martedì, novembre 17, 2009

Benvenuto, compagno Maobama

Benvenuto, compagno Maobama

di Pepe Escobar

PECHINO – Caro compagno Maobama,

È un grande onore riceverla qui nella capitale settentrionale del Regno di Mezzo e vederla rendere omaggio al cuore del mondo multipolare del XXI secolo.

Ci scusi se ci discosteremo per un po' dalle sottili regole della diplomazia, ma visto che ammiriamo la sua integrità, la sua onestà e le sue magnifiche doti intellettuali ci permetta di rivolgerci a lei con una certa franchezza.

Innanzitutto, le nostre congratulazioni per il successo sul mercato cinese de Il coraggio della speranza, che ha già venduto 140.000 copie. Ma ci scusi se non potremo crogiolarci nell'ardore delle folle stupefatte e infuse di “coraggio della speranza” come a Berlino, in Ghana, al Cairo, a Londra o a Parigi. Di certo Sasha e Malia sarebbero entusiaste se lei riuscisse a comprare a Houhai per pochi poveri yuan una maglietta commemorativa del compagno Maobama. La casacca e il berretto grigioverdi della Rivoluzione Culturale le donerebbero moltissimo.

Siamo d'altronde molto lieti che lei si sia appena definito “il primo presidente americano del Pacifico”, vantando perfino un fratellastro che risiede nella nostra prosperosissima zona economica speciale, lo Shenzhen.

Notiamo un'interessante convergenza tra “Pacifico” e la nostra dottrina dell'heping jueqi, “ascesa pacifica”. In fondo siamo tutti pacifisti; se conosce la nostra dottrina saprà che spiega chiaramente perché la Cina non rappresenti una “minaccia” per gli Stati Uniti. Dopo tutto, la nostra spesa militare è inferiore del 20% alla vostra, e molto più bassa di quelle di Giappone, India e Russia messi insieme.

Per quanto riguarda la nostra vena pacifista, il Presidente Hu Jintao – con il quale ha avuto una serie di approfondite discussioni – l'ha evidenziata molto chiaramente già durante l'amministrazione del suo predecessore George W. Bush, annunciano i suoi “quattro no” (no all'egemonia; no alla politica della forza; no alla politica dei bocchi; no a una corsa agli armamenti) e i suoi “quattro sì” (sì alla costruzione della fiducia; si all'attenuazione delle difficoltà; sì allo sviluppo della cooperazione; sì a evitare lo scontro).

Abbiamo notato che ha anche scelto di definirci un “partner essenziale” nonché un “competitore”. Sì, siamo molto competitivi. Sta praticamente nel DNA, quando si è stati una grande potenza mondiale per 18 degli ultimi 20 secoli. Se la dottrina della “rassicurazione strategica” elaborata dai vostri think tank significa rispettare anche il nostro spirito competitivo oltre ai nostri usi e principî, di certo per noi non ci sono problemi.

A proposito, siamo estremamente lieti che sabato scorso abbia scelto Tokyo, in Giappone, per rassicurarci sul fatto che “gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina”. Ma ci chiedevamo se i suoi generali – che praticano avidamente la dottrina del dominio ad ampio spettro – la stessero ascoltando.

Caro compagno, ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire subito. Non intendiamo piegarci alle pressioni degli Stati Uniti sulla nostra politica monetaria. Ascolti Liu Mingkang, presidente della Commissione cinese di controllo sulle banche. Nel corso di una conferenza svoltasi qui ha Pechino ha appena spiegato che un dollaro molto debole e tassi di interesse americani molto bassi stanno creando “rischi inevitabili per la ripresa dell'economia globale, soprattutto delle economie emergenti”, e questo “ha un grave impatto sui prezzi degli asset globali e incoraggia la speculazione sui mercati azionari e su quelli immobiliari”. Temiamo che, più che rappresentare soluzione, voi facciate parte del problema. Se le capitasse di incontrare delle persone normali, per le strade di Pechino – oh, le scoccianti regole dei servizi di sicurezza – le chiederebbero perché la Cina debba ascoltare i predicozzi americani quando gli Stati Uniti stampano dollari come pazzi e si aspettano che la Cina gli regga il gioco.

Per quando riguarda la nostra parte del mondo, speriamo che abbia l'occasione di apprezzare la ragionevolezza dei nostri principî economici, dimostrata dalla crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso e da una deflazione moderata, come esposto da Sheng Laiyun, portavoce dell'Ente Nazionale di Statistica. Nel 2009 la nostra economia crescerà dell'8%. Perché? Perché abbiamo trascorso gli ultimi 11 mesi a lavorare 24 ore al giorno, investendo produttivamente nella nostra economia, perfezionando la nostra politica monetaria e lanciando provvedimenti fiscali per sostenere alcuni settori industriali. Prevediamo un boom dei consumi fino al prossimo capodanno cinese, il 14 febbraio 2010. Dunque la nostra priorità è continuare a crescere; poi potremo pensare a svalutare lo yuan.

Caro compagno, siamo certi che si meraviglierebbe della potenza dei nostri tre maggiori settori industriali. È un peccato che non abbia avuto il tempo di visitare il Delta del Fiume delle Perle, la fabbrica del mondo, il nostro centro manifatturiero regno di infinite catene di montaggio. Avrebbe anche potuto dare un'occhiata al Delta dello Yang-Tze – cuore della nostra industria ad alto impiego di capitale e della produzione di automobili, di semiconduttori e di computer. E se solo avesse avuto il tempo di farsi un giro a Zhongguancun, fuori Pechino: la nostra Silicon Valley.

Una semplice occhiata a uno dei nostri quattro enormi complessi info-tecnologici, pieni di piccole imprese e di giovani industriosi, motivati e dall'eccellente formazione, le farebbe capire come la tecnologia sia diventata il nuovo oppio della Cina (senza guerra annessa, come quella impostaci dall'Impero Britannico nell'Ottocento). Ci fa sognare un tempo in cui le innovazioni tecnologiche nasceranno in Cina per poi diffondersi nel mondo. Sì, avremo anche una forza lavoro a buon mercato, ma gran parte di noi ha una forza lavoro straordinariamente motivata, regolamentata da buoni criteri sanitari e scolastici, dotata di un'immensa disciplina e pronta a lavorare senza sosta per il raggiungimento degli obiettivi produttivi.

Caro compagno, passiamo a questioni più controverse. A proposito di quella vostra piccola guerra in Afghanistan. Ormai vi sarete accorti che è stata la Cina a vincere la “guerra al terrore”. E ciò spiega ampiamente perché la Cina sia ora molto più influente degli Stati Uniti in Asia Orientale e in molte altre parti del mondo.

Capirà che finché il Pentagono è tutto impegnato in Asia Occidentale dobbiamo stare molto attenti. Seguiamo attentamente le strategie elaborare dai vostri think tank. Ci diverte soprattutto la strategia del nostro vecchio amico Henry Kissinger, che propone di integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense: in fin dei conti, questo equivale ancora all'egemonia americana. Ci sono altri e ben più preoccupanti aspetti insiti nell'accerchiamento della Cina da parte di un sistema di basi militari e da un'alleanza militare strategica controllata dagli Stati Uniti: di fatto, una nuova guerra fredda. Non possiamo rispettare questa strategia, giacché può solo portare alla frammentazione dell'Asia e del Sud del mondo.

Stia certo che siamo in grado di gestire da soli sia la Corea del Nord che l'Iran, armoniosamente e senza scontri. E per tornare all'Afghanistan, riteniamo che la migliore soluzione dovrebbe essere individuata nell'ambito dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), della quale siamo cofondatori insieme alla Russia. Questo è un problema asiatico – in termini sia di narcotraffico che di fondamentalismo religioso – che andrebbe dibattuto e risolto nella cerchia delle potenze asiatiche.

Caro compagno, si sarà forse accorto che il Consenso di Washington è in tutto e per tutto morto. Ciò che è emerso è quello che potremmo chiamare Consenso di Pechino. La Cina ha dimostrato al Sud del mondo che “esiste un'alternativa”, una “terza via” fatta di sviluppo economico indipendente e di integrazione nell'ordine mondiale. Abbiamo dimostrato che, diversamente dal pacchetto a “taglia unica” del Consenso di Washington, lo sviluppo economico deve essere “locale” in ogni caso. Il nostro amato Piccolo Timoniere Deng Xiaoping l'avrebbe chiamato “sviluppo con caratteristiche locali”.

Abbiamo dimostrato che gli Stati in via di sviluppo del Sud del mondo devono unirsi, e non per sostenere l'unilateralismo statunitense ma per organizzare un nuovo ordine mondiale basato sull'indipendenza economica e al contempo rispettoso delle differenze politiche e culturali. Abbiamo intrapreso la nostra yellow BRIC road e non ci siamo solo noi, Brasile, Russia, India e Cina; ci sono anche tutti gli altri Stati del Sud del mondo. Tuttavia siamo consapevoli che il ricco Nord tenterà sempre di cooptare certi paesi del Sud per ostacolare un cambiamento gerarchico in cui il mondo possa credere, e che è, come forse già sa, incarnato dalla Cina.

Avrà anche capito perché la Cina abbia costantemente battuto le istituzioni economiche e finanziarie controllate dal Nord. Dopo tutto, offriamo ai paesi del Sud del mondo contratti migliori per accedere alle loro risorse naturali. Ci siamo impegnati in vasti e complessi progetti di costruzione delle infrastrutture che finiscono sempre per costare meno della metà rispetto ai prezzi applicati dai paesi del Nord. I nostri prestiti sono finalizzati più attentamente; non sono soggetti a fraintendimenti politici; e non portano con sé tariffe esorbitanti per le consulenze.

Avrà capito che i principali paesi produttori di petrolio hanno dirottato le loro risorse in eccesso verso il Sud. Paesi ricchi di petrolio dell'Asia Occidentale hanno cominciato a investire pesantemente nell'Asia Orientale e Meridionale un po' del surplus che avrebbero normalmente destinato all'Europa e agli Stati Uniti.

Si sarà accorto, compagno, che la contro-rivoluzione monetarista è morta. Dunque la questione ora non è se l'Asia e il Sud del mondo continueranno a usare il dollaro statunitense come valuta di scambio – questo, ovviamente, continuerà per anni. La questione a lungo termine è se continueranno ad affidare i surplus delle loro partite correnti a istituzioni controllate dal Nord, o se lavoreranno piuttosto per l'emancipazione del Sud. I suoi istinti egalitari potranno simpatizzare con quest'ultima soluzione, ma siamo certi che la classe dirigente degli Stati Uniti la contrasterà con le unghie e con i denti.

Ci scusi per quella che può essere vista come impertinenza, compagno. Naturalmente – seguendo la lezione del grande maestro Lao Tzu – siamo anche consapevoli delle nostre mancanze. Sappiamo bene che per un quarto della nostra popolazione di 1,3 miliardi di persone sarebbe un suicidio adottare il sistema di produzione e consumo noto come stile di vita americano. Sappiamo che dobbiamo fare di più per proteggere l'ambiente. Il nostro Piano Quinquennale 2006-2010, per esempio, ha posto come obiettivo una riduzione del 20% del consumo di energia, e la nostra politica industriale ha chiuso quasi 400 sottosettori industriali e ne ha limitati altri 190. Sappiamo bene cosa si rischia se, entro il 2025, non meno di 300 milioni di contadini si trasferiranno nelle nostre città, dove le auto, comprese le vostre Buicks americane, già fanno apparire piccolo il numero di biciclette.

Capiamo anche quante distorsioni siano implicite nella nostra cieca riproduzione del modello di sviluppo occidentale. Per farle un esempio, quando i nostri visitatori vanno al mega-centro commerciale The Place, nel distretto finanziario centrale di Pechino, e guardano il più grande schermo sospeso del mondo – che trasmette immagini generate al computer – si lamentano dello spreco di energia che comporta. È una droga per la quale non abbiamo ancora trovato la cura. Non ne abbiamo mai abbastanza di centri commerciali, e di concessionarie di SUV, di Hummer e di Ferrari a Jinbao Dajie, la strada dello shopping.

Siamo ben consapevoli delle centinaia di scioperi e dei diffusi disordini sociali che si verificano ogni mese e che coinvolgono soprattutto la nuova classe lavoratrice cinese – i giovani migranti interni – che costituisce la spina dorsale della nostra invidiabile industria di esportazione. Negli Stati Uniti non ci crederete, ma naturalmente in Cina esiste un movimento dei lavoratori – non uno, ma molti, spontanei e relativamente poco articolati, estremamente attivi praticamente in tutte le città del paese.

Noi vi prestiamo attenzione, e facciamo il nostro meglio per occuparci delle loro vertenze. Il Presidente Mao metteva sempre in guardia contro il luan – il caos – e niente ci preoccupa più della rivolta sociale nelle aree urbane e rurali. Ecco perché abbiamo mutato la nostra politica, tentanto di correggere le ineguaglianze derivanti dallo sviluppo e varando nuove leggi che offrono maggiori diritti ai lavoratori.

Nello stesso tempo, ricordiamo sempre come le riforme del compagno Deng Xiaoping dovettero occuparsi innanzitutto e soprattutto del settore agricolo. Per questo oggi il Presidente Hu si concentra tanto sullo sviluppo dell'istruzione, della prevenzione sanitaria e dell'assistenza sociale nelle campagne. Ecco come vediamo lo sviluppo di una “società armoniosa”.

Riassumendo, compagno Maobama. Speriamo davvero che lei apprezzi la favolosa anatra alla pechinese in compagnia del compagno Hu Jintao, e che conduca con lui un franco scambio di vedute. E, a proposito, se ha bisogno di un corso accelerato sulla politica cinese, non perda tempo ad ascoltare i suoi think tank: spedisca un diplomatico in un negozio di DVD a comprare una copia (pirata) della Città proibita di Zhang Yimou, con Chow Yun-fat e la nostra splendida Gong Li. Sta tutto lì: il culto della segretezza e della dissimulazione; la logica e la crudeltà dei clan rivali; il senso di tragedia politica; e come, in Cina, la ragion di Stato abbia la meglio su tutto. Certo, in fin dei conti possiamo essere una società violenta, ma è una violenza interiorizzata. Il luan del Presidente Mao è la nostra più profonda paura; temiamo soprattutto il male che possiamo infliggere a noi stessi. Se riusciremo a controllare noi stessi potremo essere un vero Regno di Mezzo, tra cielo e Terra. “Potenza superglobale” è solo senno di poi.

Comunque, come disse il compagno Deng, diventare ricchi è meraviglioso – tanto più quando si diventa il banchiere dell'attuale superpotenza globale. Saremo sempre qui per lei quando ne avrà bisogno. La preghiamo solo di non chiederci di svalutare lo yuan. Possa essere benedetto e condurre una propizia e prospera amministrazione, e possiate lei e la sua famiglia vivere una lunga e fruttuosa vita.

Con deferenza,
La Repubblica Popolare Cinese


Originale: Welcome, comrade Maobama

Articolo originale pubblicato il 16/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9274&lg=it

mercoledì, novembre 11, 2009

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

di Mark Ames


Non voglio addentrarmi troppo nella Tana del Bianconiglio delle stranezze di Fort Hood, dunque mi limiterò a togliermi dallo stomaco un po' di quel fango assurdo messo in giro nei media per confonderci o depistarci. Sembra proprio che sia in corso un insabbiamento, e neanche molto professionale. Ma la cosa triste è che tutta la confusione e le sciocchezze che ci propongono riusciranno probabilmente nell'intento di distogliere l'opinione pubblica da quello che l'esercito non vuole farci sapere sulla strage, di qualsiasi cosa si tratti.

Comunque eccovi la mia lista dei Dodici Esempi di Disinformazione che vanno tenuti d'occhio:

1. Una storia ridicola fabbricata dal londinese Daily Telegraph trasforma Hasan in un vecchio amico dei terroristi dell'11 settembre. Il Telegraph riferisce anche di un misterioso uomo dai lineamenti arabi che avrebbe fatto visita ad Hasan nel suo appartamento due giorni prima della sparatoria, come in un brutto telefilm:

“Era molto insolito perché non veniva mai a trovarlo nessuno. Portava lunghi capelli neri e i baffi, e aveva la carnagione scura.”

Ricordate, questo è lo stesso Daily Telegraph che lo scorso mese ha pubblicato una bufala sulle origini ebraiche del presidente iraniano Ahmadinejad – storia prontamente smascherata come caso di disinformazione. Il Telegraph non è nuovo a questo genere di storie – come l'articolo del 2003 in cui diceva di avere le “prove” che Saddam Hussein aveva addestrato i terroristi dell'11 settembre a Baghdad.

E però funziona: adesso tutti dalla CBS all'Associated Press riprendono la notizia del Telegraph, e secondo la CBS l'FBI sta indagando su questa storia.

2. NPR ha mandato in onda un servizio citando come fonte un anonimo psichiatra del Walter Reed Army Medical Center (un altro anonimo!) che dice di essere un collega di Hasan e lo dipinge praticamente come un terrorista musulmano: Hasan avrebbe dato di matto con i suoi colleghi durante una conferenza che avrebbe dovuto trattare di questioni mediche. Invece, secondo NPR:

Lo psichiatra dice che [Hasan] era molto fiero ed esplicito sul fatto di essere musulmano. E, si è affrettato ad aggiungere lo psichiatra, nessuno ci badava. Ma sembrava quasi aggressivo a proposito del suo essere musulmano, e un giorno ha tenuto una conferenza che ha spaventato molti dottori.
… nell'auditorium entrano decine di medici e c'è uno che sta sul podio e tiene una conferenza su temi accademici, tipo quali farmaci prescrivere per un certo disturbo. Invece lui, Hasan, avrebbe parlato a lungo del Corano, dicendo che se non credi sei condannato all'inferno. Ti tagliano la testa. Ti buttano nella gola olio bollente.

Poi il servizio di NPR diceva che ai colleghi di Hasan al Walter Reed è stato detto di non parlare più con nessuno, soprattutto l'FBI:

ZWERDLING: Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito di Hasan al Walter Reed. Lo psichiatra con cui ho parlato oggi ha detto che era il tipo di persona della quale i colleghi parlavano nei corridoi, dicendo: Pensate che sia un terrorista o solo un tipo strano? E adesso a quanto pare al Walter Reed c'è la regola del silenzio, e tutti hanno ricevuto questa istruzione: Non parlate con nessuno di questa indagine, tranne che con i militari. Non parlate con l'FBI. Perché hanno paura, cosa succede se cominciano a indagare sul fatto che questa gente si è lasciata sfuggire potenziali segnali di avvertimento su questo tizio? Sa, sono ancora speculazioni, ma...
INSKEEP: Come possono non parlare con l'FBI?
ZWERDLING: Be', la nostra collega Dina Temple-Raston l'ha sentito dire dall'FBI, e questo ufficiale dell'esercito mi sta dicendo la stessa cosa dal Walter Reed.
INSKEEP: Bene. Signori, molte grazie. Daniel Zwerdling e Tom Gjelten di NPR. Grazie a entrambi.

No no no, grazie a te, NPR, per non aver dato retta a quell'enorme insegna che urlava MA CHE CAZZO. Anche qui, non dimentichiamo come l'esercito nel 2000 fosse stato scoperto a infiltrare agenti di PSYOPS esperti in propaganda tra i dipendenti della redazione giornalistica di NPR:

Il primo stagista alla NPR lavorò in vari prorfammi di attualità da settembre a novembre 1998. Gli altri due lavorarono per Talk of the Nation, uno da gennaio a febbraio 1999, l'altro da marzo a maggio 1999. NPR e Withington si sono rifiutati di identificare gli stagisti o di permettere che venissero intervistati.
Tutti gli stagisti erano sottufficiali dell'esercito degli Stati Uniti appartenenti al 4° Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg, Carolina del Nord. Il Gruppo Operazioni Psicologiche dissemina apertamente in altri paesi informazioni a sostegno della politica e degli obiettivi statunitensi. Per esempio ha collocato negli aeroporti colombiani dei cartelloni che scoraggiano il narcotraffico. “In termini civili, è come lavorare in un'agenzia pubblicitaria o in una compagnia di pubbliche relazioni,” dice Withington.
L'esercito prese a organizzare gli stage attraverso l'ufficio risorse umane di NPR nel febbraio del 1998, secondo Withington.
Il portavoce di NPR Jess Sarmiento dice che il dipartimento risorse umane, compreso il vice presidente per le risorse umane Kathleen Jackson, sapeva che gli stagisti lavoravano per PSYOP quando li assunse, ma pensava che la redazione giornalistica avesse dato l'ok. Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP. È possibile che il loro immediato supervisore ne fosse a conoscenza, ma Sarmiento dice che il legame con PSYOP non era noto a un superiore, il cui nome non ha reso noto, che venne a saperlo solo alla fine del periodo di lavoro del terzo stagista. E Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP.

3. L'FBI dice che stava tenendo d'occhio Hasan da quando avrebbe elogiato i terroristi suicidi, sei mesi fa. Però non ha fatto niente. La Senatrice Kay Bailey Hutchinson ha spiegato perché, usando la stessa scusa che usò Condi Rice dopo l'11 settembre:

“Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato che uno psichiatra formatosi per assistere la salute mentale altrui sarebbe esploso, a meno che non ci sia qualcos'altro, ed è questo che stanno cercando.”

Proprio così.

Ma la storia cambia... perché oggi l'FBI dice che si erano sbagliati a proposito dei suoi post a favore dei terroristi suicidi, e che anzi non hanno alcuna prova che Hasan comunicasse con siti jihadisti, a parte il fatto che potrebbe averli visitati:

(CBS) Un esame preliminare del computer del Maggiore Nidal Malik Hasan, accusato della strage di giovedì a Fort Hood nella quale sono state uccise 13 persone, non ha rivelato alcuna prova di collegamenti con gruppi o cospiratori terroristici, secondo gli inquirenti.

4. Nonostante siano state sbandierate tutte queste prove del fatto che Hasan era il jihadista più pazzo su questa sponda del Giordano, e nonostante ci siano fantastilioni di ufficiali e colonnelli e colleghi pronti a dichiarare che l'estremismo islamico di Hasan li preoccupava, tuttavia, secondo il New York Times, “le autorità non sono state in grado di dire se l'attacco sia stato il gesto di un uomo solo e turbato o legato a gruppi terroristici, all'interno o all'esterno del paese.” Come aggiungeva lo stesso articolo del New York Times,

La signorina Hutchison, parlando alla base, ha detto che il Maggiore Hasan è stato l'unico a far fuoco ma che non è ancora chiaro se avesse pianificato l'attacco da solo. “È una domanda che bisogna ancora porsi,” ha detto la signorina Hutchison.

5. Se su questo tengono la bocca cucita, state certi che durante e dopo la sparatoria ciarlavano come cocainomani, parlando di tre uomini in uniforme armati di M16. Prima dissero che Hasan era stato ucciso, poi che era sopravvissuto e in condizioni stabili, infine che era in coma, e via dicendo. I racconti erano sempre specifici e però privi di fonti – suggerendo qualcosa di più della semplice confusione del momento. Prendente per esempio questa storia piena zeppa di particolari rifilata a un corrispondente della CNN:

Un alto ufficiale che giovedì giocava a golf vicino a Fort Hood, Texas, ha detto alla CNN di avere assistito all'arresto di uno dei due individui sopravvissuti sospettati della sparatoria nell'edificio dell'Esercito.

Subito dopo la sparatoria, ha raccontato l'ufficiale, la polizia militare gli ha chiesto di allontanarsi, e ha visto altri MP circondare l'edificio dove tengono i golf cart, ha detto.

L'ufficiale ha detto di aver cercato riparo in una casa vicina quando sono arrivati 30-40 veicoli della polizia militare.

Ha raccontato di aver visto un soldato in assetto da combattimento, le mani in alto. Gli MP gli hanno intimato di stendersi al suolo e di aprirsi l'uniforme, si suppone per assicurarsi che non portasse esplosivi, ha detto l'ufficiale.

Ha riferito che un MP gli ha detto che le autorità sospettavano l'uomo della sparatoria dopo averlo sentito dire che era con l'autore della strage.

6. I media si sono affrettati a comunicare che nessuno era rimasto vittima di fuoco amico. Fine della storia. E sappiamo che è vero perché gli stessi poliziotti che avrebbero potuto uccidere dei soldati hanno compiuto riscontri balistici sulla scena della strage, e, sorpresa, si sono autoscagionati. E poi che ne è stato delle prime notizie secondo cui almeno alcuni poliziotti a Fort Hood erano dipendenti civili di ditte private? Come in questo servizio di USA Today:

Aggiornamento delle 7:08 p.m. ET: La CNN riferisce che Hasan aveva 39 anni, si era diplomato in Virginia e aveva lavorato al Walter Reed Army Medical Center prima di entrare come tirocinante al Darnall Army Medical Center di Fort Hood.
Oltre ad Hasan, sono morti 10 soldati e un poliziotto civile che lavorava nella base come dipendente di una ditta privata.

7. La strana storia secondo cui Hasan aveva fatto parte di una task force di Washington che consigliava il futuro Presidente Obama: non mi importa quello che dicono gli altri, a me sembra molto strano. Quelli di destra hanno già distorto la notizia per dimostrare che Hasan era uno stretto collaboratore dell'islamofascista Barack Obama; ma i liberal hanno protestato striduli che il solo fatto che Hasan fosse nella task force non significa un accidente. Um, invece sì: se non lo trovate strano questo mestiere non fa per voi. Gesù Cristo, come si può pensare che non sia strano, soprattutto se si descrive Hasan al culmine del suo islamofascismo islamico, mentre si mette a urlare e a parlare di decapitazione degli infedeli durante una conferenza? La vera domanda è: cosa cavolo ci faceva, lì?

8. Probabilmente Hasan se ne andava in giro in abiti musulmani, come quando è andato al supermercato, la mattina della sparatoria, ed è stato convenientemente ripreso dalla telecamera a circuito chiuso... però vestiva l'uniforme in moschea. E notate come i media si sono subito abituati a usare una sua foto in bianco e nero, anche se ne esistono molte a colori, comprese versioni a colori di quella stessa foto in bianco e nero. L'immagine in bianco e nero richiama subito alla memoria le foto dei sospetti dell'11 settembre. Ecco, date un'occhiata:

Reperto A: Che razza di terrorista è questo, ditemelo voi! Sembra una brava persona. Avanti la prossima!



Reperto
B: Be', con questa possiamo decisamente fare qualcosa…


Reperto C: Allora, prendete la foto sopra, cliccate il pulsante “scala di grigi”, aggiungete una leggera sfocatura per dare un bell'effetto terrorista, poi mettetela vicino ad americani colorizzati, e voila! Gente, mi sa che qui abbiamo proprio un terrorista, tutti d'accordo?


Reperto D: Oh sì, gente, nessun dubbio: questo tizio mette l'“errore” nel “terrore”:


Reperto E: D'accordo, ora che abbiamo stabilito questo possiamo mandare le immagini sgranate della telecamere a circuito chiuso che mostrano Hasan con il suo travestimento da islamofascista da Halloween:



Voila! Non troppo difficile, vero?

9. Perché nessuno approfondisce l'informazione secondo cui Hasan era nell'esercito già nel 1989, quando frequentava il Barstow community college nel deserto californiano, il che significa che era nell'esercito da almeno 20 anni? Ecco la notizia riportata da un quotidiano locale, il Victorville Daily Press:

Gli archivi dell'istituto mostrano anche che Hasan, che all'epoca avrà avuto 19-20 anni, quando frequentava il Barstow College aveva il grado di caporale scelto o inferiore. Il codice di avviamento postale relativo all'indirizzo di residenza di Hasan indicava anche che viveva in caserma, secondo Stokes.
Il comando di Fort Irwin non è stato ancora in grado di confermare se all'epoca Hasan stazionasse al forte, secondo il portavoce Etric Smith. Smith ha detto che gli archivi dell'Esercito dimostrano che Hasan era passato al servizio attivo nel 1997 e che il comando non è in grado di spiegare la discrepanza.

Riferivano anche che era uno “studente modello”, il che stride con l'immagine del terrorista lavativo che era riuscito a ottenere una borsa di studio dal credulo governo americano.

10. Hasan era uno psichiatra. Potrebbe significare non solo che studiava trattamenti e terapie, come dicono, ma anche, come accade con gli psicologi militari, che avrebbe potuto far parte di un programma che comportava interrogatori e torture. Tanto per dire. Pensate che uso poterebbero fare i servizi e l'esercito di uno come Hasan: arabo e musulmano con formazione in psichiatria, e tutta una sfilza di credenziali da musulmano fanatico che per qualche strana ragione non l'hanno mai messo nei guai. Mi vengono in mente un sacco di modi in cui un tipo del genere potrebbe rendersi utile in un teatro di guerra o nella caccia ai terroristi.

11. Se Hasan stava in Al Qaeda e il suo obiettivo è sempre stato quello di attaccare gli americani, perché ha lottato tanto per evitare di partire per l'Iraq e ha messo su tutto quel casino sulle sue simpatie per i terroristi suicidi? Perché avrebbe dovuto assoldare un avvocato e perfino offrirsi di pagare per sottrarsi al servizio attivo? Come sappiamo dai terroristi dell'11 settembre, tutto quello che deve fare un terrorista dormiente è fingere di essere più americano degli americani purosangue: andare al casinò e nei club di spogliarelliste, bere alcol davanti a tutti, ecc. Ovviamente l'Esercito sapeva che era infelice, e sapeva anche che era un pazzo musulmano. Davvero è stato così stupido da non saper fare due più due, oppure ha usato Hasan o l'ha in qualche modo tenuto sulla corda?

12. Volendo condurre una finta indagine, chi meglio può dirigerla di quello strumento neocon che è Joe Lieberman? Lieberman ha già esibito la sua imparzialità e determinazione nella ricerca della verità dichiarando alla televisione che Hasan è un “home-grown terrorist”, un terrorista cresciuto in casa.

Ricordatevi che potrebbero esserci motivi di tutti i tipi per occultare la verità. Per esempio, se si trattasse di un raptus omicida sul posto di lavoro, ipotesi per la quale ancora propendo, le autorità avrebbero tutte le ragioni per mettere insieme un bell'insabbiamento… perché tutti si stanno coprendo il culo. Un perfetto esempio di insabbiamento da parte della polizia è quello che è successo dopo Columbine. Ed è stato così plateale che le famiglie delle vittime hanno infine fatto causa, come spiega questo articolo del 2002:

(AP) Le famiglie di cinque studenti uccisi a Columbine hanno chiesto che un gran giurì federale indaghi sulla possibilità che le autorità abbiano occultato le prove dell'uccisione di uno studente da parte della polizia.
“Sono state raccontate delle bugie, oltre ogni dubbio”, ha detto martedì l'avvocato Barry Arrington dopo aver presentato la richiesta all'Ufficio del Procuratore. “La sola questione è: perché mentono?”
Secondo le famiglie un ufficiale sparò accidentalmente al quindicenne Daniel Rohrbough mentre fuggiva dall'istituto durante il massacro del 20 aprile 1999.
Il padre di Rohrbough, Brian, afferma che il Sergente della polizia di Denver Dan O’Shea disse a un funzionario scolastico che temeva di aver sparato a uno studente, e che il vice sceriffo aveva assistito alla sparatoria.

Come ho detto, tante ragioni per insabbiare, e tante bugie e disinformazione.

Originale: Fort Hood Cover-Up: A Dozen Tales of Disinformation


Articolo originale pubblicato l'8/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

martedì, novembre 10, 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak

Sotto il vulcano dell'AfPak

di Pepe Escobar

There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower

Benvenuti nel Pashtunistan
PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

(Non) è così difficile lasciarsi
“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni.

Originale: Under the AfPak Volcano: Welcome to Pashtunistan e Breaking up is (not) hard to do

Articolo originale pubblicato in due parti il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 08, 2009

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

di Mark Ames

È difficile decidere quale sia l'aspetto più sconvolgente del massacro compiuto dal Maggiore Malik Nadal Hasan a Fort Hood, Texas. Comincerò con questo: non c'è niente di assolutamente nuovo, in quel massacro. Succede di continuo, è solo che il nostro paese soffre di amnesia: dimentichiamo le cose sgradevoli e ci rifiutiamo di imparare le lezioni preziose. [Proprio stamane c'è stato un altro raptus omicida in un ufficio di Orlando, che ha fatto almeno due morti e 17 feriti. In base alle prime notizie l'omicida era un dipendente.]

Tanto per cominciare, Fort Hood si trova a Killeen, Texas – teatro nel 1991 di uno dei peggiori raptus omicidi, quando un disoccupato già arruolato nella Marina, George Hennard Jr., entrò con il suo pickup in un popolare ristorante self-service, tirò fuori due pistole (anche Hasan ne ha usate due), e assassinò 23 persone prima di togliersi la vita. Il giorno prima del massacro Hennard stava mangiando un hamburger in un ristorante seguendo alla tv la nomina del giudice Clarence Thomas e, secondo il gestore, “Quando trasmisero un'intervista con Anita Hill diede in escandescenze. Cominciò a urlare ‘Brutta troia! Bastardi, avete aperto la porta a tutte le donne!’”

Così la sparatoria di Fort Hood non è il peggiore o più folle omicidio di massa della storia di Killeen. Niente affatto. I media a grande diffusione incoraggiano il clamore sui traditori musulmani che vivono in mezzo a noi, ma Hasan ha ucciso meno americani del bianco e razzista Hennard. Ed entrambi sono stati battuti dal governo federale nella vicina Waco, Texas, dove nel 1993 i federali massacrarono ben 74 tra uomini, donne e bambini nel ranch dei davidiani.

Ma in quella che appare come una strana coincidenza, il Maggiore Hasan e Killeen sono legati a un altro massacro americano. Killeen ha detenuto il record del peggiore massacro degli Stati Uniti fino al 2007, quando lo studente del Virginia Tech Seung-Hui Cho si è messo a sparare contro gli altri studenti uccidendone 33. Malik Nadal Hasan si era diplomato proprio al Virginia Tech nel 1997. Sia Hasan che Cho erano vittime di prepotenze e persecuzioni – il cugino di Hasan ha raccontato ai giornalisti che dopo l'11 settembre i suoi commilitoni lo tormentavano regolarmente, chiamandolo “cavalca-cammelli”. Ma il cugino insiste che l'opposizione di Hasan alla guerra non era tanto una conseguenza di quelle prevaricazioni, quanto dei racconti che aveva ascoltato durante il tirocinio come counselor psichiatrico dei reduci delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Hasan aveva perfino assoldato un avvocato per cercare di giungere a un accomodamento con il governo degli Stati Uniti e lasciare il servizio, ma l'accordo non c'è stato e Hasan è stato destinato in Iraq. Pare che si sia opposto a questa decisione fino al giorno prima della partenza: e invece di andare in guerra ha portato la guerra nell'esercito americano.

Come spesso capita, sono state tratte le lezioni sbagliate: la soluzione è stata più armi e una maggiore militarizzazione della società. Dopo la strage del Virginia Tech, nel 2007, è nato un nuovo gruppo studentesco favorevole alle armi, che chiede che gli studenti possano girare armati negli atenei. Il gruppo si chiama Students for Concealed Carry on Campus e conta oggi più di 40.000 membri in più di 363 atenei. Analogamente, nel 1991, dopo la sparatoria di Killeen, lo Stato del Texas rispose adottando una legge che consentiva l'omissione di denuncia per il possesso d'armi. Fu il Presidente Bush a firmarla quando era governatore del Texas nel 1995, e fu sempre Bush che nel 2008, dopo il massacro al Virginia Tech, firmò la prima legge federale per il controllo delle armi in 13 anni.

(In questo caso sta già accadendo: ecco per esempio un articolo appena pubblicato, “Fort Hood: Death By Gun Control”, in una cosa chiamata Austin Gun Examiner.)

Dunque Hasan, i cui genitori giunsero negli Stati Uniti dalla Palestina, aveva molti legami personali con la violenza e i massacri “Made in the USA”; eppure si tenta fanaticamente di ritrarlo come un folle mostro musulmano deciso ad uccidere americani a tutti i costi. Ma perché cercare altre fonti di ispirazione, quando gli americani avevano già dimostrato con tanti eccellenti esempi come si fa una strage di connazionali?

Anche Fort Hood, la più grande base militare in territorio statunitense, ha avuto la sua dose di violenza. Innanzitutto detiene il record di soldati uccisi in Iraq e Afghanistan – 685 fino a oggi – e anche se non si conoscono le cifre è ragionevole supporre che Fort Hood sia responsabile di un'alta percentuale delle decine o centinaia di migliaia di persone uccise in quei paesi in seguito all'invasione americana. Nello stesso periodo a Fort Hood si sono suicidati 75 soldati, dieci nel solo 2009; più che in qualsiasi altra base. In un solo fine settimana del 2005 si sono uccisi, in due episodi distinti, due soldati rientrati dall'Iraq. Lo scorso anno, in un caso che sembra uscito direttamente da Full Metal Jacket, lo Specialista Jody Michael Wirawan, 21 anni, della 1ª Divisione di Cavalleria, ha ucciso il suo tenente per poi suicidarsi all'arrivo della polizia. E Killeen non se la cava meglio: ha uno dei redditi mediani più bassi del paese e un tasso di criminalità tra i più alti. Quest'anno un soldato ventenne di Fort Hood è stato ucciso da un poliziotto di Killeen che ha detto di avergli sparato dopo essere stato investito dal suo SUV; la madre del soldato morto ha fatto causa affermando che il poliziotto era noto per essere un individuo violento e incontrollabile, e che l'auto di suo figlio era accostata quando è stato ucciso.

Tutta questa violenza e disperazione ha portato il comandante di Fort Hood, il Tenente Generale Rick Lynch, a creare un centro per il recupero dalla sindrome da stress post-traumatico: si chiama Resiliency Campus e comprende un Centro Benessere Spirituale per la meditazione e un Centro di Aiuto per il Potenziamento Cognitivo. Come se l'allenamento spirituale potesse risolvere le cause che hanno portato a creare un Resiliency Campus.

Ma se il governo fosse veramente preoccupato per tutti i casi di suicidio e di sindrome da stress post-traumatico, avrebbe potuto evitare la missione suicida e omicida del Maggiore Hasan. Sarebbe stato facile: Hasan aveva chiesto ai suoi superiori di non essere mandato in Iraq, dove era stato destinato, ma le sue richieste furono respinte. I blogger di destra come Michelle Malkin e alcuni media hanno cavalcato le notizie secondo cui Hasan avrebbe espresso simpatia per gli attentatori suicidi. Ma se avesse fatto parte di una cellula dormiente di Al Qaeda non si spiegherebbe perché a) avesse detto ai commilitoni che le guerre sono sbagliate e che avremmo dovuto ritirarci; e b) che stava cercando di evitare di essere mandato in Iraq. I terroristi dell'11 settembre fecero del loro meglio per “mimetizzarsi” e fingere di essere americani quanto una torta di mele, perché quando sei un terrorista che pianifica un attentato suicida in una base militare devi cercare di non attirare l'attenzione. Inoltre la scelta dei tempi per il massacro, il giorno prima di partire, dimostra che la sua disperazione era giunta al limite. Questo suggerisce che se le obiezioni del Maggiore Hasan fossero state prese in considerazione il massacro avrebbe potuto essere evitato .

L'opposizione del Maggiore Hasan alle guerre in Iraq e in Afghanistan lo colloca dove si trova oggi la maggioranza degli americani. E non è il primo soldato di Fort Hood a contestare la guerra. Dall'invasione dell'Iraq la percentuale di diserzioni è salita, e quest'anno hanno fatto notizia alcuni obiettori di alto profilo di Fort Hood, come lo specialista Victor Agosto, processato questa estate dalla corte marziale dopo essersi rifiutato di partire per l'Afghanistan, e il Sergente Travis Bishop, che ha chiesto lo status di obiettore di coscienza dopo essere stato in Iraq per 14 mesi.

Ai tempi della guerra del Vietnam Fort Hood divenne famosa per una delle prime proteste pacifiste, nel 1965, quando i cosiddetti “tre di Fort Hood” si rifiutarono di partire dicendo che la guerra era ingiusta e illegale. Tre anni dopo il movimento si estese: centinaia di soldati semplici afro-americani destinati in Vietnam manifestarono la propria opposizione durante la Convention democratica del 1968, e finirono sotto corte marziale. Fu un gesto eroico: soldati e poliziotti statunitensi misero in scena una delle repressioni di massa più sanguinarie della storia moderna. Nel 1971 il Fronte Unito di Fort Hood, composto da soldati della base, marciò a Killeen, malgrado la città gli avesse rifiutato il permesso. I manifestanti furono arrestati a centinaia.

Oggi, se si va a leggere nei forum le reazioni al massacro di Fort Hood, emerge che il sentimento pacifista è forte e che costituisce chiaramente un problema per le autorità. Dunque si farà il possibile per ritrarre il Maggiore Hasan come un musulmano matto. Da anni la destra ha cercato di identificare l'opposizione alle guerre con il filo-terrorismo e l'anti-americanismo: se così fosse, in base ai sondaggi la maggioranza degli americani sarebbe costituita da terroristi anti-americani.

È già possibile vedere la fetida, cupa essenza dell'Animo Americano nei messaggi anonimi postati in siti di destra come Free Republic. Eccone alcuni:

Perché alcuni si sorprendono?
Abbiamo già uno SPORCO TRADITORE MUSULMANO nello Studio Ovale.
Altra immondizia musulmana, che sarà mai?
* * *

[Citando un post precedente] **Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito. Punto.**
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito vivere in questo paese.
Punto.
* * *
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi vivere.
* * *

La storia è ancora fresca e ci sono molte cose che non conosciamo, e molte notizie contrastanti e confuse. Dato che Hasan verrà giudicato da un tribunale militare, noi americani sapremo solo quello che l'esercito vorrà farci sapere. E in una nazione che sta scivolando ulteriormente nelle nebbie della sua amnesia, l'ultima cosa che vogliamo conoscere sono le verità minacciose e dolorose.


Originale: Fort Hood Massacre: A Brief History Of American Violence

Articolo originale pubblicato il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

domenica, novembre 01, 2009

L'America, i preservativi e i taliban

[Articolo del 23 ottobre, ancora interessante dopo l'annuncio del ritiro di Abdullah dal ballottaggio in Afghanistan.]

L'America, i preservativi e i taliban
di M. K. Bhadrakumar

I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.

Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:

Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.

Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

Originale: America, condoms and the Taliban

Articolo originale pubblicato il 23/10/2009

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