mercoledì, marzo 25, 2009

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

Guerra al terrore interiore: la fine della storia ebraica

di Gilad Atzmon

Il tema che discuterò oggi è probabilmente la cosa più importante che abbia mai detto sulla brutalità israeliana e l'identità ebraica contemporanea. Immagino che avrei potuto dar forma al mio pensiero in un libro ad ampio respiro o in un'analisi accademica. Invece farò proprio il contrario, cercherò di scriverne nel modo più semplice e breve possibile.

Nelle settimane appena trascorse abbiamo assistito a una campagna israeliana di genocidio contro la popolazione civile a Gaza. Abbiamo visto uno degli eserciti più forti del mondo schiacciare donne, anziani e bambini. Abbiamo visto tormente di armi non convenzionali esplodere su scuole, ospedali e campi profughi. Avevamo visto e sentito parlare di crimini di guerra commessi in precedenza, ma questa volta la trasgressione israeliana era categoricamente diversa. Era appoggiata dalla totale assoluta maggioranza della popolazione ebraica israeliana. La campagna militare dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) a Gaza ha goduto del sostegno del 94% della popolazione israeliana. Il 94% degli israeliani apparentemente ha approvato i bombardamenti aerei contro civili. Gli israeliani hanno assistito al massacro alla TV, hanno ascoltato le urla, hanno visto ospedali e campi profughi in fiamme. Eppure non si sono turbati. Non hanno fatto molto per fermare i loro spietati capi “democraticamente eletti”. Anzi, alcuni di loro si sono portati una seggiola e si sono sistemati sulle colline che si affacciano sulla Striscia di Gaza per ammirare il loro esercito che trasformava Gaza in un moderno colosseo ebraico traboccante di sangue. Anche adesso che la campagna sembra essersi conclusa e le proporzioni del massacro di Gaza sono note, gli israeliani non mostrano segni di rimorso. E come se non bastasse, durante tutta la guerra ci sono stati ebrei in giro per il mondo che hanno manifestato il loro sostegno allo “Stato per soli ebrei”. Un simile appoggio a espliciti crimini di guerra è inaudito. Gli stati terroristi uccidono, certo, ma mantengono un certo riserbo al riguardo. L'Unione Sovietica di Stalin l'ha fatto in remoti GULAG, la Germania nazista giustiziava le sue vittime in profonde foreste e dietro recinzioni di filo spinato. Nello Stato ebraico gli israeliani massacrano donne, bambini e vecchi indifesi alla luce del sole, impiegando armi non convenzionali per colpire scuole, ospedali e campi profughi.

Un tale livello di barbarie di gruppo esige a gran voce una spiegazione. Il ragionamento che segue può essere definito semplicemente come un tentativo di comprendere la brutalità collettiva israeliana. Com'è che una società è riuscita a perdere ogni senso di compassione e di misericordia?

Il terrore interiore
Più di qualsiasi altra cosa, gli israeliani e le loro solidali comunità ebraiche sono terrorizzati dalla brutalità che scoprono dentro di sé. Più sono spietati, più sono spaventati. La logica è semplice. Più sofferenza si infligge all'altro, maggiore è l'angoscia per la qualità potenzialmente mortale di tutto ciò che ci circonda. In senso ampio, gli israeliani proiettano sui palestinesi, gli arabi, i musulmani e gli iraniani l'aggressività che hanno dentro. Tenendo conto del fatto che la brutalità israeliana ha ora dimostrato di non avere limiti né paragoni, la loro angoscia è almeno altrettanto grande.

A quanto pare, gli israeliani temono di essere i tirapiedi di se stessi. Sono impegnati in una lotta mortale con il terrore che hanno dentro. Ma non sono soli. L'ebreo della Diaspora che manifesta il suo appoggio a uno stato che lancia fosforo bianco su una popolazione civile è finito nella stessa devastante trappola. Da entusiastico sostenitore di un crimine immenso, prova orrore al pensiero che la crudeltà che scopre in sé possa manifestarsi in altri. L'ebreo della Diaspora che appoggia Israele è devastato dalla possibilità immaginaria che una volontà brutale, simile alla sua, possa un giorno rivoltarglisi contro. La paura ebraica nei confronti dell'antisemitismo si riassume tutta in questa preoccupazione. È fondamentalmente la proiezione sugli altri della crudeltà tribale incentrata sul sionismo.

Non c'è alcun conflitto israelo-palestinese
Ciò che vediamo qui è la formazione evidente di un circolo vizioso in cui l'israeliano e i suoi sostenitori stanno diventando un'insulare e vendicativa palla infuocata alimentata da un'esplosiva aggressività interiore. Tutto ciò è estremamente rivelatore. Dato che i palestinesi non possono fronteggiare militarmente l'aggressività e la capacità distruttiva di Israele, siamo autorizzati a supporre che non esista alcun conflitto israelo-palestinese. C'è soltanto la psicosi israeliana, nella quale Israele è distrutto dall'angoscia causata dal riflesso della sua crudeltà. Essendo considerati i nazisti della nostra epoca, gli israeliani sono così condannati a vedere un nazista in chiunque. Analogamente, di fatto non c'è neanche un aumento dell'antisemitismo. L'ebreo sionista della Diaspora è semplicemente devastato dalla possibilità che qualcuno, là fuori, sia eticamente corrotto e spietato quanto ha dimostrato di essere lui. In breve, la politica israeliana e l'attività della lobby sionista dovrebbero essere considerate niente meno che come una letale paranoia collettiva incentrata sul sionismo che minaccia di trasformarsi in una psicosi totale.

C'è un modo per redimere il sionista dalla sua deriva sanguinaria? Esiste un modo per cambiare il corso della storia, salvare gli israeliani e i loro sostenitori dalla depravazione totale? Probabilmente il modo migliore di porre questa domanda è chiedersi se ci sia un modo per salvare gli israeliani e i sionisti da se stessi. Come potrete immaginare non sono particolarmente interessato a salvare gli israeliani o i sionisti, tuttavia capisco che redimere i sionisti dai loro crimini può portare una prospettiva di pace alla Palestina, all'Iraq e probabilmente a tutti noi. Per chi non l'avesse capito, Israele è solo la punta dell'iceberg. A conti fatti, l'America, la Gran Bretagna e l'Occidente sono ora soggetti a forme simili di “politica della paura” che sono il diretto risultato dell'ideologia e della mortale pratica interventista dei neo-conservatori.

Lo psicanalista di Nazareth
Molti anni fa, così narrano, c'era un israelita che viveva in mezzo ai suoi fratelli nella terra di Canaan. Come gli israeliani di oggi, era circondato dall'odio, dalla vendetta e dalla paura. A un certo punto aveva deciso di intervenire e di cambiare le cose, e si era accorto che non c'era altro modo per combattere la spietatezza che cercare la grazia: “Porgi l'altra guancia” era il suo semplice suggerimento. Identificando la psicosi dell'israelita come “una guerra contro il terrore interiore”, Gesù comprese che l'unico modo per contrastare la violenza è guardarsi allo specchio e cercare dentro di sé il Bene.

È piuttosto evidente che la lezione di Gesù aprì la strada alla formazione dell'etica universale occidentale. Le ideologie politiche moderne impararono dalla prospettiva cristiana. La ricerca normativa dell'uguaglianza da parte di Marx può essere vista come una riscrittura laica del concetto di fratellanza di Gesù. E tuttavia non una sola ideologia politica è riuscita a integrare il concetto più profondo che Gesù aveva della grazia. Cercare la pace è fondamentalmente cercare la pace dentro di sé. Mentre gli israeliani e i loro gemelli neocon vorrebbero raggiungere la pace attraverso la dissuasione, la vera pace si raggiunge solo cercando l'armonia interiore. Come potrebbe suggerire uno studioso lacaniano, amare il tuo prossimo è in realtà amare te stesso che ami il tuo prossimo. Il caso degli israeliani è l'esatto opposto. Come riescono a dimostrare costantemente, loro amano se stessi che odiano il loro prossimo, o semplicemente amano se stessi che odiano. Odiano quasi tutto: il prossimo, gli arabi, Chavez, i tedeschi, l'Islam, i gentili, la carne di maiale, i palestinesi, la Chiesa, Gesù, Hamas, i calamari e l'Iran. Voi fate un nome, loro lo odiano. Si deve ammettere che odiare così tanto deve essere un progetto molto spossante, a meno che non dia piacere. E infatti il “principio del piacere” degli israeliani potrebbe essere così articolato: spinge costantemente gli israeliani a cercare piacere nell'odio continuando a infliggere dolore agli altri.

Va detto a questo punto che la “Guerra al terrore interiore” non è esattamente un'invenzione ebraica. Tutti, che siano popoli, nazioni o individui, ne sono suscettibili. Le conseguenze del massacro nucleare americano a Hiroshima e Nagasaki trasformarono gli americani in una collettività terrorizzata. Questa angoscia collettiva è nota con il nome di “guerra fredda”. L'America deve ancora liberarsi dalla paura che là fuori possa esistere qualcuno che è altrettanto spietato. In un certo senso l'operazione Shock and Awe ha avuto un effetto molto simile sulla Gran Bretagna e l'America. Ha condotto alla creazione di masse terrorizzate e facilmente manipolabili da parte di un'élite altamente motivata. Questo tipo di politica è chiamato “politica della paura”.

E tuttavia nel pensiero occidentale è in atto un meccanismo di correzione. Diversamente dallo stato ebraico, che si sta radicalizzando attraverso la sua stessa paranoia autoalimentata, a Occidente il male è in qualche modo affrontato e arginato. L'assassino viene denunciato e la speranza di pace viene ristabilita fino a nuovo avviso. Non che mi aspetti che il Presidente Obama possa portare qualche cambiamento. Ma una cosa è chiara: è stato votato perché portasse un cambiamento. Obama è il simbolo di un autentico tentativo di limitare il male. Nello Stato ebraico non solo questo non succede, ma non potrà succedere mai. La differenza tra Israele e l'Occidente salta agli occhi. A Occidente la tradizione cristiana ci fornisce una possibilità di speranza che si basa sulla fede nella bontà universale. Anche se corriamo costantemente il pericolo di essere esposti al male, tendiamo a credere che il bene alla fine vincerà. Invece nel pensiero tribale ebraico il Bene è proprietà esclusiva degli eletti. Gli israeliani non vedono bontà o gentilezza nei loro vicini, li vedono come dei selvaggi e come un'entità che minaccia la loro esistenza. Per gli israeliani la gentilezza è loro proprietà esclusiva, e guarda caso sono anche innocenti e vittime. Nel pensiero universale occidentale la bontà non appartiene a un solo popolo o a un'unica nazione, appartiene a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Non appartiene a un partito politico né a un'ideologia. Il principio trascendente della grazia e di un Dio Buono è in ciascuno di noi, ci tocca da vicino.

Che razza di padre è questo?
“Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti – quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato”.
[Deuteronomio 6:10-11].

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni… tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia”. [Deuteronomio 7:1-2]

A questo punto possiamo tentare di comprendere le cause prime della grave assenza di compassione nel pensiero israeliano e all'interno dei suoi solidali gruppi di pressione. Credo che un'elaborazione sul travagliato rapporto tra gli ebrei e i loro diversi dei possa far luce su questo tema. È perfettamente evidente che la lista sempre più lunga di “Dei”, “Idoli” e “figure paterne” degli ebrei è un po' problematica, almeno per quanto riguarda l'etica e la bontà. Va esplorata la relazione stessa tra “il figlio” e il “padre amorale”. La filosofa Ariella Atzmon (che tra l'altro è mia madre) definisce la complessità della falsa partenza o cattivo inizio come “Sindrome di Fagin”. Il personaggio dickensiano di Fagin è un “kidsman”, un adulto che recluta bambini e li addestra al furto e al borseggio, dando loro vitto e alloggio in cambio della refurtiva. Benché i bambini non possano che essere riconoscenti al loro padrone, essi non possono neanche fare a meno di disprezzarlo per averli trasformati in ladri e borseggiatori. I bambini si rendono conto che tutte le cose che Fagin possiede sono rubate e che la sua gentilezza è lungi dall'essere sinceramente onesta o pura. Prima o poi i bambini si rivolteranno contro il loro padrone Fagin nel tentativo di liberarsi da quella morsa immorale.

Nella prospettiva padre-figlio, il Dio Yahweh biblico degli ebrei non è diverso da quello che possiamo osservare nella sindrome di Fagin. Il padre di Israele guida il suo popolo eletto attraverso il deserto verso la terra promessa perché possa derubare e saccheggiare i suoi abitanti indigeni. Non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un padre etico o da un “Dio buono”. Dunque, per quanto i figli di Israele amino Yahweh, devono anche leggermente diffidare di lui per averli trasformati in ladri e assassini. Forse anche la sua bontà li mette in apprensione. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in tutta la storia ebraica più di qualche ebreo si sia rivoltato contro il padre celeste.

Comunque, tenendo a mente la comune percezione laica secondo la quale gli dei sono un'invenzione degli uomini, ci si potrebbe chiedere cosa porti all'invenzione di un simile “Dio amorale”. Cosa fa sì che la gente segua i precetti di un Dio simile? Sarebbe anche interessante scoprire che genere di dei alternativi hanno scelto o inventato gli ebrei una volta abbandonato Yahweh.

Emancipandosi, più di qualche ebreo si è dissociato dal contesto tribale tradizionale e dall'ebraismo rabbinico. Molti si sono mescolati con le realtà circostanti, hanno lasciato cadere la loro condizione di eletti e si sono trasformati in persone normali. Molti altri ebrei hanno abbandonato Dio ma hanno continuato a conservare la loro affiliazione tribale etnicamente orientata. Hanno deciso di fondare la loro appartenenza tribale su basi etniche, razziali, politiche, culturali e ideologiche più che sul precetto ebraico. Anche se hanno evidentemente abbandonato Yahweh continuano ad adottare una visione laica che ha preso ben presto la forma di un precetto monolitico e simil-religioso. Nel XX secolo le due ideologie politiche simil-religiose che le masse ebree hanno trovato più attraenti sono state il marxismo e il sionismo.

È possibile descrivere il marxismo come un'ideologia etica laica universale. Tuttavia, all'interno del suo processo di trasformazione in un precetto tribale ebraico, il marxismo è riuscito a perdere ogni traccia di umanitarismo o di universalismo. Come sappiamo, inizialmente l'ideologia e la pratica sioniste furono ampiamente dominate da ebrei di sinistra che si consideravano veri seguaci di Marx. Credevano davvero che celebrare la loro rinascita nazionale ebraica a scapito dei palestinesi fosse un gesto legittimamente socialista.

È interessante constatare che i loro oppositori, l'anti-sionista Bund (la Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), non credevano nella spoliazione istituzionalizzata dei palestinesi. Credevano invece che espropriare i ricchi europei fosse un precetto, una grande universale mitzvah sul cammino verso la giustizia sociale.

Quelli che seguono sono pochi versi dell'inno del Bund:

Giuriamo di perseverare nel nostro odio
Verso chi deruba e uccide i poveri:
Lo Zar, i padroni, i capitalisti.
La nostra vendetta sarà rapida e sicura.
Dunque giuriamo tutti insieme: vivere o morire!

Senza addentrarci in questioni che riguardano l'etica o l'affiliazione politica, è perfettamente evidente che l'inno ebraico-marxista è completamente saturo d'“odio” e “vendetta”. Per quanto gli ebrei fossero entusiasti di Marx, del marxismo, del bolscevismo e dell'uguaglianza, si sa come è andata a finire. Gli ebrei hanno abbandonato in massa Marx molto tempo fa. Hanno, in un certo senso, lasciato la rivoluzione a qualche gentile illuminato come Hugo Chavez ed Evo Morales, leader che hanno interiorizzato il significato autentico di uguaglianza ed etica universali.

Benché alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo il marxismo contasse molti seguaci tra gli ebrei europei, in seguito all'Olocausto fu il sionismo a diventare gradualmente la voce dell'ebraismo mondiale. Come Fagin, gli dei e gli idoli sionisti – Herzl, Ben Gurion, Nordau, Weizmann – promisero ai loro seguaci un nuovo inizio privo di etica. Derubare i palestinesi era parte del loro percorso verso una giustizia storica attesa da troppo tempo. Il sionismo trasformò l'Antico Testamento da testo spirituale a libro del catasto. Ma ancora una volta, come nel caso di Yahweh, il Dio sionista trasformò l'ebreo in ladro, gli promise la proprietà di qualcun altro. Già questo può spiegare il risentimento degli israeliani verso il sionismo e l'ideologia sionista. Gli israeliani preferiscono considerarsi come i naturali abitanti della loro terra piuttosto che come pionieri in un amorale progetto coloniale della Diaspora ebraica. L'ebreo israeliano mantiene la propria posizione politica attraverso un pericoloso escapismo etico. Questo può spiegare il fatto che nonostante gli israeliani amino le loro guerre detestino però combatterle. Non sono disposti a morire per una grande ideologia astratta e remota come la “nazione ebraica” o il “sionismo”. Preferiscono di gran lunga sganciare da lontano bombe a grappolo e fosforo bianco.

Tuttavia, nella storia relativamente breve del moderno nazionalismo ebraico, il Dio sionista ha fatto amicizia con altri dei e idoli kosher. Nel 1917 Lord Balfour promise agli ebrei che avrebbero costruito la loro casa nazionale in Palestina. Inutile dire che, come nel caso di Yahweh, Lord Balfour trasformò gli ebrei in ladri e saccheggiatori, con la sua promessa del tutto amorale. Promise agli ebrei la terra di qualcun altro. Non poteva esserci inizio peggiore. Evidentemente non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero contro l'Impero britannico. Nel 1947 le Nazioni Unite fecero esattamente lo stesso stupido errore, diedero alla luce lo “Stato per soli ebrei” ancora una volta a scapito dei palestinesi. Legittimarono la spoliazione della Palestina nel nome delle nazioni. Come nel caso di Yahweh, che aveva finito per essere accantonato, non ci volle molto perché gli ebrei si rivoltassero anche contro le Nazioni Unite. “Non importa quello che dicono i gentili, importa solo quello che fanno gli ebrei, disse il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion. Di recente gli israeliani sono riusciti perfino a mettere in disparte i loro migliori e più servizievoli amici della Casa Bianca. Alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali americane alcuni generali israeliani sono stati filmati mente denunciavano il Presidente Bush per “aver danneggiato gli interessi israeliani con il suo appoggio schiacciante” (Generale di Brigata in congedo Shlomo Brom). I generali israeliani fondamentalmente accusavano Bush di non aver bloccato Israele nella distruzione dei suoi vicini. La morale è piuttosto chiara: i sionisti e gli israeliani si rivolteranno inevitabilmente contro i loro dei, idoli, padri e altri che cercano di aiutarli. È questo il vero significato della sindrome di Fagin nel contesto politico israeliano. Dovranno sempre rivoltarsi contro i loro “padri”.

Ritengo che il più interessante tra tutti i sistemi ebraici di convinzioni sia la religione dell'Olocausto, che il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz ha giustamente definito la “nuova religione ebraica”. L'aspetto più interessante della religione dell'Olocausto è il suo Dio, che è l'“Ebreo”. Il seguace ebreo di questo nuovo precetto dogmatico crede nell'“Ebreo”, colui che ha redento se stesso. Colui che è “sopravvissuto” all'evento definitivo, il genocidio. I seguaci credono nell'“Ebreo”, vittima “innocente” e tormentata che ha fatto ritorno alla sua “terra promessa” e ora celebra il racconto della sua resurrezione riuscita. In una certa misura, nel pensiero religioso dell'Olocausto, l'ebreo crede nell'“Ebreo” in quanto espressione dei suoi poteri e delle sue qualità eterne. All'interno di questa nuova matrice religiosa, la Mecca è Tel Aviv e il Santo Sepolcro è il Museo dell'Olocausto di Yad Vashem. La nuova religione ha tanti santuari (musei) sparsi nel mondo e molti sacerdoti che diffondono il messaggio e puniscono chi vi si oppone. Dal punto di vista ebraico, la religione dell'Olocausto è un'espressione assolutamente trasparente dell'amore di sé. È il luogo in cui il passato e il futuro si uniscono in un presente ricco di significato, in cui la storia si traduce in prassi. Consapevolmente o inconsapevolmente, chiunque si identifichi politicamente e ideologicamente (più che religiosamente) come ebreo finisce per soccombere, in pratica, alla religione dell'Olocausto e si trasforma in seguace della figura paterna rappresentata dall'“Ebreo”. E tuttavia ci si potrebbe chiedere che ne è della bontà: esiste una qualche bontà in questa nuova “figura paterna”? Esiste una qualche grazia in questa versione della storia che parla di vittime innocenti e che viene celebrata ogni giorno a scapito del popolo palestinese?

Se la storia ha una fine, la religione dell'Olocausto incarna la fine della storia ebraica. Alla luce della religione dell'Olocausto il “Padre” e il “Figlio” finiscono per unirsi. Almeno nel caso di Israele e del sionismo si fondono in un amalgama di ideologia e realtà genocide. Alla luce della religione dell'Olocausto e della sua epica etica della sopravvivenza, lo Stato ebraico si considera autorizzato a lanciare fosforo bianco su donne e bambini che ha ingabbiato in una prigione a cielo aperto senza vie di fuga. Tristemente, i crimini commessi dallo Stato ebraico sono commessi per conto del popolo ebraico e nel nome della loro tormentata storia di persecuzioni. La religione dell'Olocausto porta alla vita quello che sembra essere l'ultima forma possibile di brutale incarnazione insulare.

Storicamente gli ebrei hanno accantonato molti dei: hanno abbandonato Yahweh, hanno mollato Marx, alcuni non hanno mai seguito il sionismo. Ma alla luce della religione dell'Olocausto, ricordando le scene di Gaza, di Jenin e del Libano, l'ebreo potrebbe essere costretto a tener fede alla tradizione e ad accantonare anche l'“Ebreo”. Dovrà accettare il fatto che la sua nuova figura paterna è stata creata a sua immagine e somiglianza. Ma più preoccupante è il fatto devastante che il nuovo padre, come è ormai dimostrato, è in sé un'incitazione all'omicidio. A quanto pare, il nuovo padre è il supremo Dio cattivo.

Mi chiedo quanti ebrei saranno tanto coraggiosi da abbandonare la loro nuova esoterica figura paterna. Saranno tanto coraggiosi da unirsi al resto dell'umanità nell'adozione di un pensiero etico universale? Solo il tempo saprà dirci se l'ebreo saprà disfarsi dell'“Ebreo”. Tanto per dissipare ogni dubbio, io l'ho fatto molto tempo fa e vivo benissimo.


Originale: War On Terror Within: The End of Jewish History

Articolo originale pubblicato il 18/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 20, 2009

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

di M. K. Bhadrakumar

Tutto indica che si stiano apportando gli ultimi ritocchi alla nuova strategia afghana dell'amministrazione Barack Obama. “Ci siamo quasi”, ha detto il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Mike Mullen. In base alle informazioni disponibili, l'obiettivo chiave è duplice: ottenere l'aiuto del Pakistan nella lotta contro il terrorismo e, in secondo luogo, ridimensionare le speranze americane in una vittoria militare.

Ma già emergono le contraddizioni. Di certo il ruolo del Pakistan diventa critico, e l'incertezza politica a Islamabad complica le cose. I vigorosi tentativi compiuti negli ultimi giorni dagli americani per persuadere gli ostinati protagonisti della vita politica pakistana a trovare un accordo vanno visti in questa prospettiva. Ma le turbolente affermazioni del leader dell'opposizione Nawaz Sharif, che reclama il posto che gli spetta ai vertici della politica nazionale, introducono un elemento del tutto nuovo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan. Basti dire che questi ultimi hanno davanti a sé un territorio inesplorato.

Dunque gli ultimi comunicati emanati da Washington sulla possibilità che l'amministrazione degli Stati Uniti decida di estendere le operazioni militari nelle aree tribali del Pakistan alla provincia del Belucistan infiammerà di certo l'opinione pubblica pakistana. Le notizie ipotizzavano anche che gli Stati Uniti potrebbero fare ricorso a operazioni di terra in aggiunta agli attacchi con i velivoli senza pilota Predator sulle aree tribali. È altamente improbabile che Sharif approvi questa intensificazione degli attacchi da parte degli Stati Uniti, cosa che gli permette di cavalcare l'onda del consenso popolare. Ma altrettanto contrariata dalla decisione americana è la fazione del governo civile pakistano guidata dal Primo Ministro Yousuf Raza Gilani, e questo anche ipotizzando che il Presidente Asif Ali Zardari possa scegliere di assistere in silenzio.

Senza dubbio il sistema della sicurezza pakistana non ha niente a che fare con una politica americana che si assume la prerogativa di violare l'integrità territoriale del Pakistan. È superfluo dire che l'opinione pubblica pakistana, compresa la classe compradora che fa parte della sua élite, si opporrà alla mossa statunitense. L'“anti-americanismo” pakistano sta già tracimando.

In sintesi, un allargamento della guerra afghana al territorio pakistano farà deragliare qualsiasi progetto di apertura di un dialogo politico da parte dell'amministrazione degli Stati Uniti. Di fatto, appare sempre più chiaro che l'amministrazione del Presidente Barack Obama è priva di una strategia chiara e lucida per questa guerra. E questa è anche la crescente percezione nella regione, anche se forse solo gli iraniani hanno articolato apertamente tale prospettiva a livello governativo.

Nel frattempo l'amministrazione Obama ha preso l'iniziativa di convocare una conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si terrà il 31 marzo all'Aia. È previsto che vi partecipi il Segretario di Stato Hillary Clinton, in attesa del summit dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) che si svolgerà il 3-4 aprile. In altre parole, si preparano le condizioni per il lancio formale della nuova strategia di guerra statunitense in Afghanistan.

Questa strategia, stilata dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, apparentemente espone 15 “obiettivi”: ci si propone, tra le altre cose, di eliminare i rifugi sicuri dei terroristi nelle aree tribali del Pakistan, rafforzare la capacità del governo di Kabul di contrastare la minaccia dei taliban per mezzo di un sostanzioso incremento del contingente afghano, assicurare una migliore governabilità a Kabul e far sì che l'Afghanistan rimanga stabile. È un paniere di “obiettivi” impegnativi da perseguire in un arco temporale di tre-cinque anni. Evidentemente gli Stati Uniti hanno ridimensionato il grandioso progetto di trasformare l'Afghanistan in una democrazia di stampo occidentale.

Il presupposto della nuova strategia è che l'esercito da solo non può vincere la guerra. Con una stupefacente ammissione pubblica, Obama ha osservato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra, mentre il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che il Presidente americano ha incontrato di recente, si è perfino spinto a dubitare che la guerra possa mai essere vinta. Si ha sempre più l'impressione che il massimo cui si possa aspirare sia contenere l'insurrezione. Dunque, come si è espresso un recente commento della BBC, lo scopo della componente militare nella nuova strategia sarà essenzialmente quello di prendere tempo mentre vengono prendono piede “tattiche contro-insurrezionali meno tangibili”.

La più importante di queste tattiche sarà la spinosa questione del dialogo con i taliban. Obama ha fatto un audace salto in avanti sottolineando la necessità di distinguere i taliban “moderati” e di dialogare con loro anziché etichettare tutta l'opposizione afghana come “fondamentalisti islamici”. È un ripensamento positivo.

L'islam politico è una cosa meravigliosamente sfaccettata. L'attuale spettro politico del Grande Medio Oriente, dal Levante alle steppe dell'Asia Centrale, si compone di islamisti di diverse sfumature che vanno dai Salafisti in Turchia ai Fratelli Musulmani e ai loro vari affiliati, al regime iraniano e alle frange violente ispirate da Osama bin Laden.

L'idea di aprire alla possibilità di un avvicinamento ai taliban non è nuova. In tutta la seconda metà degli anni Novanta fino all'ottobre del 2001 l'Arabia Saudita e il Pakistan ritenevano che con una politica del bastone e della carota gli Stati Uniti avrebbero potuto convincere i taliban a consegnare i capi di al-Qaeda, Bin Laden compreso.

Di fatto, negli Stati Uniti c'è un coro di opinioni secondo cui elementi dei taliban potrebbero essere sensibili alla riconciliazione. Anche gli europei, soprattutto i britannici, hanno per qualche tempo promosso questa linea. Anche Russia e China sono aperte all'idea. L'Iran tergiversa. Dunque Obama ha essenzialmente riecheggiato un'idea che già era nell'aria e per la quale potrebbe essere giunto il momento.

Ma i “taliban” sono un fenomeno molto complesso. Il loro islamismo è radicato nell'Islam tradizionale e nell'ideologia “anti-modernista” e corrisponde a una forma innovativa di sharia che unisce codici tribali pashtun, o pashtunwali, con estreme interpretazioni deobandi dell'Islam. Questa mescolanza comprende inoltre tracce di wahhabismo introdotte dai finanziatori sauditi dei taliban e il pan-islamismo dei movimenti contemporanei del “jihad”. L'ideologia dei taliban è radicalmente diversa dall'islamismo dei mujaheddin afghani, che traevano ispirazione dal sufismo mistico afghano e dai Fratelli Musulmani o Ikhwan.

Dunque, benché possa esserci una distinzione tra taliban “moderati” ed “estremisti”, la questione è se praticare quella distinzione serva a qualcosa. Insomma, come ha detto il Mullah Abdul Salam Zaeef, già ministro dei taliban e prigioniero a Guantanamo Bay, “Se gli americani pensano... di voler distinguere tra i taliban duri e quelli moderati non sarà accettabile per nessuno, perché è come dire a due fratelli che ne ami uno e vuoi giocare con lui mentre vuoi uccidere l'altro.”.

Inoltre i “taliban” comprendono, oltre a quelli più intransigenti, anche un assortimento composto da elementi delle tribù pashtun, delle sub-tribù e dei clan che possono essere o no alleati dei taliban, più la mafia locale, le bande criminali, semplici signori della guerra e perfino i mujaheddin di un tempo. E alcuni di loro, che non rientrano tra i neo-taliban, possono essere interlocutori molto importanti.

Per esempio il Partito Islamico dell'Afghanistan di Gulbuddin Hekmatyar. Il suo partito resta una forza politica molto importante. Per citare un commentatore di Mosca, la posizione di Hekmatyar differisce notevolmente da quella dei taliban: “Mentre [il leader dei taliban] Mullah Mohammad Omar insiste sul completo ritiro delle forze internazionali di peacekeeping dall'Afghanistan, Hekmatyar chiede che vengano sostituite da truppe di paesi musulmani. Questa idea è popolare in alcuni strati dell'opinione pubblica, e andrebbe presa in considerazione.”.

Ci sono poi altri aspetti.

- Uno, parlare con i taliban – anche se “moderati” – verrà percepito dall'opinione pubblica afghana come una ricerca di compromesso con i neo-taliban. Trasmette un segnale ambiguo in una guerra dove “conquistare i cuori” della popolazione è estremamente importante. Da un lato gli Stati Uniti inviano altre truppe, armano tribù locali e addestrano un esercito afghano a combattere contro i taliban, e dall'altro parlano di pace.

- Due, i taliban capiscono che non stanno perdendo la guerra, e questo equivale a vincerla. Perché dovrebbero negoziare? Che genere di offerta impossibile da rifiutare potrebbero ricevere?

- Tre, anche se teoricamente può essere possibile separare dagli altri i taliban “moderati”, non v'è certezza che siano dei collaboratori abbastanza forti da garantire la stabilizzazione dell'Afghanistan. Anzi, è altamente probabile che i taliban più intransigenti continuino a destabilizzare il paese.

- Quattro, gli intransigenti sono più che mai vicini ad al-Qaeda. Per citare le parole di Peter Bergen del think-tank statunitense New America: “La dirigenza dei taliban si è fusa ideologicamente e tatticamente con al-Qaeda”.

Non c'è dubbio che nella retorica dei taliban risuonino sempre più spesso riferimenti all'Iraq e alla Palestina. E poi una parte consistente della dirigenza dei taliban si trova in Pakistan. I negoziati diventano significativi solo se vi viene coinvolta la shura [il Concilio, N.d.T.] dei taliban. Ma l'elusiva shura probabilmente non si lascerà impressionare, considerato che gli Stati Uniti stanno negoziando da una posizione di debolezza o di stallo.

Così è nata l'idea che debba esserci una “smart policy”, una “strategia intelligente” in cui gli Stati Uniti innanzitutto intensificheranno i bombardamenti sulle aree tribali del Pakistan infliggendo molti danni ai taliban. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti Richard Holbrooke, che pilota questa strategia “intelligente”, ha incaricato Barnett Rubin, esperto di Afghanistan, di coordinare l'approccio con i taliban.

Sembra che il processo di dialogo con i taliban non sarà bello da vedere. In un recente articolo per Foreign Affairs Rubin ha scritto che in un “grande patto” gli Stati Uniti avrebbero posto fine all'azione militare quando e se i taliban gravemente colpiti ne avessero compreso la sensatezza acconsentendo a “proibire l'uso del territorio afghano (o pakistano) per il terrorismo internazionale”, e che il conseguente accordo avrebbe “costituito una sconfitta strategica per al-Qaeda”.

Un approccio pesante degli Stati Uniti, come quello delineato da Holbrooke, può solo fare il gioco dei taliban, poiché sicuramente infiammerà il nazionalismo dei pashtun. Se l'obiettivo è quello di assicurare una maggiore partecipazione dei pashtun ai governo, poteva essere conseguito agevolando un aperto dialogo intra-afghano a livello nazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso al collaudato metodo di raggiungere un'intesa nazionale, il che significa convocare una loya jirga, o grande concilio. Non c'è alcuna vera alternativa, visto che l'élite politica del paese manca disperatamente di unità e non vi sono nella società una forza consolidatrice o un partito nazionale.

Il governo di Kabul del Presidente Hamid Karzai annaspa, mandato alla deriva dall'amministrazione Obama, e né l'opposizione dei mujaheddin né i taliban sono in grado di rimpiazzarlo. Questa è una profonda crisi sistemica. Dialogare con i taliban moderati è necessario, ma è non più sufficiente come lo sarebbe stato nel 2002 o nel 2003.

Originale: US spills Afghan war into Pakistan

Articolo originale pubblicato il 20/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 18, 2009

La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar

I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?

di Pepe Escobar

Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.

Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.

Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.

Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.

La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.

Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.

Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.

Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.

Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.

Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.

Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.

Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.

"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.

Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.

Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.

Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.

Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.

E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).

Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.

Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).

Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.

Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.

E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.

Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?

Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.

Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.

E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.

E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.

A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.

Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.

Originale: Taliban set to burn the Reichstag?

Articolo originale pubblicato il 13/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 11, 2009

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

di M.K. Bhadrakumar

Tradotto da Manuela Vittorelli


Con la probabilità che gli Stati Uniti scelgano la strada del dialogo con l'Iran e con la decisione di “resettare” le relazioni tra Washington e Mosca, si fa ora un gran parlare di compromessi imminenti. Ed è inevitabile, date le correnti che si intersecano attorno ai rapporti USA-Iran-Russia.

Gli iraniani sono sensibili ai compromessi, e sui compromessi si basava storicamente la distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dunque potrebbe aprirsi una stagione di compromessi. Ma non si sa mai, perché spesso essi recano il marchio dell'opportunismo e sono negabili perfino quando si basano evidentemente su un equilibrio legittimo di interessi.

Nelle settimane recenti Teheran ha osservato con disagio il gioco condotto dall'amministrazione Obama per isolare l'Iran tentando la Russia (e la Siria) a un compromesso. Ma pare che sul fronte russo di tale accordo non vi sia traccia. La posizione ufficiale della Russia è che non c'è stata alcuna proposta di compromesso da parte degli americani.

Questo smentisce la notizia, diffusa dai media americani e russi, che a febbraio Obama avesse mandato una lettera alla sua controparte russa Dmitrij Medvedev proponendo di abbandonare il piano americano di posizionamento di elementi del sistema di difesa antimissile in Europa Centrale in cambio dell'aiuto russo nel cercare di bloccare le attività nucleari iraniane.

Se ci fosse stata una simile offerta da parte degli Stati Uniti, sarebbe stata “fin dall'inizio insensata e rozzamente semplicistica”, per citare un commentatore di Mosca. Il fatto è che l'Iran è un attore chiave in un vasto panorama geopolitico in cui la Russia ha profondi interessi in materia di sicurezza e che va dal Medio Oriente al Caspio, all'Asia Centrale e all'Afghanistan: dunque la Russia non può mettere in pericolo le sue eccellenti relazioni con l'Iran, e non lo farà.
Inoltre gli esperti russi vedono la questione dello scudo antimissile all'interno di uno schema molto diverso: le relazioni della Russia con l'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) e la sicurezza in Europa, compreso il problema fondamentale dell'equilibrio strategico o mantenimento della parità nucleare e missilistica tra la Russia e gli Stati Uniti.

Inoltre la Russia sa che l'amministrazione Obama potrebbe non avere altra scelta che scartare (o almeno mettere in naftalina) il programma di difesa antimissile, dato che fatica a sbloccare i fondi per finanziare un progetto così ambizioso. Dunque perché mai la Russia dovrebbe scendere a compromessi quando il piano di difesa antimissile degli Stati Uniti potrebbe essere lasciato cadere dall'albero come una mela marcia? È un ragionamento fondato.

Si può star certi che i russi non hanno vacillato sulla questione nucleare iraniana. Non si stanno solo accordando per la costruzione dell'impianto nucleare di Bushehr, ma sono anche in corso negoziati per la fornitura di combustibile a lungo termine per l'impianto.

Inoltre la scorsa settimana il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto: “Gli americani dovrebbero sposare la posizione dei 5+1 [i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non solo sulla carta, ma anche in colloqui con l'Iran come è stato proposto dal gruppo... Si tratta anche di coinvolgere l'Iran su base degna e paritaria negli sforzi per risolvere i conflitti in Iraq e in Afghanistan, nonché in tutti gli aspetti della questione mediorientale”.

Una settimana dopo, in seguito a colloqui con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a Ginevra, lo scorso venerdì, Lavrov ha aggiunto: “Oltre a stimoli economici seri e tangibili, abbiamo bisogno di un dialogo con l'Iran con il coinvolgimento di tutti i paesi della regione per assicurare condizioni di sicurezza stabili e affidabili in cui tutti i paesi della zona, compreso Israele, possano convivere in pace e in sicurezza”.

Anche sulla questione della fornitura russa di missili a lungo raggio all'Iran Lavrov ha rintuzzato gli attacchi dicendo che, benché la Russia tenga ampiamente conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti e di Israele, “Tali questioni... si decidono esclusivamente nell'ambito del diritto e degli obblighi nazionali della Russia... Stiamo fornendo armi difensive, non-destabilizzanti”. Prima dell'incontro di venerdì, Clinton aveva annunciato che avrebbe chiesto a Lavrov di bloccare il trasferimento di missili all'Iran in quanto rappresentano “una minaccia sia per la Russia che per l'Europa e i paesi vicini della regione”. Ma sembra che Lavrov non abbia fornito questa assicurazione. L'ambiguità costruttiva della posizione russa permane.

Nel frattempo le divergenze tra Russia e Stati Uniti sulla questione iraniana sono sotto gli occhi di tutti. Nel corso di una visita in Israele, la scorsa settimana, Clinton ha detto che gli Stati Uniti e e Israele “condividono la valutazione della minaccia rappresentata dall'Iran. Intendiamo fare tutto il possibile per dissuadere l'Iran e impedirgli di ottenere le armi nucleari. Questa è la nostra politica dichiarata. Questo è l'obiettivo di ogni tattica da noi impiegata”.

Clinton ha anche citato “il continuo finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas [a Gaza] e Hezbollah [in Libano]” da parte dell'Iran e ha annunciato “una stretta consultazione” con i paesi arabi pro-occidentali e Israele su “come l'Iran oggi ponga una minaccia e come questa minaccia potrebbe aumentare se mai riuscisse ad ottenere le armi nucleari”. Clinton ha sottolineato che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele e il nostro impegno per la sicurezza di Israele e la sua democrazia in quanto Stato ebraico restano fondamentali, incrollabili, e perennemente validi”.

Evidentemente, dato il contesto, a questo punto c'è poco spazio per eventuali compromessi USA-Russia che coinvolgano i legami della Russia con l'Iran. Ma, d'altro canto, potrebbe essere anche perché la Russia ha un'intesa con l'Iran? Dopotutto entrambi i paesi vantano una grande tradizione scacchistica.

La scorsa settimana, durante la sua visita in Germania, l'influente presidente della Commissione Affari Esteri del Majlis (parlamento) iraniano, Alaeddin Broujerdi, ha seccamente escluso che l'Iran possa fornire strutture di transito per i rifornimenti NATO in Afghanistan. “L'Iran non è interessato a diventare un ponte logistico per la NATO verso l'Afghanistan”, ha detto ribadendo l'opposizione di principio di Teheran alla presenza in Afghanistan dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti. Broujerdi ha detto che la NATO non ha campo libero per una “presenza permanente” in Afghanistan e dovrebbe procurarsi una strategia d'uscita, giacché la sua presenza produrrebbe solo “ulteriore estremismo e terrorismo”.

Teheran sta anche dando una mano alla Russia: la sua ferma posizione giunge in un momento in cui, dopo aver garantito alle forze NATO le rotte di transito verso l'Afghanistan, la Russia ha cominciato a discutere del trasporto di attrezzature militari dell'alleanza. Lo scorso martedì a Mosca i ministri della difesa di Russia e Germania hanno discusso del transito di forniture ed equipaggiamenti militari per il contingente tedesco in Afghanistan attraverso la Russia, anche su rotaia.

Di primo acchito le posizioni di Iran e Russia sono in contraddizione, ed è questo a renderle sospette. Il punto è che Mosca e Teheran hanno un alto livello di intesa sulla situazione afghana, ed è improbabile che possano permettere alle contraddizioni di emergere proprio ora che la guerra in Afghanistan attraversa una fase critica. Anzi, l'Iran sta aiutando indirettamente la Russia rifiutandosi di concedere alla NATO rotte di transito. Una rotta di transito iraniana avrebbe ridotto in misura significativa la crescente dipendenza dei paesi NATO dal corridoio settentrionale, che attraversa il territorio russo.

Da parte sua, però, Mosca ha tutte le ragioni per incoraggiare la NATO a diventare sempre più dipendente dal corridoio settentrionale. Questa cooperazione costituisce già un fattore significativo nei complicati rapporti della Russia con la NATO. Le grandi potenze europee come la Germania adesso contrasteranno ogni iniziativa della NATO che possa provocare la Russia, come l'allargamento dell'alleanza o la questione del sistema di difesa antimissile statunitense.

Abbiamo dunque un curioso paradigma: di certo non può esserci alcun compromesso USA-Russia sull'Iran, ma un'intesa Russia-Iran sulle rotte di transito verso l'Afghanistan permette a Mosca di sfruttare la dipendenza della NATO dal corridoio settentrionale, il che a sua volta costringe l'alleanza a essere sensibile agli interessi e alle preoccupazioni della Russia in tema di sicurezza e apre la strada a un maggiore ruolo della Russia nella stabilizzazione dell'Afghanistan. E questo a sua volta sta bene all'Iran.

Come ha ben riassunto il Ministro degli Esteri russo martedì scorso, Mosca è favorevole a una “collaborazione pratica e realistica” con la NATO, e “ la lotta al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al narcotraffico e ad altre minacce e la cooperazione sull'Afghanistan possono essere efficaci solo se tutti i paesi dell'area euro-atlantica uniranno le forze”. L'incontro Lavrov-Clinton di venerdì a Ginevra ha prospettato esattamente questo.

Secondo Lavrov, la Russia e gli Stati Uniti adesso considerano come un “obiettivo comune” la stabilizzazione della situazione afghana. Inoltre i due paesi sono interessati alla “cooperazione pratica”. In terzo luogo, svilupperanno “nuove aree di cooperazione” sul problema afghano. In quarto luogo, hanno concordato un compromesso virtuale: Washington “agevolerà il buon esito” della conferenza sull'Afghanistan che si terrà a Mosca il 27 marzo sotto gli auspici della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), mentre Mosca “agevolerà lo svolgimento” di una conferenza simile sull'Afghanistan su iniziativa degli Stati Uniti, che si svolgerà il 31 marzo all'Aia.

Il compromesso USA-Russia sulle conferenze sull'Afghanistan sembra garantire che le due iniziative non siano in contrasto. La conferenza di Mosca si incentrerà sulle “minacce della droga e del terrorismo che hanno origine in Afghanistan”, mentre la conferenza voluta dagli Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite si proporrà l'intento più ampio di stabilizzare l'Afghanistan. Essenzialmente gli Stati Uniti hanno rinunciato a opporsi con le unghie e con i denti alla conferenza della SCO a Mosca, mentre la Russia accetta di contenere l'ambito delle questioni trattate in modo da non rendere la vita difficile alla strategia afghana di Obama.

D'altro canto, la Russia è riuscita a imporsi come partner chiave degli Stati Uniti in Afghanistan, grazie alla cooperazione offerta alla NATO sulle rotte di transito. E inoltre il corridoio settentrionale pone la Russia nella condizione di chiedere una contropartita: che si ponga fine all'allargamento della NATO e al posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti.

E infine la Russia torna in grande stile in Afghanistan dopo un'assenza di due decenni. Gli impulsi apparentemente contraddittori della politica russa – se Mosca sia interessata alla riuscita, al fallimento o allo stallo della guerra guidata dagli Stati Uniti – potrebbero semplicemente dissiparsi. A quanto pare, la Russia potrebbe non avere alcun problema se la NATO riuscisse a evitare una sconfitta in Afghanistan.

Originale: The trade-off season begins on Afghanistan

Articolo originale pubblicato l'11/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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martedì, marzo 10, 2009

Avigdor Lieberman, un profilo del prossimo Ministro degli Esteri di Israele

Avigdor Lieberman, un profilo del prossimo Ministro degli Esteri di Israele

PALESTINE MONITOR

Tradotto da Manuela Vittorelli

Prima del febbraio 2009

Attualmente Avigdor Lieberman è un tema caldo per il mondo politico.

Alle ultime elezioni israeliane di febbraio il suo partito Israel Beitein è diventato il terzo partito, facendo di lui il grande artefice, colui che aveva facoltà di decidere chi sarebbe stato prossimo Primo Ministro di Israele: Livni o Netanyahu. Ha scelto Netanyahu.

L'ironia, però, è che Lieberman non sogna di diventare il potere che sta dietro il trono, vuole il trono.

È nato a Kišinëv, in Unione Sovietica (ora Moldova) nel 1958, e ha ricevuto il nome di Evet Lvovich Lieberman. Ha studiato all'istituto d'agraria locale e ha lavorato come buttafuori in un locale notturno e come speaker a Baku (la capitale dell'Azerbaigian) prima di trasferirsi con i suoi genitori in Israele nel 1978.

Lì ha svolto il servizio militare nell'esercito come caporale e si è laureato in scienze sociali all'Università ebraica. È stato proprio durante il periodo degli studi a Gerusalemme che è cominciata la sua carriera politica.

Tra il 1983 e il 1988 ha contribuito alla fondazione del Forum Sionista per l'Ebraismo Sovietico, ed è stato anche membro del Consiglio della Corporazione Economica di Gerusalemme e segretario della sezione di Gerusalemme del Histadrut Ovdim Le’umit (“sindacato nazionale dei lavoratori”).

Dal 1993 al 1997 Lieberman è stato Direttore Generale prima del partito Likud e poi nell'ufficio del Primo Ministro, durante il mandato di Benjamin Netanyahu. Nel 1999 ha fondato il partito Israel Beiteinu, e in quello stesso anno è stato eletto alla Knesset.

Negli anni ha ricoperto gli incarichi di Ministro delle Infrastrutture, Ministro dei Trasporti, Vice Primo Ministro e infine, nel 2006, di Ministro degli Affari Strategici, ruolo incentrato sulla “minaccia strategica dell'Iran”.

Il processo di pace

Secondo Lieberman, il processo (o i processi) di pace si basano su tre presupposti falsi;

- che il conflitto israelo-palestinese sia la principale causa di instabilità nel Medio Oriente
Dice Lieberman: “in realtà le tensioni all'interno del mondo musulmano costituiscono il 95-98% di tutti i problemi del Medio Oriente. La guerra Iran-Iraq e le guerre civili in Libano, Yemen, Tunisia e Algeria sono responsabili del 98% delle vittime in Medio Oriente, e il conflitto israelo-palesinese è responsabile solo del 2%”.

- che il conflitto è territoriale e non ideologico
Dice Lieberman: “Si tratta dei nostri valori e delle nostre idee, e fa parte di uno scontro mondiale tra l'Occidente o il mondo libero e il mondo radicale islamico. Israele rappresenta il mondo libero, e l'Autorità Palestinese e Hamas rappresentano il mondo radicale islamico”.

- che la creazione di uno Stato palestinese basato sui confini del 1967 porrà fine al conflitto
Dice Lieberman: “la soluzione migliore è la separazione, come nei Balcani. Il modello migliore è Cipro: prima del 1974, greci e turchi vivevano insieme e c'erano attriti e terrorismo. Dopo la separazione in territori greco e turco non abbiamo visto un accordo di pace, ma c'è sicurezza. Nella nostra regione può realizzarsi la stessa cosa”.

Politiche razziste

Il controverso programma di Lieberman contiene due idee che discriminano i cittadini arabi palestinesi di Israele con leggi speciali e segregazioniste.

- La prima stabilirebbe un “giuramento di lealtà”, che impone di giurare fedeltà a Israele come Stato ebraico. Il rifiuto di farlo potrebbe condurre alla revoca della cittadinanza o di alcuni diritti di questi cittadini all'interno di Israele.

- La seconda tiene conto della necessità di creare un'entità palestinese di qualche tipo, anche solo ridesignando a formare questa nuova entità quelle parti di Israele in cui gli arabi costituiscono la maggioranza.

Questa nuova forma di pulizia etnica preserva la maggioranza ebraica di Israele, spogliandola però della pretesa di essere una democrazia che assicura pari diritti a tutti i suoi cittadini.

Politiche di divisione

Nel febbraio del 2007 Lieberman ha detto degli arabi israeliani: “vogliono godere di tutti i vantaggi dell'Israele moderno, ma d'altro canto vogliono distruggerci dall'interno”.

Nel 2009 ha affermato che “Israele è sotto un doppio attacco terroristico, dall'interno e dall'esterno. E il terrorismo dall'interno è sempre più pericoloso del terrorismo dall'esterno”.

Quest'uomo è giunto a dire pubblicamente alla Knesset nel novembre 2006 che i parlamentari arabi dovevano essere impiccati come collaborazionisti, a causa della loro opposizione alle politiche del governo. “La seconda guerra mondiale si è conclusa con il processo di Norimberga. I capi del regime nazista, insieme ai loro collaboratori, furono giustiziati. Spero che questo sarà il destino dei collaborazionisti”.

La retorica di Lieberman

Nel marzo del 2002, dopo vari attacchi palestinesi contro israeliani, furono citate le seguenti parole di Lieberman: “Non esiterei a spedire l'esercito israeliano in tutta l'Area A (l'area della Cisgiordania teoricamente controllata dall'Autorità Palestinese) per 48 ore. Per distruggere le fondamenta di tutte le infrastrutture militari dell'autorità e tutti gli edifici della polizia, gli arsenali, tutte le postazioni delle forze di sicurezza... non lasciare in piedi una sola pietra. Distruggere tutto”. Suggerì inoltre al governo israeliano che l'aviazione bombardasse sistematicamente tutti i centri commerciali, i distributori di benzina e le banche nei territori occupati.

Nel luglio del 2003 Ariel Sharon si impegnò con gli Stati Uniti a concedere l'amnistia a 350 detenuti rinchiusi nelle carceri israeliane. Lieberman, che all'epoca era Ministro dei Trasporti, reagì rifiutandosi di partecipare al relativo comitato e disse: “Se possibile sarebbe meglio annegare questi prigionieri nel Mar Morto, dato che è il punto più basso del mondo” e aggiunse che li avrebbe portati lì volentieri lui stesso.

Nel gennaio del 2009, durante il massacro israeliano a Gaza, Lieberman ha detto che Israele “deve continuare a combattere Hamas come fecero gli Stati Uniti con i giapponesi nella seconda guerra mondiale”, riferendosi evidentemente all'olocausto nucleare. Sempre a gennaio, parlando del recente massacro di Gaza, Lieberman ha detto, “i soldati hanno avuto successo, ma i politici hanno fallito. Non hanno permesso all'esercito di completare l'operazione”.

La linea principale

Lieberman è stato accusato molte volte di essere un fascista, un razzista e un fazioso. I media e i politici israeliani sono divisi al proposito. Alcuni hanno descritto Lieberman come contaminato da “dichiarazioni razziste che pregiudicano il carattere democratico di Israele”. Molti hanno apertamente espresso il timore che il profilo politico di Lieberman possa riflettersi sull'immagine di Israele all'estero. Un membro anonimo del partito israeliano Meretz ha detto di lui nel febbraio del 2009:
“Se ti piaceva Mussolini, se ti mancava Stalin, amerai Lieberman”.

Affermazioni come queste hanno spaventato sia Lieberman che il Primo Ministro entrante Netanyahu, che hanno messo in atto una ben programmata e coordinata “offensiva di fascino” di Lieberman all'estero. Sta cercando di presentarsi come un pragmatista cui i media non hanno reso giustizia, e di dimostrare che tutte quelle dichiarazioni bellicose erano solo parole che non diventeranno mai realtà.

Ha già smorzato i toni sul “giuramento di lealtà” e si è spinto anche oltre annunciando di essere pronto a lasciare la propria casa nell'insediamento illegale di Nokdim, in Cisgiordania, se venisse creato uno Stato palestinese.

Dopo aver guidato un partito con un programma contrario ai negoziati, a quest'uomo ci sono voluti pochi giorni per imporre al suo elettorato un cambiamento a 180 gradi. Questo suggerisce che Lieberman è più un opportunista che un ideologo fazioso: disposto a incitare alla paura e alla rabbia per tornaconto politico per poi cercare di gettare acqua sul fuoco una volta in carica.

Sarà il tempo a dirci quale delle tendenze di Lieberman si rivelerà più distruttiva...

Originale: Avigdor Lieberman: A Profile of Israel's Next Foreign Minister

Articolo originale pubblicato il 5/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, marzo 09, 2009

Sergei Roy su crisi economica russa, governo e opposizione

[Le analisi di Roy - scrittore, traduttore, filologo e analista politico, nonché un cosiddetto "democratico della prima ondata" - sulla situazione politica ed sociale russa, con particolare attenzione per le pecche e i limiti dell'"opposizione" amata più a Ovest che in patria, meritano sempre una lettura attenta.]

Déjà vu in arancione
di Sergei Roy

tradotto da Manuela Vittorelli


Circa quattro anni fa in Russia ci fu un po' di tensione sociale. Michail Zurabov, allora ministro della salute e dello sviluppo sociale, mise in atto una riforma che colpì i pensionati sostituendo le agevolazioni (come i farmaci gratis) con il loro equivalente in denaro. Questi sussidi però si rivelarono tutt'altro che equi e non portarono vantaggi a nessuno, tranne – come notarono duramente alcuni – che alle compagnie private controllate dallo stesso Zurabov, che non si prese nemmeno la briga di smentire le accuse.

Alcuni pensionati allora scesero in piazza per protestare, ma le manifestazioni furono molto modeste e si limitarono alle grandi città per poi smorzarsi quando il governo reagì con efficacia, per quanto goffamente. Per appianare i divari e placare i perdenti fu versato altro denaro. Molti pensionati delle aree rurali, che non avevano mai goduto di alcuni dei cosiddetti sussidi che conoscevano solo vagamente – soggiorni gratuiti in case di vacanza di lusso, viaggi in autobus gratuiti (in luoghi in cui gli autobus erano inesistenti), chiamate telefoniche gratuite (dove telefoni non ce n'erano, né gratis né d'altro tipo), ecc. – accolsero questi contributi come una manna inattesa. Infine, Michail Zurabov, il terzo politico russo più odiato (dopo Čubais e Gajdar), fu sbattuto fuori dal governo, e questo placò decisamente la rabbia dei pensionati. La tensione era acqua passata, non interessava più a nessuno con l'eccezione di qualche occasionale analista.

Per me l'aspetto più interessante di quell'episodio fu il seguente. Mentre i manifestanti facevano appello alla dirigenza – leggasi Putin – perché rimediasse all'ingiustizia che era stata inflitta loro da un membro odiato del governo, certe forze in questo paese e altrove non vedevano l'ora di usare le proteste per rovesciare il “regime di Putin”. Sergej Kurginjan, un regista teatrale divenuto esperto di scienze politiche, disse allora di sapere per certo che i manifestanti di Chimki, la città satellite di Mosca, erano ben pagati per la loro “azione spontanea” da fautori che preferivano rimanere nell'ombra.

L'identità di quei fautori non era però un segreto. Gli oligarchi, che si erano arricchiti oscenamente negli anni di El'cin insieme ai politici e ai burocrati al loro servizio, si vedevano allora pestare i calli dai siloviki di Putin. E ovviamente speravano di cavalcare le proteste sociali e arrecare quanti più danni possibili al “regime di Putin”, se non rovesciarlo del tutto.

Ricorderete che era il tempo delle “rivoluzioni colorate”, in particolare della “rivoluzione arancione” in Ucraina. Boris Nemcov, capo della pro-oligarchica Unione delle Forze di Destra, si annodò al collo una sciarpa arancione e si pavoneggiò nei panni di consulente del Presidente ucraino “arancione” Juščenko, alimentando in molti oligarchi la speranza che le fiamme arancione potessero estendersi anche alla Russia. I media meglio pagati non risparmiarono questi pii desideri, in quei giorni.

E non solo in Russia. In quell'anno di proteste, il Carnegie Endowment for International Peace (Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale) pubblicò il suo Policy Brief n. 41 intitolato “Putin’s Decline and America’s Response,” (“Il declino di Putin e la risposta dell'America”) di Anders Eslund (Aslund). In quel documento Aslund sognava una “sollevazione popolare attraverso l'intensificazione delle proteste spontanee” di una popolazione russa “straordinariamente irritata” e “ispirata dalle recenti rivoluzioni in Ucraina e nella Repubblica del Kirghizistan”. Tra le fantasie di Aslund c'era anche un colpo di stato anti-Putin: “nella cerchia del KGB di Putin, Putin non è considerato il leader... i potenti che lo circondano potrebbero complottare contro di lui”. E Aslund scriveva anche molto altro, sempre con questo tono di rancida insensatezza.

Be', sono passati quattro anni e Putin è ancora alla guida della Russia, in tandem con Dmitrij Medvedev, il presidente da lui scelto, mentre Anders Aslund, sospetto, starà ancora prevedendo la caduta di Putin – tanto più che la Russia attualmente assiste a tensioni sociali più forti di allora, perché le proporzioni della crisi che ci sta colpendo sono infinitamente maggiori della calcolata idiozia di Zurabov.

Tuttavia secondo me le crisi del 2005 e del 2009 sono identiche almeno sotto un aspetto. In questi giorni, come allora, le masse colpite dalla disoccupazione e dalla paura del crollo della qualità della vita fanno affidamento su Putin, Medvedev e sul “regime” in generale perché le guidino in questi tempi difficili, mantengano la stabilità politica e soprattutto quel minimo di prosperità economica che erano giunte a dare per scontate negli otto anni di Putin. Dall'altro lato, i “detrattori del Cremlino”, l'“Altra Russia”, i falliti degli anni Novanta e gli “arancioni” di tutte le tonalità stanno nuovamente sperando di usare lo scontento delle masse – organizzato da quegli stessi “arancioni” – per gettare il paese nello scompiglio politico e tentare di impossessarsi del potere nel caos successivo.

Un altro aspetto comune è che le principali critiche degli “arancioni” sono ancora una volta dirette a Vladimir Putin, allora presidente e oggi premier. Putin ha gestito male l'attuale crisi economica, dunque deve dimettersi o essere estromesso dal Presidente Medvedev, ecco il loro attuale tema ricorrente.

La rivista Kommersant-Vlast’ (n. 6, febbraio 2009) ha chiesto a una decina di personaggi pubblici “Medvedev licenzierà Putin?” e ha pubblicato le loro risposte; in prevalenza negative, ma alcune erano positive e molto rivelatrici. Il tema è allora stato entusiasticamente ripreso da quel letterato e importante rappresentante della Scuola delle Chiacchiere Politiche che è Dmitrij Bykov nella rivista Sobesednik (n. 7, Febbraio 2009). A ciò si aggiungano i tanti articoli – prodotti da un prolifico artigianato analitico – che in Russia e all'estero si sono messi a cercare o piuttosto inventare di sana pianta divisioni tra il premier “autoritario” e il presidente “liberale”.

Tra gli “arancioni” che hanno risposto alla domanda del Kommersant' vorrei ricordarne giusto un paio. Uno è Boris Nemcov, che sventolava quella stessa sciarpa arancione del 2004-2005 e insisteva che liberarsi di Putin è la cosa più facile che ci sia: “Basta trovare il dattilografo che scriva il decreto”. Niente da dire, si rabbrividisce al pensiero che uomini di questo calibro intellettuale vengano visti in alcuni ambienti come i rappresentanti del liberalismo russo. L'altro è Nikolaj Zlobin dello US Defense Information Center (Centro di Informazione sulla Difesa), che pare essere un degno erede di Anders Aslund e ha affermato compiaciuto: “È ora di cominciare a pensarci”.

Be', i signori Nemcov, Zlobin e i loro simili possono pensare e dire ciò che vogliono. Ritengo che il Presidente Medvedev non sia un idiota, e tanto meno un perfetto idiota. Indipendentemente da come la pensa sulla gestione di quella che viene eufemisticamente definita “flessione economica”, certamente si rende conto che deporre un premier che guida il partito di maggioranza in parlamento e nel paese (si vedano i risultati delle elezioni del 1° marzo) è leggermente suicida. Nella migliore delle ipotesi, porterebbe alla situazione da operetta dell'Ucraina, dove il premier e il presidente si insultano pubblicamente, il Parlamento (la Rada) si compiace a sua volta delle risse verbali e non disdegna le zuffe. Nella peggiore delle ipotesi... Per uno che si è gingillato con le Molotov in due colpi di stato negli allegri anni Novanta, il solo pensiero di quel “peggio” è insopportabile.

È questo il problema degli “arancioni” – Nemcov, Hakamada, Kas'janov, Berezovskij, Kasparov e i tanti altri appoggiati dalle forze russofobe occidentali che li considerano l'unica vera opposizione al Cremlino: vogliono una sollevazione politica in un momento in cui solo una struttura politica stabile, per quanto insoddisfacente, può controllare il caos economico che sta infuriando. Aggiungere l'instabilità politica a quella economica è la ricetta perfetta per portare la Russia all'autodistruzione. Ma a loro che importa? Peggio per la Russia, meglio per loro. Di fatto, solo il crollo economico e la sollevazione politica possono offrire loro una possibilità di riguadagnare il potere, il prestigio e la prosperità che avevano prima che Putin e i suoi li mettessero da parte.

Permettete che mi esprima nei termini più crudi possibili: chiunque adesso chieda le dimissioni di Putin, o dipinga fantasiosi scenari di improbabili macchinazioni politiche di Putin o Medvedev, è un nemico della Russia, oppure dovrebbe farsi curare. Tutto qui.

Parlando per me, sono stato estremamente critico nei confronti della politica economica e, in certi casi, sociale di Putin. Ho definito la sua affermazione “la Russia è una superpotenza energetica” come esempio di politichese in un momento in cui il petrolio costava 140 dollari al barile. Di recente mi sono concentrato sugli aspetti più comici della gestione della crisi economica da parte del governo Putin (si veda il mio “Crisis as Circus”, “La crisi come circo”). Tuttavia, anche mentre scrivevo questa presa in giro, ero perfettamente consapevole del fatto che è facile fare i cinici con questi strafalcioni. Ma cosa avreste fatto al posto loro, considerato il clima oligarchico-burocratico e le endemiche deficienze dell'economia russa?

In fin dei conti questa economia non è dissimile da quella del Brasile di qualche anno fa, quando il suo benessere dipendeva solo da un prodotto, il caffè. Il mondo si mette a bere più tè e meno caffè e l'economia del Brasile va a pezzi, ecco com'era. Nel nostro caso si tratta delle materie prime – petrolio, gas, metalli, legname – che sono state il pilastro della nostra economia non solo sotto Putin o El'cin, ma da molto prima. Anche con tanta buona volontà, ci vorranno decenni per cambiare questa situazione, e se qualcuno dice che questa crisi è il momento migliore per avviare il cambiamento permettetemi di dubitare della sua saggezza.

Insomma: cosa farei al posto di Putin adesso? Sarebbe difficile resistere all'impulso di dare un bel calcio nel sedere al Ministro delle Finanze Kudrin, non fosse che per la sua commovente fiducia negli omologhi di Fanny Mae e Freddy Mac. Ma chi metterei al suo posto? Un altro membro del dipartimento economico dell'attuale governo? Ma farebbe le stesse mosse di Kudrin, forse con minore scaltrezza. O – non sia mai – il comunista Sergej Glaz'ev? Economista brillante, non c'è dubbio, ma vorrebbe sicuramente tentare qualcosa di rivoluzionario, i comunisti hanno questa tendenza... No, grazie, magari un'altra volta.

Naturalmente c'è l'onnipresente Boris Nemcov che ora parla di negoziati segreti con il Presidente Medvedev per estromettere il premier Putin. Se questa fosse una tragedia di Goethe, a questo punto una Voce dal Cielo si metterebbe a sghignazzare: Boris Nemcov era stato cacciato dal suo posto di vice premier, circa dieci anni fa, proprio dal defunto e non troppo compianto Boris El'cin, e il paese non riuscì comunque a evitare il default...

No, preferisco lasciare questi problemi all'attuale duumvirato e oppormi strenuamente a qualsiasi tentativo di rimpiazzarlo. Con la penna o una molotov o quello che serve.

Originale: Déjà vu in Orange

Articolo originale pubblicato il 6/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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