martedì, marzo 16, 2010

Bolaño e il manifesto infrarealista, di Patricia Espinosa H.

Bolaño e il manifesto infrarealista

di Patricia Espinosa H.

In Rocinante N° 84, ottobre 2005.

Il movimento infrarealista nasce tra la fine del 1975 e gli inizi del 1976 a Città de Messico: lo compongono Mario Santiago, Ramón Méndez ed Héctor Apolinar, reduci del fallito seminario di poesia di Difusión Cultural dell'UNAM, coordinato dal poeta e accademico Juan Bañuelos. Il luogo specifico di gestazione è la casa del poeta cileno Bruno Montané. Il gruppo si amplia rapidamente a 30-40 persone, giungendo a includere scrittori, musicisti e pittori. Nascono poi una rivista e una casa editrice infra, e gli infrarealisti cominciano a fare irruzione nelle letture di poesia ufficiale. Tra coloro che possono essere considerati componenti del gruppo ci sono: Juan Esteban Harrington (García Madero?), Piel Divina, Cuauthémoc Méndez, Oscar Altamirano, José Peguero, Pedro Damián, Elmer Santana, Ramón Méndez, Guadalupe Ochoa, Edgar Altamirano, Mará Larrosa, Vera Larrosa (le sorelle Font?), Kyra Calvan, Víctor Monjarás, Carlos David Marfarón, Geles Lebrija, Rubén Medina, José Rosas Ribeyro, Estela Ramírez, Lorena de la Rocha e Javier Suárez Mejía.

“Déjenlo todo, nuevamente. Primer Manifiesto del Movimiento Infrarrealista” (Mollate tutto, di nuovo. Primo manifesto del movimento infrarealista) è il titolo del Manifesto scritto da Bolaño e pubblicato in Correspondencia Infra, Revista Menstrual del Movimiento Infrarrealista, N° 1 (Città del Messico, ottobre/novembre 1977, 5000 esemplari). All'origine del concetto di “infrarealismo” c'è un dato che Bolaño non cita nelle sue interviste. Un dato che sono riuscita a individuare leggendo “Déjenlo todo, nuevamente”. Il primo paragrafo, costituito da otto righe virgolettate, è una citazione dal racconto “L'infra del dragone”, scritto dall'autore russo Georgij Gurevič, pubblicato originariamente nel 1959 e inserito da Jacques Bergier in Lo mejor de la ciencia ficción rusa (Bruguera, Colección Libro Amigo, Barcelona, 1968). Il paragrafo che Bolaño cita letteralmente dal testo di Gurevič recita: “Fino ai confini del sistema solare ci sono quattro ore-luce; fino alla stella più vicina quattro anni-luce. Uno smisurato oceano di vuoto. Ma siamo davvero sicuri che ci sia solo un vuoto? Sappiamo solo che in questo spazio non ci sono stelle luminose, perché sarebbero state visibili. Ma è possibile che esistano corpi non luminosi ma oscuri? Forse le nostre mappe celesti, come quelle terrestri, indicano le stelle-città e omettono le stelle-villaggi”. Il racconto di Gurevič narra di un equipaggio di sei uomini del XXI secolo che lasciano dalla Terra su un'astronave diretti verso i soli neri, corpi non luminosi ma oscuri, stelle-villaggi non indicate sulle mappe celesti orientate sempre alle stelle-città. Soli invisibili, neri come il carbone, pianeti caldi all'interno, sono anche chiamati INFRA e costituiscono un mondo alla rovescia. La missione dell'equipaggio sarà dunque cercare disperatamente un'INFRA.

Il termine “infrarealismo” allude a un territorio nuovo, rovesciato, nel quale impera l'inversione delle regole vigenti nel nostro “mondo reale”. Il calore o l'energia nel territorio infra viene da dentro, dalle viscere stesse. Proprio come il realvisceralismo dei Detective selvaggi. Scrive Bolaño: “Scrittori sovietici di fantascienza che si graffiano la faccia a mezzanotte”. Troviamo qui la sua abituale complicità non solo con lo scrittore disperato, ma anche con i cosiddetti generi di serie B, generi bastardi, che si tratti di cinema porno, fantascienza, peplum o poliziesco. Scritture, in ogni caso, di individui che si graffiano la faccia. Come Mario Santiago Papasquiaro, Sensini, Ulises, Belano, Amalfitano o lo stesso Arcimboldi. Bolaño vede disperazione in quegli scrittori sovietici della Guerra Fredda che tentano di generare un discorso che operi come una piega all'interno del sistema di controllo. La ricerca dell'infra serve da metafora della sovversione del soggetto, unico mito possibile, unica utopia possibile. “Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando”.
Bolaño propone una poesia antiborghese, un volgersi all'arte-vita senza alcuna possibilità di “normalizzare” le relazioni tra arte e società. Si tratta di abbattere il muro delle istituzioni, la distanza tra arte e vita. “Cortine d'acqua, cemento o latta separano un meccanismo culturale che fa da coscienza o culo della classe dominante”. La logica dominante si fonda su concezioni dogmatiche di arte bella, negandosi a ogni irruzione destabilizzante. Un ordine che pare condurci irrimediabilmente al cesso o alla rivoluzione. Bolaño propone un allontanamento da ciò che definisce “logica e buon senso”. È qui possibile avvertire dei legami con la proposta di liberarsi dalla ragione avanzata dai surrealisti; ma in Bolaño non c'è la promessa di accedere alla realtà assoluta della corte trascendentalista, bensì la chiamata all'azione politica continua, senza desideri soddisfatti. Un altro aspetto che lo allontana dal surrealismo è non privilegiare l'universo onirico, il subconscio o l'automatismo come pratica di elaborazione estetica. L'interiorizzazione del nuovo si tradurrà in sovversione. Proprio come succede con i soli neri, il negativo si trasformerà in energia potenziatrice interiore. In altre parole, ciò che produceva debolezza, la persecuzione del potere o dei poteri, diventerà un punto di forza.
Bolaño allude alla necessità di recuperare l'anima dell'avanguardia, non però partendo dal presupposto moderno che credeva nell'“originalità” ma con la netta consapevolezza che tutto sia stato già nominato, rivelato. Pertanto il discorso di Bolaño più che avanguardia potrebbe essere considerato “postavanguardia”. E non c'è spazio per i segreti, ci dice Bolaño: “tutto è stato già rivelato”. Tuttavia i segreti sembrano sempre aggirarsi nella sua scrittura. Si nascondono nell'unica poesia di Cesárea; stanno dietro la finestra; si celano in Arcimboldi e nel libro steso sulla corda da bucato di Amalfitano, portano Klaus Haas o i veri colpevoli a commettere la sfilza di crimini di Santa Teresa. Bolaño ha bisogno che seguiamo la miriade di piste che il testo ci fornisce, alla ricerca di un'origine; tuttavia questa origine risulta essere un falso punto di partenza. Gioca con la tradizione metafisica dell'imprendibile, del segreto del testo, dell'irraggiungibilità. Gioca con la nostra ansia disperata di trovare dei riferimenti che ci aiutino a risolvere il problema.

I riferimenti definiti dal manifesto sono politico-sociali oltre che estetici: “Sono tempi duri per l'uomo, diciamo noi mentre torniamo sulle barricate dopo una giornata piena di merda e gas lacrimogeni”. Il poeta è immerso nella storia, è un soggetto politico che sta sulle barricate e lotta quotidianamente nelle strade. “La nostra etica è la Rivoluzione, la nostra estetica la Vita: una-sola-cosa”. Etica, Rivoluzione, Vita: tre termini che per l'infrarealismo si configurano come un'unità. Vale a dire che non è possibile avere l'etica senza la rivoluzione e non è nemmeno possibile vivere se non esteticamente. E potremmo anche dire che non è possibile la rivoluzione senza un'estetica e la vita senza etica. Una sola cosa.

Desidero ora soffermarmi sulla citazione di poco precedente: “Il poeta come eroe rivelatore di eroi, come l'albero rosso caduto che annuncia l'inizio del bosco”. Il poeta è un eroe, benché si tratti di un eroismo sempre degradato. Non ci troviamo di fronte alla figura del grande eroe mitico, ma a quella di un eroe postmoderno che agisce sempre dopo il crollo di tutti i miti. Tuttavia questo eroe minore è capace di generare attraverso le sue micropolitiche di vita, di creazione, eroismi minori o subalterni. Vorrei insistere sul carattere politico del Manifesto. A questo proposito ricorriamo a un'altra citazione: “Per i borghesi e i piccoli borghesi la vita è una festa continua. Ce n'è una ogni fine settimana. Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine”. La demarcazione del luogo periferico: prima l'Arte come istituzione, il meccanismo culturale, e adesso il territorio della comodità borghese contro il proletariato e gli sfruttati, territorio degli infrarealisti. Memoria e ghigliottine, dice il manifesto, ricordo e castigo: Azione, Azione. Ma anche violenza.

Il viaggio continuo che percorre la letteratura bolañana è questa permanente “deterritorializzazione” di cui ci parla il Manifesto, un nomadismo che probabilmente non porta a un luogo particolare. Il viaggio postmoderno dice addio al viaggio mitico. Non c'è più il viaggio trascendentale, il grandioso viaggio metafisico, nel quale la via del ritorno sarà il superamento, l'apprendistato, la rivelazione. Ci troviamo di fronte a un viaggio probabilmente senza ritorno, uno spostamento che tende all'infinito, senza una meta possibile. L'eterotopia frattalizzata all'estremo, dove la bellezza cova il degrado: “Un arcobaleno che inizia in un cinema malfamato e finisce in una fabbrica in sciopero”. Siamo alle prese con un soggetto privo di luogo e in permanente fluire, che conserva soltanto la memoria: “Che l'amnesia non ci baci mai sulla bocca. Che non ci baci mai”. Verso la fine del Manifesto, Bolaño afferma: “Abbiamo sognato l'utopia e ci siamo svegliati gridando”. È il tempo della post-utopia e ora rimane solo il terrore. Tuttavia c'è ancora vitalismo per segnalare la necessità di recuperare il significato: “Far apparire le nuove sensazioni – Sovvertire la quotidianità. O.K. MOLLATE TUTTO DI NUOVO. PARTITE SULLE STRADE”.

Originale: Patricia Espinosa H., “Bolaño y el manifiesto infrarrealista”, Rocinante N° 84, ottobre 2005.

Nessun commento: