giovedì, settembre 30, 2010

Russia: Considerazioni sull'affare Lužkov

Considerazioni sull'affare Lužkov

di Timothy Colton

In un sistema politico pesantemente controllato che raramente produce colpi di scena da prima pagina, il licenziamento di Jurij Lužkov il 28 settembre, dopo il suo rifiuto di dimettersi pacificamente, è una notizia grossa. Per impatto l'unico paragone negli anni di Putin sarebbe l'attacco contro Michail Chodorkovskij nel 2003, benché ovviamente Lužkov non sia stato arrestato né incriminato. Quando è stato deposto, Chodorkovskij era uno degli uomini più ricchi del Paese. Lužkov era uno dei più potenti. Per la Russia il caso non ha niente di speciale.

Il Presidente Medvedev ha già incoraggiato il pensionamento di dirigenti anziani, e Lužkov, che ha appena compiuto 74 anni, aveva accettato la prospettiva di ritirarsi alla fine del suo ultimo mandato, il prossimo anno. Dunque il suo licenziamento non è dipeso semplicemente dall'età e dalla necessità di rinnovamento. Cosa ha accelerato i tempi? Forse la causa è stata la corruzione, oggetto ufficiale delle crociate di Medvedev. Nella capitale la corruzione è rampante: si crede che la famiglia di Lužkov, attraverso la compagnia di costruzioni della moglie, l'Inteko, abbia beneficiato grandemente della sua carica. Ma se si trattava solo di corruzione perché si è deciso di colpirlo proprio ora, dato che Lužkov era sindaco dal 1992 e l'Inteko era stata fondata nel 1991? E perché è stato preso di mira proprio lui tra la schiera di funzionari ben introdotti e ricchissimi che popolano l'establishment russo? Si sa inoltre che Lužkov ha rifiutato diversi incarichi alternativi, come la direzione dei preparativi per le Olimpiadi di Soči e (o almeno così si dice) la presidenza del Consiglio della Federazione, la camera alta del Parlamento. Presumibilmente il Cremlino non avrebbe offerto cariche così ambite a una persona la cui etica professionale fosse considerata inaccettabile. Né sembra probabilissimo che lo scandalo sia il prodotto di un disaccordo ideologico o politico. Né Lužkov né Medvedev vi hanno mai fatto alcun riferimento, e non l'ha fatto neanche il Primo Ministro Putin.

È molto più convincente pensare alla destituzione di Lužkov in termini di potere e di personalità. Indipendentemente da quanto sia liberale Medvedev su altre questioni, sul problema della governance territorale crede quanto Putin nella cosiddetta "verticale del potere". Preferisce affidare ad altri agenti il compito di soddisfare la volontà del potere centrale, e non ha la tolleranza di Putin (o di El'cin) per i passati peccati. Lužkov, prodotto dell'industria sovietica e dei caotici anni Novanta, era in questo senso un uomo segnato, e il miracolo è che sia durato così a lungo. A cambiare la situazione non è stata probabilmente la sua condotta di fronte agli incendi estivi ma una cosa che nel periodo del "tandem" appare maggiormente critica: speculava audacemente sulle differenze reali e percepite tra i due leader, e a quanto pare credeva ingenuamente che Putin l'avrebbe protetto nei momenti disperati. Questo però per Putin avrebbe significato minacciare la verticale costruita così strenuamente dal 2000 al 2008, e Lužkov non ha saputo o voluto capirlo.

Non vanno sottovalutati gli aspetti personali di questo conflitto. Nella sua provocatoria lettera del 27 settembre a Medvedev, trapelata sulla stampa poche ore dopo, Lužkov si mostra offeso fino all'esasperazione. Esprime rabbia per i recenti attacchi dei media contro la sua reputazione ("terrorismo informativo" da parte di "media controllati") e per la loro mancanza di riguardo nei confronti dei suoi trascorsi e della sua vita privata. Attacca Boris Gryzlov (presidente della Duma e rappresentante di spicco di Russia Unita) e soprattutto lo stesso presidente, definendo Medvedev un ipocrita e accusandolo di fare retorica della democrazia al forum di Jaroslavl' e di agire diversamente "nella vita reale".

La cosa più difficile da digerire per Lužkov potrebbe essere la consapevolezza di essere un membro fondatore dello stesso partito che ha rivolto contro di lui armi usate per molto tempo contro altri. Ed è qui che si annidano potenziali conseguenze politiche più ampie. Nel 1987 un leader moscovita appartenente a un'altra generazione, Boris El'cin, fu attaccato e umiliato dalla dirigenza di allora e reagì con l'accusa che Gorbačëv stava tentando di creare una dittatura personale. Il suo affronto fu poi politicizzato e si nutrì di una profonda alienazione rispetto all'intero sistema del potere. Le probabilità che la stessa cosa accada con Jurij Lužkov non sono alte, ma neanche pari a zero. Alcuni brani della sua lettera a Medvedev ricordano in modo sorprendente lo El'cin del 1987.

L'esito dipenderà in una certa misura da quanto lontano si spingeranno Medvedev e Putin nel punire il loro sottoposto ribelle: a parole, confiscandogli i beni e forse anche peggio. Intraprendere il percorso Chodorkovskij e trasformare l'ex sindaco nel simbolo in carne e ossa di un'epoca disprezzata sarebbe una strategia ad alto rischio perché Lužkov gode di un consistente sostegno sociale, soprattutto a Mosca, e perché conosce molti segreti dei suoi ex colleghi.

Originale: Thoughts on the Luzhkov affair

Originale pubblicato il 30 settembre 2010

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