sabato, settembre 19, 2009

Il missile di Obama

Obama sgancia un missile

di M. K. Bhadrakumar

All'ottavo mese di una presidenza che va apparentemente indebolendosi, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha colpito ancora. Si sta ripetendo uno schema ricorrente nella sua carriera politica. La sua decisione di giovedì di revocare i piani del predecessore George W. Bush per la costruzione di uno scudo antimissile nel cuore dell'Europa affacciato sui confini occidentali della Russia potrà apparire giustificabile ma è comunque un notevole rovesciamento della politica statunitense in materia di sicurezza nazionale.

Avrebbe dovuto trattarsi di un sistema di difesa missilistica basato su una tecnologia non ancora collaudata, finanziato con soldi che l'America non poteva permettersi di sperperare e concepito per contrastare una minaccia che probabilmente non esiste. Ma la difesa antimissile è un'ossessione repubblicana che risale a Ronald Reagan e al sistema delle “Guerre Stellari”. I repubblicani non demorderanno né verranno meno, e procederanno fino alla fine. Combatteranno sui mari e sugli oceani, nell'aria, sulle spiagge e nei luoghi di sbarco, sulle colline e non si arrenderanno mai. Attaccheranno Obama per aver ceduto al ricatto russo.

Obama ha aperto un altro fronte proprio mentre la riforma sanitaria è sulla graticola e la sua amministrazione fatica a gestire la guerra in Afghanistan. Forse può ricavare un certo capitale finanziario e diplomatico dall'abbandono del piano di difesa antimissile. Lo scudo antimissile avrebbe dovuto essere sviluppato a un costo enorme, e Obama può usare altrove quel denaro. Il piano era il pomo della discordia con la Russia, e ora Obama può rilanciare i colloqui con Mosca per la riduzione degli armamenti nucleari e perfino contare sul fatto che il Cremlino non ponga il veto a una nuova ondata di sanzioni contro l'Iran nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non saranno solo l'Europa Centrale e l'Ucraina e la Georgia a guardare con ansia crescente alle implicazioni di ciò che Obama ha fatto, ma anche l'Iran. La decisione del presidente americano poggia sulla considerazione che la minaccia rappresentata dall'Iran riguardi attualmente i missili a medio e breve raggio e possa essere meglio contrastata riconfigurando un sistema di missili SM-3, più piccoli e basati su tecnologie collaudate ed economiche, che posso essere impiegati già nel 2011 usando il sistema Aegis basato a mare.

Questo approccio riveduto e corretto prevede che le minacce future vengano affrontate gradualmente e di pari passo con l'evoluzione delle tecnologie, mentre attualmente gli Stati Uniti sono in grado di contrastare qualsiasi minaccia più rapidamente rispetto al programma precedente.

È significativo che Obama abbia concluso facendo una proposta a Mosca. “Ora questo approccio è anche coerente con la difesa missilistica della NATO e fornisce occasioni per il proseguimento e il consolidamento della collaborazione internazionale”, ha detto. L'annuncio arriva a meno di una settimana dal previsto incontro “privato” di Obama con la sua controparte russa Dmitrij Medvedev a New York ai margini della sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Analogamente, alla vigilia dell'annuncio di Obama, il nuovo segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha sollecitato un “dialogo aperto e senza precedenti” con la Russia per ridurre le tensioni in Europa in fatto di sicurezza e per affrontare le minacce comuni. Ha rivelato che alcuni rappresentanti della NATO si sarebbero recati a Mosca per conoscere le idee del Cremlino su come la NATO dovrebbe evolvere strategicamente nel lungo periodo.

“Dovremmo dialogare con la Russia e ascoltare le posizioni russe”, ha detto. Ha sottolineato la necessità di una “conversazione aperta e franca [con Mosca] che crei una nuova atmosfera” e conduca a un “vero partenariato strategico” in cui l'Alleanza e la Russia possano collaborare su questioni come l'Afghanistan, il terrorismo e la pirateria.

Ha concluso Rasmussen: “La Russia dovrebbe capire che la NATO è qui e che la NATO è un quadro di riferimento per le nostre relazioni transatlantiche. Ma noi dovremo anche tenere conto del fatto che la Russia ha legittime preoccupazioni in materia di sicurezza”. Ha dichiarato che la NATO è pronta a discutere la proposta di Medvedev relativa a una nuova architettura della sicurezza in Europa. Rasmussen si era appena recato in visita a Washington.

Il Ministero degli Esteri russo non ha tardato a rispondere all'annuncio di Obama sulla difesa antimissile. “Un simile sviluppo sarebbe in linea con gli interessi delle nostre relazioni con gli Stati Uniti”, ha detto un portavoce. Poi ha escluso che dietro la decisione statunitense vi sia un qualche tipo di quid pro quo. Ha detto che un grande patto di scambio con gli Stati Uniti non sarebbe stato “coerente né con la nostra politica [russa] né con il nostro approccio alla risoluzione dei problemi con le altre nazioni, indipendentemente da quanto siano sensibili o complessi”.

Resta però il fatto che la decisione di Obama, se dà un impulso significativo alle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, mette anche sotto pressione il Cremlino. I colloqui del “5+1” [1] con l'Iran sul programma nucleare di quest'ultimo entreranno in una nuova fase il prossimo 1° ottobre. La grande domanda è se quando la situazione si farà critica Mosca porrà il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il momento cruciale giungerà solo una settimana dopo l'incontro Obama-Medvedev, con il faccia a faccia tra il Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici William Burns e il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Saeed Jalili.

Certo, la posizione russa esposta dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov una settimana fa non lasciava spazio a equivoci. Ha messo in chiaro che Mosca non avrebbe appoggiato una nuova ondata di dure sanzioni contro l'Iran e ha respinto la tabella di marcia statunitense per far sì che l'Iran ponga fine al programma di arricchimento dell'uranio.

Lavrov ha dichiarato: “Non credo che queste sanzioni verranno approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite... Loro [l'Iran] hanno bisogno di dialogare alla pari in questi colloqui regionali. L'Iran è un partner che non ha mai in alcun modo fatto del male alla Russia”. Lavrov ha aggiunto che anche l'attesa mossa statunitense di abbandonare i piani di posizionamento di un sistema di difesa antimissile in Europa Orientale non verrebbe vista come una concessione alla Russia, poiché una simile mossa non farebbe che correggere un precedente errore degli Stati Uniti.

Ma in politica una settimana è molto tempo. Quattro giorni dopo le dichiarazioni di Lavrov – e due prima di quelle di Obama – Medvedev ha detto: “Le sanzioni complessivamente non sono molto efficaci, ma talvolta bisogna scegliere la strada delle sanzioni ed è la cosa giusta da fare”. Gli esperti di Russia in Occidente hanno subito perceputo un “sottile cambiamento” nelle posizioni del Cremlino, benché le differenze tra Stati Uniti e Russia sull'Iran siano troppo profonde e fondamentali per essere facilmente accantonate.

La decisione di Obama farà riflettere il teorici cremliniani del multipolarismo. Come ha mitemente osservato Vladimir Štol, esperto di NATO all'Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo, qualsiasi ripensamento statunitense del sistema di difesa antimissile sarebbe probabilmente il risultato di pressioni economiche legate alla crisi globale, e non di un patto politico con la Russia. “Non credo che gli Stati Uniti si ritirerebbero mai del tutto dallo scudo antimissile, perché rientra nei loro interessi sul lungo periodo ed è strettamente legato alla loro strategia in Europa”, ha detto Štol.

A Mosca i realisti noteranno che durante le dichiarazioni di Obama a Washington Dennis Blair, il capo dell'intelligence statunitense, rendeva pubblico l'ultimo National Intelligence Strategy Report, che viene compilato ogni quattro anni. Il documento avvertiva in particolare che la Russia “può continuare a cercare strade per riaffermare potere e influenza complicando gli interessi degli Stati Uniti”.

Martedì la Russia ha firmato con le regioni separatiste della Georgia, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, accordi militari che le permettono di mantenere basi militari in quei territori per i prossimi cinquant'anni. Il quartier militare russo in Abkhazia avrà sede nel porto di Gudauta, sul Mar Nero, e questo farà sì che anche se il regime pro-americano di Kiev imporrà la chiusura di Sebastopoli Mosca sarà in grado di neutralizzare i tentativi statunitensi di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”.

In prospettiva, dunque, Mosca soppeserà attentamente l'“apertura” di Obama. La cartina al tornasole sarà la disponibilità degli Stati Uniti a rinunciare all'allargamento della NATO. L'integrazione dei paesi dell'Europa Orientale nelle strutture euro-atlantiche occidentali contrastava con la promessa fatta al leader sovietico Michail Gorbačëv [di non allargare l'Alleanza agli ex Stati satelliti dell'URSS e all'Europa dell'Est se la nuova Germania unificata fosse entrata nella NATO, N.d.T.] . E poi la Russia non è l'Unione Sovietica, ma i veterani della guerra fredda non riescono a capirlo. Il concetto di sovranità nazionale di Mosca e il fatto che rivendichi interessi speciali nello spazio post-sovietico suscitano a Ovest sentimenti negativi.

Mosca non vede alcuna ragione per accontentarsi del ruolo di socio minoritario, stimando che gli Stati Uniti sono una potenza in declino e che il centro della politica mondiale si sta spostando a est. Inoltre Washington persegue una politica di “dialogo selettivo, contenimento selettivo”. Per l'Afghanistan o l'Iran Washington ha bisogno del sostegno russo, mentre il problema dello spazio post-sovietico resta grave e la Russia si sente esclusa dagli accordi per la sicurezza euro-atlantica in attesa di approvazione, mentre la “smilitarizzazione” delle relazioni tra la Russia e l'Occidente resta una questione ambigua.

La cosa più intelligente che potrà fare Obama sarà inserire la sua decisione sulla difesa antimissile nell'ambito di una serie di iniziative volte a “resettare” le relazioni con la Russia invece di farne una mossa isolata che richiede un quid pro quo sull'Iran. Mosca non farà che valutare la decisione di Obama come un passo pragmatico reso necessario dalla crisi economica degli Stati Uniti. Nel frattempo la Russia collaborerà al rilancio dei colloqui START (Strategic Arms Reduction Treaty) per la riduzione delle armi strategiche o darà una mano agli Stati Uniti in Afghanistan, cosa che è anche nel suo interesse.

Note:
1. Le nazioni del “5+1” sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russa e Cina – più la Germania.

Originale: Obama drops a missile bombshell

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

venerdì, settembre 11, 2009

Enduring Freedom fino al 2050

Enduring Freedom fino al 2050

di Pepe Escobar

And it's one, two, three
what are we fighting for?
Don't ask me, I don't give a damn
next stop is Vietnam*

Country Joe and the Fish, 1969

Dopo otto lunghi anni, ora più che mai l'invasione e la parziale occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti va a pieno ritmo, grazie alla “nuova strategia” del Presidente Barack Obama.

Questa strategia – che secondo il capo del Pentagono Robert Gates “sta funzionando” - prevede che gli Stati Uniti e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) mettano in scena delle mini-Guernica, ispirandosi al bombardamento di Guernica, Spagna, compiuto dagli aerei tedeschi e italiani nel 1937 e rappresentato nel quadro di Pablo Picasso.

Prevede anche che il Generale Stanley McChrystal – ex sicario numero uno del Generale David Petraeus in Iraq – vada all'assalto di Washington per chiedere (serve altro?) altri 45.000 soldati.

Aggiungeteci 52.000 soldati americani e niente meno che l'impressionante cifra di 68.000 mercenari a partire dalla fine di marzo – senza tener conto della NATO – e presto ci saranno più americani a voltolarsi nel pantano afghano di quanti fossero i sovietici al culmine della loro occupazione negli anni Ottanta. In soli 450 giorni le truppe di Enduring Freedom più NATO sono passate da 67.000 a 118.000 unità.

Importa forse che, secondo un sondaggio McClatchy/Ipsos, a quasi otto anni dai bombardamenti della “guerra al terrore” contro i taliban il 54% degli americani pensi che gli Stati Uniti stiano “perdendo” la guerra mentre il 56% è contrario all'invio di altre truppe? Certo che no.

Vogliamo la nostra fetta
L'ultima mini-Guernica è il raid aereo compiuto contro due autocisterne di carburante sequestrate dai taliban e incastrate nel letto di un fiume nei pressi di un mercato nel distretto di Ali Abad, nella provincia di Kunduz. Il raid è stato ordinato da un minus habens, un incapace colonnello tedesco, sotto la bandiera della NATO, ed è ora degenerato in una caustica guerra verbale tra Washington e Berlino.

La “missione” della NATO in Afghanistan è estremamente impopolare in Germania. Secondo gli abitanti di Kunduz, il raid aereo NATO ha ucciso più di 100 civili; secondo la NATO non più di 25; e tutto questo continuando a dire che prima di colpire ci si era accertati che nell'area non si trovassero civili. Lo scenario di questa mini-Guernica è lo stesso di Herat nell'agosto del 2008 e di Farah nel maggio del 2009.

Niente di tutto questo rallenta la marcia inarrestabile di Gates/Mullen/McChrystal – il trio superstar del Pentagono ossessionato dall'idea di sfruttare un'escalation in stile Vietnam della sedicente “guerra necessaria” di Obama, il cui obiettivo finale, secondo il super-inviato Richard Holbrooke, è del genere “sapremo riconoscerlo quando lo vedremo”.

Per quanto riguarda la United States Agency for International Development, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, si è appena “scoperto” che i taliban – come racket di protezione – si prendono una parte degli aiuti allo sviluppo internazionale che si riversano in Afghanistan. Ma quella fetta impallidisce se confrontata con le somme che il governo di Hamid Karzai e dei signori della guerra suoi compari distraggono dalle casse dell'Unione Europea sotto la supervisione delle Nazioni Unite – con una baldoria dopo l'altra in nome della “ricostruzione afghana” (Tokyo 2002, Berlino 2004, Londra 2006, Parigi 2008).

Forse non quanto gli americani, ma anche i contribuenti europei vengono derubati. In un fantastico post sul blog italiano byebyeunclesam, Giancarlo Chetoni spiega come l'Afghanistan stia costando ai contribuenti italiani 1000 euro (1433 dollari) al minuto, o 525,6 milioni di euro all'anno, per “liberare il paese dal terrorismo e dalle droghe”. Il surrealismo è la regola. È rimasta famosa la decisione dell'Italia di destinare 52 milioni di euro alla “riforma del sistema giudiziario dell’Afghanistan”, quando in Italia “sono attualmente pendenti 3,5 milioni di processi penali e 5,4 milioni di processi civili”. Nei prossimi quattro anni l'Italia praticamente raddoppierà il suo contingente, che passerà dagli attuali 3250 militari a più di 6000.

Il nuovo segretario generale della NATO, il danese Anders Rasmussen amico dell'ex presidente George W. Bush, ha cercato di spiegare la nuova “strategia” agli scettici europei usando un “natese” pirotecnico. Ma la vera trama di questa tragicommedia senza fine non viene mai svelata. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO faranno – e spenderanno – tutto quello che serve per piazzare le loro basi militari sulla soglia della Russia e della Cina e – lo sa Allah – riportare in carreggiata il Trans-Afghan Pipeline.

Dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l'amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi. L'ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l'Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40. Potete contare sul fatto che nel 2050 i taliban – “cattivi”, in forma e immuni al surriscaldamento globale – combatteranno ancora contro Enduring Freedom.

* E uno, due, tre
ma si combatte perché?
Frega niente, non chiederlo a me
prossima fermata Vietnam

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Originale da: Enduring Freedom until 2050

Articolo originale pubblicato l'8/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8638&lg=it

giovedì, settembre 10, 2009

L'articolo di Jonathan Cook sul traffico d'organi israeliano e la sua corrispondenza con il Guardian

Il patologo dimenticato da Aftonbladet

di Jonathan Cook

L'agitazione delle autorità israeliane [1] per un articolo pubblicato lo scorso mese da un giornale svedese [2] che suggeriva la complicità dell'esercito israeliano nel furto di organi palestinesi ha distolto l'attenzione dalle inquietanti accuse lanciate dalle famiglie palestinesi, accuse su cui si fondava l'assunto centrale dell'articolo.

I timori dei familiari che ai loro congiunti, uccisi dall'esercito israeliano, fossero stati sottratti degli organi durante autopsie non autorizzate eseguite in Israele sono stati messi in ombra dagli attacchi contro il giornalista Donald Boström, il giornale Aftonbladet e il popolo e il governo svedesi, accusati di riproporre in chiave moderna l'“oltraggio del sangue” [i racconti infamanti, diffusi nel Medioevo e ampiamente confutati, secondo i quali gli ebrei uccidevano per poi usare il sangue delle vittime a scopi rituali, N.d.T.]

Non ho idea se questa storia sia vera. Come la maggioranza dei giornalisti che lavorano in Israele e in Palestina, avevo già sentito queste voci. Prima che Boström scrivesse il suo articolo nessun giornalista occidentale, per quanto ne so, aveva deciso di indagare sulla vicenda. Dopo tanti anni, la convinzione dei giornalisti era che vi fossero ben poche speranze di trovare le prove, a meno che non si riesumassero letteralmente i corpi. Non c'è dubbio che siano stati scoraggiati anche dall'inevitabile accusa di antisemitismo che questo genere di articoli è destinato ad attirarsi.

Ciò che rende sorprendente questa storia è che le famiglie coinvolte non siano mai state ascoltate alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, durante la prima intifada, epoca alla quale risale la maggior parte di queste notizie, e si vedano ancora oggi negare il diritto di esprimere le loro preoccupazioni.

La suscettibilità di Israele alle accuse di furto d'organi – o “prelievo”, come molti osservatori definiscono timidamente la pratica – sembra avere la meglio sulle sincere preoccupazioni delle famiglie riguardo possibili abusi compiuti sui loro cari.

Boström è stato molto criticato per le deboli prove che ha fornito a sostegno della sua incendiaria storia. Di certo c'è molto da criticare nel modo in cui l'articolo è stato presentato dal giornalista e dalla sua testata.

Ma soprattutto Boström e l'Aftonbladet si sono esposti alle accuse di antisemitismo – almeno da parte di quei rappresentanti della dirigenza israeliana ansiosi di seminare discordia – facendo un grave errore di giudizio.

Hanno intorbidito le acque cercando di tracciare un esile collegamento tra le accuse delle famiglie palestinesi riguardanti un possibile furto d'organi compiuto durante autopsie non autorizzate e un fatto del tutto distinto, cioè la recente notizia dell'arresto di un gruppo di ebrei statunitensi per riciclaggio di denaro sporco e traffico d'organi umani. [3]

Facendo quel collegamento, Boström e l'Aftonbladet suggerivano che il problema del furto di organi persiste, mentre gli esempi forniti risalgono ai primi anni Novanta. Facevano inoltre intendere, intenzionalmente o no, che presunti abusi commessi dall'esercito israeliano potevano essere attribuiti, estrapolando, più in generale agli ebrei.

Il giornalista svedese invece avrebbe dovuto concentrarsi sulla valida questione sollevata dalle famiglie svedesi sul perché l'esercito israeliano, per sua stessa ammissione, avesse portato via i corpi di decine di palestinesi uccisi dai suoi soldati, consentito che su di essi fossero eseguite autopsie senza il consenso delle famiglie e poi restituito i corpi perché fossero seppelliti in cerimonie strettamente sorvegliate.

L'articolo di Boström poneva in evidenza il caso di un palestinese, il diciannovenne Bilal Ahmed Ghanan, del villaggio di Imatin nel nord della Cisgiordania, ucciso nel 1992. L'articolo era accompagnato da una fotografia sconvolgente del corpo ricucito di Bilal. [4]

Boström ha detto ai media israeliani di essere a conoscenza di almeno venti casi di famiglie che sostengono che i corpi dei loro cari sono stati restituiti privi di organi, [5] malgrado non abbia chiarito se alcuni di questi casi risalgano a tempi più recenti.

Boström afferma che nel 1992, l'anno in questione, l'esercito israeliano ammise di avere portato via e sottoposto ad autopsia 69 dei 133 palestinesi morti per cause non naturali. L'esercito non ha smentito questa parte dell'articolo.

Una giustificata domanda posta dai familiari e rilanciata da Boström è: perché l'esercito voleva quelle autopsie? A meno che non si possa dimostrare che intendeva condurre delle indagini su quelle morti – e apparentemente nulla indica che l'abbia fatto – le autopsie erano inutili.

Anzi, erano più che inutili. Erano controproducenti, se ipotizziamo che l'esercito non abbia alcun interesse a raccogliere prove che in futuro potrebbero essere usate per perseguire i suoi soldati per crimini di guerra. Israele ha una lunga esperienza nel mettere a tacere le indagini sulla morte di palestinesi per mano dei suoi soldati, e ha tenuto fede a quell'ignobile tradizione anche all'indomani della recente offensiva di Gaza.

Motivo di preoccupazione ancora maggiore per le famiglie palestinesi è il fatto che più o meno all'epoca in cui i corpi dei loro cari furono portati via dall'esercito per essere sottoposti ad autopsia, l'unico istituto in Israele a eseguire queste autopsie, l'ospedale di Abu Kabir, nei pressi di Tel Aviv, era quasi certamente al centro di un traffico d'organi destinato a fare scandalo in Israele.

È anche inquietante che il dottore che stava dietro il furto di organi umani, il Professor Yehuda Hiss, nominato direttore dell'ospedale di Abu Kabir alla fine degli anni Ottanta, non sia mai stato arrestato malgrado abbia confessato il prelievo illegale d'organi e continui a essere patologo di Stato in quell'istituto.

Hiss era il responsabile delle autopsie sui palestinesi quando Boström nel 1992 raccoglieva le testimonianze delle famiglie. Fu poi indagato due volte, nel 2002 e nel 2005, per furto di organi su vasta scala.

La responsabilità di Hiss nel commercio illegale d’organi fu rivelata per la prima volta nel 2000 dai giornalisti investigativi del quotidiano Yediot Aharonot, i quali scrissero che aveva dei veri e propri “listini dei prezzi” per gli organi e che li vendeva soprattutto alle università e agli istituti di medicina israeliani. [6]

Apparentemente imperterrito nonostante le rivelazioni, Hiss fu trovato ancora in possesso di organi umani a Abu Kabir quando il tribunale israeliano ordinò una perquisizione, nel 2002. L'Israel National News, l'agenzia di stampa nazionale, riferì allora: “Negli ultimi anni, pare che i capi dell'istituto abbiano ceduto alla ricerca migliaia di organi senza autorizzazione, mantenendo un 'magazzino' di organi ad Abu Kabir”. [7]

Hiss non negò il prelievo di organi, ammettendo che appartenevano a soldati uccisi in azione ed erano stati passati alle scuole di medicina e agli ospedali per favorire il progresso della ricerca scientifica. È però comprensibile che le famiglie palestinesi trovino insoddisfacente la spiegazione di Hiss. Se era giunto a non rispettare i desideri della famiglia di un soldato, cosa gli impediva di fare altrettanto con le famiglie palestinesi?

A Hiss fu consentito di continuare a svolgere il suo incarico di direttore di Abu Kabir fino al 2005, quando riemersero le accuse di commercio illegale d'organi. In quel caso Hiss ammise di avere prelevato organi da 125 cadaveri senza autorizzazione. Dopo il patteggiamento, il procuratore generale decise di far cadere le accuse e Hiss fu semplicemente ammonito. [8] Ha continuato a lavorare come capo patologo ad Abu Kabir.

Andrebbe anche notato, come evidenzia Boström, che all'inizio degli anni Novanta Israele soffriva di una grave penuria di donazioni, al punto che Ehud Olmert, all'epoca ministro della sanità, lanciò una campagna pubblica per incoraggiare gli israeliani a farsi avanti.

Questo spiega forse le azioni di Hiss: potrebbe aver cercato di rimediare alla mancanza di organi.

Date le informazioni di cui siamo a conoscenza, dev'esserci almeno un forte sospetto che Hiss abbia prelevato organi senza autorizzazione da alcuni palestinesi sottoposti ad autopsia. La questione, come il possibile ruolo dell'esercito nel fornirgli i cadaveri, va indagata.

Hiss è anche coinvolto in un vecchio e irrisolto scandalo che risale agli anni Cinquanta, quando i figli di ebrei immigrati di recente in Israele dallo Yemen furono adottati da coppie ashkenazite dopo che ai veri genitori fu detto che il loro figlio era morto, solitamente dopo un ricovero ospedaliero.

Dopo un iniziale insabbiamento, i genitori yemeniti continuarono a esigere risposte dallo Stato e costrinsero le autorità a riaprire il caso. [9] Le famiglie palestinesi meritano che venga fatto lo stesso.

Diversamente dai genitori yemeniti, però, le loro possibilità di ottenere delle indagini più o meno trasparenti sembrano del tutto prive di speranza.

Quando le richieste di giustizia dei palestinesi non sono supportate dalle indagini dei giornalisti o dalle proteste della comunità internazionale, Israele può tranquillamente permettersi di ignorarle.

Vale la pena di ricordare al proposito il costante ritornello dei pacifisti israeliani, secondo i quali la brutale, quarantennale occupazione dei palestinesi ha profondamente corrotto la società israeliana.

Quando l'esercito gode di un potere irresponsabile, come facciamo noi e i palestinesi a conoscere il grado di impunità dei soldati in condizioni di occupazione? Quali sono i limiti in vigore che permettono di prevenire gli abusi? E chi li richiama se commettono dei crimini?

E ancora, quando i politici israeliani sono solo capaci di strillare “accusa del sangue” o “antisemitismo” non appena vengono criticati, danneggiando la reputazione di coloro che accusano, quale incentivo hanno ad avviare indagini che possono danneggiare loro o le istituzioni cui sovrintendono? Che motivo hanno di essere onesti quando possono intimidire e costringere al silenzio chi li critica, senza rischiare nulla?

È questo il significato dell'espressione “Il potere corrompe”, e i politici e i soldati israeliani, e almeno un patologo, hanno evidentemente troppo potere, soprattutto sui palestinesi sottoposti a occupazione.


Note:

[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1109437.html

[2] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8390&lg=en

[3] http://www.slate.com/id/2223559/

[4] http://www.aftonbladet.se/kultur/article5652583.ab

[5] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3766093,00.html

[6] http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?artid=1173179

[7] http://www.israelfaxx.com/webarchive/2002/01/2fax0104.html

[8] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/90518

[9] http://www.independent.co.uk/news/world/israel-seeks-lost-children-of-yemen-exodus-1318037.html


Il Guardian dimostra di cosa è capace
Breve corrispondenza con la curatrice della sezione Comment is Free
di Jonathan Cook, 4 settembre 2009

I giornalisti progressisti dei media dominanti si indignano sempre quando si insinua che i loro articoli o le loro considerazioni sono in qualche modo influenzati dalla minaccia di ritorsione da parte dei poteri forti. Nelle facoltà di giornalismo si insegna che nelle democrazie occidentali i giornalisti dei giornali seri cercano la verità e, con l'eccezione di qualche mela marcia, si rifiutano di sottomettersi alle intimidazioni. Israele offre qui l'occasione per fare un interessante riscontro.

In realtà, la paura di essere etichettati antisemiti è per la maggior parte dei giornalisti un potente elemento dissuasivo quando si tratta di criticare aspramente Israele. Israele e i suoi sostenitori sono ben consapevoli del loro potere, e quando i media dominanti si permettono di sollevare questioni che Israele preferirebbe evitare saltano loro addosso dispensando irresponsabilmente l'accusa di antisemitismo. L'orchestrato furore con cui è stato accolto l'articolo del quotidiano svedese Aftonbladet nell'agosto 2009 sul possibile coinvolgimento dell'esercito israeliano nel furto d'organi serviva proprio a ricordare agli altri media di non fare lo stesso errore.

La vera lezione che i giornalisti dovevano imparare dalla disputa sull'articolo del giornale svedese era che, quando si scrive con toni critici di Israele, bisogna essere certi di esaminare approfonditamente l'argomento, avere prove certe e non spingere le argomentazioni oltre i limiti di ciò che è ragionevolmente possibile arguire. Si tratta di principi che dovrebbero guidare tutti i giornalisti (e che in questo caso Aftonbladet ha trascurato di rispettare), anche se sono requisiti più impegnativi di quelli che ci si aspetta scrivendo della maggior parte degli altri paesi. Basti pensare, per esempio, quanto i giornalisti occidentali esiterebbero a seguire una storia che coinvolgesse lo Stato venezuelano nel traffico d'organi di contadini, perfino se Hugo Chavez esprimesse la propria furibonda indignazione al proposito.

Purtroppo, però, la vera lezione del caso Aftonbladet, quella apparentemente diretta ai nostri media e da essi assimilata, è di stare zitti su temi capaci di far infuriare Israele.

Una settimana dopo aver sottoposto un articolo di commento alla storia di Aftonbladet alla sezione Comment is Free del Guardian, il suo redattore esecutivo Georgina Henry l'ha respinto. Il suo ragionamento, almeno per un ex giornalista del Guardian come me che ha lavorato per molti anni agli esteri, è parso più che strano e non si intonava con i criteri usati abitualmente dal giornale per valutare una notizia o un articolo d'opinione. Brian Whitaker, che aveva ricevuto per primo il pezzo ed è l'ex responsabile per il Medio Oriente, lo aveva chiaramente gradito e mi aveva detto “intendiamo usarlo”. Ma accennando a dei dubbi sul fatto che il suo giudizio si accordasse con quello dei responsabili del sito, mi avvertì che l'argomento era “una patata bollente” e per la decisione si sarebbe dovuto attendere perché “un paio di persone sono in vacanza”.

Sconcertato dalla spiegazione fornita dalla Henry nella sua email di rifiuto, ho avviato una corrispondenza con lei. La sua iniziale disponibilità a rispondere, apparentemente generosa, era in realtà motivata, sospetto, dalla necessità di persuadere me, ex giornalista del Guardian, e se stessa che stava facendo una cosa ragionevole respingendo il mio articolo. La mia educata ma irritante insinuazione che le sue parole implicassero che stava respingendo il pezzo non per ragioni pertinenti ma per paura delle attese ritorsioni, come pure il mio chiederle di spiegarmi quali fatti richiedessero una “verifica indipendente al 100%” (richiesta molto insolita per un articolo d'opinione), l'anno presto portata a chiudere la discussione.

Il carteggio offre, credo, alcune interessanti spunti per comprendere le illusioni di molti dei nostri maggiori giornalisti progressisti, che hanno disperatamente bisogno di credersi, come dicono, impavidi nella loro ricerca della verità.

L'intero carteggio si è svolto in 90 minuti, la sera del 3 settembre.

Georgina Henry: “Desolata per il ritardo della mia risposta. Mi dispiace, ma non lo pubblicherò su Comment is Free – sono riluttante a pubblicare qualcosa che sarebbe meglio trattare come notizia che come commento, che il nostro corrispondente dal Medio Oriente non ha verificato, su un tema sensibile e dibattuto come questo. Come sa, abbiamo anche pubblicato il commento di Seth Freedman sull'articolo del giornale svedese, dunque sul sito c'è già stata tutta una discussione. Spiacente di non poter essere più utile.”

Notate già qui, e in seguito nelle sue email, i riferimenti alla pubblicazione su Comment is Free di un articolo di Seth Freedman sulla questione del furto di organi (che può essere letto qui). Dovrebbe servire da prova decisiva e perentoria del fatto che non ha “paura” della lobby israeliana e di potenziali accuse di antisemitismo. Vuole far capire che lei e Comment is Free hanno preso una decisione coraggiosa pubblicando il pezzo di Freedman – o forse anche solo un articolo sulla questione. Ma obiettivamente per loro era l'alternativa più semplice. Pubblicare l'articolo di un ebreo che vive in Israele e che regolarmente dice di essere stato nell'esercito israeliano, nel quale sta scritto che il pezzo svedese era insensato e un esempio di cattivo giornalismo ma che le accuse di antisemitismo della dirigenza israeliana erano ingiuste e controproducenti, non equivale certo a prendere una decisione audace o coraggiosa.

Jonathan Cook: “Ovviamente la tua posizione è inamovibile, ma le tue spiegazioni mi sembrano molto strane. Nell'articolo di Seth Freedman e nel dibattito tra i lettori di Comment is Free non si è discusso assolutamente delle prove di un possibile coinvolgimento nel furto d'organi palestinesi del Professor Yehuda Hiss [Direttore di Patologia in Israele] – e cioè l'importante contributo a questo dibattito fornito dal mio articolo. E per quanto riguarda l'osservazione che sarebbe stato meglio trattare l'articolo come una notizia, come era possibile? La “notizia” che ricollega a Hiss il furto d'organi è di diversi anni fa (anche se allora fu ampiamente ignorata) e non avrebbe assolutamente interesse per un redattore degli esteri. Inoltre collegare Hiss a quella storia richiede un certo grado di speculazione, anche se informata: e questa, accettabile in un commento, non è certo lo standard delle pagine di cronaca.

“Per quanto riguarda il fatto che si tratta di un tema sensibile e dibattuto, be', la questione è proprio questa, no? Sto cercando di mettere in chiaro il punto del contendere. Per “sensibile” ipotizzo che voglia dire che la suscettibilità di Israele che ci costringe a mantenere chiuso il dibattito l'ha vinta sulla suscettibilità delle famiglie palestinesi che aspettano da due decenni delle risposte su ciò che è accaduto ai loro cari. È sempre stato così”.

Georgina Henry: “È un tema sensibile perché richiede la certezza al 100% da parte nostra che terrà testa a un attento scrutinio. Sarà il primo a convenire che qualsiasi cosa scriva sarà setacciata minuziosamente dai sostenitori di Israele alla ricerca di prove di pregiudizio o antisemitismo. Per questo motivo tutto ciò che riguarda questa storia dovrebbe essere verificato indipendentemente da un giornalista del Guardian e io a Comment is Free non ho le risorse per farlo. Posso, come ho detto, metterla in contatto con Rory McCarthy, il nostro corrispondente a Gerusalemme, attraverso la redazione degli esteri.

“La prego di non saltare ad altre conclusioni come i peggiori complottisti che affollano i commenti agli articoli su I[sraele]/P[alestina] che pubblichiamo. Non penso proprio che possa accusare il Guardian o Comment is free di sottrarsi agli argomenti controversi”.

Di fatto, potrei davvero fare quest'accusa, ma teniamocela per un'altra volta e continuiamo a ragionare. È interessante che ora Henry sembri suggerire che sta facendo tutto questo per me, visto che ciò che scrivo sarà sottoposto a scrutinio dai sostenitori di Israele. Perché è più preoccupata per la mia reputazione di quanto lo sia io? Inoltre, i suoi commenti suggeriscono ancora una volta che le sue argomentazioni siano dettate dalla paura delle conseguenze.

Jonathan Cook: “A proposito del fatto che sarei sottoposto ad attento scrutinio, è per questo che ho incluso i link agli articoli pubblicati sui media israeliani. Il coinvolgimento di Yehuda Hiss nel furto d'organi è un fatto inconfutabile, benché all'epoca fosse stato seguito pochissimo dai media. Curiosamente, anche se la notizia venne riferita da Haaretz e altri, l'Israel National News – il servizio di informazione dei coloni – le dedicò massimo spazio perché si riteneva che Hiss avesse violato la santità del corpo ebraico, per quanto riguarda gli ebrei religiosi, avendo prelevato organi da ebrei prima della sepoltura.

“Il motto di Comment is Free è 'I fatti sono sacri, i commenti sono liberi'. Ecco perché mi sono attenuto molto rigidamente ai fatti riportati, facilmente verificabili leggendo i link che rimandano a fonti israeliane, e ho fatto l'ipotesi più prudente possibile: che siano ragionevoli le domande su ciò che è accaduto ai corpi quando sono stati sottoposti ad autopsia; che le famiglie [palestinesi] meritino risposte; ma che non le riceveranno a causa dei rapporti di forza sotto l'occupazione. (A proposito, e non senza ironia, ho anche cercato di dire che spesso noi giornalisti veniamo meno al nostro dovere nei confronti dei palestinesi di indagare sulle loro accuse, in questo e in altri casi, perché siamo più preoccupati per la reazione di Israele che per i loro diritti).

“Inoltre penso che l'allusione a un mio ipotetico complottismo è infondata e fuori luogo. Dal mio punto di vista, quello che succede qui è che Comment is Free sta scegliendo la strada più facile, evitando di finire in una disputa che ha già coinvolto un altro giornale, e scegliendo di distogliere lo sguardo da una questione che riguarda i diritti umani dei palestinesi. Senza dubbio è soprattutto questo il motivo per cui Netanyahu e Lieberman sono saltati addosso ad Aftonbladet ”.

Georgina Henry: “La sua conclusione è sbagliata, in realtà. Se volessi evitare la rissa non avrei pubblicato l'articolo di Seth. Ma non importa: come tanta altra gente con cui ho a che fare attraverso Comment is Free lei si è già fatto un'idea dei miei motivi e non vale la pena di continuare questa corrispondenza.

“La realtà è che su questa storia voglio una verifica indipendente di un giornalista del Guardian su ciò che lei ha scritto, e non ho, a Comment is Free, le risorse per questo. Sono ancora convinta che sia più un tema da affidare agli esteri, dunque contatti il reparto esteri del giornale”.

Così pone fine alla discussione, ma non prima di essersi lavata la coscienza riproponendo il suggerimento che avevo già giudicato impraticabile: riscrivere il pezzo come una notizia di cronaca. Anche l'argomento della verifica è un falso pretesto.

Jonathan Cook: “Non mi sono fatto un'idea: me l'ha detto lei. Questo articolo sarà sottoposto ad attento scrutinio (a causa della lobby israeliana e delle sue intimidazioni) e dunque lei ha bisogno di applicare un certo standard – una verifica indipendente al 100% – prima di pubblicare il mio commento sulla questione. Se questi standard venissero applicati ad altri temi su Comment is Free, sul sito non verrebbe pubblicato niente. Si può fare solo una ragionevole deduzione dalle sue affermazioni: che lei pensa che questa sia una materia troppo spinosa. Se riesce a offrirmi un'altra interpretazione ragionevole sarò lieto di ascoltarla.

“Avrebbe invece potuto dirmi quali fatti necessitavano di verifica malgrado i link ad affermate fonti israeliane che ho fornito. In tal caso avrei potuto vedere se fosse possibile fornire prove soddisfacenti. Il fatto è che sto cercando io stesso di capire quale sia il problema. È su tutti i media israeliani la notizia che Hiss ha confessato il furto d'organi su vastissima scala, e che era il patologo di Abu Kabir negli anni Novanta. L'esercito ha ammesso con Aftonbladet, e nessuno ha detto il contrario in tutta la controversia su questa storia, le molte autopsie effettuate sui palestinesi all'inizio degli anni Novanta. È ampiamente riferito dai media israeliani che tutte queste autopsie venivano effettuate ad Abu Kabir, dove Hiss era patologo (Rory può confermarglielo in un minuto). Tutto il resto è costituito da educate e informate ipotesi e opinioni, che per definizione non possono essere verificate.

“Bisognerebbe inoltre osservare che, anche a proposito dei 'fatti' inclusi in questo articolo, non è necessario che siano dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio. Mi baso su notizie credibili fornite da fondate fonti israeliani su quello che è accaduto in un'indagine di polizia. (Il genere di prove che i giornalisti del Guardian usano ogni giorno per scrivere le loro notizie, peraltro.) Nel caso altamente improbabile che qualcuna di queste notizie risulti dopo tanti anni errata, questo non danneggerebbe né la mia reputazione né quella di Comment is Free. Comunque avremmo espresso un'argomentazione ragionevole – che le plausibili accuse delle famiglie necessitano di essere investigate – basata in buona fede sulle prove credibili a disposizione.

“Il mio problema con la sua risposta è che lei applica un'irragionevole soglia di dimostrabilità alla questione, una soglia che un articolo di commento non potrebbe mai raggiungere”.

Henry non ha più risposto. Paradossalmente, poco tempo dopo, Forward, il giornale dell'establishment ebraico americano, ha pubblicato un articolo che conferma tutti i fatti che secondo Henry necessitavano di verifica.

Originale da: CounterPunch e l'autore

Articoli originali pubblicati il 4/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Per ulteriori approfondimenti:
Il prelievo di organi di Israele: una nuova "accusa del sangue"?, di Alison Weir

venerdì, settembre 04, 2009

Sangue di spie nell'Hindu Kush

Sangue di spie nell'Hindu Kush

di M. K. Bhadrakumar

Come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, l'omicidio del Dottor Abdullah Laghmani, il vice capo del Direttorato Nazionale per la Sicurezza dell'Afghanistan, era una morte annunciata. Ma la feroce brutalità dell'assassinio, messo in atto mercoledì scorso nel sacro mese del Ramadan da un terrorista suicida davanti a una moschea nella città di Mehtarlam nell'Afghanistan orientale, rivela un'ostilità viscerale non facilmente comprensibile.

Un sedicente portavoce taliban ha rivendicato l'attentato: “Lo cercavamo da molto tempo, oggi ce l'abbiamo fatta”. Gli analisti si affretteranno di certo a sottolineare che l'uccisione di Laghmani dimostra la crescente “sofisticatezza” delle operazioni dei taliban. Di fatto Laghmani era un personaggio ben protetto nel cuore del sanctum sanctorum della struttura di potere di Kabul. È stato violato il primo cerchio dell'establishment della sicurezza afghana. L'operazione è stata contrassegnata da una grande professionalità.

Ma è la vicenda è complicato. In momenti critici dell'evoluzione del movimento taliban una mano invisibile ha spesso fatto ricorso all'assassinio per sgombrare il cammino o rovesciare la situazione a proprio favore. La cronaca è agghiacciante: l'Ayatollah Mazari, la massima autorità religiosa sciita dell'Afghanistan (1994); Mohammad Najibullah, presidente dell'Afghanistan (1996); Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord che si opponeva ai taliban (2001); Haji Abdul Qadir, altro membro dell'Alleanza del Nord (2002). L'elenco sembra essere infinito. “Il mobile dito scrive; e, dopo aver scritto, continua a muoversi... ” [1]

L'Inter-Services Intelligence (ISI), cioè i servizi segreti pakistani, seguivano Laghmani da una decina d'anni. È raro che un organo di intelligence elegga un singolo individuo proprio nemico mortale e lo avverta pubblicamente. L'ISI aveva concesso a Laghmani quel raro onore apertamente e più di una volta.

Potendo tornare indietro nel tempo a sbirciare negli organi di intelligence dell'Alleanza del Nord durante la resistenza anti-taliban nella seconda metà degli anni Novanta, si scoprirebbe che, nascosto nell'ombra, Laghmani era un agente straordinariamente brillante.

Di etnia pashtun, aveva una profonda conoscenza della cultura politica del movimento taliban e della mentalità dei suoi capi dell'ISI, dono inestimabile per l'Alleanza del Nord. Il Pakistan aveva avuto un'avvisaglia di ciò che Laghmani era in grado di fare quando nel luglio del 2008 scoprì il legame tra i terroristi suicidi che avevano attaccato l'Ambasciata indiana a Kabul e l'ISI facendo risalire un telefono cellulare trovato tra le macerie a un intermediario di Kabul che era in diretto contatto telefonico con un funzionario dei servizi pakistani a Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del Nord-Ovest del Pakistan.
Aveva dato parecchio filo da torcere all'ISI soprattutto nella sua regione natale, l'Afghanistan orientale, data la complessità della situazione dovuta a fattori come la tradizionale incapacità dei taliban di mettere radici profonde tra le tribù Ghilzai, la presenza della rete di Jalaluddin Haqqani e al-Qaeda e la perdurante influenza di Gulbuddin Hekmatyar e del suo Hezb-e Islami.

Insomma, Laghmani non è una figura facilmente rimpiazzabile per i servizi segreti di Kabul dominati dai tagiki, sia per la sua conoscenza enciclopedica degli allineamenti tribali pashtun e delle segrete manovre dei taliban e dell'ISI, sia per le sue capacità operative.

La scelta dei tempi è significativa. Laghmani è stato un importante alleato del Presidente Hamid Karzai. Il Pakistan ha deciso di ostentare indifferenza per l'esito delle elezioni presidenziali afghane, ma l'ansia sotterranea è tangibile. Tanto più che si sta profilando la possibilità che Karzai conquisti un altro mandato quinquennale.
Adesso tutto si impernia sullo sforzo americano di imbrigliare Karzai facendo in modo che i principali contendenti accettino di formare una sorta di governo nazionale e di includere dei tecnici tra i ministri. Ma Karzai potrebbe benissimo respingere questa proposta. Karzai ha assaggiato l'indipendenza e potrebbe cominciare a gradirla.

Per citare Ahmed Rashid, l'informato autore pakistano che fornisce i propri consigli al Pentagono, “Karzai, naturalmente, sta dimostrando sempre più la sua indipendenza dagli americani e non vuole essere visto in alcun modo come un agente dell'Occidente”.

Con l'equilibrio dei poteri che va formandosi a Kabul, l'ISI deve prepararsi al ritorno di Mohammed Fahim – il capo di Laghmani, comandante dei servizi segreti dell'Alleanza del Nord nonché ex ministro della difesa – ai vertici del governo di Karzai come primo vice presidente. È una situazione difficile. Oggi in Afghanistan non c'è nessuno con l'esperienza di Fahim nelle operazioni militari e di intelligence.

Il Pakistan è riuscito a far sì che gli Stati Uniti premessero su Karzai perché nel 2005 rimuovesse Fahim dal potente incarico di ministro della difesa destinandolo all'oblio politico. (Anche gli Stati Uniti avevano probabilmente il loro tornaconto geopolitico.) Adesso il Pakistan deve affrontare lo spettro di Fahim, che per così dire risorge dalle ceneri come una fenice più potente che mai. Contro Fahim si è scatenata un'enorme campagna mediatica fin da quando è stato presentato come candidato alla vicepresidenza. Non meraviglia che susciti forti sentimenti partigiani. Ma per la costernazione dei suoi detrattori Karzai rimane saldo al suo posto.

Bisogna sapere che Fahim era il mentore di Laghmani. Anzi, il tandem Fahim-Laghmani avrebbe messo sulla graticola i taliban e l'ISI dal primo giorno della nuova presidenza Karzai. Fahim, con la sua vasta esperienza operativa è capacissimo di dare battagli all'ISI, e Laghmani sarebbe stato un “moltiplicatore di forza” per lui nelle regioni pashtun. In agosto c'è stato già un attentato contro Fahim, e l'omicidio di Laghmani va certamente inteso come un avvertimento.

A prima vista il Pakistan non dovrebbe avere niente da temere da una presidenza Karzai. Karzai ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a lavorare per una transizione politica che accolga i taliban come gruppo afghano, purché si astenga dalla violenza. Ma nello schema di Karzai la riconciliazione con i taliban dovrebbe avvenire preferibilmente attraverso un processo di pace inter-afghano e una loya jirga (concilio tribale).

E non c'è alcuna garanzia che gli altri gruppi afghani intendano concedere un ruolo dominante ai taliban. Inoltre l'afghanità del processo politico potrebbe allentare sempre più la morsa dell'ISI sui taliban. Di fatto Laghmani, con la sua impeccabile conoscenza della leadership afghana e degli allineamenti tribali pashtun, avrebbe rappresentato un problema costante per l'ISI se si fosse instaurato un processo di pace inter-afghano.

L'assassinio di Laghmani mette in luce il perdurare delle interferenze in Afghanistan. Nei prossimi tempi potremmo assistere a un'intensificazione di queste interferenze. Il Pakistan, da parte sua, sarà tentato di sfruttare le differenze sorte tra Karzai e Washington.

I pakistani vedono gli americani “soffiare sul collo [di Karzai] più che mai”. Prevedono che nel nome di una crociata contro la corruzione pubblica e a favore della governabilità gli Stati Uniti mireranno all'esclusione di importanti alleati politici di Karzai che appartenevano all'Alleanza del Nord, come Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq, Rashid Dostum e Ismail Khan. Di fatto questi membri della vecchia guardia dell'Alleanza del Nord (“signori della guerra”) rifiuteranno caparbiamente una struttura di potere a Kabul dominata dai taliban.
Dunque, nel mondo oscuro delle spie, il secondo mandato presidenziale di Karzai potrebbe avere un inizio sanguinario. Tutto indica che Laghmani fosse una figura popolare nell'establishment dei servizi afghani; faceva inoltre parte della cerchia più vicina a Karzai. Ci si aspettava che fosse destinato a occupare un posto chiave nel nuovo governo sotto Karzai. Potrebbero essere in molti, a Kabul, a voler vendicare la sua prematura morte.

[1] La Quartina 71 del Rubaiyat del poeta persiano Omar Khayyam (circa 1048-1143) recita:

Il dito in movimento scrive e, avendo scritto, avanza:
né tutta la tua Pietà né il tuo Ingegno
lo indurranno a cancellare mezza Riga,
né tutte le tue lacrime laveranno via una sola Parola.


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Originale: Spooks spill blood in the Hindu Kush

Articolo pubblicato il 3/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 03, 2009

Pepe Escobar sul Nuovo Grande Gioco in America Latina e l'esportabilità del "Piano Colombia"

L'“arco di instabilità” degli Stati Uniti non fa che ampliarsi

di Pepe Escobar

Il Nuovo Grande Gioco non si concentra solo sullo scontro tra gli Stati Uniti e gli antagonisti strategici Russia e Cina, con il Pipelineistan a fare da elemento determinante.

La dottrina del dominio ad ampio spettro impone il controllo di quello che il Pentagono ha battezzato “arco di instabilità” dal Corno d'Africa alla Cina occidentale. In prima pagina qui c'è l'ex “guerra globale al terrore”, ora “operazioni d'emergenza oltremare” sotto la gestione dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto la logica basilare resta quella del divide et impera. Per quanto riguarda il dividere, Pechino lo definirebbe, senza traccia di ironia, “scissionismo”. Scissionismo in Iraq – bloccando l'accesso della Cina al petrolio iracheno. Scissionismo in Pakistan – con un Belucistan indipendente che impedisca alla Cina di accedere al porto strategico di Gwadar. Scissionismo in Afghanistan – con un Pashtunistan indipendente che permetta la costruzione del Trans-Afghanistan Pipeline, oleodotto che aggirerebbe il territorio russo. Scissionismo in Iran – finanziando la sovversione nel Khuzestan e nel Sistan-Belucistan. E, perché no, scissionismo in Bolivia (il tentativo risale all'anno scorso) a vantaggio dei colossi energetici statunitensi. Chiamatelo modello (scissionista) Kosovo.

Il Kosovo, a proposito, è noto come la Colombia dei Balcani. Quello che Washington chiama “emisfero occidentale” è una sottosezione del Nuovo Grande Gioco. Il legame tra il recente colpo di Stato militare in Honduras, il ritorno dei morti viventi – cioè la resurrezione della Quarta Flotta statunitense nel luglio del 2008 – e ora la sovralimentazione di sette basi militari americane in Colombia non può essere attribuito solo alla continuità tra George W. Bush e Obama. Niente affatto. Tutto questo ha a che fare con la logica interna del Dominio ad Ampio Spettro.

La conquista delle basi
Dodici nazioni sudamericane, sotto l'ombrello dell'Unione delle Nazioni Sudamericane, la scorsa settimana si sono date appuntamento a Bariloche, in Argentina, e dopo un'animata discussione di sette ore sono riuscite solo a sottolineare, alquanto umilmente, che “le truppe straniere non possono costituire una minaccia per la regione”, facendo riferimento alla presenza militare statunitense in Colombia. Almeno il Presidente brasiliano Lula da Silva chiederà a Obama di incontrare i presidenti sudamericani e di rivelare la vera sostanza di questo nuovo patto militare con la Colombia.

La propaganda, naturalmente, ha prevalso. L'influente quotidiano conservatore brasiliano O Globo, che da tutti i punti di vista sembra redatto a Washington, praticamente ha incolpato di tutto il Presidente venezuelano Hugo Chavez.

È istruttivo esaminare il modo in cui vedono la questione alcune delle migliori menti sudamericane. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (il cui libro Le vene aperte dell'America Latina è stato donato a Obama da Chavez al recente summit dell'Organizzazione degli Stati Americani) in un'intervista a un giornale ecuadoregno ha sottolineato come gli Stati Uniti, che hanno trascorso un secolo a fabbricare dittature militari in America Latina, restino a corto di parole quando si verifica un colpo di Stato come quello dell'Honduras.

Per quanto riguarda le basi militari in Colombia, Galeano ha detto che “offendono non solo la dignità collettiva dell'America Latina ma anche la nostra intelligenza”.

Gli Stati Uniti hanno già costruito tre basi militari in Colombia, più una dozzina di stazioni radar. Il governo colombiano porterà il numero delle basi a sette, una delle quali – Palanquero – con accesso aereo a tutto l'emisfero. Sette basi in Colombia è la naturale risposta del Pentagono alla perdita della base di Manta in Ecuador e alla perdita del controllo sul Paraguay, dove governa ora la sinistra. Washington già addestra le forze armate, le forze speciali e la polizia nazionale della Colombia.

La famigerata Scuola delle Americhe con sede a Fort Benning, il campo d'addestramento americano per eccellenza per le dittature militari ultra-repressive, cioè la “Scuola degli Assassini” ribattezzata nel 2001 Western Hemisphere Institute of Security Cooperation, Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza, ha addestrato non solo più di 10.000 colombiani ma anche gli autori del colpo di Stato in Honduras.

L'esperto di scienze politiche argentino Atilio Boron attacca senza pietà; per lui “Pensare che quelle truppe e quei sistemi d'arma si trovino in America Latina per ragioni diverse da quella di assicurare il controllo politico di una regione che gli esperti considerano la più ricca del pianeta in termini di risorse naturali – acqua, energia, biodiversità, minerali, agricoltura, ecc. – sarebbe di una stupidità imperdonabile”.

L'autore e attivista politico americano Noam Chomsky, in un'intervista concessa all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger durante la sua recente visita in Venezuela, ha spiegato come l'“ondata rosa” della sinistra sudamericana stia spaventando così tanto Washington da costringerla a collaborare con governi che solo pochi decenni fa avrebbe deposto sommariamente. Chomsky si riferisce al governo di Joao Goulart in Brasile, che fu rovesciato nel 1964 aprendo la strada, sotto la supervisione degli Stati Uniti, al “primo stato di sicurezza nazionale di stampo neonazista”. La politica di Lula, oggi, non è diversa da quella di Goulart.

Entra in gioco la NATO
La Colombia ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari dal Pentagono da quando il presidente Bill Clinton lanciò il Piano Colombia nel lontano... 2000. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe governa su una terra ammaliante infestata di paramilitari e di omicidi extragiudiziali – decine di contadini e di sindacalisti uccisi a sangue freddo. Ma a Washington lo elogiano come un eroe dei diritti umani.

Non è magnifico? In un documento dei servizi segreti del Pentagono che risale al 1991 ed è ora di pubblico dominio, l'allora senatore Alvaro Uribe Velez viene descritto come “dedito alla collaborazione con il cartello di Medellin ad alti livelli governativi”. Il documento evidenzia che Uribe “ha lavorato con il cartello di Medellin ed è amico intimo di Pablo Escobar Gaviria”, l'archetipico e ora defunto signore della droga colombiano. Non c'è da meravigliarsi che Uribe abbia sempre combattuto ferocemente ogni possibile forma di trattato di estradizione.

Boron definisce Uribe “il Cavallo di Troia dell'impero”. È questo Cavallo di Troia che permette di presentare come “guerra alla droga” quella che di fatto è un'operazione di controinsurrezione. Inutile dire che la Colombia resta il fornitore numero uno di cocaina degli Stati Uniti, Piano Colombia o no.

La controinsurrezione è anche in gran parte diretta contro il venezuelano Chavez (chi se non lui), che nei suoi tanti momenti di disinvolta sincerità non fa mistero di “conoscere molto bene Uribe e anche la sua psicologia”. Eva Golinger, autrice di un essenziale libro sulla strategia complessiva di Washington, Bush vs Chavez: Washington's war on Venezuela (Bush contro Chavez: la guerra di Washington al Venezuela), ha detto a Russia Today che “Il vero obiettivo del Piano Colombia non è affrontare direttamente la guerra alle droghe”; è piuttosto il “controllo delle risorse naturali e delle risorse strategiche”.

Ben al di là del Venezuela, qui si tratta della militarizzazione delle Ande e oltre. La Colombia è effettivamente il Cavallo di Troia con il compito di presidiare praticamente tutto il Sudamerica, per non parlare dell'America Centrale, adesso che l'egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti si va riducendo a vista d'occhio.

La bellezza del Piano Colombia è la sua versatilità: può essere applicato dall'AfPak al Messico. Pochi sanno che nell'aprile del 2007 l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, William Wood, fu mandato in Afghanistan a mettere in atto... un Piano Colombia, cioè controinsurrezione mascherata da lotta alle droghe. La Colombia è uno specchio dell'Afghanistan, e viceversa. Inutile dire che l'Afghanistan della controinsurrezione – ora sotto il tacco supremo dell'ex organizzatore degli squadroni della morte in Iraq per conto del Generale Petraeus, il Generale Stanley McChrystal – produce ancora più del 90% dell'oppio mondiale.

Ed è qui che inevitabilmente entra in gioco la NATO. L'unica parte del mondo in cui la NATO non è attiva è il... Sudamerica. Pochi inoltre sanno che alcuni mesi fa il capo del Comando Sud del Pentagono, l'Ammiraglio James Stavridis, è diventato il comandante supremo della NATO. Tre degli ultimi cinque comandanti supremi della NATO – Stavridis, Bantz Craddock e Wesley Clark – venivano proprio dal Comando Sud, aggiungendo un ulteriore significato alla tetra espressione “Scuola delle Americhe”.

Non meraviglia che a metà luglio a Cuba il Presidente boliviano Evo Morales abbia detto di ritenere “sulla base di informazioni affidabili che l'impero, attraverso il Comando Sud degli Stati Uniti, abbia fatto il golpe in Honduras”. E tutto questo mentre non solo il Messico e l'Argentina – ma anche il Brasile e l'Ecuador – si accingono a legalizzare gli stupefacenti.

Guerra alla droga? Va bene per i titoli di prima pagina. Pare piuttosto che il Pentagono si sia messo all'opera, come dice Galeano, per insultare l'intelligenza dell'America Latina per molto tempo a venire.

Originale: US 'arc of instability' just gets bigger

Articolo originale pubblicato il 2/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, settembre 02, 2009

Mogli, maghi e le elezioni afghane

Le elezioni afghane sotto l'influsso di mogli e maghi

di M. K. Bhadrakumar

Il dottor Abdullah Abdullah, il “volto moderno” dell'Afghanistan, è un raro prodotto finito uscito dal jihad degli anni Ottanta: un mujahid attraente, ben vestito e anglofono capace di portare evocativamente nei salotti occidentali il pericolo e l'eccitazione dell'Hindu Kush.

Il capo dell'Alleanza del Nord assassinato nel 2001, Ahmad Shah Massoud, non avrebbe mai rinunciato a lui, suo portavoce ed esperto di pubbliche relazioni. Chiunque stringa le morbide mani di Abdullah si accorge subito che non ha mai toccato un kalashnikov, anche se di certo parlerebbe con grande slancio della vita e dei tempi dei mujaheddin. Tutto ciò pone Abdullah in una posizione unica per vantare un pedigree da mujahid pur evitando di essere etichettato come un “signore della guerra”.

Attualmente non c'è un mujahid che sappia meglio di lui promuovere la campagna degli Stati Uniti contro il Presidente Hamid Karzai. Se Abdullah riesce nell'intento di disgregare l'alleanza tra Karzai e i “signori della guerra” mujaheddin e costringe l'ostinato presidente a un ballottaggio, per lui sarà senz'altro un gran momento.

Abdullah ha però una gatta da pelare. Karzai, che è noto tra gli afghani come il “mago” per l'abilità con cui sa mettere politicamente fuori gioco i suoi avversari, non abdicherà. Con i risultati attuali, basati sullo spoglio del 35% dei voti, l'Associated Press dà Karzai in testa con il 46,2% e Abdullah al 31,4%. Karzai deve ottenere più della metà dei voti per evitare il ballottaggio.

Con il passare dei giorni il testa a testa appare sempre più confuso. Il risultato – che si saprà solo quando verranno resi noti i dati definitivi, il 17 settembre – è destinare a lasciare dietro di sé molte macerie.

'Le mogli di Bush'
Per ora chi ride ultimo è Karzai. Contrariamente alla prognosi degli esperti statunitensi, i quali avevano previsto che le elezioni presidenziali avrebbero acuito il divario etnico afghano e che l'elezione di Karzai avrebbe prodotto un “contraccolpo” nelle aree a maggioranza pashtun, non è accaduto niente di simile. I pashtun hanno respinto Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale nonché favorito degli americani.

Nonostante Ghani sia un ahmadzai di sangue blu, cioè appartenga a una delle maggiori tribù dell'Afghanistan orientale, i risultati della provincia di Nangarhar dimostrano che i pashtun non lo gradiscono, banché probabilmente esista anche un sentimento pashtun anti-Karzai in attesa di scatenarsi. In altre parole, gli americani hanno giocato la carta dei pashtun e non ha funzionato.

Adesso gli Stati Uniti saranno costretti a infilare Ghani nella struttura di potere di un regime guidato da Abdullah. Ma una mossa chirurgica di questo tipo necessita di un ballottaggio, e Karzai si sta avvicinando alla vittoria.

Ciò che ha complicato il piano statunitense è che il “mago” se l'è cavata meglio di quanto Washington avesse previsto nelle regioni non-pashtun in cui si pensava che Abdullah avesse un “vantaggio” in virtù del suo essere per metà tagiko. Karzai ha colto letteralmente di sorpresa Washington facendo tornare dalla Turchia Rashid Dostum giusto in tempo per raccogliere il suo 10% di voti uzbeki, che si sono dimostrati decisivi per Karzai. (Dostum ha poi fatto ritorno in Turchia, affinché gli Stati Uniti non possano usare la sua presenza per infamare Karzai.)

Inoltre il “mago” ha colpito nel segno quando ha reclutato il capo tagiko Mohammed Fahim e il leader hazara sciita Karim Khalili come candidati alla vicepresidenza. I risultati che giungono dalle province settentrionali e centrali (Takhar, Badakhshan, Kunduz, Baghlan, Balkh, Jowzjan, Sar-e-Pol, Bamyan, Parwan e Kabul) indicano che Abdullah è indietro del 10% rispetto a Karzai. Il risultato di Abdullah è stato eccellente solo nella provincia natale di Panjshir, dove si è assicurato l'87% del voto, e nella vicina provincia di Parwan, dove ha preso il 63%.

Il mandato di Karzai va visto nella sua qualità interetnica; anche Abdullah ha messo in campo un candidato di etnia hazara, Charagh Ali Charagh, e un pashtun, Humayoon Wasefi. È evidente che Fahim ha raccolto molti volti tra i tagiki per Karzai, mentre Khalili e Mohammed Mohaqiq gli hanno portato i voti hazara, così come Dostum ha portato i voti uzbeki. (Nelle elezioni del 2004 Dostum si candidò e prese l'11%.)

Tutto sommato la ragnatela di alleanze di Karzai con i “signori della guerra” delle province del nord, del nord-ovest e del centro non rappresentava un problema per Abdullah. Quello che ha mandato all'aria i piani degli Stati Uniti, evidentemente, è stato sopravvalutare la “base pashtun” di Ghani e la “base tagika” di Abdullah. Nella squadra del rappresentante speciale per l'AfPak Richard Holbrooke dovrebbero rotolare un po' di teste.

Gli Stati Uniti sbagliavano a pensare che con i suoi trascorsi nella Banca Mondiale Ghani si sarebbe rivelato irresistibile per i pashtun. Al contrario, i pashtun non amano gli afghani ricchi che si allontanano per far carriera nelle capitali occidentali, e in ogni caso respingono chiunque considerino imposto da Washington.

Jeffrey Stern, il cui dispaccio da Jalalabad è apparso sulla rivista Slate, ha scritto:


La sua [di Ghani] reputazione come accademico, tecnocrate e riformatore è ottima, ma la sua fama internazionale contribuisce a una storia personale che gli afghani sono portati inevitabilmente a respingere. In un paese che è stato un trampolino di lancio per gli imperi e una scacchiera per gli interessi stranieri, i politici con legami all'estero vengono guardati con sospetto. Per le strade di Kabul ho variamente sentito liquidare Ghani perché “non afghano”; “straniero”; e, più caritatevolmente, “un intellettuale, sì, ma non presidenziale”. Il suo congedo in Occidente lo ha automaticamente relegato al purgatorio politico che gli afghani descrivono in modo pittoresco come Zana-e-Bush, letteralmente “mogli di Bush”; o sag-shuyan, “lavacani”, per gli incarichi umili che di sicuro toccano alle classi privilegiate all'estero.

Abdullah, da parte sua, ha sfruttato efficacemente il suo legame con Massoud (“Leone del Panjshir”), ma tutto qui. Abdullah non ha offerto alcun programma, né i suoi trascorsi dimostrano che può fare meglio di Karzai o è capace di assicurarsi un mandato unanime per guidare il paese.

Diversamente dal caso di Ghani, tuttavià, l'“afghanità” di Abdullah difficilmente può essere messa in discussione. Ma soprattutto il seguito di Abdullah tra i panjshir è dimostrato. Mohammed Atta, Il “signore della guerra” governatore di Balkh (che è un rivale di Dostum) appoggia Abdullah. Dunque se in qualche modo tutti i voti “anti-Karzai” si aggregano attorno a lui, e se si riesce a tenere lontano Dostum, non tutto è perduto e Abdullah può ancora dare del filo da torcere a Karzai al secondo turno.

Almeno questo è ciò che pensano Holbrooke e la sua squadra. Ma perché questa possibilità si realizzi serve un ballottaggio. Al momento si attendono ancora i risultati dall'Afghanistan occidentale e meridionale. Abdullah se la caverà male in queste regioni. Ismail Khan, il leggendario “signore della guerra” noto come l'“emiro” dell'Afghanistan occidentale, appoggia in tutto e per tutto Karzai. Per quanto riguarda le province meridionali, sono territorio di Karzai. E le tribù di Kandahar sono notoriamente campaniliste.

'Le mogli di Obama'
Non sorprende, dunque, che Washington sia giunta alla conclusione che l'unico modo per impedire la vittoria di Karzai sia contestare il processo elettorale. Washington ha bruscamente preso le distanze da quella che il Presidente Barack Obama ha salutato come “questa storica elezione”. Adesso si mira a denigrare il processo elettorale e a “delegittimare” il risultato. Ogni parola pronunciata da Abdullah serve a preparare il terreno per l'annullamento del risultato elettorale.

Gli Stati Uniti sperano che la cosiddetta Commissione Elettorale per i Reclami (Election Complaints Commission, ECC), che è piena di loro uomini, decida “quanto sia stata sostanziale la frode elettorale”, per citare il New York Times. L'ECC è un organo nominato dalle Nazioni Unite, ma si tratta di una foglia di fico, come nel caso del mandato ONU sotto il quale operano le truppe straniere in Afghanistan. Vista la composizione della ECC, non ignorerà i reclami di Abdullah.

Nelle prossime due settimane potrebbe verificarsi un grave attrito se la Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission, IEC), un organo afghano, dichiarasse vincitore Karzai e l'ECC, dominata dagli Stati Uniti, annullasse il risultato sulla base delle accuse di Abdullah. Gli Stati Uniti mirano a rimpiazzare l'IEC e a condurre il ballottaggio sotto la supervisione della “comunità internazionale” e delle Nazioni Unite: si tornerebbe così al 2004 e si dichiarerebbe poi che in Afghanistan ha vinto la “democrazia”, correggendo i risultati per assicurare la vittoria del tandem Abdullah-Ghani.

Ottima pensata. Il fatto è che l'amministrazione Obama non può tollerare una vittoria di Karzai. Non si sa se Karzai abbia effettivamente dato una strigliata a Holbrooke e quest'ultimo abbia abbandonato il pranzo presidenziale della scorsa settimana a Kabul. Se entrambe le parti hanno diffuso diverse versioni – secondo fonti di Kabul Karzai avrebbe messo Holbrooke al tappeto, mentre Washington ha messo in chiaro che “nessuno ha alzato la voce, nessuno se n'è andato” – ciò che emerge è che le schermaglie amorose Obama-Karzai sono tutt'altro che finite.

Helene Cooper del New York Times ha scritto “Comunque sia andata [durante il pranzo], il clima tra Stati Uniti e Karzai potrebbe essere così avvelenato che l'amministrazione Obama rischia di venire ostacolata qualsiasi direzione prenda”. Il Sunday Times ha commentato che il pranzo “infuocato” “avrebbe fatto precipitare le relazioni americano-afghane a un minimo storico del periodo post-taliban”. Il quotidiano riferiva che Holbrooke mercoledì avrebbe incontrato le sue controparti britannica, francese e tedesca a Parigi, e secondo un anonimo funzionario francese “Holbrooke voleva il ballottaggio per punire Karzai e dimostrargli che il suo potere era limitato”.

Ma il tempo è agli sgoccioli. Il comandante delle operazioni statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, questa settimana dovrebbe riferire a Obama le sue valutazioni sulla situazione afghana. McChrystal sta preparando il terreno per la richiesta di altre truppe. Nel frattempo le perduranti condizioni di stallo politico a Kabul significa che in questa fase cruciale della guerra il governo afghano non è della partita.

Ironicamente, è stato lasciato a Lord “Paddy” Ashdown, che è quasi subentrato a Holbrooke come referente dell'alleanza occidentale a Kabul, il compito di affermare in un'intervista con la BBC, venerdì scorso, che ogni sforzo americano di “delegittimare” le elezioni afghane significa che la “capacità del nostro sforzo di riconquistare le tribù pashtun strappandole ai taliban diminuisce. E probabilmente saranno i taliban a trarne il vantaggio maggiore”. Ha aggiunto Ashdown:

L'essenza del nostro fallimento in Afghanistan, e dobbiamo essere ormai preparati a guardare in faccia il fallimento, non stava nelle inadeguatezze di Karzai. Sta nella nostra totale incapacità nella comunità internazionale di agire insieme e di parlare con una sola voce; di avere un piano chiaro... e un serie chiara di priorità. Se vogliamo esaminare il fallimento in Afghanistan, dobbiamo allora incolpare noi stessi [piuttosto che] il Presidente Karzai.

Karzai continua a sostenere di essere il vincitore di diritto delle elezioni presidenziali afghane e non è disposto a sostenere un ballottaggio per soddisfare le richieste degli americani. E i “signori della guerra” mujaheddin sostengono Karzai. In simili circostanze, se l'amministrazione Obama forza la situazione il grande pericolo è che possa emergere una dinamica politica del tutto nuova, ad aggravare il rischio già concreto di una sollevazione a tutti gli effetti.

Di certo un tandem Abdullah-Ghani non può tenere insieme l'Afghanistan. I due “tecnocrati” potranno essere bravi nei loro settori di competenza, gestione dei media ed economia dello sviluppo. Ma non sono uomini del destino che possano comandare dalle barricate quando il nemico è alle porte. L'amministrazione Obama deve dimostrare di essere così intelligente da cooperare con la strategia di Karzai di coinvolgere i gruppi di potere tradizionali, dato che nessun altro ha oggi la capacità di controllare il sistema afghano e di governare su uno Stato disgregato e nello stesso tempo proseguire la lotta contro al-Qaeda e i taliban.

Tempi pericolosi si profilano all'orizzonte. L'amministrazione Obama dovrebbe sapere che a lasciar fare Holbrooke nel suo intento di “punire” Karzai si avrebbe un presidente afghano che non vale niente. Gli afghani soprannomineranno Abdullah e Ghani Zana-e-Obama, “le mogli di Obama”, e questo come contribuirà alla strategia bellica di McChrystal?

Originale: Wizards and wives drive Afghan election

Articolo originale pubblicatol'1/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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