venerdì, gennaio 08, 2010

Bolaño in Messico

Bolaño in Messico

di Carmen Boullosa

Quando misi piede sulla scena letteraria di Città del Messico, tenendo stretto il mio primo fascio di versi e sperando di scriverne molti altri, mi fu subito chiaro che i giovani poeti avevano già tracciato le linee di combattimento. Era il 1974; gli anni d'oro della città stavano per concludersi.

Ero arrivata troppo tardi. Tutto quello che contava sembrava essere finito nel 1968. Avevo vissuto il '68 solo per interposta persona, grazie ai racconti di mia madre che rincasava tutti i giorni dall'università con notizie e volantini. Adesso tutti i bar degli studenti erano stati chiusi in seguito al massacro di Tlatelolco. Alla tragedia pubblica se ne aggiunse poi una privata: nel 1969 mia madre morì, mio padre sposò una matrigna che sembrava uscita dalle favole dei fratelli Grimm, io fui gettata fuori di casa e costretta a cavarmela da sola. Mi ritrovai a cantare in un gruppo pop per guadagnare pochi pesos in un bar nella vicina città di Toluca, fui assunta dall'Ambasciata degli Stati Uniti come hostess in una fiera del bestiame, un'estate diedi lezioni private d'arte a bambini; insegnai in una scuola superiore per ragazzi privilegiati che avevano quasi la mia età. Per me erano tutte esperienze dolorose, fonti di ansia e disagio. Fu allora che morì in un incidente mia sorella, più giovane di me, portandosi via la poca serenità e la scarsa fiducia in me stessa che mi restavano. Per tutto quel tempo scrissi poesie, in maniera compulsiva; sentivo che erano l'unico spazio in cui sarei stata in grado di sopravvivere.

Benché stessi per compiere vent'anni, mi consideravo già molto vecchia. Non mi ero ancora creata una cerchia di amiche, quelle scrittrici e artiste che sarebbero state il mio rifugio, la mia gioia, il mio gruppo. Gli scrittori della mia generazione avevano per la maggior parte cominciato a pubblicare molto giovani; dal mio punto di vista erano tutti saggi e sicuri di sé, e sapevano da quale parte del campo di battaglia si trovavano. A me non avrebbe potuto importare di meno.

Mi iscrissi all'università pubblica. Nei corridoi della facoltà di lettere e filosofia si aggirava un'esule poetessa uruguaiana di nome Alcira, che era uscita di senno dopo aver passato più di dieci giorni nascosta nei bagni della facoltà quando il campus era stato occupato dall'esercito nel 1968. Alcira sarebbe diventata Auxilio Lacouture, uno dei personaggi dei Detective selvaggi di Roberto Bolaño – “un poliziesco, ma anche un roman-fleuve e un Bildungsroman” secondo la definizione dell'autore. Lacouture è anche la protagonista e la voce narrante di un altro romanzo di Bolaño, Amuleto.

Quei corridoi universitari erano frequentati anche dai poeti della mia generazione, schierati con preesistenti formazioni contrapposte. Gli uni ammiravano il poeta popolare Efraín Huerta, celebre per le sue “minipoesie” dense di sfrontato umorismo. Gli altri guardavano a una raffinata rivista, “Plural”, pubblicata dall'intellettuale cosmopolita e futuro premio Nobel Octavio Paz e curata da un notevole gruppo di scrittori che comprendeva Juan García Ponce, Salvador Elizondo, José de la Colina, Alejandro Rossi e il poeta Tomás Segovia.

Era una contrapposizione tra scafati ed esteti, benché nessuno dei due gruppi corrispondesse esattamente alla rispettiva etichetta. Paz e Huerta venivano dalla stessa tradizione letteraria messicana: entrambi nati nel 1914, erano della generazione di Juan Rulfo. Da giovani, alla fine degli anni Trenta, avevano curato insieme la rivista “Taller”. Ma negli anni si erano allontanati, tra loro erano sorte divergenze letterarie e politiche. Paz aveva denunciato il comunismo e aveva rotto con la Rivoluzione cubana. Efraín no. La gente di Paz diceva che gli Efrainiti erano stalinisti. Gli Efrainiti chiamavano gli Octaviani reazionari. Nessuna delle due definizioni era del tutto esatta. Le loro divergenze e affinità erano al contempo più e meno complesse di quanto gli insulti potessero far pensare.

I giovani Efrainiti giravano la città a piedi o in autobus; erano iconoclasti, frequentavano laboratori di scrittura; nelle librerie sfogliavano, leggevano e rubavano; portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e calzavano sandali huarache con le suole di copertone; pubblicavano qua e là e passavano ore nei bar del centro, soprattutto il Café La Habana, e in sordidi locali. I giovani Octaviani si criticavano furiosamente a vicenda negli stessi bar frequentati dagli Efrainiti; compravano o rubavano libri, portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e quasi sempre calzavano sandali; giravano a piedi, o in autobus, o in auto; e pubblicavano nei supplementi letterari e nelle riviste degli Octaviani.

Alcuni Efrainiti erano rissosi, ed erano soliti presentarsi agli eventi letterari per deridere i partecipanti, emettere giudizi e insomma creare il caos. I poeti di quest'ultimo gruppo (i protagonisti dei Detective selvaggi) si facevano chiamare Infrarealisti ed erano guidati da Bolaño, che nel 1976 scrisse e fu l'unico firmatario del Manifesto infrarealista, la cui irriverenza e spavalderia sono degne dei Surrealisti:

Un nuovo lirismo, che in America Latina sta cominciando a crescere, a sostentarsi in modi che non cessano di meravigliarci [...] La tenerezza come un esercizio di velocità. Respirazione e calore. Esperienza a briglia sciolta, strutture che vanno divorandosi da sole, contraddizioni pazze.

Per Bolaño, che era nato in Cile ma era in parte cresciuto in Messico, l'Infrarealismo era una variante locale di Dada. Paz era prodigo di elogi per le avanguardie che tanto amavano i Manifesti, ed era stato a sua volta vicino ai Surrealisti. Ma gli Octaviani e gli Efrainiti si consideravano nemici inconciliabili. Di fatto erano rami dello stesso albero. Il Manifesto infrarealista avrebbe potuto essere scritto da Vicente Huidobro (1893-1948), che Paz e Huerta avevano entrambi ammirato fin dalla giovinezza: un cileno, come Bolaño, e probabilmente il più grande creatore di “ismi” letterari avanguardisti.

Gli Efrainiti (Infrarealisti compresi) e gli Octaviani combattevano una guerra fatta di affronti e rancori. Non mancavano i dissidenti, da entrambe le parti. Bolaño, amico e ammiratore di Huerta, nel corso di varie interviste disse che tra loro c'erano “grandi divergenze politiche”, il che non dovrebbe sorprendere, visto che Bolaño era stato trotzkista.

Per quanto ne so io, c'erano solo due persone che intrattenevano rapporti amichevoli sia con gli Octaviani che con gli Efrainiti (e con Bolaño in particolare): tra i poeti, Verónica Volkow, la bisnipote di Trotzky; tra gli editori, Juan Pascoe, che dirigeva una piccola tipografia chiamata Taller Martín Pescador (il nome fu un'idea di Bolaño). Pascoe pubblicò il primo libro di Bolaño (Reinventar el amor, 1976) e il mio (La memoria vacía, 1978): raffinate edizioni a tiratura limitata, libretti stampati usando caratteri mobili e una pressa a mano, con la quale furono pubblicati anche i primi volumi di Volkow, José Luis Rivas, Francisco Segovia e altri poeti della nostra generazione.

Nel suo Manifesto infrarealista Bolaño scriveva:

I borghesi e i piccoli borghesi passano da una festa all'altra. Ce n'è una ogni fine settimana. Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine.

Bolaño aveva ragione, letteralmente, a proposito delle feste (ma fortunatamente la profezia giacobina non si realizzò). Il mondo letterario era piccolo e coeso, e noi passavamo davvero da una festa all'altra, se si contano tutti i reading, le conferenze, le inaugurazioni e gli incontri nei caffè. Ci vedevamo sempre. Ricorderò cinque di queste feste, svoltesi tra il 1973 e il 1976:

La prima fu la presentazione di un libro di Efraín Huerta, pubblicato da Juan Pascoe. La grande casa di Pascoe nel quartiere di Mixcoac era piena di gente. Gli Efrainiti cantavano, o meglio abbaiavano, rancheras e boleros. Gli Infrarealisti stavano in piedi accanto al “barile di pulque che avevamo comprato e ai venticinque chili di formaggio mennonita che avevamo trascinato fin lì dal mercato di La Merced”. Cito il nostro editore e ospite, perché io non c'ero.

La seconda fu la presentazione di un libro di Octavio Paz, pubblicato anch'esso da Pascoe. Era presente una folta schiera di Octaviani. La casa di Pascoe era piena del brusio delle conversazioni. Invece del pulque si bevevano toritos: alcol a 96° con latte di riso o (per i suicidi) latte di arachidi. Vidi con i miei occhi un gruppo di Infrarealisti (missione: sabotaggio) gettare il contenuto di un bicchiere addosso a Paz (che portava una giacca molto elegante), il quale si limitò a scrollare la cravatta e continuò a conversare sorridendo, come se nulla fosse stato.

La terza festa si svolse all'inaugurazione di una mostra di Basia Batorska, moglie del poeta e saggista Gabriel Zaíd (Zarco nei Detective Selvaggi), compagno di strada di Paz, considerato ora come allora uno dei nostri pensatori più taglienti. Negli anni Settanta Zaíd raccolse i versi di centinaia tra i giovani poeti messicani. Sono sicura che gli Infrarealisti non fossero presenti a quella festa, perché non ci furono incidenti. Come gli altri giovani poeti, per l'occasione mi misi le scarpe; ma non ci tagliammo i capelli e avevamo le nostre inseparabili borse a tracolla. Fu allora che incontrai Octavio Paz e chiacchierai con lui. Avevo appena pubblicato la mia prima poesia su un supplemento letterario “professionale”, e lui la commentò in termini molto favorevoli. Ovviamente io ero al settimo cielo. Mi invitò a casa sua. L'appartamento (al quale decisi di risparmiare i miei sandali huarache) era splendido, elegante, pieno di opere d'arte messicane e indiane, straordinari dipinti e di libri. Una casa raffinata, luminosissima: la casa di un poeta che era stato ambasciatore. Paz aveva dei modi estremamente affascinanti ed era un conversatore impareggiabile.

Dato che non sono mai stata a casa di Efraín Huerta (che aveva invece visto molti sandali con la suola di copertone), mi affiderò alla descrizione fatta da Juan Pascoe di un angolo di quella residenza: “C'erano ritagli stampa attaccati alle parete, presi da diversi articoli, decontestualizzati, con il titolo: 'Octavio Paz ha ucciso la sua mamma'; c'era una foto del romanziere cubano Alejo Carpentier, una del poeta sandinista Ernesto Cardenal, una piccola bandiera cubana, variazioni estetiche sulla falce e il martello”.

Non sono stata neanche alla quarta festa, e dunque cito nuovamente la descrizione fatta dal nostro editore dell'inaugurazione ufficiale del gruppo infrarealista guidato da Bolaño. Rivolgendosi a un pubblico di quaranta persone, Roberto espose le ragioni del suo odio per Paz: “i suoi crimini odiosi al servizio del fascismo internazionale, i mostruosi piccoli mucchi di parole che ridicolmente chiama 'poesie', i suoi insulti abietti all'intelligenza latinoamericana, la pessima imitazione di una 'rivista letteraria' che puzza di vomito e va nota con il nome di 'Plural'.

La quinta festa si svolse a San Ildefonso. Paz e Huerta lessero entrambi delle poesie. Fu un'occasione storica. Non appena Paz cominciò a leggere, i sabotatori efrainiti – o forse solo gli Infrarealisti – cominciarono a fischiarlo. Huerta, che era stato sottoposto a una laringectomia, si alzò in piedi e a gesti richiamò all'ordine le sue truppe, chiedendo silenzio e rispetto. Lasciarono che Paz continuasse a leggere indisturbato.

Non sono sicura che Bolaño fosse presente a quel reading, perché mi tenevo a distanza dai suoi. Mi spaventavano. Quando tenni il mio primo reading poetico – una condizione della ricca borsa di studio Salvador Novo per poeti sotto i 21 anni, la stessa vinta in Amuleto da Ernesto San Epifanio, che nella realtà era Darío Galicia – ci fu una grande festa, e io la sera prima non riuscii ad addormentarmi, preoccupata com'ero che gli “Infra” potessero sabotarla. Proprio come temevo, si presentarono e fischiarono a volontà. Ma mi risparmiarono, forse grazie a Galicia, che aveva vinto la borsa di studio l'anno precedente ed era mio amico.

Ero troppo impegnata a combattere contro i miei demoni per scontrarmi pubblicamente con gli Infrarealisti. Per me, tutto era una lotta. E poi avevo letto le poesie di Bolaño stampate da Pascoe, e le rispettavo.

Era un bel momento per vivere a Città del Messico, che all'epoca era un posto bellissimo. A seconda dei gusti si poteva entrare in contatto con Paz o Huerta, Luis Rius, Juan José Arreola, Luis Cardoza y Aragón, Tito Monterroso, Juan Rulfo o Salvador Elizondo – per non parlare di García Márquez e Álvaro Mutis, che avevano vissuto nella nostra città per qualche tempo. L'autore di Amuleto ne era ben consapevole. La galleria di autori latinoamericani era vasta e accessibile. Negli anni Settanta un'ondata di esuli provenienti dal Sud portò nuovi stimoli. Io tenevo gli occhi il più possibile aperti, e di tanto in tanto nei caffè, nelle librerie e nelle gallerie mi imbattevo nelle Leggende. Non avevo più una casa: queste persone sarebbero diventate la mia nuova famiglia.

Bolaño lasciò il Messico nel 1977. Con quello che aveva guadagnato pubblicando due articoli acquistò un biglietto per l'Europa, dove lavorò come “lavapiatti, cameriere, guardiano notturno, netturbino, scaricatore di porto e vendemmiatore”. Perché lasciò una città meravigliosa dove avrebbe potuto guadagnarsi da vivere scrivendo?

Forse, come disse in un'intervista, era quello che voleva:

Vivere al di fuori della letteratura. In Messico facevo una vita molto letteraria. Ero circondato da scrittori e mi muovevo in un mondo in cui tutti erano scrittori o artisti. E a Barcellona cominciai a muovermi in un mondo privo di scrittori. Avevo alcuni amici scrittori, ma a poco a poco me ne feci altri. Feci tutti i tipi di lavori, naturalmente... E lo trovavo meraviglioso.

Oppure seguiva i dettami del suo Manifesto infrarealista?

Il rischio è sempre altrove. Il vero poeta è quello che lascia sempre se stesso alle spalle. Mai troppo a lungo nello stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo, come gli occhi bianchi degli ergastolani. […] Lasciare tutto, ancora una volta. Rimettersi in cammino.

Se ne andò lasciando se stesso alle spalle, perché già allora era una figura di primo piano del nostro mondo letterario.

Se ne andò prima che potessi conoscerlo. In seguito, quando imparai a reggermi sulle mie gambe e mi liberai del terribile fardello della giovinezza, vissi con un eminente Efrainita: Alejandro Aura, padre dei miei due figli. Per Paz fu difficile perdonarmelo. Mario Santiago (Ulises Lima, il poeta infrarealista che appare in diverse opere di Bolaño) veniva spesso a trovarci, con libretti editi in proprio che contenevano le sue nuove poesie, e beveva quantità allarmanti di alcol, come un vero Efrainita.

Alcuni anni dopo, quando ebbi pubblicato i miei primi due volumi di poesie e i miei primi due romanzi, un giornalista che conduceva una specie di inchiesta mi chiese da che parte stessi: con Huerta o con Paz? Risposi che stavo con Ramón López Velarde, morto alla fine della Rivoluzione Messicana: uno dei preferiti di Bolaño, un poeta riverito sia da Paz – che ne scrisse diffusamente – sia da Huerta.

Paz o Huerta, era questo il problema. Non riflettevamo mai se fossimo pro o contro il “realismo magico”. C'erano molte stelle nel nostro firmamento letterario dei primi anni Settanta, e la maggior parte di esse – Julio Cortázar, José Donoso, Jorge Ibargüengoitia e lo stesso García Márquez – sperimentava una grande varietà di generi: il realismo e il giornalismo così come la letteratura fantastica. Eppure tra i prosatori c'era una divisione che ricordava la contrapposizione tra Octaviani ed Efrainiti. Da una parte c'erano quelli che ammiravano La Onda, un movimento letterario realista che rappresentava la variante messicana dei Beats, un gruppo di giovani romanzieri urbani la cui prosa era l'equivalente della poesia efrainita. Dall'altra parte c'erano quelli che si consideravano gli eredi di Juan José Arreola, Juan Rulfo e Adolfo Bioy Casares; abbracciavano non il realismo magico ma una condizione mentale che apriva ai fantasmi, alla follia e ai sogni (come nelle narrazioni di Borges, nel romanzo di Bioy Casares L'invenzione di Morel o nei preziosi racconti brevi di Silvina Ocampo). I membri di questo secondo gruppo erano, in un certo senso, le controparti narrative degli Octaviani. Né l'una né l'altra “scuola” chiedeva ai propri seguaci di adottare una tecnica narrativa lineare. Più si conosce la tradizione, meglio la si sovverte; lo sapevamo.

Fu proprio ciò che fece Bolaño, colmando il divario tra narrativa e poesia. Il suo primo romanzo lungo, I detective selvaggi, è più vicino a La Onda e agli Efrainiti, anche se non del tutto. Nel suo romanzo Amuleto, molto più breve, e nel prodigioso 2666 i sogni illuminano la realtà e la realtà illumina i sogni collettivi; ci sono il surrealismo, la fantasia e la follia, ma anche uno sguardo freddo gettato sulla realtà.

Anni dopo, come tutti noi, Bolaño si trovò a dover rispondere alla domanda: è favorevole o contrario al “realismo magico”? Ci veniva rimbalzata dalle generazioni più giovani che non avevano conosciuto il privilegiato, introspettivo mondo letterario dei primi anni Settanta. Con le tragedie economiche e politiche le cerchie letterarie si sciolsero e si frammentarono, le case editrici crollarono e Città del Messico cessò di essere la cassa di risonanza dell'America Latina. I più giovani cominciarono a guardare ai gringos: giudicavano il panorama della scrittura latinoamericana in base ai libri che avevano avuto successo in traduzione inglese.

Efraín Huerta è morto nel 1982. Octavio Paz nel 1998. Città del Messico è ora come una fotografia scattata negli anni Settanta e ritoccata da un pazzo. La città è stata sventrata da nuove vie di transito grazie al sindaco Carlos Hank González, più interessato alla corruzione che a bibliche visioni di separazioni urbanistiche: ampie arterie a senso unico tagliano i vecchi quartieri, creando le condizioni per ingorghi quotidiani. Nell'anno della mia nascita, il 1954, il numero ufficiale di abitanti era 3 milioni. Adesso le cifre ufficiose parlano di più di 23 milioni. Quando ho letto I detective selvaggi e Amuleto è stato come tornare nella nostra casa degli anni Settanta, l'incantata – per me infernale – casa della nostra giovinezza. Cercando di recuperare il passato attraverso la scrittura, alcuni romanzieri lo trasformano in un paradiso perduto per sempre (e per sempre avvelenato). Roberto Bolaño fece propria la nostra giovinezza e la ricostruì nei suoi romanzi. Leggendoli, mi sono sentita a casa mia, non solo grazie alla città e alle ambientazioni riconoscibili ma anche per l'affinità e i gusti condivisi. Mi era chiaro che, come altri scrittori della nostra generazione (Daniel Sada, Francisco Hinojosa, Juan Villoro), avevamo fatto il nostro apprendistato nel mondo degli anni Settanta, all'ombra del massacro del 1968, con i golpe militari e la guerriglia; noi eravamo i diseredati. Non è facile per romanzieri della stessa generazione ammirarsi reciprocamente; ma quando accade è una benedizione. Ammiravo Roberto. E sono stata doppiamente fortunata, perché lui ricambiava la mia ammirazione.

Fummo presentati ufficialmente, vent'anni dopo la sua partenza dal Messico, a Vienna (che, come una Città del Messico al contrario, aveva visto la propria popolazione diminuire di due terzi). Eravamo stati invitati a parlare su un tema importante nell'opera di Roberto, non nella mia: l'esilio. Dissi quello che mi sentivo di dire, e lui fece lo stesso, ignorando l'argomento prefissato. Tra noi fin dall'inizio si creò una complicità fraterna; lo portai alla cena organizzata per me all'Ambasciata, e per ricambiare lui mi portò alla periferia della città per mostrarmi quello che doveva essere il tratto più squallido del Danubio, solcato con curiosa goffaggine da anatre del tutto prive di fascino. Roberto mi fece vedere una Vienna sinistramente simile a Città del Messico. Si rifiutò di andare per musei o di visitare quei luoghi pittoreschi che a me piacciono tanto; era certo che saremmo stati aggrediti dai neonazisti.

Fu l'inizio di una corrispondenza ininterrotta. Ci scrivevamo quasi tutti i giorni. Non discutemmo mai, credo, dei nostri rapporti con il “realismo magico”, ma dicevamo schiettamente quello che pensavamo di molti scrittori. Ci incrociammo anche ad altri eventi letterari. Una volta tenni una conferenza a Nîmes e poi presi un treno per Blanes, dove mangiammo accanto al mare: io, Roberto, sua moglie Carolina e suo figlio Lautaro (la “piccola scintilla”, come chiamava Alexandra, non era ancora nata). Quando uscì il mio romanzo su Cleopatra Roberto, che aveva letto il manoscritto, fu così gentile da venire a Madrid per presentarlo. Era un romanzo tanto anomalo – né realistico né fantastico, eppure entrambe le cose – che Roberto ne fu subito affascinato.

Il 2 luglio 2003 gli scrissi rimproverandolo di non aver risposto alla mia mail di pochi giorni prima. Il 3 luglio Caterina mi rispose: “Cara Carmen, Roberto mi ha chiesto di rispondere al tuo messaggio e di dirti che è andato all'ospedale... farà presto ritorno al computer. Con affetto, Carolina”. Morì il 15.

Mi ci vollero mesi per abituarmi all'idea che Roberto era morto. Quando uscì il suo libro di racconti Il gaucho insostenibile non riuscii ad aprirlo. Poi giunse il monumentale 2666, che aveva nominato così spesso nelle nostre conversazioni e nelle mail. Impossibile resistere. È uno dei grandi romanzi della mia lingua, un libro mostruoso e sconvolgente; le altre opere di Bolaño impallidiscono al confronto. Dopo aver letto 2666 tornai al libro di racconti: esercizi ineguali di un maestro dell'acrobazia narrativa. Alcuni sono semplicemente indulgenti, scritti alla maniera del personaggio bolañano che porta il nome di Sensini, per vincere premi o ancor peggio per reclutare discepoli. Tutti recano traccia della sua mano, certo. Ma Roberto Bolaño non scriveva con la mano. Scriveva con i denti che aveva perduto per strada (come Auxilio Lacouture), i molari perduti perché non aveva i soldi per permettersi un vero dentista oppure semplicemente perché non se ne curava.

Paz, Huerta, Arreola, Cortázar: Bolaño prese il meglio da tutti loro. Quando lasciò il Messico non stava scappando dai maestri: stava correndo per afferrare la palla che quei maestri avevano lanciato alta in aria.

Originale: Bolaño in Mexico

Articolo originale pubblicato il 23/4/2007 su The Nation.

Carmen Boullosa (carmenboullosa.net), romanziera e poetessa messicana, è distinguished lecturer al City College di New York. La Otra Mano de Lepanto è stato definito dal giornale Reforma il miglior romanzo messicano del 2005.

Traduzione di Manuela Vittorelli, rilettura e revisione di A.S.

3 commenti:

carmelo ha detto...

salve,
conoscevo questo articol oe lo trovomolto interesante; posso ospitare la versione tradotta nel sito dedicato allo scrittore?
ovviamente citando la fonte e l'autore della traduzione

http://www.azulines.it/bolanoarchivio.html

grazie, carmelo

mirumir ha detto...

Certamente, grazie!
Chiedo scusa se rispondo con ritardo, sono bastati pochi giorni di assenza per essere travolta dallo spam.

Manuela

carmelo ha detto...

grazie, il sito e' in corso di trasferimento e spero di completare l'aggiornamento entro il fine settimana; potremmo collaborare nella traduzione dei saggi su Bolano dallo spagnolo, non credi?
mia mail
melines@gmail.com