martedì, dicembre 07, 2010

Crepe nella desolazione di specchi: Pepe Escobar a proposito di WikiLeaks

Crepe nella desolazione di specchi*

di Pepe Escobar

La tentazione di vedere WikiLeaks come un paradiso artificiale neo-baudelairiano – dove l'anarchia libertaria sposa la conoscenza informatica – non potrebbe essere più seducente.

Attualmente ad aiutare il fondatore Julian Assange ci sono non più di 40 persone con l'aggiunta di 800 collaboratori esterni. Tutto questo con un bilancio annuale di 200.000 euro (264.000 dollari) e continui spostamenti di sede. Il portavoce di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson definisce il sito un "portale di whistleblowers" le cui fonti sono anonime e perfino sconosciute. Si può fare in modo che una denuncia sveli la nudità dell'imperatore con soli 200.000 euro, proprio come qualcuno (Osama bin Laden o chi per lui) è riuscito a produrre l'11 settembre e impostare il "nuovo ordine mondiale" con 500.000 dollari.

Daniel Ellsberg, che nel 1971 rivelò i documenti del Pentagono, considera Assange un eroe. Per gran parte dell'establishment statunitense è ora il nemico pubblico numero uno, un'improbabile eco di bin Laden. Dovrebbe ora trovarsi nel Sud-Est dell'Inghilterra, raggiungibile da Scotland Yard, ed essendo ricercato in Svezia potrebbe essere prossimo all'arresto sulla base di un mandato dell'Interpol. Lo studioso canadese Marshall McLuhan si rivolterà nella tomba: se il mezzo è il messaggio, quando non è possibile eliminare il messaggio si elimina il mezzo?

Il libro di sabbia
Esaminiamo il crimine di Assange. Ecco come si esprime lui stesso, in "State and Terrorist Conspiracies":

Per cambiare radicalmente il comportamento dei regimi dobbiamo pensare in modo chiaro e audace. Perché se c'è qualcosa che abbiamo imparato, è che i regimi non vogliono cambiare. Dobbiamo spingerci più in là di quelli che ci hanno preceduti e individuare cambiamenti tecnologici in grado di offrirci un potere che i nostri predecessori non potevano permettersi. In primo luogo dobbiamo comprendere quale aspetto del governo o della condotta neocorporativa vogliamo cambiare o eliminare. Poi dobbiamo sviluppare un approccio che sia abbastanza forte da permetterci di superare le pastoie del linguaggio politicamente distorto e di porci in una posizione di chiarezza. Infine dobbiamo fare in modo che questa consapevolezza possa ispirare a noi e agli altri una condotta nobilitante ed efficace.
Assange vede dunque WikiLeaks come un antivirus capace di guidarci mentre navighiamo nella distorsione del linguaggio politico. Se il linguaggio è un virus alieno, come scrisse William Burroughs, WikiLeaks dovrebbe esserne l'antidoto. Assange crede insomma che la rivelazione (cumulativa) di segreti conduca a un futuro privo di segreti. La sua è una visione anarchico/romantico/utopistica.

È fondamentale ricordare che Assange configura gli Stati Uniti essenzialmente come un gigantesco complotto autoritario. L'attivista politico americano Noam Chomsky potrebbe dire la stessa cosa e non verrebbe arrestato per questo. La differenza è che Assange impiega una strategia di combattimento: mira a corrodere la capacità di cospirazione del sistema. È qui che entra in gioco la metafora informatica. Assange vuole combattere il potere del sistema trattandolo come un computer che soffoca nelle sabbie del deserto. Sarebbe magnifico immaginare un racconto di Borges su questo tema.

Ma Assange sta anche attaccando la dottrina contro-insurrezionale del Pentagono. E non lo fa in modalità "stana i taliban e falli fuori". Questo è solo un dettaglio. Se il complotto è una rete elettronica – una sorta di Matrix della politica estera – Assange vuole intaccarne la capacità cognitiva abbassando la qualità dell'informazione.

Qui interviene un altro elemento cruciale. La capacità del complotto di ingannare chiunque per mezzo della propaganda è equivalente alla sua capacità di ingannare se stesso.

Arriviamo così alla strategia di Assange, che consiste nello scatenare un'ondata gigantesca di documenti come attore/vettore nel panorama dell'informazione. Questo ci porta a un altro punto fondamentale: non importa se queste notizie siano inedite, o pettegolezzi, o pii desideri (finché sono autentiche). L'ambiziosissima idea madre è minare il sistema dell'informazione e dunque "causare un crash del sistema", facendo in modo che il complotto si rivolti contro se stesso per difendersi. WikiLeaks crede che un complotto si possa distruggere solo inducendogli allucinazioni e paranoie su se stesso.

Così andiamo ben oltre. Il talk-show globale ispirato dal cablegate è stato de tutto incapace di cogliere il punto essenziale. Ancora una volta, non importa che la maggior parte dei cablo sia puro pettegolezzo, materia da tabloid: questo è solo il modo in cui Assange illustra il funzionamento del complotto. Non gli interessano gli scoop giornalistici (al contrario dei suoi partner, dal Guardian a Der Spiegel), lui mira a soffocare i nodi che rendono possibile il complotto, per rendere il sistema sempre più "stupido".

Ed è indubbio che il cablegate ci mostri un Dipartimento di Stato sempre più stupido, incapace perfino di fornire e promuovere la propria versione. È un successo straordinario per un'organizzazione diversa da tutto quello che abbiamo visto finora, che fa quello che fanno o dovrebbero fare i giornalisti, e anche di più. E non è finita, perché adesso toccherà ai segreti di una grande banca (probabilmente la Bank of America), ai segreti della Cina, ai segreti della Russia.

Specchio, specchio della rete
Il governo statunitense e la maggioranza dei media ufficiali hanno prevedibilmente dispiegato il loro meccanismo di difesa dicendo che "in questi cablo non c'è niente di nuovo". Ma un conto è sospettare che il Segretario di Stato Hillary Clinton avesse ordinato ai diplomatici americani di spiare i loro colleghi alle Nazioni Unite, un altro conto è avere un documento che lo conferma ufficialmente. Se il Segretario Generale dell'ONU Ki-moon non fosse un debole, in questo momento avrebbe scatenato una bufera diplomatica gigantesca.

E intanto il governo americano e praticamente tutto l'establishment – dai neocon agli obamiani – intendono ricorrere a ogni mezzo per distruggere WikiLeaks e perfino lo stesso Assange, come George W. Bush voleva fare con bin Laden. Sarah Palin ha detto che Assange è peggio di al Qaeda. L'isteria ha portato una radio di Atlanta a chiedere ai suoi ascoltatori se Assange meriti la pena di morte o il carcere (la terza opzione non era prevista; per la cronaca, ha vinto la pena di morte). Anche il pastore battista Mike Huckabee, che nel 2008 avrebbe potuto essere il candidato repubblicano alla presidenza e adesso ha un posto fisso nei talk-show, è per la condanna a morte.

A chi credere? A questi svitati o ai due investigatori federali che hanno detto al Los Angeles Times che se all'epoca ci fosse stato WikiLeaks si sarebbe potuto evitare l'11 settembre?

Ci sono filosofi francesi che per sfuggire alla propria irrilevanza fomentano teorie del complotto, lamentando che WikiLeaks attribuisce ai mezzi di informazione poteri senza precedenti. Altri accusano l'orco internet di divorare i giornalisti. È il bello di queste rivelazioni: è la materia di cui son fatti i complotti.

In questo contesto è illuminante quello che ha da dire l'eminente veterano della Guerra Fredda Zbigniew Brzezinski, il quale ha dichiarato al Public Broadcasting Service che il cablegate è "cosparso" di informazioni "sorprendentemente acute", e che è fin troppo facile disseminare dati di questo tipo.

Esempio: i cablo secondo cui i cinesi sono propensi a collaborare con gli Stati Uniti in vista di una possibile unificazione coreana sotto l'egida della Corea del Sud (ho smontato l'argomento in un mio precedente articolo, TheNaked Emperor, Asia Times Online, 1° dicembre 2010).

Il dottor Zbig sostiene che WikiLeaks potrebbe essere stato manipolato dai servizi segreti con "finalità molto specifiche". Dice che potrebbe trattarsi di elementi interni agli Stati Uniti che vogliono imbarazzare l'amministrazione Obama, ma sospetta anche la mano di "elementi stranieri". In questo caso in cima alla lista ci sarebbe Israele.

Se parliamo di teorie del complotto, questa fa il botto: WikiLeaks potrebbe essere la testa di un vero "serpente" invisibile, una gigantesca campagna di disinformazione israeliana? Tra le prove ci sarebbero i cablo che compromettono gravemente i rapporti tra Stati Uniti e Turchia; quelli che descrivono il consenso del mondo arabo-saudita a un attacco contro l'Iran; e il fatto che nei cablo non ci sia niente che dimostri come Israele abbia più volte tenuto sotto scacco gli interessi americani in Medio Oriente.

In un'intervista con il conduttore televisivo Larry King, il primo ministro russo Vladimir Putin ha seguito le orme del dottor Zbig dicendo che si tratta di una manipolazione: i cablo come complotto per screditare la Russia (questo prima che la Russia si aggiudicasse i mondiali del 2018; adesso tutti annegano in torrenti di Stoli e a nessuno importa più niente dei cablo). Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha detto praticamente la stessa cosa riferendosi al suo paese.

E poi c'è il complotto che non si è avverato: come mai il Pentagono, con tutta la sua evolutissima sapienza informatica, non ha voluto o saputo mettere a tacere WikiLeaks?

Ovunque si mormora dei "moventi" di WikiLeaks. Ci basta tornare alle parole di Assange per capire che non c'è un "movente". Il vuoto intellettuale e l'autismo politico dei diplomatici americani è evidente; possono solo "capire" l'Altro: il mondo in termini di buoni e cattivi. Il grande regista franco-svizzero Jean-Luc Godard questo venerdì compie ottant'anni. Sarebbe bello se girasse un remake di Made in USA, rappresentando la perplessità del sistema mentre contempla il proprio riflesso in un gigantesco specchio digitale.

*Con l'espressione "Wilderness of mirrors", riferimento alla poesia di T. S. Eliot "Gerontion" e qui tradotto come "desolazione di specchi", il capo della CIA James Jesus Angleton si riferiva ai molteplici stratagemmi, inganni e metodi di disinformazione impiegati dall'Unione Sovietica per confondere e disorientare l'Occidente.

Originale: Cracks in the wilderness of mirrors

Articolo originale pubblicato il 3 dicembre 2010

Traduzione di Manuela Vittorelli

2 commenti:

TNEPD ha detto...

Salve,

vi segnalo il link di una breve storia dell'umanita' in tre post (da Tutankamon a Harry Truman piu' o meno) con finale a sorpresa (almeno per chi non e' avvezzo ai temi del Nuovo Ordine Mondiale).

Comincia qui: Se sai giocare a Risiko sei a buon punto nella vita

http://tnepd.blogspot.com/2010/12/se-sai-giocare-risiko-sei-buon-punto.html

TNEPD

mirumir ha detto...

grazie per lo spam! cordialità!