan inizialmente aveva chiesto 150 milioni di dollari all'anno per l'uso della base, ma i costi per la permanenza sono destinati a lievitare).

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che avrebbe fatto le necessarie verifiche. Nel frattempo, ha dichiarato, la posizione del governo degli Stati Uniti è che non ha ricevuto dai kirghizi alcuna notifica sulla chiusura della base.

Fonte: Trouble in Kyrgyzstan

martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Gli Stati Uniti e i piani per una NATO asiatica

È davvero nei piani degli Stati Uniti una "NATO asiatica"?

José Miguel Alonso Trabanco

Si è parlato delle intenzioni americane di creare una NATO asiatica, cioè un'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti finalizzata a promuovere gli interessi geopolitici dei suoi membri nella regione.

Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti crearono la Southeast Asia Treaty Organization (SEATO, Organizzazione del Trattato per il Sud-Est Asiatico) che comprendeva la Francia, il Regno Unito e Stati pro-occidentali della regione come l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia, il Pakistan e le Filippine. Questa organizzazione fu però sciolta nel 1977.

Inoltre dobbiamo anche tenere conto dell'esistenza del Trattato per la Sicurezza di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, meglio conosciuto come ANZUS. Entrambi gli alleati americani combatterono insieme durante la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e l'Operazione Enduring Freedom (in Afghanistan). Canberra ha anche dato il proprio appoggio e partecipato all'invasione anglo-americana dell'Iraq del 2003. L'Australia fornisce poi un importante contributo al Sistema di Difesa Anti-Missile Nazionale. Dunque si può dare per scontato che una potenziale versione asiatica o pacifica della NATO comprenderà questi fidi alleati americani. Il Giappone si è avvicinato ulteriormente alla NATO, e un accresciuto livello di dialogo tra NATO e Giappone indica che le due parti hanno acconsentito a rafforzare i loro legami politici e militari.

Per capire se Washington stia davvero cercando di creare un'alleanza nella regione Asia-Pacifico (più o meno analoga alla sua controparte atlantica) bisogna esaminare quali potrebbero essere le motivazioni americane. Alcuni politici americani si sono fatti promotori di tali piani. Per esempio, Rudolph Giuliani ha proposto che la NATO accetti l'Australia, Israele, l'India, il Giappone e Singapore. Forse è questo che il Senatore John McCain aveva in mente quando ha raccomandato la creazione di una Lega di Democrazie guidata dagli Stati Uniti, un eufemismo che significa che gli alleati non-europei dovevano essere inclusi in una coalizione militare globale (contro chi?, ci si potrebbe chiedere).

Come vedremo, sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti sono interessati a creare una simile organizzazione. I geostrateghi americani devono aver prestato molta attenzione a questi fattori:
  • Il programma nucleare della Corea del Nord.
  • L'ascesa rapidissima della Cina come centro di potere economico. O meglio, per usare la definizione dell'US National Intelligence Council, “l'inaudito trasferimento di ricchezza da Ovest a Est”. Il PIL della Cina ha già sorpassato quello della Germania portandosi al terzo posto. Pechino ha le riserve valutarie più consistenti del mondo e il fatto che siano per la maggior parte denominate in dollari conferisce un notevole potere alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Altre economie regionali hanno registrato una crescita impressionante: si tratta in particolare della Corea del Sud, di Singapore, della Malaysia, dell'Indonesia, di Taiwan e di Hong Kong. Questo significa che l'Asia ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo sempre più importante nella politica internazionale.
  • L'ascesa della Cina ha anche rafforzato il potere militare, geopolitico, diplomatico e tecnologico dell'“Regno di Mezzo”. La Cina è verosimilmente la più grande potenza dell'Asia Orientale. Pechino sta migliorando e modernizzando le sue attrezzature militari e sta cercando di sviluppare la propria capacità di proiettarsi come potenza marittima nel lungo periodo.
  • La Cina e la Russia hanno avviato una cooperazione più stretta attraverso la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o Gruppo di Shanghai). Le due potenze hanno acconsentito a spartirsi l'influenza in Asia Centrale e a impedire agli americani di avanzare ulteriormente nel Grande Turkestan. Inoltre hanno compiuto esercitazioni militari congiunte.
  • Pechino ha corteggiato diversi regimi apertamente ostili alla potenza americana. Di fatto la Cina è il principale destinatario delle esportazioni petrolifere dell'Iran, ed è stata esplorata l'idea di costruire un oleodotto che colleghi i due paesi. Inoltre Myanmar è diventata uno degli alleati più stretti della Cina. Il “Regno di Mezzo” è un grande importatore di risorse myanmaresi (combustibili fossili, pietre preziose, legname, e così via) e il regime di Myanmar ha permesso ai cinesi di aprirvi e gestire strutture di intelligence. La Repubblica Popolare Cinese, per assicurarsi le forniture di materie prime, è diventata un importante partner commerciale anche per molti paesi africani.
  • La rinascita della Russia quale grande potenza è un fattore importante. Il Cremlino ha mostrato interesse verso progetti relativi allo sviluppo di risorse energetiche. Per esempio, al fine di diversificare i suoi partner commerciali, la Russia ha preso seriamente in considerazione l'ipotesi di fornire combustibili fossili alle maggiori economie dell'Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea del Sud). Inoltre la Federazione Russa prevede di aumentare la propria compartecipazione ai mercati degli armamenti dell'Est e del Sud-Est asiatico.
  • Benché la Corea del Sud accolga ancora molti militari statunitensi, Seoul (diversamente da Tokyo) ha messo in atto una politica estera che è stata piuttosto attenta a non infastidire Pechino.
  • Benché alcune Rivoluzioni Colorate orchestrate dagli americani siamo inizialmente riuscite a produrre cambiamenti di regime, sembra che sia i cinesi che i russi abbiano meticolosamente studiato questo modus operandi; Pechino è riuscita a contrastare questa metodologia nella Rivoluzione Zafferano di Myanmar e durante le rivolte del 2008 in Tibet.

Dunque gli strateghi statunitensi hanno deciso che l'America deve aumentare la propria presenza in Asia se Washington mira davvero all'egemonia (cioè al “Nuovo Secolo Americano”). Washington ha posizionato truppe in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Diego Garcia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Malaysia, Guam e Australia. Questi spiegamenti militari, sembrano pensare i pianificatori americani, devono essere amplificati mediante una versione asiatica della NATO.

Il fine ultimo di una NATO asiatica sarebbe quello di impedire alla Cina di diventare una sfida formidabile. Dunque gli strateghi americani hanno concluso che l'America deve mantenere la sua posizione di maggiore potenza marittima mondiale così da conservare la propria capacità di controllare le rotte marittime strategiche (come lo Stretto di Malacca e il Mare Cinese Meridionale) e mettere in atto un blocco navale nell'eventualità dello scoppio di una guerra. In questo caso le economie asiatiche sarebbero costrette a fare significative concessioni agli Stati Uniti per garantire la continuità dei propri flussi commerciali via mare.

Dopo i passi falsi commessi in Iraq e in Afghanistan, si può supporre che gli Stati Uniti abbiano compreso che anche se l'America è la maggiore potenza mondiale è tuttavia ancora incapace di far prevalere i propri interessi unilateralmente. Washington ha capito che avrà bisogno di diversi alleati per conservare il proprio primato. Dunque gli americani si sono dati da fare per approfondire la cooperazione strategica con gli alleati tradizionali (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e via dicendo). Inoltre gli Stati Uniti hanno cercato di sedurre l'India e di coinvolgerla in una NATO asiatica, fatto che trasformerebbe drammaticamente l'intero equilibrio delle forze in Eurasia.

Per l'Impero Britannico l'India era la colonia più preziosa perché portava grandi profitti e soprattutto la sua posizione geografica era strategicamente significativa. Secondo il CIA World Factbook, l'India nel 2008 è salita al dodicesimo posto nella classifica delle maggiori economie mondiali grazie alla crescita del suo PIL. Inoltre l'India è situata strategicamente nella parte meridionale del continente eurasiatico e il suo territorio è molto vasto. La popolazione indiana è un altro bene prezioso, perché il paese ha una classe professionale molto competitiva a livello internazionale. Ultimo ma non meno importante aspetto, non va dimenticato che l'India ha un arsenale nucleare.

Sembra che l'India abbia abbandonato la sua politica di non allineamento dei tempi della Guerra Fredda. Pare infatti che Delhi si sia lentamente avvicinata all'orbita angloamericana e ai suoi alleati. Alcuni membri della dirigenza politica indiana sono apertamente ostili alla Cina. Per esempio, l'ex Ministro della Difesa indiano George Fernandes disse che la Cina era “il nemico numero uno dell'India”, e questa affermazione conferma che almeno alcuni dirigenti politici di Delhi sono realmente convinti che la Repubblica Popolare Cinese sia una sorta di rivale strategico, anche se la maggioranza di essi non esprime questo punto di vista per timore di ripercussioni diplomatiche.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) è una forza politica indiana che, tra le altre cose, promuove una politica estera più aggressiva e appoggia anche un programma fortemente nazionalista. Se gli attentati di Mumbai del 2008 fossero stati davvero un'operazione clandestina condotta dall'affiliato della CIA, l'ISI (i servizi segreti pakistani, cui si è fatto ricorso in Cecenia, in Afghanistan, nei Balcani e ovunque fosse necessaria una plausibile smentita) uno dei suoi obiettivi sarebbe il consolidamento politico delle forze indiane (come il BJP) ben più disposte dell'attuale amministrazione guidata dal Partito del Congresso ad accettare un'alleanza con gli Stati Uniti.

La dice lunga il fatto che il Dalai Lama (che è ancora probabilmente un uomo della CIA) continui a operare indisturbato da Dharamsala (soprannominata “piccola Lhasa”), in India, il che dimostra che Delhi politicamente non vede l'ora di contenere l'ascesa della Cina. L'India è anche interessata ad avere accesso alle abbondanti riserve di risorse naturali del Tibet, in particolare l'acqua e l'uranio.

Alcuni anni fa, l'India era disposta a negoziare con l'Iran per garantire la propria sicurezza energetica. Sembra però che Washington sia riuscita a mandare all'aria quei colloqui. Ci si può solo chiedere cosa sia stato promesso o concesso a Delhi in cambio di ciò. È anche interessante il fatto che gli Stati Uniti prevedano un trasferimento di tecnologia nucleare all'India.

L'India ha anche cercato contatti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti. Per esempio Delhi è diventata un grande compratore di armi e di sistemi di difesa di fabbricazione israeliana.

D'altro canto, però, l'India è Stato osservatore della SCO. Tuttavia Delhi non avrebbe chiesto di potervi entrare come membro a tutti gli effetti in seguito alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti. L'India è un importante acquirente di mezzi militari di fabbricazione russa, compresi aerei e carri armati. Inoltre la Russia e l'India stanno collaborando allo sviluppo di un caccia stealth di quinta generazione.

Durante la Guerra Fredda le relazioni tra la Russia e l'India erano strette. Il Cremlino sa che le due potenze non hanno interessi nazionali reciprocamente esclusivi, cosa che non si può dire delle relazioni sino-indiane. Mosca e Delhi condividono il desiderio di contrastare l'irrequietezza islamica in Asia Centrale. Il Presidente Medvedev ha recentemente annunciato che il Governo russo prenderà in considerazione la possibilità di condividere la propria tecnologia nucleare con l'India per dare impulso ai legami bilaterali, impegno chiaramente volto a mettere fuori gioco gli americani.

Insomma, gli americani sono molto interessati a creare una “NATO asiatica”; ciononostante, una tale organizzazione non avrebbe senso se l'India non ne facesse parte. Questo spiega perché gli Stati Uniti si siano dimostrati piuttosto favorevoli a fare una serie di concessioni all'India in cambio della lealtà geopolitica e strategica di quest'ultima. A questo punto non si sa se l'India aderirà a una simile alleanza. Forse le élite politiche indiane devono ancora decidere se si allineeranno con gli atlantisti (gli americani e gli europei), con gli eurasiatisti (i russi e i cinesi) oppure... con nessuno dei due. In fin dei conti Delhi può anche metterli gli uni contro gli altri per ottenere il maggior numero possibile di concessioni da entrambi senza essere per forza costretta a schierarsi. Comunque, se l'India deciderà a favore di uno dei due campi, produrrà un terremoto geopolitico in tutta l'Eurasia.

Originale: Is an "Asian NATO" Really On The US Agenda?

Articolo originale pubblicato il 28/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, febbraio 07, 2009

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

di M. K. Bhadrakumar

Ci sono diversi modi di guardare al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, o AKP, che governa la Turchia. I laicisti militanti e i kemalisti insinuano che sia un cavallo di Troia dei salafisti, i cui membri si fanno passare per democratici. Altri dicono che l'AKP è così moderato che in Iran o in Afghanistan rischierebbe l'ostracismo perché infedele.

Ma sembra che possa esserci un terzo modo: guardare cioè all'AKP come a un risultato della rivoluzione iraniana di trent'anni fa. Almeno questo è quello che pensa Ali Akbar Nateq Nouri, una delle maggiori autorità religiose iraniane che fu presidente del Majlis (il parlamento) e ora riveste la prestigiosa carica di consigliere del Leader Supremo Grande Ayatollah Ali Khamenei.

Domenica scorsa Nouri ha spiegato che “Quando gli iraniani parlavano di 'esportare' la loro rivoluzione, non si riferivano alla fabbricazione di un prodotto per poi esportarlo in altri paesi per mezzo di camion o navi; si riferivano invece alla trasmissione del messaggio della loro rivoluzione, alla comunicazione della sua dottrina”. Nouri ha detto che sentiva di poter riconoscere nell'AKP un erede della rivoluzione iraniana perché nelle ultime settimane è stato proprio in Turchia che si sono svolte “le più belle manifestazioni sulla situazione a Gaza”.

Un grande affronto
Può aver esagerato nel dire che perfino l'esercito turco, “che aveva certi trascorsi, è ora cambiato”. Comunque è vero che in Turchia “le cose sono cambiate”, per citare Nouri, come ha dimostrato il travolgente sostegno popolare ad Hamas nella sua battaglia contro Israele.

In particolare, la reazione pubblica del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan alle parole del Presidente israeliano Shimon Peres, giovedì scorso, durante un dibattito televisivo ai margini del World Economic Forum, nella località svizzera di Davos, ha colpito l'immaginazione del mondo islamico ed è riuscita a superare il divario sunniti-sciiti. All'improvviso Erdogan ha assunto le sembianze di un sultano ottomano dei nostri tempi, con un impero che si estende dalle fertili pianure mesopotamiche ai deserti dell'Arabia, dalla valle del Nilo al Levante e il Maghreb fino al cuore profondo dell'Africa.

Erdogan, un ragazzo di periferia originario del quartiere operaio di Kasimpasa a Istanbul, ne ha fatta di strada nella sua tumultuosa carriera politica. È indubbiamente uno degli uomini politici turchi più carismatici e dotati. Il suo posto nel pantheon dei leader della Turchia è dunque assicurato. Tuttavia non avrebbe mai potuto immaginare di vedersi proporre come candidato al Nobel per la pace, né che a sostenerlo sarebbe stata una riverita figura religiosa del mondo sciita.

È quello che ha fatto l'Ayatollah Naser Makarem-Shirazi, parlando a un pubblico di studenti di teologia domenica scorsa nella città iraniana di Qom. La reazione di Erdogan, ha detto l'ayatollah, ha avuto un effetto profondo sulla sicurezza regionale, e ha rafforzato la resistenza palestinese e ulteriormente isolato il “regime sionista”.

La “pretesa” di Erdogan al Nobel per la pace è appesa al filo sottile delle 56 parole pronunciate durante lo show televisivo di Davos, quando ha rimproverato duramente Peres: “Lei è più anziano di me e la sua voce è più imponente. La ragione per cui lei alza la voce è la psicologia della colpa. Io non avrò bisogno di parlare così fragorosamente. Quando si tratta di uccidere, voi sapete benissimo come uccidere. Io so molto bene come avete colpito e ucciso bambini sulle spiagge”.

Alienazione musulmana
Dice certamente qualcosa della profonda alienazione in cui è intrappolato oggi il Medio Oriente il fatto che l'eco di una semplice sequenza di 56 parole dominate dall'angoscia per la giustizia, l'onore e il diritto si rifiuti così ostinatamente di smorzarsi. Dall'oggi al domani Erdogan si unisce al libanese Hassan Nasrullah dell'Hezbollah e al Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejadnel nel superare con invidiabile slancio le storiche divisioni settarie del mondo musulmano. Di certo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrà di che meditare.

Al suo rientro a Istanbul Erdogan è stato accolto come un eroe. I sondaggi d'opinione mostrano che più dell'80% dei turchi approva la sua dura replica e il suo “abbandono” del dibattito televisivo. La popolarità dell'AKP supera il 50%, tanto che i partiti d'opposizione, che nelle elezioni comunali di fine marzo contavano di trarre vantaggio dai problemi economici del paese, sono in preda all'abbattimento.

Nella stessa Gaza Erdogan è diventato da un giorno all'altro una figura iconica, tanto che i governanti arabi pro-occidentali ora sono in imbarazzo – come lo è del resto “Abu Mazen” (il Presidente palestinese Mahmoud Abbas), disinvoltamente a capo dell'Autorità Palestinese. Naturalmente l'Arabia Saudita o l'Egitto non hanno nessuna intenzione di cedere la leadership alla Turchia. Ma d'ora in poi dovranno tener conto seriamente del fatto che l'ombra della Turchia si sta addensando sul panorama musulmano sunnita del Medio Oriente.

L'Iran ne è felice. Il potente capo del Consiglio dei Guardiani, l'Ayatollah Ahmad Jannati, ha mandato un messaggio a Erdogan in cui diceva “La sua presa di posizione epica è piaciuta ad Hamas e ai suoi sostenitori e ha umiliato i leader leccapiedi di vari Stati arabi”.

Il “neo-ottomanismo” prende slancio
Nella stessa Turchia i contraccolpi di quel discorso hanno spaccato l'identità già divisa del paese. L'oligarchia delle élite turche occidentalizzate di Istanbul è scandalizzata che Erdogan possa avere guastato l'immagine del turco civile a lungo coltivata a beneficio dell'Europa. Con il suo senso della storia e della cultura, il turco anatolico, dall'altro lato, è felice che Erdogan stia reclamando il ruolo della Turchia nella casa ancestrale del Medio Oriente musulmano, un ruolo che aveva perduto da molto tempo.

Di certo la scorsa settimana il “neo-ottomanismo” che caratterizza il programma dell'AKP ha fatto un grandissimo balzo in avanti. Sta per avere inizio una fase interessante in cui un ruolo fondamentale verrà assunto dalla riscoperta dell'eredità imperiale della Turchia, mentre il paese continuerà a cercare un nuovo consenso su base nazionale che possa riconciliare le molte identità dei turchi.

Sotto il governo settennale dell'AKP la Turchia ha intrapreso il doloroso processo di scendere a patti con il proprio patrimonio musulmano e ottomano. Contrariamente alle impressioni generali, il neo-ottomanismo non è né islamista né imperialista. Si potrebbe dire che usa il comune denominatore dell'Islam per derivarne un concetto meno etnico dell'identità turca che sia più conciliabile del laicismo militante con il carattere multietnico dello Stato turco.

Ma in politica estera il “neo-ottomanismo” ha un programma più ambizioso. Come ha scritto l'importante editorialista del giornale turco Zaman, Omer Taspinar, “Il neo-ottomanismo vede la Turchia come una superpotenza regionale. La sua cultura e visione strategica riflette la portata geografica degli imperi ottomano e bizantino. La Turchia, come paese-fulcro, dovrebbe così svolgere un ruolo diplomatico e politico molto attivo nell'estesa regione di cui è il 'centro'”. Non sorprende che i detrattori di Erdogan tra le élite occidentalizzate di Istanbul e Ankara vedano queste aperture islamiche o pan-turche della politica estera come mosse rischiose e in ultima analisi nocive per gli interessi della Turchia.

Per citare un importante editorialista turco, Mehmet Ali Birand, di CNN Türk, Erdogan ha “disturbato” il delicato equilibrio della politica estera e ha “messo sé stesso e il suo paese in una posizione rischiosa... Sarà interpretato come un lento allontanamento dal campo Israele-Stati Uniti-Unione Europea-Egitto-Arabia Saudita... Anche se le relazioni con Israele non cesseranno, gli umori cominceranno a cambiare e si orienteranno verso l'antipatia. Se non verranno immediatamente riequilibrate, le relazioni tra Israele e la Turchia non si ristabiliranno facilmente. Le conseguenze si faranno sentire a Washington e sui mercati monetari”.

Tuttavia, la timorosa prognosi di Birand pare troppo presuntuosa. Non v'è alcuna base per affermare che il “neo-ottomanismo” significhi che la Turchia volterà le spalle all'Occidente. Come ha rilevato Tapinar, dopo tutto l'Impero Ottomano era noto come “il malato d'Europa”, non dell'Asia o dell'Arabia. La tradizione europea dell'apertura all'Occidente e agli influssi occidentali fu una costante dell'epoca ottomana. L'ambiziosa politica regionale di Erdogan nel Medio Oriente non dovrebbe essere vista come una deviazione dagli obiettivi rappresentati dall'ingresso nell'Unione Europea e dalle buone relazioni con Washington.

Nuvole sulle relazioni turco-israeliane
Non c'è dubbio che l'offensiva israeliana contro Gaza e l'episodio di Erdogan a Davos abbiano creato fratture nelle relazioni strategiche tra Turchia e Israele. Ma il problema è se i danni siano abbastanza gravi da dare il via a un importante riallineamento nella regione. È altamente probabile che con il raffreddarsi degli animi le relazioni turco-israeliane in quanto tali si ristabiliranno.

L'esercito turco ha fatto sapere che non ci sarà una riduzione della cooperazione con Israele. Ha detto che la cooperazione militare della Turchia con tutti i paesi, Israele compreso, si basa su interessi nazionali e non sono previste difficoltà nella consegna da parte di Israele di UAV (aerei senza pilota) Heron.

Il Ministro degli Esteri Tzipi Livni ha detto: “C'è un'incrinatura nelle nostre relazioni. Non è possibile nasconderlo. Ma queste relazioni sono molto importanti per entrambi i paesi”. Ha preso atto che Ankara stava “facendo una distinzione tra i rapporti bilaterali e il biasimo che ci stanno rivolgendo per l'operazione [di Gaza]”. Anche gruppi ebraici statunitensi stanno cercando di placare le acque nelle relazioni tra Turchia e Israele.

Si può capire che Erdogan si sia sentito tradito. Ha detto al Washington Post che la mediazione turca aveva portato Israele e la Siria “molto vicino” a negoziati di pace diretti sul futuro delle Alture del Golan. Durante la sua visita ad Ankara, il 23 dicembre, il Primo Ministro israeliano non solo ha nascosto a Erdogan il fatto che Israele prevedeva di attaccare Gaza quattro giorni dopo, ma ha assicurato al leader turco che al suo rientro avrebbe consultato i suoi colleghi per una ripresa dei negoziati con la Siria.

Quando Olmert si trovava ad Ankara, Erdogan ha telefonato a Gaza al leader di Hamas, Ismail Haniyeh, e si è consultato con lui sulle questioni che avrebbe discusso con il Primo Ministro israeliano in visita. Del tutto comprensibilmente, Erdogan si è sentito tradito. “Questa operazione [a Gaza] mostra anche una mancanza di rispetto verso la Turchia”, ha detto. Israele è abituato ad agire assecondando esclusivamente i propri interessi. Ma Erdogan è un turco orgoglioso per il quale perdere la faccia è semplicemente inaccettabile.

Israele ha bisogno della Turchia
Nel frattempo in Turchia si sono svolte imponenti manifestazioni di massa contro Israele alla notizia delle atrocità commesse a Gaza. Il più alto organo esecutivo della Turchia, il Consiglio della Sicurezza Nazionale, che si trova sotto la guida del Presidente e comprende il Primo Ministro e i capi militari, ha dichiarato il 30 dicembre che Israele avrebbe dovuto cessare immediatamente le operazioni militari, dare una possibilità alla diplomazia e consentire che alla popolazione di Gaza giungessero gli aiuti umanitari.

Ma Israele ha preso con molta calma le critiche turche. Ha dichiarato che Erdogan si stava comportando in modo “emotivo”. Erdogan ha ribattuto: “Non sono emotivo. Parlo quale discendente dell'Impero Ottomano, che accolse i vostri antenati quando erano in esilio... La Storia li accuserà [Olmert e Livni] di aver macchiato l'umanità... È imperdonabile che un popolo che durante propria storia ha sofferto così profondamente abbia potuto fare una cosa del genere”.

In compenso, Israele ha più da perdere della Turchia nel deteriorarsi della fiducia reciproca. La Turchia ha molti amici nella regione, mentre Israele non ne ha praticamente nessuno. La Turchia è per Israele un alleato insostituibile non solo nel Medio Oriente ma nell'intero mondo musulmano. Con l'atteso confronto Stati Uniti-Iran e il conseguente riallineamento nella regione, Israele (e gli stati arabi pro-occidentali) hanno bisogno ora più che mai della Turchia come “elemento di equilibrio”. Come dimostra il caloroso plauso iraniano a Erdogan, anche Teheran è profondamente consapevole dei nuovi imperativi.

Oltre a tutto ciò, una questione eterna che dovrebbe allarmare Israele è che per la prima volta nell'heartland anatolico è visibile un'ondata di antisemitismo. Se i leggendari precedenti dell'era ottomana nel dare asilo agli ebrei erranti stanno davvero diventando una reliquia del passato, non chiedetevi di chi sia la colpa. Sono i leader israeliani che devono assumersene la responsabilità.

Originale da: Turkish Snub Changes Middle East Game

Articolo originale pubblicato il 4/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, febbraio 05, 2009

Palestina: capire il torto, di Paolo Barnard

Scrive Paolo Barnard:

"Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo.
Ho già scritto, da anni, che:
Solo quando l'opinione pubblica occidentale saprà cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951, capirà di chi è il grande torto nel conflitto - capirà che il Grande Terrorismo è israeliano, e che il terrorismo palestinese è REAZIONE a decenni di orrori sionisti - capirà che i palestinesi hanno RAGIONE, e che la loro reazione di violenza è oggi solo esasperazione convulsa per tanta indicibile ingiustizia. E l'opinione pubblica occidentale a quel punto fermerà il conflitto.

Ma all'opinione pubblica occidentale nessuno mai racconta cosa è accaduto in Palestina dal 1897 al 1951. Dobbiamo farlo noi, voi. Come?

Ascoltate il mio racconto in sette parti su Youtube , dal titolo 'Palestina: capire il torto'. E DIVULGATELO, con ogni mezzo, anche solo fornendo il link. Fatelo però con le persone comuni, più che potete, con il popolo del TG1, del TG4, per intenderci. Sarà l'inizio della salvezza della Palestina, perché
'... oggi la gente non tollera più la barbarie, e la Storia ci dimostra che quando la scopre si attiva per porle fine'.
Noam Chomsky