mercoledì, dicembre 08, 2010

Russia: il gigante gentile?

Russia: il gigante gentile?

di Eugene Ivanov

Alla fine di novembre da diversi settori dell'amministrazione russa sono giunti vari messaggi apparentemente slegati ma importanti. Considerati nel loro insieme potrebbero indicare un cambiamento nel modo in cui la leadership politica del Paese vuole posizionare la Russia nel mondo.

Innanzitutto il primo ministro Vladimir Putin ha scritto un articolo per il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung in cui si fa deciso fautore del partenariato strategico tra la Russia e l'Unione Europea. Essenzialmente il premier russo ha proposto la creazione di uno spazio economico russo-europeo comune "da Lisbona a Vladivostok".

In questo contesto Lisbona non era un semplice punto di riferimento geografico: la proposta di Putin giungeva subito dopo il vertice Russia-NATO svoltosi nella capitale portoghese. Durante quel vertice il presidente russo Dmitrij Medvedev e i capi dell'alleanza hanno concordato di collaborare per la creazione di un sistema di difesa anti-missili balistici (ABM) in Europa. Se realizzato, un simile sistema potrebbe aprire la strada alla creazione di uno spazio di sicurezza comune russo-europeo.

Gli scettici obietteranno che la cooperazione Russia-NATO sull'ABM è lungi dal realizzarsi e che la proposta di partenariato strategico avanzata da Putin sembra più un pio desiderio che un solido progetto economico-finanziario, eppure il desiderio della Russia di colmare le distanze con il suo nemico storico e di impegnarsi economicamente nell'ambito dell'Unione Europea sembra indicare che Mosca vede ora l'evoluzione in senso europeo della propria politica estera come una priorità forte, se non la più forte.

In secondo luogo, il 26 novembre la Duma di Stato russa ha approvato una risoluzione nella quale si riconosce che il massacro di 20.000 cittadini a Katyn fu commesso su ordine diretto del dittatore sovietico Josif Stalin. La risoluzione esprime inoltre "profonda simpatia per le vittime di questa ingiustificata repressione".

I cinici potrebbero maliziosamente osservare che la risoluzione della Duma ha preceduto di poco il viaggio di Medvedev il Polonia, il 6-7 dicembre. Ma è anche vero che il promotore della risoluzione Konstantin Kosačev, presidente della commissione affari esteri della Duma, ha definito il documento "storico" e ha sottolineato la sua importanza per il popolo russo, a sua volta vittima dei crimini staliniani. Il competente e ben informato Kosačev non poteva non sapere che durante l'incontro con il Consiglio per i Diritti Umani previsto a gennaio Medvedev si occuperà proprio della destalinizzazione.

In terzo luogo, tre giorni prima della seduta della Duma Medvedev ha fatto scalpore con un discorso sul suo video blog in cui lanciava un monito a proposito della "stagnazione" della politica russa e sollecitava a una maggiore trasparenza. Per quando slegati possano apparire il video blog di Medvedev e la risoluzione adottata dalla Duma, entrambi sembrano orientati a cambiare l'immagine della Russia all'estero, tentando di smontare la sua fama di gigante che rimpiange il passato stalinista e minaccia i suoi vicini.

Infine, il 30 novembre il presidente Medvedev ha tenuto il suo terzo discorso annuale all'Assemblea Federale. Dato che il primo discorso verteva sulle riforme politiche e il secondo sulla modernizzazione economica, gli esperti avevano previsto che quest'anno Medvedev si sarebbe dedicato alle questioni sociali. Non si sbagliavano. Il discorso del presidente si è incentrato sulla tesi che la modernizzazione politica ed economica non è che uno strumento per risolvere i problemi sociali più scottanti del Paese: il calo demografico, il degrado ecologico e il peggioramento dell'istruzione e della sanità. Ma a rendere in un certo senso unico questo discorso è stata l'attenzione per l'infanzia. In uno slancio di passione assolutamente privo di precedenti per un leader politico russo, Medvedev ha concluso il suo discorso con questa frase:

“Tutto quello che facciamo, lo facciamo per coloro che amiamo di più. I nostri bambini, ai quali auguriamo di vivere meglio di noi, di essere migliori di noi e di conseguire quello che noi non abbiamo avuto il tempo di conseguire.”

Molti analisti russi hanno definito questo discorso "blando", accusando il presidente di essersi lasciato sfuggire l'occasione di proporre una serie di riforme politiche mozzafiato, come per esempio la formazione di un nuovo partito politico. A quanto pare il presidente e il suo entourage sanno però quello che dovrebbe sapere anche ogni analista politico, e cioè che un anno prima dell'inizio di un nuovo ciclo elettorale il presidente dovrebbe concentrarsi su ciò che più sta a cuore ai cittadini: il benessere delle loro famiglie e, certo, dei loro bambini. (Tra l'altro i russi hanno ben poca considerazione dei partiti politici, come dimostrano in continuazione i sondaggi.)

Esprimendo pubblicamente la sua sollecitudine e il suo affetto per i bambini russi, Medvedev, padre di un quindicenne, potrebbe aver tentato ancora una volta di presentare la Russia più positivamente: come un Paese più mite e gentile. Il gigante gentile, per così dire.

Medvedev potrebbe dire che è più bello vivere in un Paese in pace con i suoi vicini. Potrebbe anche dire che è più bello vivere in un Paese che si prende cura dei propri bambini. E che è molto più divertente fare il presidente di un Paese così.

Originale: Russia, the gentle giant?

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2010

Traduzione: Manuela Vittorelli

martedì, dicembre 07, 2010

Crepe nella desolazione di specchi: Pepe Escobar a proposito di WikiLeaks

Crepe nella desolazione di specchi*

di Pepe Escobar

La tentazione di vedere WikiLeaks come un paradiso artificiale neo-baudelairiano – dove l'anarchia libertaria sposa la conoscenza informatica – non potrebbe essere più seducente.

Attualmente ad aiutare il fondatore Julian Assange ci sono non più di 40 persone con l'aggiunta di 800 collaboratori esterni. Tutto questo con un bilancio annuale di 200.000 euro (264.000 dollari) e continui spostamenti di sede. Il portavoce di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson definisce il sito un "portale di whistleblowers" le cui fonti sono anonime e perfino sconosciute. Si può fare in modo che una denuncia sveli la nudità dell'imperatore con soli 200.000 euro, proprio come qualcuno (Osama bin Laden o chi per lui) è riuscito a produrre l'11 settembre e impostare il "nuovo ordine mondiale" con 500.000 dollari.

Daniel Ellsberg, che nel 1971 rivelò i documenti del Pentagono, considera Assange un eroe. Per gran parte dell'establishment statunitense è ora il nemico pubblico numero uno, un'improbabile eco di bin Laden. Dovrebbe ora trovarsi nel Sud-Est dell'Inghilterra, raggiungibile da Scotland Yard, ed essendo ricercato in Svezia potrebbe essere prossimo all'arresto sulla base di un mandato dell'Interpol. Lo studioso canadese Marshall McLuhan si rivolterà nella tomba: se il mezzo è il messaggio, quando non è possibile eliminare il messaggio si elimina il mezzo?

Il libro di sabbia
Esaminiamo il crimine di Assange. Ecco come si esprime lui stesso, in "State and Terrorist Conspiracies":

Per cambiare radicalmente il comportamento dei regimi dobbiamo pensare in modo chiaro e audace. Perché se c'è qualcosa che abbiamo imparato, è che i regimi non vogliono cambiare. Dobbiamo spingerci più in là di quelli che ci hanno preceduti e individuare cambiamenti tecnologici in grado di offrirci un potere che i nostri predecessori non potevano permettersi. In primo luogo dobbiamo comprendere quale aspetto del governo o della condotta neocorporativa vogliamo cambiare o eliminare. Poi dobbiamo sviluppare un approccio che sia abbastanza forte da permetterci di superare le pastoie del linguaggio politicamente distorto e di porci in una posizione di chiarezza. Infine dobbiamo fare in modo che questa consapevolezza possa ispirare a noi e agli altri una condotta nobilitante ed efficace.
Assange vede dunque WikiLeaks come un antivirus capace di guidarci mentre navighiamo nella distorsione del linguaggio politico. Se il linguaggio è un virus alieno, come scrisse William Burroughs, WikiLeaks dovrebbe esserne l'antidoto. Assange crede insomma che la rivelazione (cumulativa) di segreti conduca a un futuro privo di segreti. La sua è una visione anarchico/romantico/utopistica.

È fondamentale ricordare che Assange configura gli Stati Uniti essenzialmente come un gigantesco complotto autoritario. L'attivista politico americano Noam Chomsky potrebbe dire la stessa cosa e non verrebbe arrestato per questo. La differenza è che Assange impiega una strategia di combattimento: mira a corrodere la capacità di cospirazione del sistema. È qui che entra in gioco la metafora informatica. Assange vuole combattere il potere del sistema trattandolo come un computer che soffoca nelle sabbie del deserto. Sarebbe magnifico immaginare un racconto di Borges su questo tema.

Ma Assange sta anche attaccando la dottrina contro-insurrezionale del Pentagono. E non lo fa in modalità "stana i taliban e falli fuori". Questo è solo un dettaglio. Se il complotto è una rete elettronica – una sorta di Matrix della politica estera – Assange vuole intaccarne la capacità cognitiva abbassando la qualità dell'informazione.

Qui interviene un altro elemento cruciale. La capacità del complotto di ingannare chiunque per mezzo della propaganda è equivalente alla sua capacità di ingannare se stesso.

Arriviamo così alla strategia di Assange, che consiste nello scatenare un'ondata gigantesca di documenti come attore/vettore nel panorama dell'informazione. Questo ci porta a un altro punto fondamentale: non importa se queste notizie siano inedite, o pettegolezzi, o pii desideri (finché sono autentiche). L'ambiziosissima idea madre è minare il sistema dell'informazione e dunque "causare un crash del sistema", facendo in modo che il complotto si rivolti contro se stesso per difendersi. WikiLeaks crede che un complotto si possa distruggere solo inducendogli allucinazioni e paranoie su se stesso.

Così andiamo ben oltre. Il talk-show globale ispirato dal cablegate è stato de tutto incapace di cogliere il punto essenziale. Ancora una volta, non importa che la maggior parte dei cablo sia puro pettegolezzo, materia da tabloid: questo è solo il modo in cui Assange illustra il funzionamento del complotto. Non gli interessano gli scoop giornalistici (al contrario dei suoi partner, dal Guardian a Der Spiegel), lui mira a soffocare i nodi che rendono possibile il complotto, per rendere il sistema sempre più "stupido".

Ed è indubbio che il cablegate ci mostri un Dipartimento di Stato sempre più stupido, incapace perfino di fornire e promuovere la propria versione. È un successo straordinario per un'organizzazione diversa da tutto quello che abbiamo visto finora, che fa quello che fanno o dovrebbero fare i giornalisti, e anche di più. E non è finita, perché adesso toccherà ai segreti di una grande banca (probabilmente la Bank of America), ai segreti della Cina, ai segreti della Russia.

Specchio, specchio della rete
Il governo statunitense e la maggioranza dei media ufficiali hanno prevedibilmente dispiegato il loro meccanismo di difesa dicendo che "in questi cablo non c'è niente di nuovo". Ma un conto è sospettare che il Segretario di Stato Hillary Clinton avesse ordinato ai diplomatici americani di spiare i loro colleghi alle Nazioni Unite, un altro conto è avere un documento che lo conferma ufficialmente. Se il Segretario Generale dell'ONU Ki-moon non fosse un debole, in questo momento avrebbe scatenato una bufera diplomatica gigantesca.

E intanto il governo americano e praticamente tutto l'establishment – dai neocon agli obamiani – intendono ricorrere a ogni mezzo per distruggere WikiLeaks e perfino lo stesso Assange, come George W. Bush voleva fare con bin Laden. Sarah Palin ha detto che Assange è peggio di al Qaeda. L'isteria ha portato una radio di Atlanta a chiedere ai suoi ascoltatori se Assange meriti la pena di morte o il carcere (la terza opzione non era prevista; per la cronaca, ha vinto la pena di morte). Anche il pastore battista Mike Huckabee, che nel 2008 avrebbe potuto essere il candidato repubblicano alla presidenza e adesso ha un posto fisso nei talk-show, è per la condanna a morte.

A chi credere? A questi svitati o ai due investigatori federali che hanno detto al Los Angeles Times che se all'epoca ci fosse stato WikiLeaks si sarebbe potuto evitare l'11 settembre?

Ci sono filosofi francesi che per sfuggire alla propria irrilevanza fomentano teorie del complotto, lamentando che WikiLeaks attribuisce ai mezzi di informazione poteri senza precedenti. Altri accusano l'orco internet di divorare i giornalisti. È il bello di queste rivelazioni: è la materia di cui son fatti i complotti.

In questo contesto è illuminante quello che ha da dire l'eminente veterano della Guerra Fredda Zbigniew Brzezinski, il quale ha dichiarato al Public Broadcasting Service che il cablegate è "cosparso" di informazioni "sorprendentemente acute", e che è fin troppo facile disseminare dati di questo tipo.

Esempio: i cablo secondo cui i cinesi sono propensi a collaborare con gli Stati Uniti in vista di una possibile unificazione coreana sotto l'egida della Corea del Sud (ho smontato l'argomento in un mio precedente articolo, TheNaked Emperor, Asia Times Online, 1° dicembre 2010).

Il dottor Zbig sostiene che WikiLeaks potrebbe essere stato manipolato dai servizi segreti con "finalità molto specifiche". Dice che potrebbe trattarsi di elementi interni agli Stati Uniti che vogliono imbarazzare l'amministrazione Obama, ma sospetta anche la mano di "elementi stranieri". In questo caso in cima alla lista ci sarebbe Israele.

Se parliamo di teorie del complotto, questa fa il botto: WikiLeaks potrebbe essere la testa di un vero "serpente" invisibile, una gigantesca campagna di disinformazione israeliana? Tra le prove ci sarebbero i cablo che compromettono gravemente i rapporti tra Stati Uniti e Turchia; quelli che descrivono il consenso del mondo arabo-saudita a un attacco contro l'Iran; e il fatto che nei cablo non ci sia niente che dimostri come Israele abbia più volte tenuto sotto scacco gli interessi americani in Medio Oriente.

In un'intervista con il conduttore televisivo Larry King, il primo ministro russo Vladimir Putin ha seguito le orme del dottor Zbig dicendo che si tratta di una manipolazione: i cablo come complotto per screditare la Russia (questo prima che la Russia si aggiudicasse i mondiali del 2018; adesso tutti annegano in torrenti di Stoli e a nessuno importa più niente dei cablo). Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha detto praticamente la stessa cosa riferendosi al suo paese.

E poi c'è il complotto che non si è avverato: come mai il Pentagono, con tutta la sua evolutissima sapienza informatica, non ha voluto o saputo mettere a tacere WikiLeaks?

Ovunque si mormora dei "moventi" di WikiLeaks. Ci basta tornare alle parole di Assange per capire che non c'è un "movente". Il vuoto intellettuale e l'autismo politico dei diplomatici americani è evidente; possono solo "capire" l'Altro: il mondo in termini di buoni e cattivi. Il grande regista franco-svizzero Jean-Luc Godard questo venerdì compie ottant'anni. Sarebbe bello se girasse un remake di Made in USA, rappresentando la perplessità del sistema mentre contempla il proprio riflesso in un gigantesco specchio digitale.

*Con l'espressione "Wilderness of mirrors", riferimento alla poesia di T. S. Eliot "Gerontion" e qui tradotto come "desolazione di specchi", il capo della CIA James Jesus Angleton si riferiva ai molteplici stratagemmi, inganni e metodi di disinformazione impiegati dall'Unione Sovietica per confondere e disorientare l'Occidente.

Originale: Cracks in the wilderness of mirrors

Articolo originale pubblicato il 3 dicembre 2010

Traduzione di Manuela Vittorelli

giovedì, settembre 30, 2010

Russia: Considerazioni sull'affare Lužkov

Considerazioni sull'affare Lužkov

di Timothy Colton

In un sistema politico pesantemente controllato che raramente produce colpi di scena da prima pagina, il licenziamento di Jurij Lužkov il 28 settembre, dopo il suo rifiuto di dimettersi pacificamente, è una notizia grossa. Per impatto l'unico paragone negli anni di Putin sarebbe l'attacco contro Michail Chodorkovskij nel 2003, benché ovviamente Lužkov non sia stato arrestato né incriminato. Quando è stato deposto, Chodorkovskij era uno degli uomini più ricchi del Paese. Lužkov era uno dei più potenti. Per la Russia il caso non ha niente di speciale.

Il Presidente Medvedev ha già incoraggiato il pensionamento di dirigenti anziani, e Lužkov, che ha appena compiuto 74 anni, aveva accettato la prospettiva di ritirarsi alla fine del suo ultimo mandato, il prossimo anno. Dunque il suo licenziamento non è dipeso semplicemente dall'età e dalla necessità di rinnovamento. Cosa ha accelerato i tempi? Forse la causa è stata la corruzione, oggetto ufficiale delle crociate di Medvedev. Nella capitale la corruzione è rampante: si crede che la famiglia di Lužkov, attraverso la compagnia di costruzioni della moglie, l'Inteko, abbia beneficiato grandemente della sua carica. Ma se si trattava solo di corruzione perché si è deciso di colpirlo proprio ora, dato che Lužkov era sindaco dal 1992 e l'Inteko era stata fondata nel 1991? E perché è stato preso di mira proprio lui tra la schiera di funzionari ben introdotti e ricchissimi che popolano l'establishment russo? Si sa inoltre che Lužkov ha rifiutato diversi incarichi alternativi, come la direzione dei preparativi per le Olimpiadi di Soči e (o almeno così si dice) la presidenza del Consiglio della Federazione, la camera alta del Parlamento. Presumibilmente il Cremlino non avrebbe offerto cariche così ambite a una persona la cui etica professionale fosse considerata inaccettabile. Né sembra probabilissimo che lo scandalo sia il prodotto di un disaccordo ideologico o politico. Né Lužkov né Medvedev vi hanno mai fatto alcun riferimento, e non l'ha fatto neanche il Primo Ministro Putin.

È molto più convincente pensare alla destituzione di Lužkov in termini di potere e di personalità. Indipendentemente da quanto sia liberale Medvedev su altre questioni, sul problema della governance territorale crede quanto Putin nella cosiddetta "verticale del potere". Preferisce affidare ad altri agenti il compito di soddisfare la volontà del potere centrale, e non ha la tolleranza di Putin (o di El'cin) per i passati peccati. Lužkov, prodotto dell'industria sovietica e dei caotici anni Novanta, era in questo senso un uomo segnato, e il miracolo è che sia durato così a lungo. A cambiare la situazione non è stata probabilmente la sua condotta di fronte agli incendi estivi ma una cosa che nel periodo del "tandem" appare maggiormente critica: speculava audacemente sulle differenze reali e percepite tra i due leader, e a quanto pare credeva ingenuamente che Putin l'avrebbe protetto nei momenti disperati. Questo però per Putin avrebbe significato minacciare la verticale costruita così strenuamente dal 2000 al 2008, e Lužkov non ha saputo o voluto capirlo.

Non vanno sottovalutati gli aspetti personali di questo conflitto. Nella sua provocatoria lettera del 27 settembre a Medvedev, trapelata sulla stampa poche ore dopo, Lužkov si mostra offeso fino all'esasperazione. Esprime rabbia per i recenti attacchi dei media contro la sua reputazione ("terrorismo informativo" da parte di "media controllati") e per la loro mancanza di riguardo nei confronti dei suoi trascorsi e della sua vita privata. Attacca Boris Gryzlov (presidente della Duma e rappresentante di spicco di Russia Unita) e soprattutto lo stesso presidente, definendo Medvedev un ipocrita e accusandolo di fare retorica della democrazia al forum di Jaroslavl' e di agire diversamente "nella vita reale".

La cosa più difficile da digerire per Lužkov potrebbe essere la consapevolezza di essere un membro fondatore dello stesso partito che ha rivolto contro di lui armi usate per molto tempo contro altri. Ed è qui che si annidano potenziali conseguenze politiche più ampie. Nel 1987 un leader moscovita appartenente a un'altra generazione, Boris El'cin, fu attaccato e umiliato dalla dirigenza di allora e reagì con l'accusa che Gorbačëv stava tentando di creare una dittatura personale. Il suo affronto fu poi politicizzato e si nutrì di una profonda alienazione rispetto all'intero sistema del potere. Le probabilità che la stessa cosa accada con Jurij Lužkov non sono alte, ma neanche pari a zero. Alcuni brani della sua lettera a Medvedev ricordano in modo sorprendente lo El'cin del 1987.

L'esito dipenderà in una certa misura da quanto lontano si spingeranno Medvedev e Putin nel punire il loro sottoposto ribelle: a parole, confiscandogli i beni e forse anche peggio. Intraprendere il percorso Chodorkovskij e trasformare l'ex sindaco nel simbolo in carne e ossa di un'epoca disprezzata sarebbe una strategia ad alto rischio perché Lužkov gode di un consistente sostegno sociale, soprattutto a Mosca, e perché conosce molti segreti dei suoi ex colleghi.

Originale: Thoughts on the Luzhkov affair

Originale pubblicato il 30 settembre 2010

Russia: Lužkov esce di scena

Lužkov esce di scena

di Vilhelm Konnander

All'inizio degli anni Novanta quando la notte si passava sotto l'ufficio del sindaco di Mosca si vedevano sempre le luci accese. Nei turbolenti 1991 e 1992 serviva a far capire ai moscoviti che c'era almeno qualcuno che si dava da fare per riportare la situazione in carreggiata. Tanto per cambiare, questo paradossale tentativo di fare l'impossibile non fece che produrre una pletora di barzellette su Popov. Ora il suo successore, Jurij Lužkov, esce di scena e agli occhi dell'opinione pubblica si svela un conflitto che se interpretato solo in chiave di lotta per il potere in vista delle elezioni presidenziali del 2012 rischia di sfociare ancora una volta nell'aneddotico. Il mio consiglio per evitare questo è molto semplice: seguite i soldi.

La precarietà della posizione di Lužkov era chiara fin dagli incendi della scorsa estate che avevano avvolto di fumo la capitale per settimane. Eppure non bisognerebbe dimenticare che la sua destituzione è stata un processo più lungo di quanto ci si prenda la briga di ricordare. La lotta tra le due capitali russe, Mosca e San Pietroburgo, è un tema centrale della politica russa, e non è estranea all'ascesa al potere di Putin. Come braccio destro dell'allora sindaco di San Pietroburgo Anatolij Sobčak, Putin probabilmente non dimenticherà mai quanto abbiano influito gli interessi moscoviti sulla sconfitta di Sobčak nel 1996, con gravi conseguenze per Putin stesso. Era da allora che i pietroburghesi volevano vendicarsi su Lužkov, riuscendo appena a tenerlo a bada nelle elezioni presidenziali del 2000 che portarono Putin al Cremlino. Questa è cosa risaputa per chiunque si occupi di cose russe. Quello che è interessante è quanto poco sia stata oggetto di attenzione negli ultimi tempi. Il licenziamento di Lužkov è invece prevalentemente interpretato come parte di una lotta tra Medvedev e Putin per le elezioni presidenziali del 2012.

Visto che è stato il canale televisivo NTV – di proprietà di Gazprom – a guidare la campagna contro Lužkov, è facile concludere che dietro la decisione ci sia Medvedev, che ha ancora potere su Gazprom. Il che può essere. Ma questo significa che Putin era contrario alla destituzione di Lužkov nell'ambito di un conflitto con Medvedev? C'è motivo di considerare con scetticismo questi ragionamenti, benché siano attualmente molto diffusi. Per quanto ci siano interessi contrastanti tra Putin e Medvedev – come in ogni sistema di potere a due – bisognerebbe sempre stare attenti a spiegazioni di questo tipo. Tuttavia per i cremlinologi è forte la tentazione di saltare a conclusioni azzardate quando i centri del potere entrano apertamente in conflitto. Seguire la pista politica potrebbe però essere fuorviante.

Invece di concentrare l'attenzione esclusivamente sul gioco politico e sul successore di Lužkov – questione di per sé importante – gli osservatori possono avere un quadro più complesso della situazione tracciando i rapporti di potere nel Paese. Chi ricorda il caso Chodorkovskij e lo scandalo Jukos del 2003 riconoscerà probabilmente uno schema ricorrente. Come allora Putin sta in disparte e un qualche mediatore – in questo caso Sečin – conduce negoziati ingannevoli per risolvere un conflitto di interessi mentre la cricca si prepara a colpire. Così, come accadde con il caso Jukos, la questione interessante è sapere chi si spartirà il bottino dopo Lužkov, o meglio ancora quello che accadrà all'impero finanziario di sua moglie. Come illustrato dal documentario della NTV, non si mira solo a Lužkov ma anche alla sua base finanziaria.

Inutile dire che c'è una ragione per cui la moglie di Lužkov, Elena Baturina, è all'ottavo posto nella classifica dei russi più ricchi. La simbiosi politico-finanziaria tra il sindaco e la consorte nel settore edilizio della capitale è un racket che ha mandato alle stelle i prezzi del mercato immobiliare, tra i più alti al mondo. Tenendo conto di tutte le attività imprenditoriali direttamente e indirettamente sotto l'influenza del sindaco, il costo della vita ha raggiunto livelli ridicoli per la maggior parte dei moscoviti. Ma è il genere di corruzione quotidiana che non sorprende nessuno, considerata da tutti uno stile di vita. Il problema ora è se Lužkov abbia raggiunto un accordo, per esempio con Sečin, ottenendo una sorta di immunità in cambio dell'impero economico di sua moglie o se vedremo qualcosa di simile a ciò che è successo alla Jukos.

Comunque, a prescindere dai conflitti o dagli accordi per il bottino di Lužkov, per capire come le forze si stiano organizzando per il futuro è meglio seguire il denaro che considerare la faccenda come un tradizionale gioco da cremlinologi. Può dunque essere utile fare attenzione a chi mira all'eredità di Lužkov, sia direttamente sia attraverso degli intermediari. Con l'uscita di scena di Lužkov, per decifrare le macchinazioni della politica russa bisogna tenere i riflettori puntati sulla sua eredità.

Originale: Lights out Luzhkov

Articolo originale pubblicato il 29 settembre 2010

mercoledì, settembre 29, 2010

Russia: uniti resistiamo, ma perché?

Uniti resistiamo, ma perché?
I partiti d'opposizione russi stanno per formare un fronte comune per le future elezioni. Avrà una qualche utilità?

di Eugene Ivanov

So cosa avrebbe detto Ronald Reagan se avesse saputo che i liberali russi hanno deciso di coalizzarsi: “Rieccovi qui”.

E certo nessun osservatore della politica russa sarà scampato a un acuto senso di déjà vu nell'apprendere che quattro leader dell'opposizione russa – Michail Kas'janov, Boris Nemcov, Vladimir Ryžkov e Vladimir Milov – hanno firmato un patto per formare una nuova coalizione chiamata "Per una Russia senza Illegalità e Corruzione". In passato, più o meno in coincidenza con i cicli elettorali del Paese, sono apparse e rapidamente comparse coalizioni simili: Comitato 2008 (2004), L'Altra Russia (2006), Assemblea Nazionale (2008) e Solidarietà (2008). Dato che le facce dei quattro cofondatori appaiono fin troppo familiari (forse solo Vladimir Milov, il leader del movimento “Scelta Democratica della Russia” potrebbe essere considerato un nuovo arrivato, almeno relativamente), non motivo di aspettarsi qualcosa di diverso dalle altre volte.

Appare sospetta l'assenza dalla lista dei firmatari di Garry Kasparov, instancabile costruttore di coalizioni e cofondatore (insieme a Boris Nemcov) di Solidarietà. Una spiegazione ufficiale è stata che Kasparov si trovava "all'estero", ma tutti sanno che con i suoi impulsi dittatoriali Kasparov sarebbe una condanna a morte per qualsiasi coalizione. (Milov avrebbe minacciato i suoi alleati: "Dentro Kasparov e fuori io".) D'altro canto Kasparov ha visibilità e grandi capacità di fundraiser. Con lui "fuori", la nuova coalizione potrebbe durare di più ma ottenere di meno.

Un accordo di una pagina e mezza non dice molto dell'ideologia o degli obiettivi a lungo termine della coalizione. Definisce però due mete immediate: nominare un unico candidato per le presidenziali del 2012 e formare un partito politico "democratico unito" (che non ha ancora un nome) per partecipare alle elezioni parlamentari del 2011. Il primo obiettivo appare fattibile se prevarrà lo spirito di collaborazione – il che non è ovviamente garantito, dato che probabilmente ciascun membro della coalizione si batterà per essere il candidato prescelto. Questo però non assicura la presenza di un candidato presidenziale unico nel 2012, perché ciascuno dei gruppi rimasti fuori dalla coalizione potrebbero uscirsene con propri esotici candidati come il cittadino britannico Vladimir Bukovskij o il prigioniero di coscienza per antonomasia Michail Chodorkovskij.

Il secondo obiettivo – la formazione di un unico partito democratico per correre alle elezioni parlamentari del 2011 – sembra invece uno scherzo, se non una frode bella e buona. In Russia per registrare un partito politico un gruppo deve raccogliere almeno 40.000 firme di aspiranti membri. Il partito Solidarietà di Nemcov non può vantare più di 4000-5000 membri al massimo; l'Unione Democratica del Popolo ne ha ancor meno; il Partito Repubblicano di Ryžkov semplicemente non esiste; e Scelta Democratica di Milov rappresenta solo lo stesso Milov e una decina di oscuri attivisti. Per partecipare alle elezioni parlamentari del 2011 il nuovo partito dovrebbe iniziare il processo di registrazione non più tardi degli inizi del nuovo anno. Non vi è alcuna possibilità che la coalizione riesca a raccogliere tanti sostenitori in così poco tempo. Ryžkov lo sa, tanto che ha già annunciato azioni di protesta nel caso non fosse possibile registrare il nuovo partito. Sembra che queste "azioni di protesta" finiranno per essere l'unico risultato della nuova iniziativa politica.

Si ritiene che tutte le precedenti coalizioni liberali siano naufragate in seguito a liti interne. Potrebbe essere vero, ma solo in parte. La vera ragione per cui simili coalizioni non riescono a durare è l'assoluta distanza dei liberali russi dagli interessi e dalle preoccupazioni dei russi. I primi segni di questo costante distacco sono già visibili. La Nezavisimaja Gazeta riferisce che Milov ha proposto di porre al centro del programma politico della coalizione le elezioni dirette dei governatori regionali. Altri membri della coalizione si sono opposti, insistendo che bisognerebbe promuovere una serie più ampia di richieste, come la libertà di manifestare. Allo stesso tempo i risultati di un recente sondaggio VCIOM mostrano che secondo i russi i principali problemi del Paese sono l'alcolismo e la tossicodipendenza, l'inflazione e la disoccupazione. In che paese vivono, Milov e compagni?

I liberali russi dovrebbero finalmente capire che essere liberale non consiste semplicemente nel possedere un set di "valori" liberali astratti. Significa invece offrire soluzioni liberali ai problemi quotidiani della popolazione. A meno che ciò non accada, la nuova coalizione diventerà l'ennesima e fugace incarnazione di una forma di pazzia: continuare a fare la stessa cosa, ricominciando ogni volta daccapo, aspettandosi risultati diversi.

Originale: United we stand, but what for?

Articolo originale pubblicato il 23 settembre 2010

Russia: opposizione contro apatia

Opposizione contro Apatia
Riusciranno i capi dell'opposizione liberale russa a tenere assieme la loro fragile alleanza?

di Georgy Bovt

I leader dell'opposizione non parlamentare russa Michail Kas'janov, Boris Nemcov, Vladimir Ryžkov e Vladimir Milov hanno annunciato la fondazione di una nuova coalizione nel corso di una conferenza stampa che ha attirato un numero insolitamente alto di giornalisti. Tutta questa attenzione dimostra quanto i media siano sensibili a eventuali segnali di vita provenienti da qualsiasi realtà politica affermi di voler proteggere i principi democratici nel Paese. Michail Kas'janov, capo dell'Unione Democratica del Popolo ed ex primo ministro, ha detto che il principale obiettivo strategico del nuovo movimento è "cambiare la politica nazionale mediante il necessario trasferimento di potere".
Già la notizia in sé permette di concludere che oggi nel centro di Mosca è possibile tenere una conferenza stampa per annunciare un programma di opposizione senza che i giornalisti abbiano paura di assistevi e che la polizia vi faccia irruzione. È un grande passo avanti rispetto, per esempio, agli anni Settanta.

Inizialmente la conferenza stampa doveva svolgersi nella sede dell'agenzia giornalistica di Stato RIA Novosti, e benché gli organizzatori non siano stati esplicitamente respinti la conferenza è stata spostata all'ultimo momento a causa di "problemi tecnici". I quattro leader si sono quindi riuniti nella sede moscovita del movimento Solidarietà. Su questa base possiamo giungere a una seconda conclusione: la Russia non ha un metodo unico e affidabile per reprimere i dissidenti. Ogni volta che qualcuno esprime la propria opposizione al governo servono un approccio su misura e una soluzione contingente, anche se ciò non significa che non esistono ricette miracolose per mettergli il bavaglio.

La cosiddetta "opposizione non sistematica" intende fondare un partito che possa partecipare alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2011 e del 2012. "Non siamo ingenui. Ci rendiamo conto del fatto che il nostro partito politico non potrà essere registrato, ma la costituzione ci dà il diritto di crearlo, e noi ci batteremo per quel diritto", ha detto Kas'janov.

Uno dei leader di Solidarietà, Boris Nemcov, già vice primo ministro di Boris El'cin e un tempo considerato un suo potenziale successore, ha detto che la coalizione presenterà un unico candidato alla presidenza. "Non intendiamo partecipare a negoziati sottobanco con il Cremlino. Il regime ci ha gettato sulle strade, dunque le proteste di massa saranno la nostra linea d'azione", ha detto Nemcov.

Vladimir Ryžkov, ex vice presidente della Duma di Stato e capo di Scelta della Russia, importante partito pro-Cremliniano sotto El'cin, ha detto che a breve la coalizione comincerà a costruire la propria struttura regionale, che secondo la legge è uno dei requisiti per registrare un partito politico. Ryžkov ha anche detto che presto verrà diffuso il programma del futuro partito.

Quali probabilità di successo ha la coalizione?

A oggi nessun movimento di opposizione russo può vantare un significativo sostegno dell'opinione pubblica. Da sempre i russi diffidano di coloro che litigano con il governo. Una persona di buon senso (e il buon senso è forse la caratteristica centrale, onnipresente della mentalità russa) ne ricava la conclusione che se un politico non è al potere non potrà aiutare nessuno, non potrà fare pressioni a Mosca per un nuovo gasdotto, non potrà controllare i burocrati locali né stanziare soldi per una nuova scuola, un nuovo asilo, una nuova strada, nuove abitazioni, ecc. L'elettore medio confida che siano i candidati a risolvere i suoi problemi quotidiani. Per lui le discussioni sulla democrazia e i diritti umani sono astratte e la democrazia non sembra avere niente a che fare con il miglioramento delle sue condizioni di vita.

Naturalmente esiste il voto di protesta, quando per segnalare il proprio scontento la gente vota chiunque si dica in contrasto con il governo. Tra i beneficiari di questo voto ci sono il Partito Liberal Democratico di Vladimir Žirinovskij, il Partito Comunista e Russia Giusta, partito relativamente recente. Gli elettori solitamente non si addentrano troppo nei programmi dei partiti di pseudo-opposizione e si limitano a votare contro Russia Unita, il partito al governo.

La nuova coalizione, nondimeno, farà fatica a conquistare perfino questo genere di sostenitori. La voce di protesta deve anzitutto superare vari ostacoli, come lo sbarramento del 7% per le elezioni parlamentari. Riuscirci è estremamente difficile per i partiti d'opposizione, date le proporzioni degli esiti elettorali falsificati a tutti i livelli. Dunque per ottenere il 7% dei voti ufficialmente riconosciuti bisogna prendere il 20-25%. Se l'elettorato non crede che un partito possa superare questo sbarramento del 7% potrà magari votare per degli assoluti outsider, sapendo che così facendo butterà il proprio voto e dunque, in ultima analisi, finirà per votare Russia Unita.
La nuova coalizione dovrà presto superare un ostacolo amministrativo ancora peggiore: la registrazione del proprio partito. Sarà un compito ingrato, se non impossibile. Negli ultimi dieci anni le leggi russe sulla registrazione dei partiti politici e delle organizzazioni pubbliche sono diventate così rigide che la burocrazia al governo può facilmente bloccare un movimento – per non dire un candidato – indesiderato in qualsiasi fase del processo di registrazione.

Kas'janov, Nemcov, Ryžkov e Milov potrebbero avere un asso nella manica: un movimento di protesta di massa che usi le manifestazioni di piazza e la disobbedienza civile per aggirare le sfide burocratiche. In pratica, però, negli ultimi 10-15 anni i russi hanno cessato di partecipare alle manifestazioni politiche di massa, e quasi senza eccezione sono sprofondati nel baratro dell'apatia e dell'indifferenza totale nei confronti della politica dell'attivismo. Tutto considerato, la nuova coalizione per ora non ha alcuna possibilità di cambiare il panorama politico.

Originale: Opposition vs. Apathy

Articolo originale pubblicato il 23 settembre 2010

sabato, maggio 01, 2010

Nessun muro a cui appoggiarsi: l'intervista di "Lateral" a Roberto Bolaño

Intervista a Roberto Bolaño
Testo pubblicato su Lateral. Revista de cultura, numero 40, aprile 1998

È stato la rivelazione letteraria dello scorso anno. È cileno, è nato nel 1953 e dal 1977 vive in Spagna. Prima di allora ha viaggiato a lungo. A quindici anni si trasferisce in Messico, dove diventa poeta, vive di giornalismo e si converte al trotzkismo. Nel 1973 fa ritorno in Cile, in tempo per assistere al golpe militare. Arrestato, per un colpo di fortuna viene scarcerato. Nel Salvador conosce i futuri assassini di uno dei maggiori poeti latinoamericani. Di queste ed altre cose parla nell'intervista. In Spagna ha fatto tutti i mestieri. A 43 anni compiuti pubblica il suo primo libro di narrativa, La letteratura nazista in America (La literatura nazi en América, Seix Barral, 1996), acclamato dalla critica spagnola. Poi vengono Stella distante (Estrella distante, Anagrama, 1996), romanzo che consolida la sua reputazione, e i racconti di Chiamate telefoniche (Llamadas telefónicas, Anagrama, 1997), che lo consacra come uno dei migliori scrittori contemporanei di lingua spagnola. Da alcuni anni vive in un paesino della Costa Brava.

Come capita a Blanes un cileno?
Per caso. A Blanes sono arrivato per metter su un'attività; all'epoca facevo il negoziante. Era un negozio di bigiotteria e abbigliamento, un negozio per turisti, e così sono rimasto a vivere lì.

Vive ancora di questo?
No, dal '93 vivo esclusivamente di letteratura. Quell'anno vinsi tre o quattro premi che mi portarono molti più soldi dei libri pubblicati in seguito. Avevo quarant'anni.

Deve essere stata una svolta miracolosa...
Non lo considero né una svolta né un miracolo. Scrivo da quando avevo 18 anni e a 22 in Messico già vivevo di letteratura. Tutto il denaro che guadagnavo veniva dalla scrittura: giornalismo, articoli... Ricordo che il biglietto aereo per l'Europa me lo comprai con due articoli pubblicati su una rivista messicana.

E perché venne in Spagna?
Venni in Spagna nel '77. In realtà me ne andai in Svezia, dove più o meno mi ero rimediato un lavoro, ma mia madre viveva in Spagna da due anni e quando arrivai era molto malata. Poi mi misi ad aspettare che si rimettesse, insomma ad aiutarla. Barcellona, nel '77, era una vera bellezza, una città in movimento con un clima gioioso in cui tutto era possibile. La politica si mescolava con la festa, con una grande liberazione sessuale, una vera esplosione sessuale, un desiderio di fare costantemente qualcosa, che probabilmente era artificiale, non mi faccio troppe illusioni al riguardo, ma artificiale o autentico che fosse era tremendamente seducente. Per me fu una scoperta, e mi innamorai della città. A Barcellona imparai cose che credevo di sapere ma che in realtà non sapevo.

Per esempio?
Il vivere al di fuori della letteratura. In Messico vivevo molto a contatto con la letteratura. Vivevo in mezzo ad altri scrittori e mi muovevo in un mondo dove chi non era scrittore era artista. E a Barcellona cominciai a muovermi in un mondo dove non c'erano scrittori. Avevo amici scrittori, ma un po' alla volta mi feci amici di altro tipo. Ovviamente ho fatto di tutto: il lavapiatti, il cameriere, la guardia notturna, il netturbino, lo scaricatore di porto, il vendemmiatore, a Barcellona, in Francia, in un sacco di posti. E lo trovavo magnifico. E poi all'epoca non c'era ancora la disoccupazione che ci fu in seguito e la mobilità lavorativa era davvero grande; il mio corpo me lo chiedeva, sapere che lavoravo, conoscevo gente, guadagnavo soldi e quando mi stufavo cambiavo lavoro e nel giro di una settimana ne trovavo un altro. Per me era fantastico.

Ma allora perché ritirarsi in provincia?
Questo succede quando passa l'euforia del '77. In Spagna il disincanto viene fatto risalire al 1979-80, però io lo sperimentai un po' più tardi. Me ne andai a Girona perché ero stanco di Barcellona, anche se vivevo in una strada molto centrale, Tallers, dietro a La Vanguardia. Ci passavano migliaia di persone. Avevo avuto mille storie e avevo bisogno di uscirne, significava vivere con persone e con fantasmi. Avevo bisogno di andarmene in un posto dove non conoscevo nessuno.

E come finì in Messico a 15 anni?
Per via dei miei genitori. Mia madre era professoressa e mio padre trasportatore. Un giorno hanno deciso di andare a vivere in Messico. Ciascuno di loro è arrivato con un ideale e poi, come sempre accade, non ne è uscito niente.

Nel 1973 decide di tornare in Cile...
A vent'anni torno in Cile solo per fare la Rivoluzione. All'epoca ero di estrema sinistra, vicino al MIR [Movimiento de Izquierda Revolucionaria], ma la mia ideologia era trotzkista. In realtà il MIR non ebbe mai buoni rapporti con la politica dei paesi dell'Est. Ora, quella di Cuba è sempre stata un'eccezione abbastanza infantile perché è una malattia dei latinoamericani. I cubani possono essere prosovietici ma sono latinoamericani...

Come con Cortázar, che era critico nei confronti dell'URSS ma appoggiava il regime cubano che censurava i suoi libri.
Credo che in quel caso Cortázar e la stragrande maggioranza abbiano toppato, e toppato in modo bestiale. Il fatto che fossero latinoamericani non li giustificava più degli altri. È una faccenda complicata, perché per esempio ci furono molti trotzkisti che si esiliarono a Cuba, e i cubani non si comportarono male con loro. Ci furono molte forme di guerriglia fatte da chi non stava con il socialismo reale e che furono appoggiate anche da Cuba. Inoltre l'atmosfera di quegli anni era apocalittica nell'accezione di San Giovanni, nell'accezione cristiana. Aspettavamo tutti che scoppiasse la rivoluzione o la controrivoluzione. Si respirava un clima da Giorno del Giudizio. In quei giorni la paura ti faceva cercare, almeno mentalmente, un muro a cui appoggiarti, per pura paura. Alla fine non trovammo nessun muro a cui appoggiarci ed è andata come è andata, evidentemente, però credo che solo così si possa spiegare la faccenda di Cuba e di Cortázar...

Si dice che i mesi che precedettero il colpo di stato di Pinochet furono terribili, pieni di odio e di scontri.
Gli ultimi mesi del governo di Allende furono spaventosi. Però io non mi facevo molte illusioni; ero ingenuo, ma non mi aspettavo la rivoluzione suprema degli uomini puri né niente di tutto questo. E credo che in fondo cercassi l'avventura per l'amore dell'avventura in sé. Trovai tutta l'avventura che volevo e molta di più. Soprattutto dopo il colpo di Stato.

Ricorda il giorno del colpo di Stato?
Vivevo a casa di Jaime Quesada, che oggi è un poeta quasi ufficiale e a quel tempo era un poeta giovane, amico di mia madre. Mi svegliò tutto tremante e mi disse: “Roberto, i militari hanno fatto un golpe”. La prima cosa che ricordo di aver detto è: “Dove sono le armi, che vado a combattere?”. E Jaime che mi diceva: “Non uscire, non andare, cosa dirò a tua madre se ti succede qualcosa?”.
Io non conoscevo il quartiere e Jaime era pronto a restare chiuso in casa tutto il giorno. Andai a casa di un ragazzo di quindici anni che sapevo essere di sinistra. E gli domandai: “Chi sta organizzando la resistenza nel quartiere? Perché io voglio offrirmi volontario”. E questo ragazzo mi disse: “Anch'io voglio andare volontario”. Io avevo vent'anni, ma lui ne aveva quindici. E andammo insieme alla cellula comunista, che era l'unica a essere organizzata. Lì c'era gente di tutti i partiti. Era la casa di un operaio comunista, che era molto, molto spaventato. E ricordo che aveva i romanzi western di Marcial Lafuente Estefanía, dei libriccini di cowboy che teneva nella credenza. Fu tutto molto dolce, molto desolante e molto dolce.

Ma la resistenza era davvero organizzata, in caso di golpe?
Arriviamo lì e diciamo: “Cosa bisogna fare?”. Siamo qualcosa come venti o trenta persone e ciascuno di noi riceve il compito di controllare una strada. In realtà ci danno un piano pensato per uno scenario di guerra civile, non di colpo di Stato. Io mi accorgo che il compito che mi assegnano è di una stupidità sovrana. Perché dovevo controllare la casa di un civile, di una persona che si sapeva essere di destra, nel caso ci entrassero delle armi, insomma, tener d'occhio quella casa. Una cosa demente, perché le strade erano deserte e quando passavano pattuglie militari se non ti sparavano ti arrestavano. Mi danno un falso nome e una parola d'ordine da dare a un compagno che sarebbe passato a controllare. Vado nella via che mi hanno assegnato. Non c'è nessuno, ci sono solo io. Comincio ad avere paura, cosa ci faccio qui? Ti trovi solo in una strada e la prima cosa che pensi è che ti stanno guardando da tutte le finestre. Poi passarono quelli che facevano i controlli e io mi ero già dimenticato la parola d'ordine; ci parlai, tornai alla cellula. A quel tempo parlavo con accento messicano e credettero che fossi straniero. E siccome si pensava che tutti gli stranieri avessero una grande esperienza nella lotta armata, chiesero a me, che potevo benissimo essere un infiltrato, di andare a contattare la cellula principale.

I telefoni non funzionavano?
Doveva essere un contatto diretto. Mi danno una bicicletta perché faccia non so quanti chilometri fino a una città che non conosco perché ho vissuto solo a Santiago. Lì capisco: se obbedisco di sicuro mi ammazzano. Fu divertentissimo. Come un film dei fratelli Marx. Ordini, contrordini, nessuno capiva niente.

Ma alla fine riuscirono a fare qualcosa?
Verso mezzanotte o l'una ci giunse la notizia che il generale Prats stava arrivando con un contingente di truppe lealiste. Decidemmo di andare ad accogliere Prats, ma militarmente, cioè per offrire protezione e vedere che armi avevamo. Così andammo in un quartiere lì vicino, un quartiere di chabolas, come si chiamavano all'epoca quelli del movimento dei “senzatetto”: occupavano terreni e ci costruivano su. Una di queste case era piena di bombe molotov. La logica era distruggere una serie di ponti pedonali per impedire il transito delle prime avanguardie dei pinochetisti fino all'arrivo delle truppe di Prats. Poi si seppe che in quel momento Prats era già stato catturato. Non c'erano truppe, non c'era niente, il generale Prats era agli arresti. E comunque come si fa a colpire i ponti pedonali con le molotov? Era una pazzia totale. Perché non avevamo né armi leggere né niente... solo bombe molotov. Era impressionante. Quel giorno andò così.

E poi? Cosa avvenne il giorno dopo il golpe militare?
Poi ci fu il colossale doposbronza. Un quartiere resistette al golpe, erano preparati meglio, attaccarono un commissariato, riuscirono a sopraffare i carabinieri e isolarono il quartiere. Ma era come entrare nella fossa dei leoni. Li bombardarono dal cielo.
Si sentiva sparare tutto il santo giorno. Quando bombardarono La Moneda, dal quartiere in cui stavo sentivo e ogni tanto riuscivo a vedere gli aerei.

Sì, ma come è riuscito a cavarsela, in una situazione simile?
Quando mi fermarono per la strada e il tenente del posto di blocco si mise in contatto con Concepción per riferire sull'accaduto, mi spaventai: “Sono fritto, mi ammazzano”. Mi presentò come uno dei dieci uomini più ricercati del Cile, nientemeno. Stava cercando di gonfiare la sua cattura, ovvio. Vennero a prendermi in un veicolo speciale con due armadi, due tizi giganteschi; in vita mia non avevo mai visto carabinieri più grandi. Poi mi portarono al commissariato e lì c'era un altro tenente che era tutto il contrario di quello che mi aveva arrestato, era un tipo ragionevole e si rese conto che io non avevo niente del terrorista, non ero straniero e non avevo fatto nulla. Non poteva lasciarmi andare, ma almeno non mi lasciò lì.
Nello stesso giorno passai per i carabinieri, per un altro posto che non ricordo sotto quali ordini stava e poi finii all'investigativa, dai poliziotti in borghese. E fui molto fortunato.

Cosa accadde in realtà? Come riuscì a cavarsela?
Mi scarcerarono due poliziotti che erano stati miei compagni di scuola quando avevo cinque anni. Uscii dopo otto giorni perché c'erano quei due; altrimenti sarebbero potuti passare uno o due mesi. Un giorno invece incontrai un poliziotto che mi disse: “Non ti ricordi di me? Eravamo compagni di scuola”. Io non mi ricordavo niente. Fu straordinario.

Ma in Chiamate telefoniche c'è un racconto che narra esattamente questo! Io pensavo che si trattasse di pura invenzione, di un gioco letterario. Mi ha anche fatto pensare a una poesia di Nicanor Parra, in cui alcuni personaggi popolari cileni, “compari”, se non ricordo male, instaurano lo stesso dialogo assurdo dei detective del racconto.
No, è in gran parte autobiografico. Io incontrai davvero questi due ex compagni di scuola quando ero in prigione, e loro mi scarcerarono. Ma anche la cosa di Nicanor Parra è vera. Imposto tutti i miei testi fondandoli sull'intreccio, ma esiste un rovescio, un contrario. In questo caso il contrario era la poesia “Saranguaco” di Nicanor Parra, con il suo schema basato su un dialogo impossibile, una specie di dialogo pazzo. E fa anche parte del folklore cileno.

E perché questa necessità di un rovescio, di un'ombra letteraria?
Per una questione di economia. Ciascun racconto ha un suo rovescio, ma governato da una disciplina di ferro. Perché altrimenti non avrei potuto scrivere i quattordici racconti di questo libro, avrei scritto quattordici romanzi. E probabilmente quattordici romanzi infiniti. Per esempio, “Vita di Anne Moore”, l'ultimo racconto di Chiamate telefoniche, è, nel suo riflesso, un romanzo-fiume di circa seicento pagine. Succedono cose che si possono raccontare in seicento pagine, ma in tutta tranquillità.

Queste ombre o guide letterarie risultano più visibili nei racconti de La letteratura nazista in America. Forse perché lì c'è stata la necessità di esemplificare con opere la biografia degli autori immaginari presentati... Credo che La letteratura nazista sia un romanzo, con un'esposizione, uno svolgimento e una conclusione. Il classico romanzo...
Già, ma in definitiva è un insieme di biografie unite tematicamente ma indipendenti. È un'altra cosa: un romanzo che non va letto come romanzo. Si può aprire dove si vuole, malgrado abbia i tre stadi classici del romanzo. Per esempio credo che si possa cominciare dall'epilogo. È assai probabile che abbia fallito, ma l'idea era questa e secondo me non era del tutto malvagia. Ora, ripeterò fino alla morte che è un romanzo.

Perché è stato ossessionato dalla cultura dell'estrema destra in America Latina?
Il mondo dell'estrema destra è un mondo smisurato, ed è interessante in sé. Quello che accade è che io colgo il mondo dell'estrema destra, ma molte volte quello di cui sto veramente parlando è la sinistra. Prendo l'immagine che è più facile parodiare per poi parlare d'altro. Quando parlo degli scrittori nazisti in America in realtà sto parlando del mondo a volte eroico ma più spesso miserabile della letteratura in generale.
Certamente non furono solo i fascisti a commettere orrori in America Latina. Per esempio c'è quel poeta del Salvador assassinato dai suoi compagni, Roque Dalton. Io conobbi alcuni di quelli che uccisero Roque Dalton. Vissi nel Salvador prima dell'inizio della Guerra Civile, e dei dieci comandanti principali quattro erano scrittori. Due li conobbi. Uno che si chiamava Cienfuegos e un altro che non so come diavolo si chiamava. E conoscevo molti scrittori e...

Uomini sicuramente affascinanti...
Alcuni sì, affascinanti. Altri non tanto. Inoltre mi feci tutta la costa del Pacifico dell'America Latina per arrivare in Cile nel 1973, e questi avevano la mia età: vent'anni, ventidue, ventitré... O qualcosa di più. A presentarmeli fu Manuel Sorto, che era il regista ufficiale della guerriglia, quello che rischiando la vita girava i film che poi venivano proiettati in tutto il mondo. Era una persona con un alto senso etico. Cienfuegos invece era uno di quelli che diedero l'ordine di uccidere Roque Dalton, ma nel suo caso mi chiedo se dietro non ci fosse una rivalità letteraria.

Perché? Era un cattivo poeta?
No, Cienfuegos non era un cattivo poeta, ma niente a che vedere con Roque Dalton. Credo che fondamentalmente abbiano assassinato Dalton mettendo in atto il rituale dei figli che ammazzano il padre.

Ma anziché un assassinio letterario fu un assassinio letterale.
Sì, sì, letterale. E poi lo ammazzarono mentre dormiva. Non lo svegliarono; non seppe mai che stavano per ucciderlo. Discussero per tutto il giorno, perché Roque Dalton si opponeva alla rivolta armata e i comandanti dicevano che era giunto il momento e che si doveva cominciare la rivoluzione. Non giunsero a nessun accordo; Roque Dalton andò a dormire, i comandanti continuarono a discutere e dissero: bisogna ucciderlo. Come se fossero una banda di gangster. E dissero, uccidiamolo adesso che dorme, perché è un poeta, perché non soffra. Parole letterali.
Il mio prossimo libro dovrebbe essere La letteratura bolscevica in America Latina... Ma forse non affronto l'argomento in modo diretto perché mi fa soffrire molto.

Originale: http://www.sololiteratura.com/bol/bolanoentlateral.htm

Traduzione di M.V. , revisione di A.S.

domenica, marzo 28, 2010

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martedì, marzo 16, 2010

Bolaño e il manifesto infrarealista, di Patricia Espinosa H.

Bolaño e il manifesto infrarealista

di Patricia Espinosa H.

In Rocinante N° 84, ottobre 2005.

Il movimento infrarealista nasce tra la fine del 1975 e gli inizi del 1976 a Città de Messico: lo compongono Mario Santiago, Ramón Méndez ed Héctor Apolinar, reduci del fallito seminario di poesia di Difusión Cultural dell'UNAM, coordinato dal poeta e accademico Juan Bañuelos. Il luogo specifico di gestazione è la casa del poeta cileno Bruno Montané. Il gruppo si amplia rapidamente a 30-40 persone, giungendo a includere scrittori, musicisti e pittori. Nascono poi una rivista e una casa editrice infra, e gli infrarealisti cominciano a fare irruzione nelle letture di poesia ufficiale. Tra coloro che possono essere considerati componenti del gruppo ci sono: Juan Esteban Harrington (García Madero?), Piel Divina, Cuauthémoc Méndez, Oscar Altamirano, José Peguero, Pedro Damián, Elmer Santana, Ramón Méndez, Guadalupe Ochoa, Edgar Altamirano, Mará Larrosa, Vera Larrosa (le sorelle Font?), Kyra Calvan, Víctor Monjarás, Carlos David Marfarón, Geles Lebrija, Rubén Medina, José Rosas Ribeyro, Estela Ramírez, Lorena de la Rocha e Javier Suárez Mejía.

“Déjenlo todo, nuevamente. Primer Manifiesto del Movimiento Infrarrealista” (Mollate tutto, di nuovo. Primo manifesto del movimento infrarealista) è il titolo del Manifesto scritto da Bolaño e pubblicato in Correspondencia Infra, Revista Menstrual del Movimiento Infrarrealista, N° 1 (Città del Messico, ottobre/novembre 1977, 5000 esemplari). All'origine del concetto di “infrarealismo” c'è un dato che Bolaño non cita nelle sue interviste. Un dato che sono riuscita a individuare leggendo “Déjenlo todo, nuevamente”. Il primo paragrafo, costituito da otto righe virgolettate, è una citazione dal racconto “L'infra del dragone”, scritto dall'autore russo Georgij Gurevič, pubblicato originariamente nel 1959 e inserito da Jacques Bergier in Lo mejor de la ciencia ficción rusa (Bruguera, Colección Libro Amigo, Barcelona, 1968). Il paragrafo che Bolaño cita letteralmente dal testo di Gurevič recita: “Fino ai confini del sistema solare ci sono quattro ore-luce; fino alla stella più vicina quattro anni-luce. Uno smisurato oceano di vuoto. Ma siamo davvero sicuri che ci sia solo un vuoto? Sappiamo solo che in questo spazio non ci sono stelle luminose, perché sarebbero state visibili. Ma è possibile che esistano corpi non luminosi ma oscuri? Forse le nostre mappe celesti, come quelle terrestri, indicano le stelle-città e omettono le stelle-villaggi”. Il racconto di Gurevič narra di un equipaggio di sei uomini del XXI secolo che lasciano dalla Terra su un'astronave diretti verso i soli neri, corpi non luminosi ma oscuri, stelle-villaggi non indicate sulle mappe celesti orientate sempre alle stelle-città. Soli invisibili, neri come il carbone, pianeti caldi all'interno, sono anche chiamati INFRA e costituiscono un mondo alla rovescia. La missione dell'equipaggio sarà dunque cercare disperatamente un'INFRA.

Il termine “infrarealismo” allude a un territorio nuovo, rovesciato, nel quale impera l'inversione delle regole vigenti nel nostro “mondo reale”. Il calore o l'energia nel territorio infra viene da dentro, dalle viscere stesse. Proprio come il realvisceralismo dei Detective selvaggi. Scrive Bolaño: “Scrittori sovietici di fantascienza che si graffiano la faccia a mezzanotte”. Troviamo qui la sua abituale complicità non solo con lo scrittore disperato, ma anche con i cosiddetti generi di serie B, generi bastardi, che si tratti di cinema porno, fantascienza, peplum o poliziesco. Scritture, in ogni caso, di individui che si graffiano la faccia. Come Mario Santiago Papasquiaro, Sensini, Ulises, Belano, Amalfitano o lo stesso Arcimboldi. Bolaño vede disperazione in quegli scrittori sovietici della Guerra Fredda che tentano di generare un discorso che operi come una piega all'interno del sistema di controllo. La ricerca dell'infra serve da metafora della sovversione del soggetto, unico mito possibile, unica utopia possibile. “Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando”.
Bolaño propone una poesia antiborghese, un volgersi all'arte-vita senza alcuna possibilità di “normalizzare” le relazioni tra arte e società. Si tratta di abbattere il muro delle istituzioni, la distanza tra arte e vita. “Cortine d'acqua, cemento o latta separano un meccanismo culturale che fa da coscienza o culo della classe dominante”. La logica dominante si fonda su concezioni dogmatiche di arte bella, negandosi a ogni irruzione destabilizzante. Un ordine che pare condurci irrimediabilmente al cesso o alla rivoluzione. Bolaño propone un allontanamento da ciò che definisce “logica e buon senso”. È qui possibile avvertire dei legami con la proposta di liberarsi dalla ragione avanzata dai surrealisti; ma in Bolaño non c'è la promessa di accedere alla realtà assoluta della corte trascendentalista, bensì la chiamata all'azione politica continua, senza desideri soddisfatti. Un altro aspetto che lo allontana dal surrealismo è non privilegiare l'universo onirico, il subconscio o l'automatismo come pratica di elaborazione estetica. L'interiorizzazione del nuovo si tradurrà in sovversione. Proprio come succede con i soli neri, il negativo si trasformerà in energia potenziatrice interiore. In altre parole, ciò che produceva debolezza, la persecuzione del potere o dei poteri, diventerà un punto di forza.
Bolaño allude alla necessità di recuperare l'anima dell'avanguardia, non però partendo dal presupposto moderno che credeva nell'“originalità” ma con la netta consapevolezza che tutto sia stato già nominato, rivelato. Pertanto il discorso di Bolaño più che avanguardia potrebbe essere considerato “postavanguardia”. E non c'è spazio per i segreti, ci dice Bolaño: “tutto è stato già rivelato”. Tuttavia i segreti sembrano sempre aggirarsi nella sua scrittura. Si nascondono nell'unica poesia di Cesárea; stanno dietro la finestra; si celano in Arcimboldi e nel libro steso sulla corda da bucato di Amalfitano, portano Klaus Haas o i veri colpevoli a commettere la sfilza di crimini di Santa Teresa. Bolaño ha bisogno che seguiamo la miriade di piste che il testo ci fornisce, alla ricerca di un'origine; tuttavia questa origine risulta essere un falso punto di partenza. Gioca con la tradizione metafisica dell'imprendibile, del segreto del testo, dell'irraggiungibilità. Gioca con la nostra ansia disperata di trovare dei riferimenti che ci aiutino a risolvere il problema.

I riferimenti definiti dal manifesto sono politico-sociali oltre che estetici: “Sono tempi duri per l'uomo, diciamo noi mentre torniamo sulle barricate dopo una giornata piena di merda e gas lacrimogeni”. Il poeta è immerso nella storia, è un soggetto politico che sta sulle barricate e lotta quotidianamente nelle strade. “La nostra etica è la Rivoluzione, la nostra estetica la Vita: una-sola-cosa”. Etica, Rivoluzione, Vita: tre termini che per l'infrarealismo si configurano come un'unità. Vale a dire che non è possibile avere l'etica senza la rivoluzione e non è nemmeno possibile vivere se non esteticamente. E potremmo anche dire che non è possibile la rivoluzione senza un'estetica e la vita senza etica. Una sola cosa.

Desidero ora soffermarmi sulla citazione di poco precedente: “Il poeta come eroe rivelatore di eroi, come l'albero rosso caduto che annuncia l'inizio del bosco”. Il poeta è un eroe, benché si tratti di un eroismo sempre degradato. Non ci troviamo di fronte alla figura del grande eroe mitico, ma a quella di un eroe postmoderno che agisce sempre dopo il crollo di tutti i miti. Tuttavia questo eroe minore è capace di generare attraverso le sue micropolitiche di vita, di creazione, eroismi minori o subalterni. Vorrei insistere sul carattere politico del Manifesto. A questo proposito ricorriamo a un'altra citazione: “Per i borghesi e i piccoli borghesi la vita è una festa continua. Ce n'è una ogni fine settimana. Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine”. La demarcazione del luogo periferico: prima l'Arte come istituzione, il meccanismo culturale, e adesso il territorio della comodità borghese contro il proletariato e gli sfruttati, territorio degli infrarealisti. Memoria e ghigliottine, dice il manifesto, ricordo e castigo: Azione, Azione. Ma anche violenza.

Il viaggio continuo che percorre la letteratura bolañana è questa permanente “deterritorializzazione” di cui ci parla il Manifesto, un nomadismo che probabilmente non porta a un luogo particolare. Il viaggio postmoderno dice addio al viaggio mitico. Non c'è più il viaggio trascendentale, il grandioso viaggio metafisico, nel quale la via del ritorno sarà il superamento, l'apprendistato, la rivelazione. Ci troviamo di fronte a un viaggio probabilmente senza ritorno, uno spostamento che tende all'infinito, senza una meta possibile. L'eterotopia frattalizzata all'estremo, dove la bellezza cova il degrado: “Un arcobaleno che inizia in un cinema malfamato e finisce in una fabbrica in sciopero”. Siamo alle prese con un soggetto privo di luogo e in permanente fluire, che conserva soltanto la memoria: “Che l'amnesia non ci baci mai sulla bocca. Che non ci baci mai”. Verso la fine del Manifesto, Bolaño afferma: “Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando”. È il tempo della post-utopia e ora rimane solo il terrore. Tuttavia c'è ancora vitalismo per segnalare la necessità di recuperare il significato: “Far apparire le nuove sensazioni – Sovvertire la quotidianità. O.K. MOLLATE TUTTO DI NUOVO. PARTITE SULLE STRADE”.

Originale: Patricia Espinosa H., “Bolaño y el manifiesto infrarrealista”, Rocinante N° 84, ottobre 2005.

sabato, marzo 06, 2010

“La stupidità non è il nostro forte”. Tre manifesti dell'infrarealismo messicano

“La stupidità non è il nostro forte”. Tre manifesti dell'infrarealismo messicano

di Andrea Cobas Carral

In “Osamayor. Graduate Student Review”, Anno XVII, N ° 17, University of Pittsburgh, 2006, pp. 11-29.

Abbiamo smesso di essere lo scantinato del Kosmos
le vene ci sfarfallavano come sottomarini
sul fondo di mari agitati [...]
le cartilagini dell'epoca: scossi da flutti terroristi
astronavi disegnate nei nostri occhi
le nostre mani minacciavano barricate
le nostre mani di pianisti o violinisti della vita quotidiana
minacciavano barricate
(Mario Santiago Papasquiaro, Pájaro de calor, ocho poetas infrarrealistas) [1]

I detective selvaggi di Roberto Bolaño si è trasformato in poco tempo in un romanzo di culto. Dalla sua pubblicazione nel 1998 – quando Bolaño non era ancora lo scrittore celebrato che è oggi – centinaia di lettori restarono affascinati delle incarnazioni dei realvisceralisti, i giovani poeti che percorrono – sconfitti – la geografia messicana. Attraverso il realvisceralismo Bolaño ricrea le alternative del movimento infrarealista messicano, avanguardia poetica il cui motto fu “far saltare le cervella alla cultura ufficiale”. Benché sia innegabile che I detective selvaggi possano essere visti come un romanzo a chiave, preferiamo evitare la lettura che tende a ricostruire l'infrarealismo a partire dalla versione letteraria che Bolaño ne dà nel suo romanzo. Va esplorato il percorso inverso. Ci accosteremo dunque all'infrarealismo messicano attraverso l'analisi dei postulati estetici che il movimento propone nei suoi manifesti degli anni Settanta.

1- Un po' di storia

Poesia: siamo ancora vivi
& tu accendi con i tuoi fiammiferi
il mio sigaro dozzinale
& mi guardi come si guarda un unico capello spettinato
che trema di freddo nel pettine della notte
(Mario Santiago Papasquiaro, Muchachos desnudos bajo el arcoiris de fuego) [2]

Nel 1975 il giovane poeta messicano Mario Santiago Papasquiaro conosce il cileno Roberto Bolaño. L'incontro avviene al caffè La Habana, che diventerà poi il ritrovo degli infrarealisti. Lì Mario Santiago consegna a Bolaño un fascio di poesie che il cileno leggerà fino all'alba. È l'inizio di una stretta amicizia che andrà oltre la morte di Papasquiaro nel 1998 e che è in parte anche l'origine e il nucleo del movimento infrarealista.

Una mattina del 1975, all'alba, Mario Santiago porta uno dei suoi compagni del seminario di poesia dell'UNAM, Ramón Méndez, a conoscere Roberto Bolaño. Durante questo incontro nasce l'impulso di creare un nuovo movimento poetico. Così Ramón Méndez ricorda quel giorno: “Quando Santiago e io lasciammo la casa di Bolaño lo avevamo convinto della nostra sovversione vitale contro l'ufficialità della cultura, e lui ci aveva paragonato ai beatniks: “Tu sei Ginsberg – aveva detto a Santiago – e questo è Corso: i beatniks del Messico”. [3]

Tra la fine del 1975 e gli inizi del 1976 irrompe nel panorama culturale messicano il movimento infrarealista. Il vagabondare, l'alcol e una passione incorruttibile per la poesia sono i principi fondamentali che danno coesione a questo gruppo di giovani che cercarono in ogni gesto e in ogni verso un nuovo modo di spiegare il mondo e di esprimerlo in una poesia lontana dalla burocrazia, dagli spazi del potere e da anchilosate legittimazioni. [4]

Nel 1976, dopo la costituzione ufficiale del gruppo poetico, Roberto Bolaño invita Sergio Loya a entrare nel movimento. Interrogato dal poeta sugli obiettivi dell'infrarealismo, Bolaño risponde: “Gonfiare di botte Octavio Paz”, frase che si è trasformata in un simbolo dell'atteggiamento degli infra nei confronti della cultura officiale. Impulso che non si limita alla semplice enunciazione e si trasferisce alle letture pubbliche di poesia, alle conferenze e alle attività letterarie a cui partecipano quelli che gli infrarealisti considerano “poeti di Stato”. Basti come esempio quello che accadde durante l'“Incontro di generazioni”, che prevedeva una lettura poetica di Octavio Paz e al quale assistettero vari Infrarealisti, tra cui José Luis Benítez che prese a interrompere continuamente la lettura con la frase: “molta luce, quanta luce... troppa luce...”. Benítez, completamente ubriaco, fu cacciato dalla sala davanti a un Octavio Paz che si limitò a dire: “L'alcolismo non scusa la stupidità”. [5] Questi e altri episodi hanno contribuito a creare la “leggenda nera” che circonda gli Infrarealisti e hanno accentuato la sua emarginazione dai circuiti canonici di produzione e diffusione della poesia, emarginazione a volte autoinflitta e perseguita come valore. Questo allontanamento dal centro del mondo culturale è evidenziato dal carattere disperso e finanche precario delle pubblicazioni del gruppo: riviste senza continuità, libri pubblicati per case editrici marginali, collaborazioni con riviste dalla tiratura ridotta, progetti editoriali rinviati o frustrati che fanno del testo inedito una caratteristica propria del gruppo. [6]

Le linee guida dell'estetica infrarealista – oltre a materializzarsi nella pratica poetica e negli atteggiamenti assunti di fronte a certo mondo intellettuale messicano – sono enunciate in tre manifesti: “Por un arte de vitalidad sin límites” (1975) di José Vicente Anaya; “Manifiesto infrarrealista” (1975) di Mario Santiago Papasquiaro; e “Déjenlo todo nuevamente, primer manifiesto infrarrealista” (1976) di Roberto Bolaño. [7] Nel testo che segue ci proponiamo di esplorare alcune di queste linee guida.

2- Hora Zero”: predecessore poetico dell'infrarealismo

Vogliamo cambiamenti profondi, sapendo che tutto ciò che accade è irreversibile perché il corso della storia è incontenibile e l'America Latina e i paesi del terzo mondo si incamminano verso la propria totale liberazione. Si prendano le mietitrici, si sgombrino le macerie. [...] Consideriamo improrogabile il dovere di esprimere le circostanze attuali senza cerimonie, perché essere sinceri con se stessi comporta un compito bello e difficile.
Jorge Pimentel e Juan Ramírez, “Palabras urgentes”

La scommessa estetica dell'infrarealismo non nasce isolata dal contesto delle avanguardie dell'America Latina degli anni Settanta. In “Déjenlo todo nuevamente” Bolaño stabilisce – oltre che con “le mille avanguardie smembrate negli anni Sessanta” [8] e il surrealismo – una relazione esplicita di filiazione con il gruppo peruviano d'avanguardia Hora Zero. Questo movimento creato nel 1970 ha due manifesti – scritti in quello stesso anno – che riassumono la sua poetica: “Palabras urgentes” e “Poesía integral”. [9] Le linee generali che i peruviani concepiscono come nucleo della creazione letteraria coincidono in parte con quelle che sei anni dopo Bolaño indica nel manifesto come base estetica del movimento infrarealista. [10]

Una breve panoramica dei manifesti di Hora Zero ci permetterà di stabilire alcune relazioni tra questi gruppi d'avanguardia. Il primo manifesto, “Palabras urgentes”, viene redatto dai poeti Jorge Pimentel e Juan Ramírez Ruiz, che in esso esplicitano gli intenti del movimento. Facendo una ricognizione dettagliata dello stato della poesia peruviana, gli horazeriani concludono che dopo César Vallejo in Perù non è stato scritto niente di nuovo, niente di valido. Davanti a questo panorama si mette in luce la necessità di una poesia viva fondata da uomini liberi che assumano un atteggiamento diverso nei confronti dell'atto creativo e delle manifestazioni di una realtà con la quale si proclamano in disaccordo: “Ci è stata data una catastrofe perché la poetizzassimo” afferma il manifesto. Solo attraverso l'esercizio di un lavoro creativo senza compromessi emergerà la nuova poesia peruviana che dovrà opporsi a una poesia “effettista [...] per far contenti i borghesi nel momento della digestione”. I peruviani sentono di essere a un punto cruciale, al vertice di un'“ora zero” nella quale bisogna cominciare a pensare un nuovo modo di fare poesia.

Il secondo manifesto, “Poesía integral”, scritto da Juan Ramírez Ruiz, definisce la caratteristiche che deve avere la nuova poesia latinoamericana. Per gli horazeriani i contenuti rivoluzionari – espressioni dell'epoca – devono sfociare in forme anch'esse rivoluzionarie. Si impone la necessità che le poesie lascino gli scaffali delle biblioteche e prendano vita nelle caotiche vie cittadine. La poesia deve esprimere un'esperienza condivisa a livello di classe, eliminando la dicotomia tra “tempo in cui si vive e problematica che si esprime”, e solo così potrà trasformarsi nel motore del cambiamento sociale. Per questo è necessario intraprendere una serie di rotture a livello linguistico al fine di ottenere per la poesia un linguaggio a un tempo semplice e popolare. Si rende perciò evidente l'esigenza di una lingua che recuperi la sua capacità espressiva: “parole nostre per poesie nostre [...] idee nuove per poesie nuove”. Per gli horazeriani il vero linguaggio artistico è quello che riesce a trasmettere un'esperienza disalienante a partire dalla creazione di una poesia non piccoloborghese, che trovi nella disarticolazione della sintassi tradizionale un nuovo ritmo poetico. La poesia integrale – debitrice della nuova vita e sua espressione, capace di legare nel testo tutti gli aspetti frammentari dell'esistenza – è possibile e ha senso soltanto se persegue come obiettivo generale il conseguimento di uno Stato rivoluzionario, unico mezzo attraverso il quale può concretizzarsi la vera liberazione dell'uomo. Questa nuova etica è pensata come inizio della presa di coscienza di una società: il poeta come motore del cambiamento deve essere la punta di diamante della rivoluzione. [11]

Il poeta peruviano Tulio Mora riassume così le caratteristiche principali che gli horazeriani attribuirono alla “poesia integrale”:
1) l'equilibrio conflittuale tra “colto” estetico e popolare-marginale [...] 2) la poetica dell'esperienza [...] 3) la sperimentazione; 4) l'associazione di diversi modi espressivi (poetico, narrativo, saggistico, audiovisivo, giornalistico e altri); 5) la necessità di nuovi profili umani per rendere più verosimile una nuova soggettività; 6) la negazione dell'io lirico diluendolo in altri soggetti propri della poesia drammatica o epica; e 7) la fusione delle quattro fonti d'emissione della poesia: cosmopolita, nativista, mitologica e urbana. (“Los broches mayores del sonido”) [12]
L'infrarealismo, in quanto movimento poetico giovanile e latinoamericano, aderisce a molte delle inquietudini e dei postulati proclamati da Hora Zero nel 1970. Vedremo come prende forma nel manifesto infrarealista questo spirito ribelle e anticonformista che si erige a segno distintivo dell'avanguardia poetica messicana degli anni Settanta.

3.1- “L'infrarealismo esiste e non esiste”

mi sono svegliato dicendo: TUTTI I POETI SONO UGUALI
IN QUESTO INFERNO (Vallejo) cuore bastonato
in this hell (Ginsberg) santità ulcerata
in der hiesigen hölle (Hölderlin) visione derisa
dans cet enfer (Rimbaud) carne in putrefazione
[…] i poeti bruciati
perché si faccia verità LA VITA NUOVA
(José Vicente Anaya Híkuri) [13]


José Vicente Anaya stabilisce – in un tono che a tratti ricorda quello dei manifesti di Hora Zero – vari temi rivisitati da Bolaño e Papasquiaro nei loro testi. A partire dalla costruzione di un “noi” che si oppone a “i contemporanei”, Anaya enumera alcuni dei principi fondamentali che definiscono cosa sia l'infrarealismo e cosa significhi elaborare un'arte che sia autenticamente infrarealista.

La missione del poeta è cercare la bellezza nella vita che gli scorre davanti agli occhi e non il gioco istituzionale della cultura. Questo sistema, operato “gruppuscoli accademisti” che riducono le loro produzioni a un campionario di “pseudoarte complice”, è sempre – sostiene Anaya – al servizio di poteri editoriali che rispondono ai “teatranti borghesi”. La funzione dell'artista consiste nel superare con la sua opera “la situazione presente”: epoca segnata dalla reificazione e dal buon senso. L'artista deve – attraverso la sua opera – spezzare questo “presente” in cui l'uomo si immerge nella sua impotenza e nel suo conformismo credendo di trovare una tranquillità che è invece impossibile, in quanto l'individuo non è altro che il risultato di “lotte interiorizzate e storiche che coinvolgono tutta la società”. Come per gli horazeriani, il compito poetico deve legarsi a un'esperienza vitale concreta e determinata, con un'esperienza umanizzante che rompa le “pareti artificiali” che limitano l'immaginazione e addormentano l'uomo. In un “presente” nel quale i gesti perdono il senso dell'umano è necessario recuperare questa essenza vitale. In tempi di miseria, dice Anaya, servono artisti senza limiti. L'infrarealismo viene a farsi carico di questa missione. L'infrarealismo si formula come il qui e l'ora di questo processo ineludibile. “La nostra etica è la Rivoluzione, la nostra estetica la Vita”, proclamerà anche Bolaño nel suo manifesto.

La scommessa estetica dell'infrarealismo si definisce, secondo Anaya, a partire dall'esasperazione delle contraddizioni che lo costituiscono:
L'infrarealismo canta e ringhia, ha paura e coraggio, ama e odia, parla a proposito e dice spropositi, si compone e si scompone, si affligge e si rasserena, ride e piange, approva e disapprova, ma è sempre scosso dalle sue contraddizioni [...] L'infrarealismo è epicureo, sodomita, eraclitiano, edonista, narcisista, kantiano, hegeliano, marxista, anarchico, metafisico, patafisico, utopico, esistenzialista; simultaneamente tutto questo e niente.
Essere infrarealista implica paradossalmente – come in un prolungamento di queste incongruenze che sono alla base della visione infrarealista della vita – essere e non essere allo stesso tempo. Significa, insomma, far parte di un non-gruppo, privo di statuti e di regole di condotta, senza appartenenze né sistemi rigidi di inclusione: “per essere infrarealista – dichiara Anaya – basta essere infrarealista”. Benché in un senso leggermente diverso, Anaya sostiene – come Bolaño – che si debba vivere “nelle galassie dei buchi neri”, spazi in cui lo straordinario si trasforma in quotidiano, l'impossibile divente possibile e le “azioni provocano meraviglie inaspettate”. Queste galassie, dice, possono trovarsi “in tutti gli scontri individuali e sociali che producono le metamorfosi della vita umana”. Però non tutti possono scoprire questi buchi neri: bisogna avere occhi capaci di “captare le meraviglie”. Per percepire queste galassie oscure si deve assumere uno sguardo che rompa con la visione automatizzata del reale e che riesca, attraverso l'arte, a penetrare l'impenetrabile. Queste galassie vitali segnano la riumanizzazione che trasfroma esseri reificati in individui nuovamente completi.

In un'affermazione che troviamo anche in Papasquiaro e Bolaño, Anaya assicura che essere infrarealista implica – come abbiamo detto – farsi carico nell'arte delle contraddizioni della vita, ma farsene carico in un modo che consenta di superare le inflessioni che costituiscono il “mestiere di scrittore”, categoria intesa come un'invenzione di coloro che cercano di vivere comodamente di letteratura, finzione di chi cade nell'“indecoroso commercio della vita”.

3.2 “Trasformare l'arte / Trasformare la vita quotidiana”

CREATIVITÀ, VITA DISALLINEATA A TUTTI I COSTI
(FAR MUOVERE I FIANCHI AL PRESENTE CON GLI OCCHI
SENZA BATTER CIGLIO DAGLI AEROPORTI DEL
FUTURO) IN UN TEMPO IN CUI GLI OMICIDI
SONO STATI FATTI PASSARE PER SUICIDI
(Mario Santiago Papasquiaro “Manifiesto infrarrealista”)

Componendolo interamente in maiuscole e con molti dei segni grafici che caratterizzano i suoi versi, Mario Santiago costruisce il suo manifesto come una poesia. Come Anaya e Bolaño, nel suo breve testo Papasquiaro formula un attacco contro il “mestiere dell'arte”: “Solo uomini liberi da tutti i vincoli potranno portare il fuoco abbastanza lontano (André Breton)”. Dunque si instaura una tensione – tacita, uno scontro appena dichiarato, dice Papasquiaro – tra coloro che vogliono custodire il “sistema” per conservarlo ed estenderlo e coloro che intendono “farlo saltare in aria”. [14] Per Papasquiaro – proprio come per Anaya – la funzione principale dell'infrarealismo risiede nella sua volontà di “tirar fuori la gente dalla sua dipendenza &  passività”.

Per far ciò si impone la necessità di mostrare come l'arte in Messico sia rimasta un corso tecnico “per esercitare la mediocrità in maniera decorativa”. La missione dell'infrarealismo consiste dunque nel rendere visibili queste tensioni e per farlo è essenziale recuperare la dimensione vitale della pratica artistica. È necessario trasformare il concetto di arte: si deve prendere a oggetto tutto ciò che è “insignificante”, vale a dire senza valore istituzionale all'interno del “sistema”. In un'idea che percorre tutti e tre i manifesti, Papasquiaro propone la necessità ineludibile di un'intercomunicazione tra arte e quotidianità: se l'uomo è capace di trasformare la sua vita attuale, questa metamorfosi si tradurrà necessariamente sul piano artistico: “Nulla di umano ci è estraneo (bene) nulla di utopico ci è estraneo (superbene)”. [15]

È inevitabile rivedere il concetto di cultura: la cultura – dice Papasquiaro – non sta nei libri, nei quadri o nelle sculture, ma al contrario nella “fluidità dei nervi”, nella pulsione della vita. Alludendo ad Artaud, si afferma l'esigenza di fondare una cultura che si faccia carne: “una cultura in sensibilità”. In questo modo lo scopo dell'infrarealismo è la “sovversione pratica”: passaporto per riuscire a “Rendere all'arte l'idea di una vita appassionata e convulsa”.

L'ultimo frammento del manifesto di Mario Santiago consiste in un'enumerazione di personaggi che potrebbero identificarsi con il compito artistico proposto come segno distintivo dell'infrarealismo. In questo campionario di nomi propri – che ricorda il “Directorio de vanguardia”, l'elenco dell'avanguardia che negli anni Venti Maples Arce pone alla fine di “Actual N ° 1”, primo manifesto dello stridentismo – Papasquiaro abbandona il “noi” adottato nel suo testo e assume un “io” che gli permette di elencare senza prescrivere.
Mondi onde persone che mi interessano:

Nicanor Parra Catulo Quevedo Lautréamont Magritte Chirico Artaud Vaché Jarry Breton Boris Vian Burroughs Ginsberg Kerouac Kafka Bakunin Chaplin Godard Fassbinder Alain Taner Francis Bacon Dubuffet George Segal Juan Ramírez Ruiz Vallejo Il Ché Guevara Engels “Mestro di sarcasmo” La Comune di Parigi L'Internazionale Situazionista L'Epopea dei naufraghi del Granma (dimenticavo): Hieronymus Bosch (L'Immancabile) Wilhelm Reich La pornografia mistica di Charles Magnus L'erotismo multicolore di Tom Wesselman John Cage Julian Beck Judith Malina & il suo Living Theatre (e per finire) Il Marchese de Sade Héctor Apolinar Roberto Bolaño José Revueltas (e la sua scoperta che la dialettica a volte cammina come un gambero) Judith García Claudia Sol (e perfino nelle giornate nuvolose) Claudia Sol
I nomi coprono diverse epoche, tradizioni, discipline e geografie, rivelando nella loro eterogeneità la direzione della proposta del movimento: poeti consacrati, poeti sconosciuti, poeti legati alle avanguardie storiche, beatniks, scultori, registi, pittori, drammaturghi, musicisti. Il suo elenco mette in luce l'interdisciplinarietà reclamata dall'infrarealismo. [16] Papasquiaro traccia un arco che rivela i percorsi delle sue letture e inquietudini estetiche e facendolo enumera alcuni riferimenti legati alla dimensione politica che sono assenti dal manifesto di Anaya. La serie di nomi e di fatti con cui Mario Santiago allude – in qualsiasi forma – alla “rivoluzione” prefigura un tema centrale che viene sviluppato nel manifesto di Bolaño e che – come abbiamo visto – lega chiaramente l'infrarealismo a Hora Zero sotto il segno di certe “idee dell'epoca” comuni a molte avanguardie latinoamericane degli anni Sessanta e Settanta.

In una risposta premonitrice alle parole che qualche anno dopo Octavio Paz dedicherà agli infrarealisti, Mario Santiago chiude il suo manifesto riassumendo la voce collettiva per affermare: “La stupidità non è il nostro forte”.

3.3- Una nuova proposta etica ed estetica

Il rischio sta sempre da un'altra parte.
Il vero poeta è quello che lascia sempre se stesso alle spalle.
Mai troppo tempo in uno stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo,
come gli occhi bianchi degli ergastolani.
(Roberto Bolaño “Déjenlo todo nuevamente”)

“Déjenlo todo nuevamente, primer manifiesto infrarrealista” di Roberto Bolaño [traduzione italiana a questo indirizzo, N.d.T.] contiene, fin dall'inizio, le possibili chiavi d'interpretazione dei significati del termine “infrarealismo”. Innanzitutto il titolo cita i versi di “Lâchez tout”, poesia pubblicata da André Breton nel 1924: “Mollate tutto [...] Mollate se occorre una vita agiata, / ciò che vi si dà per una posizione d'avvenire, / e partite sulle strade”. (Breton Les Pas perdus). Così – con una chiamata che ricorda quella di Gesù ai suoi apostoli – il manifesto si fonda sulla reiterazione di un grido che reclama un'azione concreta. Bolaño riafferma questa idea nei suoi testi di allora. In “Arte poética N° 3” dice: “Mi metto a scrivere [...] nello spazio che c'è tra la parola tenerezza e la parola indifferenza, in quello che c'è tra la frase lascia tutto e la frase terreno solido o facce conosciute”. Il vero lavoro poetico impone dunque il rischio di intraprendere una ricerca che ha come oggetto tutte le declinazioni possibili del reale. Qui, fino alla fine del manifesto, all'istanza di rinuncia si aggiunge un'altra idea che compare nella poesia di Breton: non basta mollare tutto ma è necessario anche mettersi in viaggio e cercare nelle strade questa nuova sensibilità poetica: “Mollate tutto, di nuovo. Partite sulle strade” è la frase che chiude il manifesto infrarealista.

Benché la continuità tra il nuovo movimento e il surrealismo si incentri sull'enunciazione di un modo particolare di pensare l'azione poetica, i due movimenti differiscono nelle forme di lettura della realtà: mentre il surrealismo punta su una scrittura automatica che cerca il proprio spessore nei brandelli del subconscio e del sogno, l'infrarealismo stabilisce la necessità di immergersi nella coscienza dell'uomo e di scuotere a partire da lì la sua quotidianità. In questo senso Bolaño ricorre alle parole di Giorgio de Chirico – già citato nel manifesto di Papasquiaro – per opporvi i principi infrarealisti:
De Chirico dice: è necessario che il pensiero si allontani da tutto ciò che si chiama logica e buon senso, che si allontani da tutti gli ostacoli umani in modo che le cose gli appaiano sotto un aspetto nuovo […] Gli infrarealisti dicono: buttiamoci a capofitto in tutti gli ostacoli umani, in modo che le cose comincino a muoversi dentro se stesse, una visione allucinante dell'uomo. (grassetti nell'originale)
Per l'infrarealismo – come abbiamo anticipato – una “visione allucinante dell'uomo” dovrà sempre necessariamente partire da un'analisi delle particolarità che gli sono proprie. Così, la presa di coscienza sugli “ostacoli umani” permetterà di disarticolare un'interpretazione cristallizzata dell'uomo, visione che paralizza e impedisce di scompigliare una realtà che si intende trasformare. Ponendosi al di sotto del reale, il poeta deve cercare le chiavi per la costruzione della nuova poesia che il presente reclama.

Il manifesto contiene un altro riferimento che permette di completare i possibili sensi del termine “infrarealismo”. Il corpo testuale comincia con una citazione tra virgolette. Questo breve frammento, privo di riferimento all'autore, appartiene al racconto di fantascienza “L'infra del dragone” del russo Georgij I. Gurevič che delinea nel suo testo l'immagine degli “infrasoli” o “soli neri”. [17] Questa idea utilizzata da Bolaño suggerisce una possibile descrizione del movimento e dei suoi membri all'interno della costellazione culturale e letteraria messicana: Gurevič immagina un universo popolato da corpi privi di luce – gli infra dello spazio – che esistono senza essere intravisti, pianeti oscuri riscaldati da dentro e che generano una propria vita al loro interno indipendentemente da un esterno che non può vederli.

Bolaño lega questa immagine degli “infrasoli” a quella degli “allegri ragazzi proletari”. Introduce così nel testo la seconda dimensione contemplata dal movimento: non solo si dà priorità alla matrice estetica, ma si esprime la necessità di una nuova etica che tenga conto delle particolarità di un momento storico del quale il mestiere poetico deve urgentemente farsi carico: “La nostra etica è la Rivoluzione, la nostra estetica la Vita: una-sola-cosa” dice Bolaño nella riaffermazione di un postulato che costituisce la spina dorsale dei tre manifesti. Questo gesto mette in scena una volontà che i testi infrarealisti materializzano e che segnerà anche i temi della prosa di Bolaño negli anni Novanta: la volontà di vivere la poesia e di fare di essa un'esperienza estetica che partecipi della vita e sovverta una quotidianità che ignora alcuni aspetti determinanti della realtà storica.

In “Consigli di un discepolo di Marx a un fanatico di Heidegger” (1975) – testo che è considerato la prima poesia infrarealista – Mario Santiago scrive: “NON ESISTE ANGOSCIA ASTORICA / QUI VIVERE È TRATTENERE IL RESPIRO / & DENUDARSI”. Dunque l'infrarealismo si presenta come un nuovo modo di leggere il reale, una lettura che prende la forma di un segno che tenta di trascrivere tutte le sensazioni che emanano da un presente in costante fluire, le impressioni proprie di un'epoca nella quale, scrive Bolaño, “ci avviciniamo a 200 km/h al cesso o alla rivoluzione”. Per gli infrarealisti la quotidianità mostra la vita e la morte in collisione costante, ed è comprensibilmente questa intersezione la genesi delle forme infrarealiste. Gli infrarealisti attualizzano così la volontà horazeriana affermando che la forma della poesia infrarealista deve accompagnarsi a un nuovo modo di percepire il mezzo, costruendo uno sguardo che serva a superare la “paura di scoprire” e inverta quello che Bolaño definisce “un processo di museificazione individuale”. L'infrarealismo è chiamato a essere “l'occhio della transizione”, il testimone che può dar conto delle nuove esperienze storico-politiche dell'America Latina della metà degli anni Settanta.

“La merda non sta solo nei musei”, afferma il Manifesto: la certezza che non resti niente da dire, la convinzione che “tutto sia stato nominato” attenta alla possibilità di creare un linguaggio poetico che si ponga al di sopra delle contraddizioni che definiscono – secondo gli infrarealisti – le istituzioni culturali vigenti e i loro prodotti nel Messico degli anni Settanta. Se in Anaya già appare l'idea di un'arte al servizio del borghese, Bolaño introduce – come contropartita – i proletari, assenti come protagonisti da “Por un arte de vitalidad sin límites”. [18] In questo modo “Déjenlo todo...” crea due campi opposti utilizzando per delimitarli le categorie topiche borghesia/proletariato.

Sono tempi duri per la poesia, dicono alcuni mentre bevono tè, ascoltano musica nei loro dipartimenti, parlano (danno ascolto) ai vecchi maestri. Sono tempi duri per l'uomo, diciamo noi mentre torniamo sulle barricate dopo una giornata piena di merda e gas lacrimogeni.
Si concepisce un macchinario culturale al servizio della “classe dominante” e lo si contrappone a un “accadere culturale vivo” lontano da onorevoli prebende e impegnato in un momento storico che reclama nuove pratiche culturali. Così l'etica della rivoluzione e l'estetica della vita acquistano spessore nell'esercizio di una poesia che viene vissuta e si oppone attivamente a un mestiere poetico percepito come discutibile. Per gli infrarealisti non basta essere poeti, bisogna anche correre il rischio di vivere come veri poeti. In questo senso i testi di Bolaño sono popolati da scrittori che rispondono a questo compito e definiscono le caratteristiche ineludibili di tutti i buoni poeti: l'emarginazione, il degrado, il vagabondare sono alcuni dei tratti che permettono di identificare i poeti delle intemperie, gli unici che – parrebbe – meritano d'essere chiamati poeti. Forse l'interesse degli infrarealisti in generale – e di Bolaño in particolare – per la figura di Arthur Rimbaud può essere spiegato a partire da queste medesime coordinate. [19]
L'opposizione borghesia/proletariato ricorre nel manifesto come denuncia e al contempo come avvertenza. Utilizzando una figura che ritroveremo in vari testi successivi di Bolaño, il sogno [20] fa il suo ingresso nel manifesto come spazio rivelatore di significati quasi profetici, e così viene abbandonato il “noi” e irrompe la figura di un “io” che enuncia indirettamente il principio della rivoluzione: “Come mi disse una volta Saint-Just in un sogno: perfino le teste degli aristocratici possono servirci da armi”. Il sogno – che in quanto spazio governato dalle proprie leggi e creatore dei propri sensi priva l'avvertimento implicito di un unico ambito di applicazione – è poi seguito dalla formulazione di un nuovo annuncio: “Per i borghesi e i piccoli borghesi la vita è una festa continua. […] Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine”. Stavolta i sogni giacobini si trasformano da discorsivi in profezie concrete. Si abbandona l'“io” ma senza riprendere il “noi”: il poeta – che deve trasmettere questa esperienza rivoluzionaria – sembra collocarsi al di fuori della massa proletaria pensata in terza persona. Il coinvolgimento del poeta nella rivoluzione, il coinvolgimento di questi “allegri ragazzi proletari” che il testo nomina all'inizio, può avvenire solo attraverso la creazione di una poesia che prenda strade diverse da quelle canoniche e osi confrontarsi con la situazione reale dell'uomo: “Spostamento dell'atto dello scrivere attraverso zone per niente favorevoli all'atto dello scrivere. Rimbaud, torna a casa!”. [21] In questo grido si condensa l'appello a costruire una poesia nuova che accompagni il proposito di sovversione della quotidianità, sovversione vista come unica via possibile – per quanto utopica – per costruire una nuova America Latina:
La morte del cigno [...] l'ultimo canto del cigno nero NON STANNO nel Bolshoi ma nel dolore e nella bellezza insopportabile delle strade. Un arcobaleno che inizia in un cinema malfamato e finisce in una fabbrica in sciopero. Che l'amnesia non ci baci mai sulla bocca. Che non ci baci mai. Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando […] Far apparire le nuove sensazioni. Sovvertire la quotidianità
O. K.
MOLLATE TUTTO, DI NUOVO
PARTITE SULLE STRADE

4- Appunti finali

Il processo della morte del vecchio senza che possa nascere il nuovo
implica così la chiusura di un futuro
possibile [...] l'epoca giunse alla sua fine
quando questo futuro fu chiamato utopia.
Claudia Gilman Tra la penna e il fucile [22]

Ho sognato che mi rimettevo in viaggio sulle strade, ma questa volta
non avevo quindici anni ma più di quaranta.
Possedevo solo un libro, che tenevo nel mio zainetto.
All'improvviso, mentre stavo camminando, il libro si incendiava.
Albeggiava, e non passava quasi nessuna macchina.
Mentre gettavo in un fosso lo zaino bruciacchiato
ho sentito che la spalla mi pizzicava come se avesse le ali.
Roberto Bolaño Tres

“Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando”, arrischia Bolaño quando già il fallimento della tanto desiderata rivoluzione latinoamericana è in parte palese e l'assassinio del poeta Roque Dalton appare come uno strappo incomprensibile. Il progetto infrarealista – il progetto di tante avanguardie degli anni Settanta – si trasforma, come dice Gilman, in un'utopia. Quasi vent'anni dopo, Bolaño – unico sopravvissuto visibile dell'infrarealismo – scrive questi versi: “Ho sognato che stavo sognando e che nei tunnel dei sogni incontravo il sogno di Roque Dalton: il sogno dei valorosi che morirono per una chimera di merda”. Se consideriamo che per gli infrarealisti l'unica etica possibile è la rivoluzione e l'unica estetica accettabile la vita, assume chiarezza e centralità il rapporto che Bolaño istituisce nei suoi testi successivi tra poeti e rivoluzionari: “Tutta l'America Latina è disseminata delle ossa di quei giovani dimenticati” riafferma nel 1999 quando riceve il Premio Rómulo Gallegos per I detective selvaggi. Stabilendo un arco che va dalle sue prime poesie degli anni Settanta ai suoi romanzi e racconti degli anni Novanta, Bolaño ritrae il fallimento di una generazione piegata dalla violenza di Stato, ma segnata anche dal coraggio e dalla generosità di coloro che videro la vita e la letteratura come possibili strumenti al servizio di un chimerico sogno destinato alla sconfitta.

Note


[1] “Mario Santiago Papasquiaro” è lo pesudonimo di José Alfredo Zendejas. Bolaño si basa sulla sua biografia per costruire “Ulises Lima” de I detective selvaggi. Anche Juan Villoro, nel suo romanzo El testigo, rende omaggio a questo poeta attraverso il personaggio di “Ramón Centollo”.
[2] Ho ottenuto questo libro grazie alla generosità di Celina Manzoni.
[3] Tra il 1973 e il 74 Papasquiaro, Méndez e altri che faranno poi parte dell'infrarealismo assistono al seminario di poesia tenuto da Juan Bañuelos per il coordinamento “Difusión cultural” dell'UNAM. La dinamica del seminario prevede la lettura seguita dalla critica delle produzioni dei partecipanti. Questa metodologia è impugnata dai giovani – capeggiati da Papasquiaro – che chiedono di studiare anche la poesia classica. Davanti al rifiuto di Bañuelos di modificare i metodi di lavoro, Mario scrive una “carta-rinuncia” perché il coordinatore del seminario lasci le sue funzioni. La cosa interessante è che Papasquiaro ottiene non solo che i suoi compagni firmino la carta, ma che lo faccia lo stesso Bañuelos. L'episodio contiene il germe di quello che un anno dopo sarebbe stato l'infrarealismo.
[4] A questa scommessa estetica di Mario Santiago Papasquiaro (México, 1953-1998) partecipano: Roberto Bolaño (Cile, 1953- Barcelona, 2003); Bruno Montané (Cile, 1953-); Ramón Méndez (Messico, 1954-); José Vicente Anaya (Messico, 1947-); Cuauhtémoc Méndez (Messico, 1953-2004); Edgar Altamirano (Messico, 1953-); Oscar Altamirano (Messico); Rubén Medina (Messico, 1954-); Jorge Hernández “Pelle Divina” (Messico, 1953-). In un secondo momento entrano nel gruppo: José Peguero (Messico, 1955-); Pedro Damián Hernández (Messico, 1953-); Guadalupe Ochoa (Messico); José Rosas Ribeyro (Perù), Víctor Monjarás-Ruiz (Messico, 1953-), tra gli altri.
[5] “Octavio Paz e David Huerta avviarono il ciclo di letture poetiche ‘Incontro di generazioni’”. Devo a José V. Anaya queste e altre informazioni fondamentali sull'infrarealismo.
[6] Attualmente è possibile consultare sulle pagine ufficiali del movimento, www.infrarrealismo.com, molti dei lavori degli infrarealisti ancora inediti o di difficile reperimento. Il promotore e responsabile del sito è il poeta Edgar Altamirano.
[7] Quello di Anaya può essere davvero considerato il “primo” manifesto infrarealista, poiché risale al 1975. Non è stato pubblicato in spagnolo, benché nel 1976 la sua versione inglese – curata da Elizabeth Bell – sia apparsa su Contracultural, San Francisco, USA. Il manifesto di Papasquiaro – anch'esso del 1975 – rimane invece inedito. José Anaya ne possiede l'originale. Il manifesto di Bolaño viene pubblicato nel 1977 nel numero 1 di Correspondencia Infra, prima pubblicazione periodica del gruppo. Per questo motivo viene considerato il “primo”, in quanto è l'unico che il gruppo legge e presenta pubblicamente nel 1976 e pubblica un anno dopo.
[8] Gli infrarealisti riconoscono rapporti di continuirà con diversi movimenti d'avanguardia degli anni Sessanta, tra cui il nadaísmo colombiano, gruppo fondato da Gonzalo Arango nel 1958, e la beat generation nordamericana. Nel panorama messicano gli infrarealisti vedono nel loro movimento l'attualizzazione di alcuni aspetti di ciò che fu lo stridentismo negli anni Venti.
[9] Hora Zero soffre una frattura che dà origine nel 1977 a una rifondazione del movimento. Le linee guida estetiche di questa seconda fase sono espresse nel manifesto “Contragolpe al viento”. Nel 1978 si crea invece a Parigi il ramo “internazionale” del gruppo che si fa conoscere attraverso il manifesto “Mensaje desde otra parte”.
[10] Alcuni dei poeti che fanno parte di Hora Zero hanno diversi gradi di contatto con gli infrarealisti. In Zarazo 0, la prima rivista curata dai partecipanti del seminario che poi si uniranno all'infrarealismo, si pubblicano poesie di autori legati a Hora Zero. Inoltre Bolaño e Papasquiaro nel 1975 assistono ai seminari di poesia che si tengono alla “Casa del Lago”, dove conoscono José Rosas Ribeyro e Tulio Mora, poeti vicini agli horazeriani. Jorge Pimentel, altro poeta di Hora Zero, partecipa invece all'antologia Muchachos desnudos bajo el arcoiris de fuego, mentre Juan Ramírez Ruiz mantiene stretti legami con Mario Santiago Papasquiaro, tanto che anni dopo questi gli dedica il suo libro Aullido de cisne.
[11] Nel comma “Fatti da non dimenticare” del manifesto “Poesía integral”, Ramírez Ruiz enuncia i principi che ciascun “poeta della rivoluzione” deve seguire: 1) Poniti il compito di scrivere le poesie che non sono mai state scritte. 2) Riempi di parole il sentimento. E riempi di intensità le parole 3) Le poesie devono avere l'odore del mondo e devono respirare come un essere vivente, una poesia integrale è sempre un'operazione culturale. 4) È necessario scrivere il colore azzurro, scrivere l'angoscia, scrivere la lotta, scrivere il rettangolo, la violenza. 5) Niente rimpiazzerà la tua opera. E niente rimpiazzerà te. 6) Disprezza opportunamente tutti gli atteggiamenti antistorici e sputa sulla rigidità e la stupidità. 7) Sei tutto quello che credi e anche molto di più. 8) Amati come ami l'audacia 9) Di' la prima parola. E non preoccuparti dell'ultima. 10) Non dire mai “non mi tocca”. 11) Non sarai mai troppo giovane per tutto quello che si può ottenere. 12) La tua condizione, la tua età, la tua situazione non rappresentano una scusa. 13) Pensa per due. Ama per tre. E lavora per quattro. 14) Sii audace ma mantieniti fedele alla tua respirazione. 15) È possibile realizzare l'impossibile. C'è il 100% di possibilità. 16) Nella tua vita pubblica almeno una rivista di poesia giovanile. 17) Abbi il coraggio di andare alla malora e abbi il coraggio di tornare. 18) Se non c'è una spalla a cui appoggiarsi, appoggiati alla tua. 19) La poesia non vuole essere mostrata, la poesia vuole andarsene. 20) Colui che cammina va su un solo piede. Il problema è dove mettere l'altro. Colui che si ferma appoggia entrambi i piedi e non è fedele alla sua respirazione. 21) Sei indispensabile come l'aria. 22) Metti in due minuti di parole i fatti di due anni di esperienza. 23) Fuggi dal tuo nome. 24) Tu sarai sempre quello di cui c'è bisogno. 25) L'amore non ti si esaurirà mai. Prodigalo a tua moglie e benedicila, prodigalo al tuo amico e benedicilo. 26) Concediti e osa. Puoi. LA POESIA È.
[12] Questo articolo – che resta inedito – fu scritto da Mora come prefazione a un'antologia della poesia peruviana.
[13] Questa raccolta di versi pubblicato nel 1987 contiene in realtà poemi scritti nel 1978, cioè in piena fase infrarealista di Anaya.
[14] A tale proposito non è casuale il riferimento all'Internazionale situazionista che appare nell'ultimo frammento del manifesto.
[15] Vedremo come nel manifesto di Bolaño l'idea dell'utopico non è pensata già come un'istanza celebratoria.
[16] Quando si costituisce ufficialmente il movimento infrarealista – in una riunione a casa di Bruno Montané – è presente una quarantina di persone, non solo poeti ma anche narratori, pittori e musicisti.
[17] La citazione de “L'infra del Dragone” inclusa da Bolaño nel manifesto infrarealista coincide con la traduzione scritta da Carlos Robles per l'antologia Lo mejor de la ciencia ficción rusa, Barcelona, Brugera, 1968.
[18] Scrive Anaya nel suo manifesto: “L'infrarealismo non possiede azioni di industrie né di istituti bancari, e dunque non piange quando gli operai fanno sciopero o le banche vengono rapinate. [...] L'infrarealismo se la ride delle alternative capitaliste che sono sempre: ‘coca-cola o pepsi-cola?’”. Papasquiaro procede in questa direzione – senza giungere a essere esplicito quanto Bolaño – quando indica come esempio di “scultura totale” una manifestazione di 20.000 persone a sostegno di uno sciopero del Suterm (Sindicato Único de Trabajadores Electricistas de la República Mexicana, Sindacato unico dei lavoratori elettrici della Repubblica Messicana).
[19] Non è superfluo ricordare un passo del “Primo manifesto surrealista” nel quale si dice: “Rimbaud è surrealista nella pratica della vita e altrove”.
[20] Cf. “Un paseo por la literatura” in Tres. Non sorvoliamo sulle possibile relazioni tra sogno e surrealismo ma scegliamo di seguire un'altra direzione d'analisi.
[21] Negli anni Ottanta, già a Barcellona, Bolaño fonda la rivista e casa editrice “¡Rimbaud, vuelve a casa!”
[22] Per un'analisi dettagliata di molte delle inquietudini dell'epoca proprie dello “scrittore rivoluzionario latinoamericano” è ineludibile la lettura del lavoro di Claudia Gilman.

Originale: "La estupidez no es nuestro fuerte". Tres manifiestos del infrarrealismo mexicano