mercoledì, dicembre 16, 2009

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

di Marcela Valdes

La parte dell'autore
Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva 50 anni, ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latinoamericano dopo Gabriel García Márquez. Ma nell'intervista pubblicata dall'edizione messicana di “Playboy” Bolaño fu esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse alla rivista. “Di questo sono assolutamente sicuro. Una serie di omicidi. Qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto, e non avere paura dei fantasmi.”

I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño – una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese – ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini sui moventi e i meccanismi della violenza, e Bolaño – che era andato a vivere in Messico nel 1968, l'anno del massacro di Tlatelolco, ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile – era ossessionato anche da questo. Il grande tema della sua opera è il rapporto tra arte e infamia, mestiere e crimine, scrittore e Stato totalitario.

Di fatto, tutti i suoi romanzi della maturità esaminano la reazione degli scrittori ai regimi repressivi. Stella distante (1996) si misura con gli squadroni della morte e i desaparecidos in Cile creando la figura di un poeta trasformatosi in serial killer. I detective selvaggi (1998) esalta una banda di giovani poeti che tenzonano contro gli scrittori finanziati dallo Stato durante gli anni delle guerre sporche del Messico. Amuleto (1999) ruota attorno a una poetessa di mezza età che sopravvive all'irruzione delle forze governative nell'Università Autonoma del Messico nascondendosi nei bagni. Notturno cileno (2000) ritrae un salotto letterario in cui gli scrittori fanno festa mentre nella stessa casa vengono torturati i dissidenti. E 2666, l'ultimo romanzo postumo di Bolaño, si ispira anch'esso a un fatto di cronaca agghiacciante: l'uccisione, a partire dal 1993, di più di 430 donne e ragazze nello Stato messicano di Chihuahua, precisamente a Ciudad Juárez.

Spesso le vittime scompaiono mentre vanno a scuola o tornano a casa dal lavoro o quando escono per andare a ballare con le amiche. Giorni o mesi dopo rispuntano i loro corpi – gettati in una fossa, nel deserto o in una discarica cittadina. Le maggioranza delle vittime è morta per strangolamento; alcune sono state accoltellate o carbonizzate o uccise con armi da fuoco. Un terzo mostra segni di stupro. Alcune recano segni di tortura. Le più anziane sono trentenni; le più giovani sono bambine delle elementari. A gennaio di quest'anno sono state uccise almeno quattro donne e ragazze. A partire dal 2002 questi omicidi hanno ispirato un film hollywoodiano (Bordertown, con Jennifer Lopez), diversi libri di saggistica, una serie di documentari e moltissime manifestazioni in Messico e all'estero. Secondo Amnesty International, più della metà dei cosiddetti “femminicidi” non ha portato a una condanna.

Bolaño era stato affascinato da questi casi irrisolti molto prima che gli omicidi diventassero una cause célèbre. Nel 1995 scrisse dalla Spagna una lettera a una vecchia amica di Città del Messico, l'artista visiva Carla Rippey (la bella Catalina O'Hara dei Detective selvaggi), alludendo al fatto che da anni lavorava a un romanzo intitolato “I dolori di un vero poliziotto”. Benché avesse altri manoscritti da sottoporre agli editori, questo libro, scrisse Bolaño, “è IL MIO ROMANZO”. Ambientato nel Nord del Messico, in una città chiamata Santa Teresa, il romanzo ruotava attorno a un professore di letteratura con una figlia quattordicenne. Il manoscritto aveva già superato le “ottocentomila pagine”, si vantava; era “un groviglio delirante che sicuramente non verrà capito da nessuno”.

Certo così pareva allora. Quando spedì questa lettera Bolaño aveva 43 anni, ed era più che mai vicino al fallimento. Pur avendo pubblicato due libri di poesia, scritto un romanzo a quattro mani e passato cinque anni a partecipare con i suoi racconti ai concorsi letterari spagnoli, era così al verde da non potersi neanche permettere una linea telefonica e la sua opera era praticamente sconosciuta. Tre anni prima si era separato dalla moglie; più o meno in quel periodo gli era stata diagnosticata la malattia epatica che lo avrebbe ucciso otto anni dopo. Benché Bolaño vincesse molti dei concorsi ai quali partecipava, i suoi romanzi venivano regolarmente respinti dagli editori. Ma alla fine del 1995 ebbe inizio la sua straordinaria ascesa.

Il punto di svolta fu un incontro con Jorge Herralde, fondatore e direttore di Editorial Anagrama. Herralde non riuscì ad accaparrarsi la Letteratura nazista in America – i cui diritti erano già stati acquistati da Seix Barral – ma invitò Bolaño a fargli visita a Barcellona. Lì Bolaño gli parlò dei suoi problemi finanziari e della disperazione per le molte lettere di rifiuto ricevute. “Gli dissi che [...] mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi altri manoscritti, e subito dopo mi portò Stella distante (scoprii in seguito che era stato anch'esso respinto da altre case editrici, compresa Seix Barral)” ricorda l'editore in un saggio. Herralde trovò il libro straordinario. Da allora pubblicò tutte le opere narrative di Bolaño: nove libri in sette anni.

A quei tempi, mentre i suoi romanzi conquistavano un numero sempre maggiore di lettori, Bolaño faticava sul suo groviglio delirante. Era un lavoro di scrittura, certo, ma anche di indagine. Ambientando il suo romanzo a Santa Teresa, una città immaginaria nel Sonora, invece che nella vera Ciudad Juárez, Bolaño poté sfumare la linea di confine tra ciò che sapeva e ciò che inventava. Ma lo preoccupava profondamente riuscire a comprendere le circostanze in cui si trovavano Juárez e i suoi abitanti. Bolaño conosceva già l'arido e desolato paesaggio della regione – aveva viaggiato nel Nord del Messico durante gli anni Settanta – ma i femminicidi erano cominciati solo sedici anni dopo la sua partenza per l'Europa, e non aveva mai visitato Juárez. Poiché non conosceva nessuno in quella città, si limitava a ciò che riusciva a trovare sui giornali e in rete. Grazie a queste fonti dovette capire che Juárez era diventata il luogo perfetto in cui commettere un crimine.

Già abbeveratoio degli americani durante il Proibizionismo, Juárez prosperò rapidamente negli anni Novanta, dopo l'entrata in vigore del NAFTA. Spuntarono centinaia di impianti di assemblaggio, che attirarono centinaia di migliaia di poveri provenienti da tutto il Messico e disposti ad accettare lavori pagati talvolta solo 50 centesimi l'ora. Le stesse caratteristiche che avevano reso Juárez appetibile agli occhi degli industriali del NAFTA – buone vie di comunicazione, vicinanza di un esteso mercato dei beni, abbondanza di manodopera non organizzata – la resero un crocevia ideale del narcotraffico. Nel 1996 per la città passavano 42 milioni di persone e 17 milioni di veicoli all'anno, rendendola uno dei più trafficati punti di transito della frontiera tra Stati Uniti e Messico e luogo ideale per gli sconfinamenti illegali. La città si trasformò in un crocevia di commerci lucrosi e illeciti; in quel momento cominciarono a spuntare i cadaveri di ragazze appartenenti a famiglie povere e operaie.

Juárez e la sua controparte immaginaria non avevano molto in comune con i centri culturali in cui Bolaño aveva ambientato la maggior parte dei suoi romanzi: perfino Stella distante si svolge nella maggiore città universitaria del Cile meridionale. Tra le baraccopoli di Santa Teresa non ci sono laboratori di scrittura né bande di poeti ribelli. Come tutta la narrativa di Bolaño, anche 2666 è pieno di scrittori, artisti e intellettuali, ma questi personaggi vengono tutti da altri luoghi: dall'Europa, il Sud America, gli Stati Uniti e Città del Messico. Intrappolata nei calanchi del Messico settentrionale, la stessa regione in cui Cormac McCarthy fa scatenare la sua banda di allegri assassini in Meridiano di sangue, Santa Teresa è un luogo letteralmente e culturalmente arido.

Il legame tra questo deserto industriale e le ambientazioni dei precedenti romanzi di Bolaño spicca, come una lettera scarlatta, sulla copertina del libro. La diabolica data 2666 – che non appare mai nelle pagine di 2666 – ci porta a scavare in Amuleto, dove spunta negli incubi lucidi di una donna chiamata Auxilio Lacouture. Auxilio è assediata da visioni infernali fin dalle prime pagine del romanzo, quando getta uno sguardo in un vaso di fiori e vede “tutto quello che la gente ha perduto, tutto quello che genera dolore e che è meglio dimenticare”.

In seguito, mentre cammina per le strade di Città del Messico, ha un'altra brutta allucinazione. È notte fonda. Le strade sono vuote e ventose. A quell'ora, dice Auxilio, l'avenida Reforma “si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città” e l'avenida Guerrero “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero […] un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”.

2666, come tutta l'opera di Bolaño, è un cimitero. Nel 1998, nel suo discorso di accettazione del Premio Rómulo Gallego, Bolaño rivelò che tutto ciò che aveva scritto era in un certo senso “una lettera d'amore o d'addio” ai giovani che erano morti nelle guerre sporche dell'America Latina. I suoi romanzi precedenti commemoravano i morti degli anni Sessanta e Settanta. Le sue ambizioni per 2666 erano più grandi: scrivere un referto d'autopsia per i morti del passato, del presente e del futuro.

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La parte dei delitti
Bolaño rinviò la possibilità di un trapianto di fegato per poter terminare 2666, ma la malattia si aggravò e la morte lo colse prima che riuscisse ad arrivare alla fine del libro. Dopo il funerale, l'amico ed esecutore letterario, il critico spagnolo Ignacio Echevarría, passò al vaglio i manoscritti nello studio di Bolaño per mettere insieme l'opera che Anagrama pubblicò nel 2004 e che Natasha Wimmer, la valente traduttrice dei Detective selvaggi, ha ora trasposto in inglese.

Bolaño classificava attentamente i suoi manoscritti. Poteva essere temerario, ma non era stupido e sapeva che la morte era vicina. Anagrama non rispettò la sua volontà su un unico punto. Per anni Bolaño aveva parlato di 2666 come di un solo volume, vantandosi che sarebbe stato il “libro più grasso del mondo”, ma negli ultimi mesi di vita decise di separare le cinque sezioni del romanzo e di pubblicarle come libri a sé stanti. Questo impulso aveva motivazioni pratiche. Bolaño avrebbe lasciato due orfani in giovane età, ai quali 2666 è dedicato, e voleva provvedere al loro futuro. Cinque romanzi brevi, pensò, avrebbero guadagnato più di un unico mostruoso e massacrante volume. Per fortuna la sua famiglia e Anagrama gli fecero il favore di seguire le indicazioni originarie. Come osserva Echevarría nel suo epilogo, “benché le cinque parti che compongono 2666 possano essere lette separatamente, non solo condividono molti elementi (una sottile trama di motivi ricorrenti), ma si fondono inequivocabilmente in un unico disegno”. Nel frattempo l'editore statunitense del libro, Farrar, Straus and Giroux, si sta coprendo le spalle stampando sia un'edizione rilegata sia un cofanetto composto da tre volumi tascabili.

In ogni caso 2666 non è adatto ai deboli di cuore. Il libro è costituito da 900 pagine, e se riportassimo su una mappa i luoghi in cui è ambientato ne ricaveremmo qualcosa di simile alla carta delle destinazioni di una compagnia aerea con scali in Argentina, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Messico, Polonia, Prussia, Romania, Spagna e Stati Uniti. E se questo giro del mondo non bastasse, il romanzo contiene anche un gran numero di personaggi e copre quasi un intero secolo.

Bolaño una volta disse che nelle Americhe tutta la narrativa moderna deriva da due fonti: Le avventure di Huckleberry Finn e Moby Dick. I detective selvaggi, con i suoi personaggi e le loro baldorie, è il romanzo bolañano sull'amicizia e l'avventura. 2666 dà la caccia alla balena bianca. Per Bolaño, il romanzo di Melville è capace di addentrarsi nel “territorio del male”; e al pari della saga di Melville 2666 può essere straordinario o soporifero, a seconda del gusto del lettore per i libri a lenta combustione. Io l'ho letto tre volte e lo trovo denso, brillante e terrificante, con qua e là scene ingegnose e buffe.

Fin dalla prima pagina veniamo precipitati nelle vite di quattro accademici europei che adorano i libri di un solitario autore tedesco, Benno von Arcimboldi, almeno quanto adorano attirarsi a letto a vicenda. L'atteggiamento di Bolaño nei confronti degli omicidi nelle prime due parti di 2666 – “La parte dei critici” e “La parte di Amalfitano” – è schivo, ellittico. La violenza fulminea di Patricia Cornwell o di Stephen King non fa per lui. La prima fugace allusione ai delitti appare solo dopo quarantatré pagine, e solo due dei tre professori che si recano a Santa Teresa sentono parlare dei crimini. In Messico sono semplici visitatori, e sebbene si diano da fare a tempo perso con il turismo sessuale la loro ricchezza e indifferenza li isolano dalle realtà della città.

“La parte di Amalfitano”, che chiaramente deriva dal libro che Bolaño aveva descritto a Rippey nel 1995, si avvicina di più alla popolazione locale, anche se continua a tenere a distanza gli omicidi. Se la prima parte è un ingegnoso romanzo sentimentale, la seconda è un dramma esistenziale. Un professore di filosofia cileno che ha lasciato l'Europa per l'Università di Santa Teresa sprofonda in una quieta disperazione. Teme di precipitare nella pazzia: la notte sente una voce che gli parla. Ha paura che la violenza della città possa raggiungere e ghermire sua figlia – proprio davanti alla loro casa continua ad apparire un'auto nera.

In queste due sezioni i lettori più attenti coglieranno gli indizi di quello che accadrà, come altrettante impronte digitali insanguinate, ma è solo nella terza parte, “La parte di Fate”, che la violenza di Santa Teresa balza in primo piano. In un bar, un ignaro cronista americano vede un uomo schiaffeggiare una donna in un angolo della sala: “Il primo schiaffo le fece girare violentemente la testa e il secondo schiaffo la buttò a terra”. Il reporter si trova in Messico per assistere a un altro genere di incontro – quello tra un pugile americano e il suo avversario messicano –, ma capisce presto che le vere botte a Santa Teresa arrivano fuori del ring. Alcuni dei più squallidi elementi della città lo prendono sotto la loro ala e gli mostrano quello che sembra essere il video di uno stupro su una donna. Incontra il principale sospettato dei delitti commessi in città e finisce per fuggire intimorito dalla polizia.

Questa fuga noir fa da preludio a un canto funebre. “La parte dei delitti” si apre nel gennaio 1993 con la descrizione del cadavere di una tredicenne e si chiude 108 corpi dopo durante il Natale del 1997. Ciascuno di questi ritrovamenti è descritto nei dettagli – con le sue 284 pagine questa sezione è la più lunga del libro – e macabra cronaca che ne consegue si intreccia con le storie di quattro detective, un giornalista, il principale sospettato e vari personaggi accessori. Nelle mani di Bolaño questo collage produce una fuga di sequenze straordinarie e di ripetizioni schiaccianti (“Il caso fu presto chiuso” diventa un tormentone ossessivo). Bolaño illumina queste lugubri storie con lampi di umorismo patibolare e occasionalmente con una sottotrama sentimentale. Complessivamente, tuttavia, a leggere “La parte dei delitti” si ha l'impressione di fissare l'abisso. Strangolamenti, colpi d'arma da fuoco, percosse, mutilazioni, pugnalate, stupri, ricatti e tradimenti sono descritti nei dettagli con una prosa impassibile. “A metà novembre”, si legge in un tipico paragrafo:

Andrea Pacheco Martínez, tredici anni, fu rapita all'uscita dall'istituto tecnico 16 […] Quando venne ritrovata, due giorni dopo, il corpo recava segni inequivocabili di morte per strangolamento, con frattura dell'osso ioide. Era stata violentata per via anale e vaginale. I polsi presentavano le tipiche tumefazioni di chi è stato legato. Entrambe le caviglie erano escoriate, dal che si dedusse che era stata legata anche ai piedi. Un immigrato del Salvador scoprì il corpo dietro la scuola Francisco I, in Avenida Madero, vicino al quartiere Álamos. Era perfettamente vestita e gli abiti non mostravano strappi, tranne la camicia a cui mancavano vari bottoni.

Chi ha sperimentato gli altri scritti di Bolaño riconoscerà il freddo distacco di questo passo. Ma il livello dei dettagli raccapriccianti si distacca da tutti i precedenti romanzi di Bolaño e dai resoconti giornalistici che poteva aver letto. Le sue descrizioni delle indagini e degli incidenti che circondano il processo del principale sospettato sono altrettanto precise e inquietanti.

Come aveva fatto Bolaño a conoscere così bene i dettagli di questi crimini e le procedure della polizia locale, vivendo oltreoceano? I suoi altri romanzi investigativi erano stati scritti quando il sangue della storia si era raffreddato, ma Bolaño aveva pur sempre attinto alla conoscenza diretta degli eventi o a quella dei suoi amici. Quando scriveva “La parte dei delitti”, invece, le informazioni sugli omicidi di Juárez erano molto limitate. Per arrivare a questo tipo di iperrealismo doveva ricorrere all'aiuto di qualcuno che vivesse i casi dal di dentro, qualcuno il cui interesse per le autopsie fosse accanito quanto il suo.

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La parte del giornalista
Nell'estate del 1995, l'anno in cui Bolaño scrisse a Carla Rippey, i cadaveri di alcune giovani furono trovati seminudi e strangolati appena a sud di Juárez, nei pressi dell'aeroporto. A settembre la città offrì una ricompensa di 1000 dollari in cambio di informazioni sul maniaco assassino. Un mese dopo la polizia arrestò Abdel Latif Sharif Sharif, un chimico arabo-americano con precedenti per aggressione sessuale, e lo accusò dei cinque delitti, più di alcuni altri commessi a settembre. Ma due mesi dopo, mentre Sharif Sharif si trovava dietro le sbarre in attesa di giudizio, cominciarono a spuntare nuovi cadaveri. La polizia affermò che Sharif Sharif aveva diretto questi omicidi dalla sua cella, pagando 1200 dollari per ciascuna donna uccisa. I suoi complici, si disse, erano otto adolescenti arrestati in una retata nei locali notturni. Li chiamavano I Ribelli.

A circa 1500 chilometri da lì, a Città del Messico, la notizia appassionò un cronista chiamato Sergio González Rodríguez. Romanziere e giornalista d'arte, González Rodríguez aveva cominciato la sua carriera negli anni Ottanta scrivendo recensioni per Carlos Monsiváis, influente critico culturale e pioniere dello stile della nueva crónica (“nuovo giornalismo”). Quando nel 1993 iniziò a lavorare per il quotidiano “Reforma”, nel 1993, González Rodríguez era noto per essere un critico centrista che non aveva paura di attaccare il governo: era stato licenziato dalla rivista “Nexos” per un articolo pubblicato su “Reforma” che metteva in discussione la morale degli intellettuali che si erano alleati con l'allora presidente Carlos Salinas de Gortari, eletto nel 1988 tra diffuse accuse di brogli elettorali. Questo temperamento indipendente rendeva González Rodríguez perfetto per “Reforma”, noto per il rigore del suo giornalismo investigativo. Così fu assunto per curare uno dei supplementi culturali del fine settimana del quotidiano, “El Ángel”. (Rodríguez è ancora consulente editoriale di questa sezione. Ha anche una rubrica di tre colonne.)

Le notizie che venivano da Juárez ricordavano a González Rodríguez il film Il silenzio degli innocenti, che aveva visto pochi anni prima. Poteva essere, si chiedeva, che a Ciudad Juárez ci fosse un vero Hannibal Lecter? Rispondere a questa domanda non rientrava nelle sue mansioni abituali, ma, come mi ha spiegato la scorsa estate in una serie di interviste, si era sempre appassionato alla letteratura sulla violenza. I suoi libri preferiti sono A sangue freddo di Truman Capote, Il canto del boia di Norman Mailer e Politica e crimine di Hans Magnus Enzensberger. Aveva già in mente di recarsi nello Stato di Chihuahua per tenere un seminario. Non fu difficile convincere “Reforma” a pagargli il volo fino a Juárez per assistere a una conferenza stampa del sospettato numero uno, il 19 aprile 1996.

Quel giorno González Rodríguez vide un uomo alto, di mezza età e dagli occhi verdi davanti a una trentina di giornalisti. Sharif Sharif parlava uno spagnolo stentato – viveva in Messico da meno di un anno – e così tenne la sua conferenza stampa in inglese avvalendosi della traduzione di un giornalista bilingue. Quello che disse faceva pensare a una soap opera. Secondo Sharif Sharif gli omicidi venivano commessi da due ricchi cugini messicani, uno dei quali viveva a Juárez e l'altro appena oltre il confine, a El Paso. Raccontò una storia d'amore tra uno dei cugini e una ragazza povera e bellissima di Juárez. I giornalisti erano seccati – si scambiavano occhiate, facevano battute. Anche González Rodríguez era scettico, ma la sua natura di critico gli faceva apprezzare lo stile di Sharif Sharif. Invece di dichiarare a squarciagola la propria innocenza, il sospettato espose la sua storia con assoluta tranquillità per novanta minuti. Sembrava credere che se avesse fornito una spiegazione alternativa per gli omicidi, le accuse contro di lui sarebbero cadute.

Alla fine della conferenza stampa González Rodríguez si presentò a un cronista locale. In un parco nei pressi della prigione i due si misero a chiacchierare della strana conferenza stampa. Si avvicinarono a loro una madre e sua figlia.

Siete giornalisti? domandò la madre.

Sì, risposero.

Vogliamo dirvi qualcosa che secondo noi dovreste sapere.

La ragazzina di 14 anni che le stava accanto indossava una maglietta, jeans e scarpe da ginnastica. Disse ai giornalisti che il capo della polizia di Juárez l'aveva costretta ad accusare i Ribelli. Il capo, raccontò, l'aveva afferrata per i capelli e le aveva sbattuto la testa contro il muro finché non aveva accettato di dire esattamente quello che le aveva ordinato lui.

Per González Rodríguez la prospettiva cambiò improvvisamente. I vecchi fatti (la retata nel locale notturno, le accuse contro Sharif Sharif) brillavano di una luce nuova: la polizia picchiava i testimoni. “Questo” pensò, “è quello che succede dietro le quinte.” In seguito apprese che mentre Sharif Sharif concionava in carcere la Commissione statale sui diritti umani aveva annunciato che sei degli otto testimoni contro i Ribelli erano stati arrestati illegalmente dalla polizia di Juárez.

González Rodríguez fece ritorno a Città del Messico e pubblicò un articolo sulle sue scoperte e il trattamento sospetto dei testimoni. Subito dopo “Reforma” gli domandò di entrare a far parte di un reparto speciale dedicato alla situazione a Juárez. Il capo del reparto, Rossana Fuentes Berain, mandò un giornalista sotto copertura nelle fabbriche in cui avevano lavorato molte delle vittime degli omicidi; incaricò altri giornalisti di seguire le varie indagini della polizia. Il compito di González Rodríguez era quello di studiare la situazione nel suo complesso per trovarvi schemi ricorrenti e moventi. Malgrado Berain coordinasse González Rodríguez come tutti gli altri giornalisti – a volte chiedendogli di corroborare le fonti o di fornire ulteriori prove delle sue ipotesi più ardite – gli concesse anche una maggiore libertà interpretativa.

Per tre anni González Rodríguez si divise tra Juárez e Città del Messico, destreggiandosi tra recensioni cinematografiche o letterarie e indagini criminali, finché nell'estate del 1999 il suo lavoro investigativo non cominciò a suggerire connivenze tra poliziotti, funzionari del governo e narcotrafficanti di Juárez e il loro coinvolgimento negli omicidi. Un'aggressione compiuta sempre nel 1999 contro il figlio dell'avvocato di Sharif Sharif aveva aggravato i suoi sospetti. Perché qualcuno avrebbe dovuto aggredire il figlio di un avvocato in un sistema giudiziario che funzionava normalmente? Così, il 12 giugno, insieme a un giornalista di “El Paso Times”, González Rodríguez intervistò un prigioniero che aveva parlato di coinvolgimento della polizia locale e di un senatore nei crimini di Juárez.

Nel suo libro Ossa nel deserto [Adelphi, Milano 2006, N.d.T.] González Rodríguez racconta che tre giorni dopo fu rapito e aggredito da due uomini a Città del Messico. A notte fonda aveva fermato un taxi nel quartiere “bene” di Condesa per farsi portare a casa, una sera tardi. Il taxi a un certo punto si fermò. Salirono due uomini armati. Ordinarono a González Rodríguez di chiudere gli occhi e di sedersi in mezzo a loro sul sedile posteriore. Il taxi ripartì – l'autista era un complice dei due. González Rodríguez non oppose resistenza, ma gli uomini lo insultarono, lo presero a pugni, lo percossero con il calcio della pistola e gli ferirono le gambe con un rompighiaccio. Dissero che lo avrebbero ucciso in una zona abbandonata, nel Sud della capitale. Il taxi si fermò. Uno degli uomini scese; l'altro, che veniva chiamato il Boss, rimase seduto. Le percosse e le minacce di stupro e morte ripresero. Un'auto della polizia li superò con i lampeggianti accesi. Gli uomini scaraventarono González Rodríguez sull'asfalto. Lui sporse denuncia e andò da un dottore, che gli prescrisse antidolorifici e riposo. Il 18 giugno su “Reforma” apparve il suo articolo Polizia accusata di complicità [a Juárez].

Nei due mesi successivi González Rodríguez visse come uno zombi: scriveva recensioni, curava la sua rubrica e usciva con gli amici nonostante la vista annebbiata e i problemi di linguaggio e i vuoti di memoria. L'11 agosto, quando non era nemmeno più in grado di prepararsi un caffè, due amici di “Reforma” lo portarono d'urgenza all'ospedale dove fu subito sottoposto a un'operazione chirurgica per rimuovere un gravissimo ematoma che gli premeva contro il cervello.

Contro tutte le aspettative si riprese completamente, ma l'aggressione segnò un punto di svolta nella sua vita. Prima delle percosse, González Rodríguez aveva avuto problemi con il telefono di casa e il cellulare: rumori strani, interruzioni del servizio. In seguito si accorse spesso di essere seguito. La sua amica Paola Tinoco ricorda che quando mangiavano al ristorante, nei mesi che seguirono l'operazione, venivano osservati da uomini con l'auricolare. Terrorizzati e impotenti, i due si rifugiarono nel senso dell'umorismo e presero a raccontarsi storie assurde in presenza di questi estranei. Una sera, per esempio, recitarono il testo di una popolare canzone infantile chiamata “La paperella”:

La paperella cerca i soldini
Per nutrire i suoi paperini
Perché sa che quando tornerà
Ciascun paperino le chiederà
Che mi hai portato, mammina, qua qua?
Che mi hai portato, mammina, qua qua?

Quando nel 1995 aveva preso un aereo diretto a Juárez per dare la caccia a un serial killer di stampo hollywoodiano, ricorda González Rodríguez, “Non immaginavo in cosa mi stessi cacciando”. Invece di Hannibal Lecter aveva trovato un sistema basato sull'impunità che proteggeva i peggiori criminali di Juárez semplicemente perché erano ricchi e spietati, un sistema nel quale erano coinvolti la polizia e gli organi giudiziari della città, dello Stato e del Paese. Una volta tratte queste conclusioni era impossibile tornare indietro. “Ti ritrovi in un inferno” dice, “senza sapere perché è toccato proprio a te.” Quell'inferno ridusse in cenere molte delle sue illusioni su trasparenza, responsabilità e giustizia, rivelando il cuore nero del Messico.

Le autorità, pensava, stavano consapevolmente tentando di confondere le acque e di insabbiare la realtà a Juárez, suggerendo che le cifre erano esagerate o che gli omicidi erano crimini passionali o che le vittime erano delle prostitute. Voleva documentare per sempre quello che aveva scoperto e che contraddiceva queste versioni, scrivere una testimonianza che non diventasse carta straccia nel giro di una settimana.


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La parte della corrispondenza
L'anno in cui González Rodríguez subì la prima aggressione, Bolaño lavorava al suo groviglio delirante da più di mezzo decennio. Alla ricerca di informazioni su Juárez, Bolaño scrisse varie mail ai suoi amici in Messico facendo loro domande sempre più dettagliate sugli omicidi. Fu così che, stanchi di queste macabre richieste, gli amici lo misero in contatto con González Rodríguez, il quale, dissero, era informato sui crimini più di chiunque altro. Bolaño gli scrisse la prima mail più o meno quando González Rodríguez decise di scrivere un libro sulle proprie indagini.

Con il senno di poi è strano che i due non fossero entrati in contatto prima. Avevano quasi la stessa età: González Rodríguez era nato nel 1950, Bolaño nel 1953. Entrambi avevano fatto parte della controcultura di Città del Messico negli anni Settanta: Bolaño girando la città con i poeti infrarealisti, González Rodríguez suonando il basso in un gruppo heavy-metal chiamato Grupo Enigma. Entrambi si misero a scrivere romanzi piuttosto tardi e andavano fieri dell'integrità dei loro giudizi letterari. Avevano vari amici in comune, come Jorge Herralde e il critico e romanziere Juan Villoro. E arrivati alla mezza età si erano entrambi appassionati a Juárez.

González Rodríguez capì subito che l'interesse di Bolaño per i crimini non era un capriccio. “Non era un passatempo, come succede con molti romanzieri” dice González Rodríguez. “Era la passione di una vita. Mi diceva, Cosa pensi di questo o quel testo? Aveva letto tutto.”

Quello che serviva a Bolaño, spiega González Rodríguez, erano dettagli sugli omicidi e sulle indagini della polizia, perché in questo gli articoli sui giornali erano troppo vaghi. Voleva sapere come operavano i narcotrafficanti di Juárez, quali auto guidavano, che armi usavano. “Quello che gli piaceva era la precisione” dice González Rodríguez. Nel caso delle armi, per esempio, Bolaño voleva conoscere non solo la marca ma anche il modello e il calibro.

Era anche interessato a capire la mentalità dei poliziotti di Chihuahua per essere in grado di cogliere le peculiarità della loro buona o cattiva condotta. Voleva sapere esattamente come si scrive un rapporto su un omicidio. Voleva una copia di un referto legale; González Rodríguez ne trovò uno nei documenti che era riuscito a ottenere da un avvocato difensore. Su richiesta di Bolaño trascrisse una sezione in cui venivano descritte le ferite delle vittime. “Voleva conoscere il linguaggio delle indagini forensi” ricorda González Rodríguez. È il linguaggio cui fa ricorso “La parte dei delitti”.

“Immagino, basandomi su quello che mi domandava, che volesse confrontare i dati” racconta González Rodríguez. “Direi che il detective selvaggio voleva che l'altro detective selvaggio, che ero io, traesse conclusioni analoghe.” Ma tutti gli scrittori sanno che condividere le conclusioni significa spesso cambiare idea. Confrontando i dati con González Rodríguez, Bolaño potrebbe aver mutato varie convinzioni di vecchia data. Si prenda, per esempio, la discussione tra i due detective a proposito di Robert K. Ressler, l'ex criminologo dell'FBI che andò a Juárez nel 1998 per prestare la propria consulenza sugli omicidi grazie a un accordo tra il Congresso e la procura generale messicani. Bolaño aveva già letto famosi libri di Ressler, tra cui Sexual Homicide [trad. lett. “Omicidio sessuale”] e Crime Classification Manual [trad. lett. “Manuale di classificazione dei crimini”], ed era sorpreso che Ressler non avesse risolto il caso.

Perché Ressler non ha preso l'assassino? chiedeva.

Quella visita serviva solo a far scena, ricorda di avergli detto González Rodríguez. Gli spiegò che Ressler era giunto a Juárez impreparato. Non aveva portato il suo interprete personale. Era pagato dalle stesse autorità che forse erano coinvolte nei delitti. Doveva passare in rassegna casi giudiziari scritti in spagnolo, lingua che non conosceva. Gli assegnarono una guardia del corpo che osservava tutto quello che faceva. Queste informazioni, ricorda González Rodríguez, furono per Bolaño una doccia fredda.

“Voleva credere che esistesse una forza razionale in grado di sconfiggere il crimine” osserva. Una simile forza raziocinante e trionfante appare di fatto in tutti i romanzi di Bolaño, tranne 2666. In Stella Distante il serial killer viene catturato dal detective Abel Romero anche grazie all'acume di un poeta. In Notturno cileno i crimini dei letterati vengono smascherati da un giovane detective anonimo. Un altro anonimo inquisitore ricostruisce la storia di Arturo Belano e Ulises Lima nei Detective selvaggi, mentre i due giovani poeti riescono a trovare la misteriosa scrittrice Cesárea Tinajero in un un villaggio vicino a Santa Teresa.

Solo in 2666 i criminali la fanno franca, sequestrando, assassinando o picchiando tutti i ficcanasi che si mettono sulla loro strada. È significativo che nella versione finale di 2666 il personaggio basato su Ressler (Albert Kessler) prima appaia come un detective scaltro e privo di tatto per poi vedere definitivamente compromesse le sue indagini.

Ma soprattutto González Rodríguez disse a Bolaño che le sue scoperte suggerivano che gli omicidi di Juárez erano collegati con la polizia e i politici locali e con le bande mercenarie finanziate dai cartelli della droga. I poliziotti non indagano seriamente sugli omicidi, spiegò, perché sono addestrati male o sono misogini oppure hanno stretto accordi che permettono ai narcotrafficanti di agire impunemente.

Ma allora non c'è nessun assassino seriale? gli domandò Bolaño.

No, certo che c'è un assassino seriale, rispose González Rodríguez. Ma non è solo uno. Penso che ce ne siano almeno due.

Questa rivelazione, ricorda González Rodríguez, sconcertò Bolaño. All'epoca lo scrittore aveva già messo a punto una struttura ingegnosa e complessa per il suo romanzo, una struttura che almeno fino a un certo punto dipendeva dall'ipotesi di un unico assassino. Il problema non era l'innocenza o la colpevolezza del vero Sharif Sharif, dice González Rodríguez. Il problema era introdurre in 2666 le nuove rivelazioni sui delitti.

La soluzione di Bolaño, sospetto, fu quella di adottare in blocco molte delle conclusioni di González Rodríguez su Juárez, per poi drammatizzarle a modo suo. I parallelismi tra le storie de “La parte dei delitti” e le conclusioni di Ossa nel deserto di González Rodríguez sono sorprendenti. Eppure, come fa notare González Rodríguez, “niente è mai seguito alla lettera”. Cambiano nomi e nazionalità, molti personaggi sono inventati, intere trame sono frutto dell'immaginazione, dello stile e dell'atmosfera. Bolaño può anche aver usato tutto quello che González Rodríguez gli aveva insegnato – lesse il manoscritto di Ossa mesi prima che fosse pubblicato – ma rimodellandolo secondo i propri fini.

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La parte del cavallo
Dopo anni di corrispondenza, finalmente nel novembre del 2002 i due detective selvaggi si incontrarono, quando Gonzaléz Rodríguez andò a Barcellona per la presentazione ufficiale di Ossa. Anagrama aveva comprato il libro per la sua prestigiosa sigla editoriale “Crónicas”, affiancandolo alle opere di Günter Wallraff, Ryszard Kapuściński e Michael Herr. Alla presentazione assistettero più di 100 persone. Mesi dopo il consolato messicano si rifiutò di mandare un proprio rappresentante allo spettacolo teatrale ispirato a Ossa, affermando che i suoi funzionari “non appoggiano opere che denigrano il Messico”.

Ossa fu presentato in Spagna anche per proteggere il suo autore. Quando venne stampato molti rappresentanti del governo e della polizia citati da González Rodríguez erano ancora in carica, e il suo resoconto della sistematica corruzione a Juárez fece infuriare chi voleva presentare il Messico come una nazione civile. Ma la copertura mediatica offerta al libro in Europa fornì a González Rodríguez un certo grado di protezione contro le ritorsioni. In questo modo non fu più possibile far scomparire il libro o il suo autore nel silenzio quando Ossa fu pubblicato in Messico.

Bolaño non andò alla presentazione, ma il giorno dopo González Rodríguez e un amico partirono presto per raggiungere Bolaño e la sua famiglia a pranzo. Arrivarono con diverse ore di ritardo. Ancora sotto l'effetto della cena e dell'assenzio della sera prima, González Rodríguez e il suo amico avevano preso il treno sbagliato. Bolaño non se la prese per il ritardo, stappò una bottiglia di vino e offrì loro dei panini. Sapendo che a causa della malattia Bolaño non poteva bere alcolici, González Rodríguez gli aveva portato mezzo chilo di caffè di “La Habana”, il caffè di Città del Messico immortalato nel Detective selvaggi. Il fegato di Bolaño era in così gravi condizioni da non permettergli neanche di bere caffè, ma González Rodríguez ricorda che aprì il pacchetto e ci infilò il naso.

Nelle ore successive parlarono dei delitti di Juárez. Per una volta non avevano l'ansia di essere ascoltati o intercettati. Bolaño poté fare tutte le domande che voleva.

Senti, scherzò Bolaño, farò di te un personaggio del mio libro. Intendo plagiare Javier Marías, che ti ha messo nella Nera schiena del tempo.

González Rodríguez ebbe un tuffo al cuore. Sul serio, Roberto? disse. Con il mio vero nome?

Sì, non preoccuparti, disse Bolaño. Sua figlia, Alejandra, stava giocando con l'amico di González Rodríguez. Bolaño pareva felice. González Rodríguez non seppe cosa dire.

La sera dopo si rividero per una cena a base di sushi a Barcelona. Questa volta non parlarono di Juárez ma di letteratura. Bolaño chiese se in Messico gli scrittori portavano ancora la barba o se l'avevano tagliata. A un certo punto annunciò che lui e Mario Santiago avevano ufficialmente sciolto il movimento Infrarealista a Parigi nel 1992. È pazzo, pensò González Rodríguez. Pensa che gli unici Infrarealisti che contano siano lui e Santiago.

Subito dopo questa visita Bolaño pubblicò il saggio “Sergio González Rodríguez sotto l'uragano”, nel quale dichiarava il suo affetto e la sua ammirazione per il giornalista ed elogiava il suo libro. “L'assistenza tecnica [di González Rodríguez] nella stesura della mia opera” scrisse, “è stata sostanziale.” Ossa nel deserto è “non solo una fotografia imperfetta – e come potrebbe essere altrimenti – del male e della corruzione; si trasforma anche in una metafora del Messico e del suo passato e del futuro incerto di tutta l'America Latina”.

Sette mesi dopo, il 1° luglio 2003, Bolaño fu ricoverato in un ospedale di Barcellona. Morì due settimane dopo.

Nel 2004, quando 2666 fu pubblicato in Messico, González Rodríguez trovò a stento la forza di leggerlo. “Mi ci vollero mesi per leggere la sezione sulle donne uccise” dice. “Mi terrorizzava. Viverlo è una cosa, ma sentirlo raccontare da un grande maestro della letteratura come Bolaño non è un'impresa da niente. Roberto è più pazzo di un cavallo, capisce? Non puoi crederci perché in un certo senso sei lì.”

Come giornalista González Rodríguez aveva coltivato una distanza critica che lo aiutò a ignorare la più che probabile eventualità di nuove aggressioni. Trovare in 2666 un personaggio con il suo stesso nome legato a un mondo di assassini e di insabbiamenti segnò la fine di quell'illusione. A un certo punto Bolaño descrive perfino un sequestro simile in tutto e per tutto all'aggressione del 1999 contro González Rodríguez, ma che si chiude con la morte della vittima. Non è chiaro se il giornalista che muore sia il personaggio “Sergio González”. 1

Mettendo da parte questi indovinelli, nel 2004 qualsiasi giornalista messicano che si fosse occupato di cartelli o di corruzione si sarebbe sentito vulnerabile. Quell'anno in Messico furono uccisi o scomparvero cinque giornalisti. Uno di loro fu colpito a morte davanti ai suoi sue figli. Secondo un documento diffuso lo scorso anno da Reporter senza frontiere, il Messico è diventato il secondo posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Al primo posto c'era l'Iraq. Alejandro Junco de la Vega, presidente del Grupo Reforma, ha recentemente dichiarato in un discorso alla Columbia University che i suoi tre quotidiani non riportavano più i nomi degli autori degli articoli per proteggere i giornalisti. “Siamo assediati dai signori della droga, dai criminali” ha spiegato, “e più denunciamo le loro attività più aggressivamente reagiscono.” Lo stesso Junco ha trasferito tutta la sua famiglia “in un luogo sicuro negli Stati Uniti”.

Guarda caso, dall'anno della pubblicazione di 2666 González Rodríguez ha deciso di non andare più a Juárez. Ha saputo che nello Stato di Chihuahua c'era una taglia sulla sua testa. Inoltre era stato denunciato per diffamazione e rischiava di finire in carcere non appena avesse messo piede in quello Stato. Per questo motivo i suoi avvocati gli consigliarono di evitare a tutti i costi Chihuahua. (Solo nell'aprile del 2007 il Presidente Felipe Calderón ha firmato una legge federale che depenalizza la diffamazione e gli “insulti” obbligando i governi di tutti gli Statia fare altrettanto.) L'ultima volta che González Rodríguez è passato per Juárez nessuno voleva parlare di quanto stava accadendo. Era diventata una città le cui porte si erano definitivamente chiuse.

Ossa nel deserto 2666 sono libri facili. Mentre li leggevo sono stata tormentata dagli incubi. Le loro pagine sembrano tombe scavate di fresco, ma sono caratterizzate da diverse filosofie del male. In Ossa Juárez è vittima di una corruzione dilagante. Quando poliziotti e tribunali distolgono lo sguardo, secondo González Rodríguez, la brutalità diventa ordinaria. Lo stupro e l'assassinio di donne, l'uccisione di giornalisti, i sequestri di persona: in Messico questi crimini non sono più notizie da prima pagina. “Una persona malvagia come un assassino seriale può porre tutto fuori scala e avere un effetto devastante” spiega González Rodríguez, innescando un meccanismo di sterminio che fa a gara con quelli dei totalitarismi. Questa “normalizzazione della barbarie”, dice, è il problema più grave che devono oggi affrontare il Messico e l'America Latina.

Nella sezione finale di 2666, “La parte di Arcimboldi”, Bolaño offre una visione più sinistra del male. La sezione si apre alla fine della Prima guerra mondiale, con il ritorno a casa di un prussiano ferito. Sta cambiando tutto, gli dice uno sconosciuto: “La guerra era alla fine e sarebbe iniziata una nuova epoca. [Il prussiano] rispose, mentre mangiava, che non sarebbe mai cambiato nulla”. E in effetti tutta l'ultima sezione di 2666, che va dalla Prima guerra mondiale alla fine degli anni Novanta, sembra pensata per dimostrare la convinzione di Arcimboldi che la storia è solo una proliferazione di istanti, di attimi fugaci “che competono fra loro in mostruosità”. Quando Arcimboldi combatte per il Terzo Reich sul fronte orientale e intraprende la sua carriera di romanziere sulle rovine di Berlino, Bolaño ci intrattiene con una serie incessante di stupri e omicidi. Nella campagna tedesca un uomo uccide la moglie e la polizia fa finta di non vedere. Durante la guerra i cittadini in fuga verso la campagna vengono regolarmente derubati, stuprati e uccisi. La terra che circonda un castello romeno è piena di ossa umane sepolte. Le allusioni all'Olocausto abbondano.

In questo panorama di brutalità e impunità Santa Teresa sembra meno aberrante. Sembra solo uno dei tanti luoghi in cui un male pervasivo e sotterraneo è salito in superficie. Com'è ora a Santa Teresa, sembra dire il romanzo, com'è sempre stato, come sarà nei cimiteri del 2666. Il male è immenso ed eterno come il mare.

Questa visione della violenza ricorda l'apocalittico scrittore americano Cormac McCarthy, ma il romanzo di Bolaño è più ricco di sesso e di commedia, e il suo eroe è ben diverso da quelli de La strada o Meridiano di sangue. Arcimboldi marcia attraverso i campi di battaglia della Polonia e della Romania come un uomo che si trascini sul fondo del mare, immerso in un profondo oscuro orrore senza esserne toccato. Da ragazzo legge il Parzival di Wolfram von Eschenbach ed è affascinato dall'idea di un cavaliere medievale “laico e indipendente”. Il suo sacro graal sarà il diario di un morto scoperto in uno shtetl abbandonato.

Un cavaliere laico e indipendente: queste parole potrebbero descrivere sia i grandi detective sia i grandi scrittori che errano tra le pagine di 2666. Tutti esseri solitari impegnati a leggere e a nuotare nell'abisso. In questo mondo fare lo scrittore è pericoloso quanto fare il detective, camminare in un cimitero, guardare in faccia i fantasmi.

1 Pur mirabile, il testo di Marcela Valdes contiene qualche imprecisione. Questa ci sembra la più vistosa. L'autrice confonde (forse perché la serie di eventi cui allude sono concomitanti, nella cronologia apparentemente labirintica della “Parte dei delitti”) il personaggio di Sergio González Rodríguez e quello di Josué Hernández Mercado, collaboratore de “La Raza de Green Valley”, giornale sensazionalistico che vive di sovvenzioni provenienti dai chicanos, di varia periodicità (settimanale, bimensile o mensile), specializzato in cronaca nera. A un certo punto, dopo aver raccolto l'ennesima testimonianza più o meno farneticante di Sharif Sharif (Klaus Haas, nel libro), il personaggio di Hernández Mercado scompare (letteralmente: Bolaño non descrive alcun sequestro) e non se ne saprà più nulla, malgrado le saltuarie ricerche di una collega. Il lettore intuisce che è stato ucciso. Invece, nello stesso punto della terza parte, che più che in montaggio alternato sembra procedere per parallelismi giustapposti con la regolare interpunzione delle scoperte e/o autopsie dei cadaveri, González Rodríguez viene prelevato, a notte fonda, da una Mercedes. Non per essere picchiato, ma per entrare discretamente in contatto con un'eminenza del PRI (Partido Republicano Institucional), Azucena Esquivel Plata, interessata ai crimini di Juárez per motivi personali più che politici. N.d.T.

Originale: Alone Among the Ghosts: Roberto Bolano's '2666'

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008 su The Nation.

Traduzione di Manuela Vittorelli (http://mirumir.blogspot.com http://mirumir.altervista.org)

Il file può essere scaricato qui (in formato .pdf).

mercoledì, dicembre 09, 2009

Lo sporco segreto di “Hopenhagen”

Lo sporco segreto di “Hopenhagen”

di Pepe Escobar

PECHINO – Il 21 novembre sul China Daily è apparsa questa didascalia: “Tre donne fanno sembrare più piccolo il Nido d'Uccello [lo Stadio Nazionale] mentre si godono il cielo azzurro e il sole invernale, venerdì. Venerdì Pechino ha sperimentato il suo 260° giorno sereno del 2009, raggiungendo il proprio obiettivo 41 giorni prima della fine dell'anno”.

Si potrebbe pensare che il segreto del controllo climatico cinese e il raggiungimento degli “obiettivi” sia che Dio ha la tessera del Partito Comunista, e che i suoi obiettivi sono i piani quinquennali, come per chiunque altro (eccetto gli “scissionisti”). Dio, ovviamente, non si sognerebbe mai di diventare uno scissionista.

Solo nell'ultimo mese in Cina sono stati venduti 1,34 milioni di automobili. Sono una gran bella fonte di gas serra. Confrontateli con il nuovo obiettivo di Pechino, quello di ridurre l’intensità di carbonio – emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo – dal 40 al 45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Cosa se ne faranno di tutte queste auto, le esilieranno in Corea del Nord?

Gli imprenditori cinesi, però, continuano a concentrarsi sull'obiettivo. Molti sono giunti a Copenhagen per la conferenza sul clima delle Nazioni Unite, e oltre a concludere una caterva di nuovi grossi contratti hanno già reso pubblico il loro “impegno a esplorare modelli di crescita economica a bassa emissione di carbonio”.

Stretch limo da Kyoto
Congestionata da 1200 limousine (e solo cinque auto elettriche) e 140 jet privati riservati ai veri VIP tra i 15.000 delegati, 5000 giornalisti e 98 leader mondiali che si ingozzavano di foie gras sostenibile (e sesso libero, offerto dalle 1400 lavoratrici del sindacato delle prostitute di Copenhagen, questo sì che è carbon dating*...), Copenhagen è stata ribattezzata Hopenhagen. Ma non c'è da stare molto allegri.

Parlando per conto del Gruppo dei 77 e della Cina, l'ambasciatore sudanese Ibrahim Mirghani Ibrahim ha messo in chiaro che le manovre del Nord per aggirare il protocollo di Kyoto e per mettere con le spalle al muro il Sud non avranno vita facile. In base a Kyoto, adottato nel 1997, il Nord industrializzato si è impegnato a ridurre le emissioni del gas serra del 5% rispetto ai livelli del 1990 nel 2008-2012. Tutti i paesi hanno sfondato i limiti.

Poi, all'inizio di questa settimana, è trapelato il testo “segreto” di una bozza dell'accordo politico conclusivo che il 18 dicembre, cioè alla fine del summit, dovrebbe essere ratificato da tutti, compreso il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. E Lumumba Di-Aping, il presidente sudanese del Gruppo dei 77 più la Cina, è partito in quarta: “Il testo ruba ai paesi in via di sviluppo la loro quota giusta ed equa di spazio atmosferico. Cerca di trattare ricchi e poveri allo stesso modo”. La Cina e l'India ovviamente si oppongono fermamente al testo “segreto”.

Ecco dunque quello che il Nord ricco sta architettando, secondo il Sud: “Distruggere sia la convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che il protocollo di Kyoto”, come ha detto Di-Aping. Kyoto è finora il solo accordo globale che obblighi il Nord a ridurre le emissioni di gas. Adesso il Nord vuole un losco “fondo verde” condotto da un consiglio misterioso che alla fine si tradurrà nella Banca Mondiale e in un consorzio di organi non-ONU. In breve: il Nord l'ha fatta franca con l'inquinamento del pianeta, mentre quello che va regolamentato è il Sud.

I tagli della Cina da soli corrispondono a non meno del 25% della riduzione globale delle emissioni necessaria a evitare un aumento di più di due gradi Celsius della temperatura del pianeta. La Cina batte perfino la correttezza ambientale dell'Unione Europea, impegnatasi a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020. I principali responsabili dell'inquinamento mondiale, gli Stati Uniti, non vogliono prendere nessun impegno. Washington – che ha snobbato Kyoto – vuole un “accordo politico”, non un “trattato legale”, e si è vagamente offerta di tagliare le emissioni del solo 17% entro il 2020, e in riferimento ai livelli del 2005. Il Nord ha comunque già deciso che a Copenhagen non ci sarà alcun accordo globale, solo una vaga dichiarazione di intenti.

Porca vacca
Qualunque sia l'esito della festa di Copenhagen, non affronterà il problema del funzionamento del turbo-capitalismo, un sistema che è schiavo del petrolio. La maggior parte della realtà che conosciamo ruota essenzialmente attorno a Padre, Figlio e Spirito Santo, cioè Cina, Stati Uniti e Medio Oriente.

Funziona praticamente così. I produttori di petrolio del Medio Oriente vendono il petrolio che alimenta un esercito di industrie cinesi, soprattutto nella cosiddetta “fabbrica del mondo”, il Guangdong. Queste industrie usano il petrolio per produrre praticamente tutto quello che il mondo consuma, e che va a finire in gran parte negli Stati Uniti. I consumatori americani acquistano tutti questi prodotti nei grandi magazzini con carte di credito prosciugate. Poi i magnati del petrolio mediorientali investono il loro surplus negli Stati Uniti. È così che alcuni investitori arabi – per lo più fondi sovrani – sono ora tra i principali creditori degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti sono colpiti dalla più grave crisi dell'occupazione dai tempi della Grande Depressione, la Cina avrà ancora bisogno di tutto questo petrolio per far muovere la propria economia e gli arabi avranno ancora bisogno di consumare prodotti made in China nei Wal-Mart, dove andranno a bordo dei loro SUV.

I cinesi saranno gli ultimi a guastare questo equilibrio. Ridurranno zitti zitti le loro emissioni e in ogni caso continueranno a crescere del 9% annuo – secondo il famoso proverbio cinese "fare è meglio che parlare" (shao shuo duo zuo, parla poco e fai di più).

Dunque chi vincerà, alla fine? Chi se non Wall Street, se mai vedrà la luce un sistema basato sul mercato delle emissioni per “salvare il pianeta”. Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley farebbero così il colpaccio grazie a un mercato del carbonio incentrato sui derivati.

Preparatevi a una valanga di contratti derivati e di prodotti finanziari legati allo scambio di emissioni. Wall Street attirerà importanti investitori dai fondi speculativi e dai fondi pensione, dato che ha investito una fortuna in lobbisti e in contratti con compagnie in grado di offrire “carbon offset” [cedole di credito emesse da organizzazioni che operano nel campo della protezione dell’ambiente e che si impegnano a investire quel denaro per compensare le emissioni di anidride carbonica, N.d.T.] da vendere ai clienti. Sarà una pacchia per gli speculatori. Le banche di Wall Street sono destinate a trasformare i cambiamenti climatici in un nuovo mercato delle materie prime – e a venderli come un prodotto di investimento. Abbiamo già visto tutti questo film, ma che diavolo; benvenuti nella nuova bolla da migliaia di miliardi, l'ancora teorico mercato “cap and trade” [tetto per le emissioni e scambio di quote delle emissioni, N.d.T.].

Anche Big Oil – da Exxon Mobil a Shell e BP – insieme alle maggiori corporazioni globali, molte delle quali legate direttamente a Big Oil, metterà a segno un bel colpo. Queste compagnie vogliono una “carbon tax” globale diretta (esplicitamente chiesta da ExxonMobil). Il sistema di scambio delle quote di emissione legherà i mercati “cap and trade” nazionali; i “tetti” saranno in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Questo spiega perché paradossalmente Big Oil sia di fatto favorevole a combattere il surriscaldamento globale.

Difficile stupirsi alla vista di Wall Street e Big Oil che traggono allegramente vantaggio dai risultati di Copenhagen. La “carbon tax” globale che hanno proposto colpirà tutto il pianeta, e il bello è che Wall Street e Big Oil non dovranno farne le spese. Ma, si potrebbe contestare, perché no, visto che verrà tassato anche il miliardo e mezzo di vacche presenti in tutto il mondo. Secondo la FAO, l'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura delle Nazioni Unite, le “emissioni” delle vacche sono tra le principali cause del surriscaldamento globale. E così, malgrado tutte le buffonate del fardello dell'uomo bianco, sembra che i mammiferi daranno il colpo di grazia a quella Madre Terra che gli umani avranno ormai praticamente distrutto: questa ironia sarebbe piaciuta molto al teorico dell'evoluzione Charles Darwin.

*Gioco di parole intraducibile: dating è la datazione (al carbonio) ma si riferisce anche all'uscire con qualcuno.

Originale: Hopenhagen's dirty secret

Articolo originale pubblicato il 9/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

lunedì, dicembre 07, 2009

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

[Al nostro diplomatico indiano preferito, invece, il discorso di West Point è piaciuto; qui spiega perché.]

Obama fa calare il sipario sulla Pax Americana

di M. K. Bhadrakumar

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è meritato un convincente “10” nella tortuosa prova a cui ha dovuto sottoporsi nel strutturare una nuova strategia afghana.

Appare come il risultato di un duro processo d'apprendimento e rivela il carattere e l'intelligenza straordinaria di Obama il fatto che sia riuscito a cogliere l'essenza del problema, abbia onestamente stabilito cosa è andato storto, sia stato tanto lucido da non farsi distrarre da altre considerazioni e abbia mostrato sincerità d'intenti nell'adottare un approccio completamente nuovo.

Ha gettato via tutto il bagaglio di “iniziative regionali”, conferenze internazionali e “grandi patti” per concentrarsi sul cuore del problema, e cioè che il popolo afghano sta cominciando a vedere gli americani come occupanti ed è dunque tempo di prendere in considerazione una strategia d'uscita.

Ciò è reso quantomai evidente dalla sua prontezza ad attribuire un ruolo centrale al governo guidato dal Presidente Hamid Karzai. Gli Stati Uniti stanno mettendo da parte senza troppe cerimonie l'amaro esito delle elezioni presidenziali afghane e si decidono finalmente a mettersi al lavoro con Karzai, ora all'inizio di un secondo mandato quinquennale. È sia una scelta che una necessità.

Con tutti i difetti della situazione, Karzai è a capo di un “governo che è coerente con le leggi e la costituzione dell'Afghanistan”, come ha ammesso Obama, e questo è ciò che più conta.

La nuova strategia di Obama sottolinea che il rafforzamento del governo di Karzai deve avvenire il più presto possibile. Riconosce che solo gli afghani possono risolvere il loro problema. Si spera che la campagna per ridimensionare e screditare Karzai cesserà.

Obama farà bene a tenere a bada non solo alcuni suoi impetuosi connazionali ma anche gli alleati britannici, che talvolta sembrano ancora covare la tentazione di rovesciare Karzai.

Il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha detto alla Camera dei Comuni di essere deciso a costringere Karzai a tener fede agli accordi. Ha promesso che nei prossimi nove mesi le nomine dei governatori nelle 400 province dell'Afghanistan saranno basate esclusivamente sul “merito”. È, questo, esattamente il tipo di buffonata che va evitato.

Sulla difficile strada che li attende, gli alleati di coalizione di Karzai collaboreranno utilmente con le truppe statunitensi (e britanniche). Tutto nell'Hindu Kush funziona da tempo immemore sulla base della fiducia, della lealtà e delle parentele. Tutte queste sciocchezze a proposito del merito e via dicendo lasciano il tempo che trovano. È così che l'Afghanistan vive e prevedibilmente continuerà a vivere.

In tutto il suo discorso Obama non ha censurato una sola volta la “signoria della guerra”. E infatti l'Afghanistan va considerato nel suo contesto storico e culturale.

La strategia statunitense assegna implicitamente un ruolo fondamentale ai cosiddetti “signori della guerra” nella stabilizzazione dell'Afghanistan. Semplicemente non c'è alternativa visto che le forze statunitensi non intendono mantenere la pace oltre a indebolire l'attuale insurrezione guidata dai taliban.

Non è un mistero che l'Afghan National Army (ANA), l'esercito nazionale afghano, soffra di molti mali, e che siano necessari i finanziamenti americani perché si espanda su ampia scala, cosa non facile. I costi aggiuntivi del posizionamento di ulteriori 30.000 soldati statunitensi sono alto: da 30 a 40 miliardi di dollari l'anno in spese extra. La previsione di spesa per il 2010 per l'Afghanistan stava già a 65 miliardi (superando i 61 per l'Iraq).

Comunque, la parte più profonda della nuova strategia di Obama è che segnala un addio definitivo ai piani neoconservatori per la politica estera americana. Come ha detto Obama, il progetto di nation-building in Afghanistan “pone obiettivi che vanno oltre ciò che può essere ottenuto a un costo ragionevole, e ciò che dobbiamo ottenere per garantire i nostri interessi”. La sua franchezza è stata brutale quando ha ammesso che l'America “semplicemente non può permettersi di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Ma soprattutto ha sottolineato che è ora che gli Stati Uniti si allontanino dalle guerre e cerchino invece di “ricostruire la nostra forza qui a casa... Ecco perché il nostro impegno militare in Afghanistan deve avere un limite di tempo – perché la nazione che sono più interessato a costruire è la nostra... Dovremo usare la diplomazia, dato che nessuna nazione può affrontare da sola le sfide di un mondo interconnesso”.

In mezzo alla cacofonia che avvolge la strategia afghana non dobbiamo lasciarci sfuggire il fatto che è davvero cominciata l'epoca di Obama. Martedì il presidente ha fatto formalmente calare il sipario sulla Pax Americana. Le implicazioni globali saranno d'ampia portata – che riguardino l'Iran, la Corea del Nord o il Venezuela – poiché Obama ha sottolineato con straordinaria franchezza che l'America aveva dimenticato di “riconoscere il legame tra la nostra sicurezza nazionale e la nostra economia... E dunque semplicemente non possiamo permetterci di ignorare il prezzo di queste guerre”.

Il nuovo approccio di Obama sull'Afghanistan scarta la strategia della contro-insorgenza a favore di un'energica strategia antiterrorismo. Niente nation-building, niente appelli a favore di libertà, progresso, democrazia e via dicendo. L'obiettivo della restante parte della guerra sarà estremamente ristretto: indebolire i taliban e al-Qaeda nel minor tempo possibile, entro i prossimi 18 mesi o giù di lì, e restituire il vantaggio al governo afghano, che a sua volta possa consentire agli Stati Uniti un ritiro sulla falsariga di quello iracheno, entro precisi limiti di tempo.

Lo scenario afghano che si sta delineando ricorda da vicino la seconda metà degli anni Ottanta, quando fu chiaro che l'esercito sovietico si sarebbe ritirato. Il Presidente Mohammad Najibullah sorprese tutti – Mosca compresa – dimostrando di essere capace di avviare con le proprie forze un programma di riconciliazione nazionale, e soprattutto di mantenere la posizione anche senza l'esercito sovietico. Ebbe dei problemi solo quando i sovietici cominciarono a trattarlo con freddezza.

La famosa offensiva di Jalalabad pianificata dai servizi segreti pakistani (l'ISI) con l'aiuto di mujaheddin come il leader dell'Alleanza del Nord, Ahmad Shah Massoud, non riuscì comunque a sconfiggere Najibullah. Con un piccolo aiuto della comunità internazionale Najibullah avrebbe dimostrato di poter dare del filo da torcere ai mujaheddin, ai jihadisti e ai loro protettori stranieri messi insieme. Bisogna trarre dalla storia le lezioni giuste.

Gli Stati Uniti dovrebbero mirare a riportare quanto prima il conflitto alla forma che aveva prima del 2001: una guerra civile nata da una lotta fratricida. La comunità internazionale dovrebbe sempre più limitarsi a trattare con il governo di Kabul.

Obama non ha rivelato quello che pensa di una soluzione politica in Afghanistan. Forse la questione esulava dal suo discorso di martedì. A ogni modo, non ha evitato completamente l'argomento.

Con parole scelte molto attentamente, ha detto: “Non abbiamo alcun interesse a occupare il vostro paese. Sosterremo gli sforzi del governo afghano per aprire la porta ai taliban decisi rinunciare alla violenza e a rispettare i diritti umani dei loro concittadini”.

Non c'è alcun dubbio che una pace duratura sarà possibile solo se ci sarà un accordo globale in grado di coinvolgere i taliban. Ma, ancora una volta, l'attuale strategia di trattare con i taliban grazie ai buoni uffici dei servizi sauditi o pakistani è estremamente miope e pericolosa. Resta il fatto che i sauditi potranno anche essere alleati degli Stati Uniti, ma perseguono i propri obiettivi wahabiti in Afghanistan e in Asia Centrale.

Dunque Obama dovrebbe permettere che la riconciliazione afghana emerga da un'iniziativa inter-afghana. Gli Stati Uniti devono essere abbastanza magnanimi da farsi da parte. Gli afghani hanno i loro metodi tradizionali di dialogo e riconciliazione. Invece di sparare a zero sull'idea di una loya jirga (gran concilio tribale), bisognerebbe esplorarne le potenzialità.

In generale bisognerebbe tentare di “liberare” i taliban dalle grinfie pakistane. In ultima analisi, l'“afghanità” dei taliban è destinata a emergere se ne avrà la possibilità. È proprio questa “afghanità” che il Pakistan teme più di qualsiasi altra cosa. La strategia del Pakistan è consistita nel sviluppare una sorta di mistica dei taliban e nel mantenerli divisi e frammentati perché non sfuggissero al controllo dell'ISI.

Solo i gruppi afghani possono spezzare questa sindrome. Le linee di combattimento in Afghanistan non sono mai state chiarissime. Karzai ha alleati che possono trattare con i taliban. Sanno chi sono i taliban, dove sono, e con chi valga la pena di parlare. Devono avere carta bianca. Non hanno bisogno di essere guidati dai servizi britannici, sauditi o pakistani per capire l'identità dei loro connazionali.

Tutta via, detto questo, il successo di qualsiasi strategia afghana dipende in maniera cruciale dalla capacità degli Stati Uniti di dissuadere il Pakistan dal supportare gruppi militanti. Obama ha citato non meno di 22 volte il Pakistan nel suo discorso. Ma deve affrontare subito la necessità di costringere alcuni elementi pakistani a rinunciare al terrorismo.

Obama trasudava ottimismo con la sua fiducia in un cambiamento di mentalità da parte del Pakistan. Il tempo dimostrerà se il questo ottimismo sia giustificato, soprattutto quando si avvicinerà il momento del ritiro.

Inevitabilmente bisogna tener conto delle relazioni regionali. Bisogna assolutamente dissuadere l'India e il Pakistan dal trasformare l'Afghanistan in un arena di rivalità. Ma è più facile a dirsi che a farsi, dato che storicamente Kabul ha sempre considerato Delhi come un contrappeso a Islamabad, Delhi ha visto l'Afghanistan come secondo fronte contro il Pakistan, e il Pakistan ha tentato di acquisire un profondità strategica nei confronti dell'India.

Questo circolo vizioso va spezzato, e tutti gli sforzi in tal senso devono affrontare le cause prime dell'antipatia Afghanistan-Pakistan. Obama ha l'autorità morale per prendere una simile storica iniziativa.

La questione non è la personalità politica di Karzai, né i signori della guerra che sono suoi alleati. Va ricordato che perfino il regime dei taliban a Kabul non riconobbe la Linea Durand che divide l'Afghanistan e il Pakistan, malgrado esso dipendesse in maniera critica dal Pakistan.

In secondo luogo, di fatto gli Stati Uniti sono entrati a far parte delle relazioni tra India e Pakistan, soprattutto nello scorso decennio a partire dalla mediazione compiuta nella breve guerra di Kargil del 1999, mediazione cercata da Delhi nonostante la dichiarata avversione nei confronti degli interventi di terzi nelle dispute tra India e Pakistan.

Senza dubbio, la dinamica del partenariato strategico tra Stati Uniti e India verrà seguita attentamente da Islamabad. Bene ha fatto l'amministrazione Obama a “demilitarizzare” il partenariato strategico USA-India. Quel processo non solo deve continuare ma deve essere accelerato, e l'India ci farà l'abitudine.

C'è un ampio spazio di manovra per promuovere la cooperazione strategica tra Stati Uniti e India senza preoccupare il Pakistan o sconvolgere il delicato equilibrio strategico della regione. All'Asia Meridionale serve meno hubris e più sicurezza e stabilità.

L'attuale impasse nelle relazioni India-Pakistan è pericolosa. Offrendo una collaborazione sostanziale e a lungo termine al Pakistan e dei rapporti più equilibrati e costruttivi all'India e al Pakistan, Obama conta di alleviare la percezione pakistana di una minaccia incombente.

Sicuramente, se la percezione pakistana di un'India egemonica non verrà affrontata con decisione, Islamabad continuerà a ricorrere alla guerra asimmetrica.

In realtà Obama avrebbe potuto prendere un “10 e lode”. Ma la sua strategia afghana non sembra tener conto di una possibilità che sconfina nella probabilità. L'enfasi posta da Obama su una strategia d'uscita non avrà l'inaspettata conseguenza di convincere l'esercito pakistano che tutto ciò che serve è consigliare ai taliban di stare tranquilli durante l'imminente incremento delle truppe statunitensi e aspettare che si ritirino?

C'è sempre il rischio, cioè, che Obama possa finire per imbaldanzire proprio le forze che intende sconfiggere. Il nocciolo della questione, dunque, è il coinvolgimento di Washington al fine di assicurare la stabilità della regione per anni e anni.

Originale: Obama rings the curtain on Pax Americana


Articolo originale pubblicato il 3/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

giovedì, dicembre 03, 2009

Un Vietnam in versione "lite"

Obama presenta il suo Vietnam in versione “lite”

di Pepe Escobar

Gli Stati Uniti si trovano nel mezzo della più grave crisi occupazionale dai tempi della Grande Depressione, e il Presidente Barack Obama sta seguendo le orme di George W. Bush dispensando trilioni di dollari a poche grandi banche. I contribuenti americani non hanno avuto nulla. E adesso si prendono la ciliegina sulla torta, con Obama che intensifica la sua guerra in Afghanistan. Un Vietnam in versione “lite” con una provvisoria data di scadenza, luglio 2011, per l'inizio di un ritiro.

Il tanto pubblicizzato discorso tenuto da Obama martedì sera a West Point – ritoccato fino all'ultimo dal presidente in persona – era una scaltra rimasticatura del fardello dell'uomo bianco, con la sicurezza nazionale americana avvolta nel glorioso manto della “nobile lotta per la libertà”.

A un livello più pedestre è vero che la storia si ripete, ma come farsa. Con il surge [incremento truppe, N.d.T.] in versione “lite” di Obama, le truppe di occupazione USA e NATO raggiungeranno nella prima metà del 2010 il livello dell'occupazione sovietica al suo punto più alto, nella prima metà degli anni Ottanta. E tutta questa formidabile potenza di fuoco per combattere non più di 25.000 taliban afgani, solo 3000 dei quali armati di tutto punto.

Ciascun soldato del nuovo surge di Obama (parola che non ha mai pronunciato nel suo discorso, tranne quando si è riferito a un “surge di civili”) costerà un milione di dollari – benché il Pentagono insista nel dire che è solo mezzo milione.

Gli uomini veri vanno a Riyadh
Obama continua a ripetere che l'Afghanistan è una “guerra di necessità”, per via dell'11 settembre. Sbagliato. L'amministrazione Bush aveva pianificato l'attacco all'Afghanistan già prima dell'11 settembre. (Si veda Get Osama! Now! Or else ..., Asia Times Online, 30 agosto 2001.)

“Guerra di necessità” è un educato remix della vecchia “guerra al terrore” dei neocon: date la colpa ai tizi con l'asciugamano in testa e sfruttate l'ignoranza e la paura dell'opinione pubblica. Fu così che al-Qaeda fu equiparata ai taliban e che il leader iracheno Saddam Hussein venne coinvolto nell'11 settembre dalla cricca dei neoconservatori.

Al di là della sua nobile retorica Obama continua a comportarsi come Bush, non facendo distinzione tra al-Qaeda – un'organizzazione araba che pratica il jihad e il cui obiettivo è un califfato globale – e i taliban, afghani autoctoni che vogliono un emirato islamico in Afghanistan ma non avrebbero scrupoli a far affari con gli Stati Uniti, come fecero all'epoca dell'amministrazione Clinton quando gli Stati Uniti volevano a tutti i costi costruire un gasdotto trans-afghano. E inoltre Obama non può ammettere che i neo-taliban “Pak” adesso esistono a causa dell'occupazione statunitense dell'“Af”.

Mettendocela tutta per distanziare la sua nuova strategia dal trauma del Vietnam, Obama ha sottolineato che “Diversamente dal Vietnam, il popolo americano è stato malignamente attaccato dall'Afghanistan”. Sbagliato. Se la ricostruzione ufficiale dell'11 settembre regge, i dirottatori furono addestrati in Europa Occidentale e perfezionarono le loro tecniche negli Stati Uniti.

E quando sottolinea gli sforzi per “disgregare, smantellare e sconfiggere” al-Qaeda e per negarle un “rifugio sicuro”, Obama contraddice in tutto e per tutto il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il General James Jones, il quale ha ammesso che in Afghanistan ci sono meno di 100 jihadisti di al-Qaeda.

Il mito di al-Qaeda va smascherato. Come ha potuto al-Qaeda mettere in atto l'11 settembre e tuttavia essere incapace di organizzare un solo significativo attentato in Arabia Saudita? Perché al-Qaeda è essenzialmente una brigata mal camuffata dei servizi segreti sauditi. Gli Stati Uniti vogliono vincere “la guerra al terrore”? Perché non mandare dei corpi speciali in Arabia Saudita anziché in Afghanistan e far fuori i wahhabiti, che stanno alla base di tutto?

Obama avrebbe perlomeno potuto far caso a quello che ha detto ad al-Jazeera Gulbuddin Hekmatyar, il famigerato guerrigliero afghano, ex protetto dell'Arabia Saudita, ex beniamino della CIA e attuale nemico degli Stati Uniti. “Il governo taliban in Afghanistan è caduto a causa della strategia sbagliata di al-Qaeda”, ha sottolineato Hekmatyar.

È una vivida descrizione dell'attuale completa frattura tra al-Qaeda e i taliban, entrambi “Af” e “Pak”. I taliban afghani, a cominciare dal loro leader storico, il Mullah Omar, hanno imparato dal loro grave errore, e non permettono agli arabi di al-Qaeda di avvelenare l'Afghanistan. Analogamente, l'ascesa del neo-talibanismo di qua e di là del confine non si traduce necessariamente in un “rifugio sicuro” per al-Qaeda. I jihadisti di al-Qaeda si nascondono presso pochi selezionati e prezzolati elementi tribali che i servizi segreti pakistani potrebbero localizzare all'istante, se solo lo volessero.

Obama ha anche accettato la premessa del Pentagono secondo cui l'America può ricolonizzare l'Afghanistan con la contro-insurrezione.

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev'essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.

Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito... dalla Cina.

E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l'Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.

E il nuovo grande gioco?
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.

Per l'America delle corporazioni l'Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l'Afghanistan ha un gran fascino.

Per il Big Oil, il sacro graal è l'accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l'Iran. Ma non c'è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell'occupazione USA/NATO.

C'è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l'anno, direttamente e indirettamente. Fin dall'inizio dell'occupazione USA/NATO l'Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell'eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.

E c'è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l'Afghanistan fa parte dell'impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.

Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l'economia statunitense.

Anche noi sappiamo fare i surge
Inevitabilmente i taliban metteranno in atto a loro volta un ben coordinato contro-surge. Già adesso, senza surge e nonostante tutti i piani di contro-insurrezione di Petraeus, hanno catturato la provincia del Nuristan. E ve lo ricordate il surge estivo di Obama nella provincia di Helmand? Be', Helmand è ancora la capitale mondiale dell'oppio.

Nel suo discorso Obama ha cercato con tutti i mezzi di dare l'impressione che la guerra afghana possa essere controllata da Washington. È impossibile.

Con tutte le sue promesse di “cooperazione con il Pakistan” (menzionato 21 volte nel discorso) Obama non ha potuto in alcun modo ammettere che il suo surge versione “lite” destabilizzerà il Pakistan ancor di più. Al contrario potrebbe affidare la guerra al Pakistan. Invece di fissare, come ha fatto Obama, il luglio 2011 come data per il possibile inizio di un ritiro, comunque subordinato alle “condizioni sul terreno”, questa vera strategia d'uscita dovrebbe fissare una tempistica per un ritiro completo. Islamabad sarebbe così libera di fare quello che non è stato possibile né ai sovietici né agli americani: sedersi con i capi tribù e negoziare attraverso una serie di jirga (concili tribali).

Obama scommette su quella che definisce “transizione delle responsabilità agli afghani”. È un miraggio. I servizi di sicurezza pakistani – che vedono ancora l'Afghanistan in termini di “profondità strategica” e di spazio di manovra nel contesto più ampio di un conflitto con l'India – non permetterà mai che ciò avvenga rigorosamente alle condizioni afghane. Non sarà corretto nei confronti degli afghani, ma così stanno le cose.

In Afghanistan praticamente tutti ritengono – giustamente – che Hamid Karzai sia il Presidente dell'occupazione. Karzai, che a malapena riesce a restare aggrappato al suo trono a Kabul, è stato imposto nel dicembre 2001 al re Zahir Shah dal proconsole di Bush Zalmay Khalilzad dopo una rovente discussione, ed è stato di recente confermato in un'elezione alla americana, palesemente truccata. Lo stile americano non è lo stile afghano. Il collaudato stile afghano si è basato per secoli sulla loya jirga – un grande concilio tribale in cui tutti partecipano, discutono e infine raggiungono un consenso.

Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all'interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall'Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l'hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell'Afghanistan – il Pakistan, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Nel frattempo, c'è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l'ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.

Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un'accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Originale: Vietnam-lite is unveiled

Articolo originale pubblicato il 2/12/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

martedì, dicembre 01, 2009

Mosca in prospettiva

Mosca in prospettiva

di Sean Guillory (http://seansrussiablog.org)

Mosca. Trovarsi nella capitale della Russia offre una prospettiva impossibile da ottenere attraverso i mezzi di informazione. Contrariamente a quanto si crede, internet non ci avvicina maggiormente. Anzi, su internet la Russia appare mistificata, filtrata attraverso le notizie spaventose che sembrano ossessionare i media russi e occidentali. È solo dopo essere stati qui qualche giorno che le immagini dell'industria culturale imposte con la forza alla coscienza dell'osservatore cominciano a disperdersi come nebbia. Certo, non basterà a mettere completamente a fuoco la Russia, impresa impossibile. Tuttavia le mediazioni prodotte dalla rete vengono sostituite dalle impressioni di prima mano. Sentire il suolo russo sotto i piedi e annusare quegli odori familiari eppure misteriosi – le secche, calde folate di aria metallica dall'entrata della metropolitana o l'odore di muffa degli ingressi delle case, l'accalcarsi nei vagoni scricchiolanti, offre un vantaggio che nessun giornalista, neanche il più dotato, può descrivere. Il baluginio bidimensionale del monitor di un computer ingombro delle notizie premonitrici di una tragedia dopo l'altra non potrà mai sostituire i sensi umani, pur con tutti i loro limiti.

La forza del luogo ricorda (se non addirittura insegna) in modo molto semplice anche che un avvocato morto [1], un prete assassinato (anche se al suo funerale hanno presenziato 2000 persone) [2], e di certo un attivista antifascista ucciso [3] sono ben lontani dalle preoccupazioni della maggioranza dei moscoviti. Parlare con i russi delle loro vite fa sì che le notizie del telegiornale sembrino dispacci da un altro pianeta.

Ho capito quanto siano lontane dalla vita quotidiana la stampa russa e quella occidentale quando sono passato accanto al famigerato ristorante Anti-Sovetskij [4], la scorsa settimana, in compagnia di A., la donna dell'università che ha iscritto Maya e me. Mentre chiacchieravamo mi è parso di scorgere l'Hotel Sovetskij dall'altra parte della strada. “Da queste parti non dovrebbe esserci quel ristorante, l'Anti-Sovetskij?” ho domandato. A. non capiva di cosa stessi parlando. “Ne ho letto circa un mese fa. Il ristorante era stato chiamato Anti-Sovetskij ma le autorità locali avevano costretto i proprietari a rimuovere l'insegna.” Poi ho notato le tende rosse all'ingresso di un ristorante, a pochi metri di distanza. “Penso sia quello,” ho detto, indicandolo. Difficile dirlo, lì per lì, perché gran parte del nome del ristorante mancava, tranne che per alcuni chiodi che non rendevano però distinguibile alcunché. Solo dopo aver esaminato il menù all'entrata ho potuto assicurarmi che si trattava proprio dell'Anti-Sovetskij. Quando ho spiegato lo scandalo ad A., lei mi ha confermato di non averne mai sentito parlare.

E perché avrebbe dovuto? Dopo tutto, quando va al lavoro non vede Stalin, ma grandi foto di Pëtr Stolypin e Sergej Witte da un lato e Gorbačëv, George Bush I e El'cin dall'altro. Il gran parlare che fanno i media della riabilitazione di Stalin non ha niente a che fare con la vita di tutti i giorni. La sua immagine sta soprattutto dove deve stare: nei musei.

Alcuni minuti dopo parliamo della posizione di A. all'università. Ha cominciato a lavorare lì solo pochi mesi fa. L'ultima compagnia nella quale era impiegata è fallita. Dice che il lavoro all'università le piace ma che il salario è basso. Ci dice che il salario medio a Mosca è di circa 1000 dollari al mese, e che lei prende molto meno. “È difficile trovare lavoro?” chiede Maya. Sì, dice, soprattutto un lavoro che permetta di mantenersi a Mosca.

C'è una parola che sento di continuo da quando sono qui: krizis. (La sola parola che sento più frequentemente è probka, ingorgo, perché le strade di Mosca sono un vero incubo.) Di solito la parola crisi è accompagnata da “dopo” o “da”. Il suo impatto sulle persone e sui i loro familiari sembra variare. “Né io né nessuno dei miei amici abbiamo risentito della crisi,” dice I., l'autista che ci ha raccolti all'aeroporto di Domodedovo. Il lavoro part-time di I. consiste nel prelevare professori stranieri all'aeroporto e poi riportarceli. Il lavoro gli viene dall'amico di un amico che procura ai docenti stranieri i visti e gli appartamenti a Mosca. “Guardi,” dice I. indicando uno dei molti cantieri edili fuori Mosca. “Dove sta la crisi?” Mi dice che il suo lavoro non ne ha sofferto, negli ultimi mesi. Sembra che portare avanti e indietro professori universitari sia un'occupazione che non conosce flessioni. “La maggior parte dei miei amici non ha un impiego ufficiale,” spiega. I. liquida tutte le statistiche ufficiali sulla disoccupazione, dice che non hanno alcun valore. “Loro (intendendo le classi dominanti) non sanno come viviamo.” Questa ignoranza da parte dello Stato ha però dei vantaggi. “Né io né i miei amici paghiamo le tasse,” dice.

La conversazione si sposta poi sui problemi razziali in Russia e negli Stati Uniti. “Non sono quasi tutti musulmani afro-americani?” chiede I. Molto molto pochi, dico io. “E Michael Jackson, allora?” “Credo che si fosse convertito,” dico. “Ma con Jackson non si sa mai. Non so neanche se era umano,” “Mike Tyson?” butta lì. “Penso che si sia convertito in carcere, ma non ne sono certo,” gli dico. I. sembrava ritenere che fosse sufficiente nominare due potenziali musulmani neri per dimostrare la giustezza della sua tesi. I. era così interessato ai neri americani e all'Islam perché i telegiornali lo avevano convinto che i musulmani stavano accerchiando la Russia, dall'America e l'Europa a ovest, e dal Caucaso, gli “Stan” e il Medio Oriente a sud. Probabilmente pensava che gli uiguri fossero sul punto di prendere il controllo della Cina, ma non ho osato chiederglielo.

I. ci ha poi esposto le sue idee sulla politica interna russa. “I russi hanno bisogno di una dittatura,” ha spiegato. “Fa parte della nostra mentalità.” Poi ha paragonato la democrazia al caos e si è messo a elogiare Putin come se si fosse trattato di un saggio padrino di Cosa Nostra. Quando ho accennato a Medvedev e a come i mezzi di informazione amino vedere un conflitto tra lui e Putin, mi ha assicurato che fanno parte della stessa “squadra.”

“Prima era una squadra, adesso c'è solo Putin,” dice il nostro agente immobiliare, M. Chiaramente più progressista di I., cosa peraltro non difficile, M. si lamentava del potere di Putin. Eppure, nonostante le sue idee politiche meno ostili, anche M., come I., ci ha fatto strane domande sugli Stati Uniti. “Ma è vero che gli americani usano valute diverse al posto del dollaro?”, domanda. Neanche per sogno, dico io. La maggior parte degli americani non sa neanche che esistano altre valute. Il fatto che lo stessimo pagando in dollari per il suo lavoro non deve essergli parso ironico. Pare che la TV russa stia dando notizie ben strane. E se non la TV, qualcun altro.

Per M. il lavoro è sporadico dall'inizio della crisi. Le affittanze non sono più quelle di una volta, anche se pare che gli affitti non siano crollati. Per quanto a Mosca le cose vadano male, dice, la situazione non ha niente a che vedere con quello che succede in provincia. Ha l'impressione (condivisa dai nostri padroni di casa) che ci siano intere regioni in cui quasi tutti sono disoccupati.

Tra tutte le cose sentite finora, è quella che ha detto I. – “Non sanno come viviamo” – a perseguitarmi. Nemmeno io so come viva la maggioranza dei russi in questa città. I prezzi sono alti. Gli affitti sono alti. I salari sono per lo più bassi. Certo, la maggioranza dei moscoviti non paga l'affitto: sono abbastanza fortunati da vivere in appartamenti di proprietà. Ma la vita quotidiana non costa poco. La metropolitana costa 19 rubli (0,65 dollari). Ho notato che di conseguenza molti non pagano il biglietto. I prezzi dei giornali sono aumentati. Quattro anni fa il Kommersant costava 5 rubli, adesso ne costa 15, addirittura 20 se lo si compra in edicola e non nelle rivenditrici automatiche nella metropolitana. Due giorni fa ho pagato 19 rubli una fetta di pane nero. I ristoranti sono per lo più al di fuori della portata di molti russi come I., che dice di non andarci mai.

Rispetto a quattro anni fa la differenza è tangibile. Passeggiare il sabato sera nel centro cittadino è come attraversare una città fantasma. Quattro anni fa i club, i bar e i ristoranti brulicavano di gente. Adesso la vita notturna cittadina sembra essersi addormentata. La maggioranza dei ristoranti e dei club è vuota. Molti negozi chiudono prima o hanno chiuso i battenti. Molte boutique hanno più commessi che clienti. I posti in cui ho visto più gente, soprattutto giovani, sono la strada, i McDonald’s e Starbucks (ne ho contati finora almeno 5). Posti poco cari da cui nessuno ti caccia.

Però c'è chi se la cava bene. Molto bene. Solo che non so chi siano esattamente queste persone. Immagino sia gente come Telman Ismailov, il cui figlio la scorsa settimana a Ginevra ha tagliato a metà una Volkswagen, ferendone gravemente il guidatore settantenne. È possibile intravedere alcune di queste persone mentre fanno spese nel nuovo centro commerciale dell'Hotel Letto, nei pressi della Smolenskaja, dove si possono comprare scarpe da 500 dollari. Oppure al CUM, il centro commerciale vicino al Kuzneckij Most dove le scarpe costano 1000 dollari e i pantaloni per bambini 200 dollari. Anche il negozio di abbigliamento per bambini vicino al nostro appartamento ha prezzi indecenti. Mosca è ricoperta da una vernice di eccesso che ricorda solo Beverly Hills. La concessionaria della Rolls-Royce poco più in là della Biblioteca Lenin si fa beffe dei passanti, come le concessionarie della Bentley, della Ferrari e della Lamborghini non lontane dalla Lubjanka. Le vetrine scintillanti di Cartier, Louis Vuitton, Dior e Bosco Family fanno da lumino notturno di Lenin.

Forse è per questo che quando leggo editoriali sulla Novaja Gazeta come “Il business russo: o in una valigia o in prigione,” non posso fare a meno di scuotere il capo disgustato. Mi fa venir voglia di smettere di leggere quel giornale. Non c'è da meravigliarsi che la maggior parte dei russi non si curi della morte di Magnitskij o che pensi che un oligarca in carcere o in esilio abbia quel che si merita. Dopo tutto, l'opinione pubblica è consapevole che sono in pochi ad aver vissuto onestamente. E così non mi riesce proprio di immaginare che la maggior parte dei russi, alle prese con il tran tran quotidiano, con mezzi affollati o con gli ingorghi stradali, possa commuoversi tanto per un avvocato morto coinvolto in un presunto piano di evasione fiscale da 3,25 milioni di dollari e scontratosi con funzionari corrotti del Ministero degli Interni, che avrebbero sottratto 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Probabilmente pensano che si semina ciò che si raccoglie quando si mescola quel genere di soldi con quel genere di persone. Hanno ragione? No. È tragico? Sì. Ma questa è la percezione della realtà che si ha quando ci si trova in Russia.


[1] L'avvocato Sergej Magnitskij, 37 anni, socio dello studio legale Firestone Duncan, era stato accusato di coinvolgimento in un piano di evasione fiscale che avrebbe permesso a William Bowder, direttore del fondo di investimento Hermitage Capital, di evadere tasse per 3,25 milioni di dollari nel 2002. C'è il sospetto che l'accusa abbia però motivazioni politiche, dato che Magnitskij aveva denunciato alcuni funzionari corrotti del Ministero degli Interni, responsabili della sottrazione di 230 milioni di dollari alle casse dello Stato. Magnitskij era in carcere da più di un anno in attesa di giudizio, e si era lamentato ripetutamente delle condizioni inumane della detenzione. Gravemente malato, si era visto negare le cure mediche. È morto il 16 novembre.

[2] La sera del 19 novembre Daniil Sisoev, 37 anni, sacerdote, è stato ucciso a colpi di pistola da un uomo mascherato nella Chiesa di San Tommaso, a Mosca.

[3] L'attivista antifascista Ivan Chutorskoj, 26 anni, è stato assassinato fuori del suo appartamento il 16 novembre scorso, a Mosca.

[4] Locale finito recentemente al centro di uno scandalo che ha coinvolto il Comitato Veterani di Mosca, il dissidente Aleksander Podrabinek e i Nashi (l'organizzazione giovanile legata a Russia Unita, il partito di maggioranza). Dopo aver chiuso per restauro nei mesi estivi, il ristorante di kebab sul Leningradskij prospekt ha deciso di chiamarsi scherzosamente “Anti-Sovet”, alludendo al fatto che dall'altra parte della strada si trova l'Hotel Sovet. I veterani però non hanno colto l'ironia e hanno protestato con l'amministrazione locale chiedendo che il ristorante cambiasse nome. Pochi giorni dopo il prefetto del distretto settentrionale di Mosca Oleg Mitvol ha ordinato la rimozione di quell'“anti-”. A quel punto entra però in gioco Aleksandr Podrabinek, celebre dissidente sovietico e ora nemico di Putin. Podrabinek scrive una lettera ai veterani sovietici, chiamandoli “idioti, meschini e stupidi” e accusandoli di essersi stati i volonterosi esecutori delle pratiche di repressione in epoca sovietica. La lettera viene pubblicata sul blog di Podrabinek e sul sito del foglio liberale Ežednevnyi Žurnal.
La storia non finisce qui. Il movimento giovanile Nashi, che prende molto sul serio il compito di smascherare i nemici interni della Russia foraggiati dall'Occidente fascista, comincia a organizzare picchetti fuori dell'appartamento di Prodrabinek, ne diffonde il numero di telefono e minaccia di farlo cacciare dal paese. Temendo per la propria vita, Probrabinek si rende irreperibile. Non a causa dei Nashi, le cui azioni considera mera propaganda, ma perché secondo fonti affidabili ci sarebbe qualcuno che vorrebbe farlo fuori. Segue una petizione a supporto di Prodrabinek e una contropetizione dei Nashi contro di lui. Tutto questo per l'insegna di un ristorante di kebab.

Originale: Moscow in Perspective

Articolo originale pubblicato il 29/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.