venerdì, gennaio 08, 2010

Bolaño in Messico

Bolaño in Messico

di Carmen Boullosa

Quando misi piede sulla scena letteraria di Città del Messico, tenendo stretto il mio primo fascio di versi e sperando di scriverne molti altri, mi fu subito chiaro che i giovani poeti avevano già tracciato le linee di combattimento. Era il 1974; gli anni d'oro della città stavano per concludersi.

Ero arrivata troppo tardi. Tutto quello che contava sembrava essere finito nel 1968. Avevo vissuto il '68 solo per interposta persona, grazie ai racconti di mia madre che rincasava tutti i giorni dall'università con notizie e volantini. Adesso tutti i bar degli studenti erano stati chiusi in seguito al massacro di Tlatelolco. Alla tragedia pubblica se ne aggiunse poi una privata: nel 1969 mia madre morì, mio padre sposò una matrigna che sembrava uscita dalle favole dei fratelli Grimm, io fui gettata fuori di casa e costretta a cavarmela da sola. Mi ritrovai a cantare in un gruppo pop per guadagnare pochi pesos in un bar nella vicina città di Toluca, fui assunta dall'Ambasciata degli Stati Uniti come hostess in una fiera del bestiame, un'estate diedi lezioni private d'arte a bambini; insegnai in una scuola superiore per ragazzi privilegiati che avevano quasi la mia età. Per me erano tutte esperienze dolorose, fonti di ansia e disagio. Fu allora che morì in un incidente mia sorella, più giovane di me, portandosi via la poca serenità e la scarsa fiducia in me stessa che mi restavano. Per tutto quel tempo scrissi poesie, in maniera compulsiva; sentivo che erano l'unico spazio in cui sarei stata in grado di sopravvivere.

Benché stessi per compiere vent'anni, mi consideravo già molto vecchia. Non mi ero ancora creata una cerchia di amiche, quelle scrittrici e artiste che sarebbero state il mio rifugio, la mia gioia, il mio gruppo. Gli scrittori della mia generazione avevano per la maggior parte cominciato a pubblicare molto giovani; dal mio punto di vista erano tutti saggi e sicuri di sé, e sapevano da quale parte del campo di battaglia si trovavano. A me non avrebbe potuto importare di meno.

Mi iscrissi all'università pubblica. Nei corridoi della facoltà di lettere e filosofia si aggirava un'esule poetessa uruguaiana di nome Alcira, che era uscita di senno dopo aver passato più di dieci giorni nascosta nei bagni della facoltà quando il campus era stato occupato dall'esercito nel 1968. Alcira sarebbe diventata Auxilio Lacouture, uno dei personaggi dei Detective selvaggi di Roberto Bolaño – “un poliziesco, ma anche un roman-fleuve e un Bildungsroman” secondo la definizione dell'autore. Lacouture è anche la protagonista e la voce narrante di un altro romanzo di Bolaño, Amuleto.

Quei corridoi universitari erano frequentati anche dai poeti della mia generazione, schierati con preesistenti formazioni contrapposte. Gli uni ammiravano il poeta popolare Efraín Huerta, celebre per le sue “minipoesie” dense di sfrontato umorismo. Gli altri guardavano a una raffinata rivista, “Plural”, pubblicata dall'intellettuale cosmopolita e futuro premio Nobel Octavio Paz e curata da un notevole gruppo di scrittori che comprendeva Juan García Ponce, Salvador Elizondo, José de la Colina, Alejandro Rossi e il poeta Tomás Segovia.

Era una contrapposizione tra scafati ed esteti, benché nessuno dei due gruppi corrispondesse esattamente alla rispettiva etichetta. Paz e Huerta venivano dalla stessa tradizione letteraria messicana: entrambi nati nel 1914, erano della generazione di Juan Rulfo. Da giovani, alla fine degli anni Trenta, avevano curato insieme la rivista “Taller”. Ma negli anni si erano allontanati, tra loro erano sorte divergenze letterarie e politiche. Paz aveva denunciato il comunismo e aveva rotto con la Rivoluzione cubana. Efraín no. La gente di Paz diceva che gli Efrainiti erano stalinisti. Gli Efrainiti chiamavano gli Octaviani reazionari. Nessuna delle due definizioni era del tutto esatta. Le loro divergenze e affinità erano al contempo più e meno complesse di quanto gli insulti potessero far pensare.

I giovani Efrainiti giravano la città a piedi o in autobus; erano iconoclasti, frequentavano laboratori di scrittura; nelle librerie sfogliavano, leggevano e rubavano; portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e calzavano sandali huarache con le suole di copertone; pubblicavano qua e là e passavano ore nei bar del centro, soprattutto il Café La Habana, e in sordidi locali. I giovani Octaviani si criticavano furiosamente a vicenda negli stessi bar frequentati dagli Efrainiti; compravano o rubavano libri, portavano borse a tracolla, avevano i capelli lunghi e quasi sempre calzavano sandali; giravano a piedi, o in autobus, o in auto; e pubblicavano nei supplementi letterari e nelle riviste degli Octaviani.

Alcuni Efrainiti erano rissosi, ed erano soliti presentarsi agli eventi letterari per deridere i partecipanti, emettere giudizi e insomma creare il caos. I poeti di quest'ultimo gruppo (i protagonisti dei Detective selvaggi) si facevano chiamare Infrarealisti ed erano guidati da Bolaño, che nel 1976 scrisse e fu l'unico firmatario del Manifesto infrarealista, la cui irriverenza e spavalderia sono degne dei Surrealisti:

Un nuovo lirismo, che in America Latina sta cominciando a crescere, a sostentarsi in modi che non cessano di meravigliarci [...] La tenerezza come un esercizio di velocità. Respirazione e calore. Esperienza a briglia sciolta, strutture che vanno divorandosi da sole, contraddizioni pazze.

Per Bolaño, che era nato in Cile ma era in parte cresciuto in Messico, l'Infrarealismo era una variante locale di Dada. Paz era prodigo di elogi per le avanguardie che tanto amavano i Manifesti, ed era stato a sua volta vicino ai Surrealisti. Ma gli Octaviani e gli Efrainiti si consideravano nemici inconciliabili. Di fatto erano rami dello stesso albero. Il Manifesto infrarealista avrebbe potuto essere scritto da Vicente Huidobro (1893-1948), che Paz e Huerta avevano entrambi ammirato fin dalla giovinezza: un cileno, come Bolaño, e probabilmente il più grande creatore di “ismi” letterari avanguardisti.

Gli Efrainiti (Infrarealisti compresi) e gli Octaviani combattevano una guerra fatta di affronti e rancori. Non mancavano i dissidenti, da entrambe le parti. Bolaño, amico e ammiratore di Huerta, nel corso di varie interviste disse che tra loro c'erano “grandi divergenze politiche”, il che non dovrebbe sorprendere, visto che Bolaño era stato trotzkista.

Per quanto ne so io, c'erano solo due persone che intrattenevano rapporti amichevoli sia con gli Octaviani che con gli Efrainiti (e con Bolaño in particolare): tra i poeti, Verónica Volkow, la bisnipote di Trotzky; tra gli editori, Juan Pascoe, che dirigeva una piccola tipografia chiamata Taller Martín Pescador (il nome fu un'idea di Bolaño). Pascoe pubblicò il primo libro di Bolaño (Reinventar el amor, 1976) e il mio (La memoria vacía, 1978): raffinate edizioni a tiratura limitata, libretti stampati usando caratteri mobili e una pressa a mano, con la quale furono pubblicati anche i primi volumi di Volkow, José Luis Rivas, Francisco Segovia e altri poeti della nostra generazione.

Nel suo Manifesto infrarealista Bolaño scriveva:

I borghesi e i piccoli borghesi passano da una festa all'altra. Ce n'è una ogni fine settimana. Il proletariato non ha feste. Solo funerali con ritmo. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una gran festa. Memoria e ghigliottine.

Bolaño aveva ragione, letteralmente, a proposito delle feste (ma fortunatamente la profezia giacobina non si realizzò). Il mondo letterario era piccolo e coeso, e noi passavamo davvero da una festa all'altra, se si contano tutti i reading, le conferenze, le inaugurazioni e gli incontri nei caffè. Ci vedevamo sempre. Ricorderò cinque di queste feste, svoltesi tra il 1973 e il 1976:

La prima fu la presentazione di un libro di Efraín Huerta, pubblicato da Juan Pascoe. La grande casa di Pascoe nel quartiere di Mixcoac era piena di gente. Gli Efrainiti cantavano, o meglio abbaiavano, rancheras e boleros. Gli Infrarealisti stavano in piedi accanto al “barile di pulque che avevamo comprato e ai venticinque chili di formaggio mennonita che avevamo trascinato fin lì dal mercato di La Merced”. Cito il nostro editore e ospite, perché io non c'ero.

La seconda fu la presentazione di un libro di Octavio Paz, pubblicato anch'esso da Pascoe. Era presente una folta schiera di Octaviani. La casa di Pascoe era piena del brusio delle conversazioni. Invece del pulque si bevevano toritos: alcol a 96° con latte di riso o (per i suicidi) latte di arachidi. Vidi con i miei occhi un gruppo di Infrarealisti (missione: sabotaggio) gettare il contenuto di un bicchiere addosso a Paz (che portava una giacca molto elegante), il quale si limitò a scrollare la cravatta e continuò a conversare sorridendo, come se nulla fosse stato.

La terza festa si svolse all'inaugurazione di una mostra di Basia Batorska, moglie del poeta e saggista Gabriel Zaíd (Zarco nei Detective Selvaggi), compagno di strada di Paz, considerato ora come allora uno dei nostri pensatori più taglienti. Negli anni Settanta Zaíd raccolse i versi di centinaia tra i giovani poeti messicani. Sono sicura che gli Infrarealisti non fossero presenti a quella festa, perché non ci furono incidenti. Come gli altri giovani poeti, per l'occasione mi misi le scarpe; ma non ci tagliammo i capelli e avevamo le nostre inseparabili borse a tracolla. Fu allora che incontrai Octavio Paz e chiacchierai con lui. Avevo appena pubblicato la mia prima poesia su un supplemento letterario “professionale”, e lui la commentò in termini molto favorevoli. Ovviamente io ero al settimo cielo. Mi invitò a casa sua. L'appartamento (al quale decisi di risparmiare i miei sandali huarache) era splendido, elegante, pieno di opere d'arte messicane e indiane, straordinari dipinti e di libri. Una casa raffinata, luminosissima: la casa di un poeta che era stato ambasciatore. Paz aveva dei modi estremamente affascinanti ed era un conversatore impareggiabile.

Dato che non sono mai stata a casa di Efraín Huerta (che aveva invece visto molti sandali con la suola di copertone), mi affiderò alla descrizione fatta da Juan Pascoe di un angolo di quella residenza: “C'erano ritagli stampa attaccati alle parete, presi da diversi articoli, decontestualizzati, con il titolo: 'Octavio Paz ha ucciso la sua mamma'; c'era una foto del romanziere cubano Alejo Carpentier, una del poeta sandinista Ernesto Cardenal, una piccola bandiera cubana, variazioni estetiche sulla falce e il martello”.

Non sono stata neanche alla quarta festa, e dunque cito nuovamente la descrizione fatta dal nostro editore dell'inaugurazione ufficiale del gruppo infrarealista guidato da Bolaño. Rivolgendosi a un pubblico di quaranta persone, Roberto espose le ragioni del suo odio per Paz: “i suoi crimini odiosi al servizio del fascismo internazionale, i mostruosi piccoli mucchi di parole che ridicolmente chiama 'poesie', i suoi insulti abietti all'intelligenza latinoamericana, la pessima imitazione di una 'rivista letteraria' che puzza di vomito e va nota con il nome di 'Plural'.

La quinta festa si svolse a San Ildefonso. Paz e Huerta lessero entrambi delle poesie. Fu un'occasione storica. Non appena Paz cominciò a leggere, i sabotatori efrainiti – o forse solo gli Infrarealisti – cominciarono a fischiarlo. Huerta, che era stato sottoposto a una laringectomia, si alzò in piedi e a gesti richiamò all'ordine le sue truppe, chiedendo silenzio e rispetto. Lasciarono che Paz continuasse a leggere indisturbato.

Non sono sicura che Bolaño fosse presente a quel reading, perché mi tenevo a distanza dai suoi. Mi spaventavano. Quando tenni il mio primo reading poetico – una condizione della ricca borsa di studio Salvador Novo per poeti sotto i 21 anni, la stessa vinta in Amuleto da Ernesto San Epifanio, che nella realtà era Darío Galicia – ci fu una grande festa, e io la sera prima non riuscii ad addormentarmi, preoccupata com'ero che gli “Infra” potessero sabotarla. Proprio come temevo, si presentarono e fischiarono a volontà. Ma mi risparmiarono, forse grazie a Galicia, che aveva vinto la borsa di studio l'anno precedente ed era mio amico.

Ero troppo impegnata a combattere contro i miei demoni per scontrarmi pubblicamente con gli Infrarealisti. Per me, tutto era una lotta. E poi avevo letto le poesie di Bolaño stampate da Pascoe, e le rispettavo.

Era un bel momento per vivere a Città del Messico, che all'epoca era un posto bellissimo. A seconda dei gusti si poteva entrare in contatto con Paz o Huerta, Luis Rius, Juan José Arreola, Luis Cardoza y Aragón, Tito Monterroso, Juan Rulfo o Salvador Elizondo – per non parlare di García Márquez e Álvaro Mutis, che avevano vissuto nella nostra città per qualche tempo. L'autore di Amuleto ne era ben consapevole. La galleria di autori latinoamericani era vasta e accessibile. Negli anni Settanta un'ondata di esuli provenienti dal Sud portò nuovi stimoli. Io tenevo gli occhi il più possibile aperti, e di tanto in tanto nei caffè, nelle librerie e nelle gallerie mi imbattevo nelle Leggende. Non avevo più una casa: queste persone sarebbero diventate la mia nuova famiglia.

Bolaño lasciò il Messico nel 1977. Con quello che aveva guadagnato pubblicando due articoli acquistò un biglietto per l'Europa, dove lavorò come “lavapiatti, cameriere, guardiano notturno, netturbino, scaricatore di porto e vendemmiatore”. Perché lasciò una città meravigliosa dove avrebbe potuto guadagnarsi da vivere scrivendo?

Forse, come disse in un'intervista, era quello che voleva:

Vivere al di fuori della letteratura. In Messico facevo una vita molto letteraria. Ero circondato da scrittori e mi muovevo in un mondo in cui tutti erano scrittori o artisti. E a Barcellona cominciai a muovermi in un mondo privo di scrittori. Avevo alcuni amici scrittori, ma a poco a poco me ne feci altri. Feci tutti i tipi di lavori, naturalmente... E lo trovavo meraviglioso.

Oppure seguiva i dettami del suo Manifesto infrarealista?

Il rischio è sempre altrove. Il vero poeta è quello che lascia sempre se stesso alle spalle. Mai troppo a lungo nello stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo, come gli occhi bianchi degli ergastolani. […] Lasciare tutto, ancora una volta. Rimettersi in cammino.

Se ne andò lasciando se stesso alle spalle, perché già allora era una figura di primo piano del nostro mondo letterario.

Se ne andò prima che potessi conoscerlo. In seguito, quando imparai a reggermi sulle mie gambe e mi liberai del terribile fardello della giovinezza, vissi con un eminente Efrainita: Alejandro Aura, padre dei miei due figli. Per Paz fu difficile perdonarmelo. Mario Santiago (Ulises Lima, il poeta infrarealista che appare in diverse opere di Bolaño) veniva spesso a trovarci, con libretti editi in proprio che contenevano le sue nuove poesie, e beveva quantità allarmanti di alcol, come un vero Efrainita.

Alcuni anni dopo, quando ebbi pubblicato i miei primi due volumi di poesie e i miei primi due romanzi, un giornalista che conduceva una specie di inchiesta mi chiese da che parte stessi: con Huerta o con Paz? Risposi che stavo con Ramón López Velarde, morto alla fine della Rivoluzione Messicana: uno dei preferiti di Bolaño, un poeta riverito sia da Paz – che ne scrisse diffusamente – sia da Huerta.

Paz o Huerta, era questo il problema. Non riflettevamo mai se fossimo pro o contro il “realismo magico”. C'erano molte stelle nel nostro firmamento letterario dei primi anni Settanta, e la maggior parte di esse – Julio Cortázar, José Donoso, Jorge Ibargüengoitia e lo stesso García Márquez – sperimentava una grande varietà di generi: il realismo e il giornalismo così come la letteratura fantastica. Eppure tra i prosatori c'era una divisione che ricordava la contrapposizione tra Octaviani ed Efrainiti. Da una parte c'erano quelli che ammiravano La Onda, un movimento letterario realista che rappresentava la variante messicana dei Beats, un gruppo di giovani romanzieri urbani la cui prosa era l'equivalente della poesia efrainita. Dall'altra parte c'erano quelli che si consideravano gli eredi di Juan José Arreola, Juan Rulfo e Adolfo Bioy Casares; abbracciavano non il realismo magico ma una condizione mentale che apriva ai fantasmi, alla follia e ai sogni (come nelle narrazioni di Borges, nel romanzo di Bioy Casares L'invenzione di Morel o nei preziosi racconti brevi di Silvina Ocampo). I membri di questo secondo gruppo erano, in un certo senso, le controparti narrative degli Octaviani. Né l'una né l'altra “scuola” chiedeva ai propri seguaci di adottare una tecnica narrativa lineare. Più si conosce la tradizione, meglio la si sovverte; lo sapevamo.

Fu proprio ciò che fece Bolaño, colmando il divario tra narrativa e poesia. Il suo primo romanzo lungo, I detective selvaggi, è più vicino a La Onda e agli Efrainiti, anche se non del tutto. Nel suo romanzo Amuleto, molto più breve, e nel prodigioso 2666 i sogni illuminano la realtà e la realtà illumina i sogni collettivi; ci sono il surrealismo, la fantasia e la follia, ma anche uno sguardo freddo gettato sulla realtà.

Anni dopo, come tutti noi, Bolaño si trovò a dover rispondere alla domanda: è favorevole o contrario al “realismo magico”? Ci veniva rimbalzata dalle generazioni più giovani che non avevano conosciuto il privilegiato, introspettivo mondo letterario dei primi anni Settanta. Con le tragedie economiche e politiche le cerchie letterarie si sciolsero e si frammentarono, le case editrici crollarono e Città del Messico cessò di essere la cassa di risonanza dell'America Latina. I più giovani cominciarono a guardare ai gringos: giudicavano il panorama della scrittura latinoamericana in base ai libri che avevano avuto successo in traduzione inglese.

Efraín Huerta è morto nel 1982. Octavio Paz nel 1998. Città del Messico è ora come una fotografia scattata negli anni Settanta e ritoccata da un pazzo. La città è stata sventrata da nuove vie di transito grazie al sindaco Carlos Hank González, più interessato alla corruzione che a bibliche visioni di separazioni urbanistiche: ampie arterie a senso unico tagliano i vecchi quartieri, creando le condizioni per ingorghi quotidiani. Nell'anno della mia nascita, il 1954, il numero ufficiale di abitanti era 3 milioni. Adesso le cifre ufficiose parlano di più di 23 milioni. Quando ho letto I detective selvaggi e Amuleto è stato come tornare nella nostra casa degli anni Settanta, l'incantata – per me infernale – casa della nostra giovinezza. Cercando di recuperare il passato attraverso la scrittura, alcuni romanzieri lo trasformano in un paradiso perduto per sempre (e per sempre avvelenato). Roberto Bolaño fece propria la nostra giovinezza e la ricostruì nei suoi romanzi. Leggendoli, mi sono sentita a casa mia, non solo grazie alla città e alle ambientazioni riconoscibili ma anche per l'affinità e i gusti condivisi. Mi era chiaro che, come altri scrittori della nostra generazione (Daniel Sada, Francisco Hinojosa, Juan Villoro), avevamo fatto il nostro apprendistato nel mondo degli anni Settanta, all'ombra del massacro del 1968, con i golpe militari e la guerriglia; noi eravamo i diseredati. Non è facile per romanzieri della stessa generazione ammirarsi reciprocamente; ma quando accade è una benedizione. Ammiravo Roberto. E sono stata doppiamente fortunata, perché lui ricambiava la mia ammirazione.

Fummo presentati ufficialmente, vent'anni dopo la sua partenza dal Messico, a Vienna (che, come una Città del Messico al contrario, aveva visto la propria popolazione diminuire di due terzi). Eravamo stati invitati a parlare su un tema importante nell'opera di Roberto, non nella mia: l'esilio. Dissi quello che mi sentivo di dire, e lui fece lo stesso, ignorando l'argomento prefissato. Tra noi fin dall'inizio si creò una complicità fraterna; lo portai alla cena organizzata per me all'Ambasciata, e per ricambiare lui mi portò alla periferia della città per mostrarmi quello che doveva essere il tratto più squallido del Danubio, solcato con curiosa goffaggine da anatre del tutto prive di fascino. Roberto mi fece vedere una Vienna sinistramente simile a Città del Messico. Si rifiutò di andare per musei o di visitare quei luoghi pittoreschi che a me piacciono tanto; era certo che saremmo stati aggrediti dai neonazisti.

Fu l'inizio di una corrispondenza ininterrotta. Ci scrivevamo quasi tutti i giorni. Non discutemmo mai, credo, dei nostri rapporti con il “realismo magico”, ma dicevamo schiettamente quello che pensavamo di molti scrittori. Ci incrociammo anche ad altri eventi letterari. Una volta tenni una conferenza a Nîmes e poi presi un treno per Blanes, dove mangiammo accanto al mare: io, Roberto, sua moglie Carolina e suo figlio Lautaro (la “piccola scintilla”, come chiamava Alexandra, non era ancora nata). Quando uscì il mio romanzo su Cleopatra Roberto, che aveva letto il manoscritto, fu così gentile da venire a Madrid per presentarlo. Era un romanzo tanto anomalo – né realistico né fantastico, eppure entrambe le cose – che Roberto ne fu subito affascinato.

Il 2 luglio 2003 gli scrissi rimproverandolo di non aver risposto alla mia mail di pochi giorni prima. Il 3 luglio Caterina mi rispose: “Cara Carmen, Roberto mi ha chiesto di rispondere al tuo messaggio e di dirti che è andato all'ospedale... farà presto ritorno al computer. Con affetto, Carolina”. Morì il 15.

Mi ci vollero mesi per abituarmi all'idea che Roberto era morto. Quando uscì il suo libro di racconti Il gaucho insostenibile non riuscii ad aprirlo. Poi giunse il monumentale 2666, che aveva nominato così spesso nelle nostre conversazioni e nelle mail. Impossibile resistere. È uno dei grandi romanzi della mia lingua, un libro mostruoso e sconvolgente; le altre opere di Bolaño impallidiscono al confronto. Dopo aver letto 2666 tornai al libro di racconti: esercizi ineguali di un maestro dell'acrobazia narrativa. Alcuni sono semplicemente indulgenti, scritti alla maniera del personaggio bolañano che porta il nome di Sensini, per vincere premi o ancor peggio per reclutare discepoli. Tutti recano traccia della sua mano, certo. Ma Roberto Bolaño non scriveva con la mano. Scriveva con i denti che aveva perduto per strada (come Auxilio Lacouture), i molari perduti perché non aveva i soldi per permettersi un vero dentista oppure semplicemente perché non se ne curava.

Paz, Huerta, Arreola, Cortázar: Bolaño prese il meglio da tutti loro. Quando lasciò il Messico non stava scappando dai maestri: stava correndo per afferrare la palla che quei maestri avevano lanciato alta in aria.

Originale: Bolaño in Mexico

Articolo originale pubblicato il 23/4/2007 su The Nation.

Carmen Boullosa (carmenboullosa.net), romanziera e poetessa messicana, è distinguished lecturer al City College di New York. La Otra Mano de Lepanto è stato definito dal giornale Reforma il miglior romanzo messicano del 2005.

Traduzione di Manuela Vittorelli, rilettura e revisione di A.S.

sabato, gennaio 02, 2010

Stella distante. L'ultima intervista di Roberto Bolaño

L'ultima intervista di Roberto Bolaño

Stella distante

di Mónica Maristain

Sabato 19 luglio 2003

Martedì scorso è morto a cinquant'anni lo scrittore e poeta cileno Roberto Bolaño. Per molti era il migliore scrittore latinoamericano dei nostri tempi. Autore di culto per buona parte della sua vita, a partire dal Premio Rómulo Gallegos al romanzo I detective selvaggi nel 1998 la sua opera si è trasformata in oggetto di devozione per più di una generazione. Negli ultimi tempi, oltre agli elogi entusiastici ricevuti da giornali come “Libération” e “Le Monde” e da personalità come Susan Sontag, alcuni hanno perfino fantasticato di vederlo premiato con il Nobel. Nella settimana della sua morte, la giornalista Mónica Maristain ha pubblicato per l'edizione messicana di Playboy questa lunga intervista nella quale Bolaño parla di tutto: della letteratura, degli anni passati in povertà, della sua fiducia nei lettori, della grammatica dei disperati, del paradiso immaginario e dell'inferno tanto temuto.

Nel confuso panorama della letteratura in lingua spagnola, dove ogni giorno che passa appaiono nuovi scrittori più preoccupati di vincere borse di studio e incarichi nei Consolati che di contribuire in qualche modo alla creazione artistica, spicca la figura di un uomo magro, zaino blu in spalla, occhiali dalla montatura enorme, eterna sigaretta tra le dita, sottile ironia a bruciapelo sempre pronta in caso di necessità.
Roberto Bolaño, nato in Cile nel 1953, è quanto di meglio sia accaduto al mestiere di scrivere da molto tempo. Da quando il suo monumentale I detective selvaggi, forse il grande romanzo messicano contemporaneo, è diventato famoso e ha ricevuto i premi Herralde (1998) e Rómulo Gallegos (1999), la sua influenza e la sua figura sono andati crescendo: tutto quello che dice con il suo umorismo tagliente e la sua raffinata intelligenza, tutto quello che scrive con la sua abile penna, di grande audacia poetica e profonda complessità creativa, è degno dell'attenzione di coloro che lo ammirano e, naturalmente, di quelli che lo detestano. L'autore appare come personaggio nel romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas e viene omaggiato nell'ultimo romanzo di Jorge Volpi, El fin de la locura. Come tutti gli uomini di genio fa discutere, genera acerrime antipatie malgrado il suo carattere affettuoso, la voce tra l'acuto e l'aspro con cui risponde – con cortesia da bravo cileno – che non scriverà un racconto per la rivista perché il suo prossimo romanzo, che tratterà degli omicidi di donne a Ciudad Juárez, pur essendo arrivato già a 900 pagine non è ancora finito. Roberto Bolaño vive a Blanes, in Spagna, ed è molto malato. Spera che un trapianto di fegato gli permetterà di vivere con l'intensità celebrata da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo in privato. I suoi amici dicono che a volte si dimentica di andare alle visite mediche per continuare a scrivere. A 50 anni, quest'uomo che ha girato l'America Latina in sacco a pelo ed è sfuggito alle fauci del regime di Pinochet perché uno dei suoi carcerieri era stato suo compagno di scuola, che ha vissuto in Messico (e forse un giorno un tratto della calle Bucareli prenderà il suo nome), che conobbe i militanti del Farabundo Martí che sarebbero poi diventati gli assassini del poeta Roque Dalton a El Salvador, che fece il guardiano in un campeggio catalano, il venditore di bigiotteria in Europa e fu ladro di buoni libri perché leggere non è solo un problema di atteggiamento, quest'uomo, possiamo dirlo, ha cambiato il corso della letteratura latinoamericana. E l'ha fatto senza avvertire né chiedere il permesso, come avrebbe fatto Juan García Madero, l'antieroe adolescente dei gloriosi Detective selvaggi: “sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensì lettere, però mio zio insisteva e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Fu questo che dissi a mio zio e a mia zia e poi mi chiusi in camera e piansi tutta la notte”. Il resto si trova nelle restanti 608 pagine di un romanzo la cui importanza è stata paragonata dai critici a Il gioco del mondo di Julio Cortázar e persino a Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Di fronte a una simile iperbole, lui direbbe: non esiste. Meglio allora passare a quello che conta in questo momento: l'intervista.


L'essere nato dislessico ha avuto una qualche importanza nella sua vita?
Nessuno. Problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante.

Enrique Vila-Matas è ancora suo amico dopo la lite con gli organizzatori del Premio Rómulo Gallegos?

La mia lite con la giuria e gli organizzatori era dovuta principalmente al fatto che pretendevano che avallassi, da Blanes e alla cieca, una selezione alla quale non avevo partecipato. I loro metodi, che una pseudo-poetessa chavista mi comunicò al telefono, sembravano troppo simili alle argomentazioni dissuasive della Casa de las Américas di Cuba. Per esempio, mi sembrava che fosse un errore enorme eliminare subito Daniel Sada o Jorge Volpi. Dissero che quello che volevo era viaggiare con mia moglie e i miei figli, cosa completamente falsa. Dalla mia indignazione per questa menzogna ebbe origine la lettera in cui li chiamavo neostalinisti e altre cose, temo. Di fatto, fui informato che fin dall'inizio volevano premiare un altro autore, che non era Vila- Matas, il cui romanzo mi pare buono e che era certamente uno dei miei candidati.

Perché nel suo studio non c'è l'aria condizionata?
Perché il mio motto non è “Et in Arcadia ego”, ma “Et in Esparta ego”.

Non pensa che se si fosse ubriacato con Isabel Allende e Ángeles Mastretta valuterebbe diversamente i loro libri?
Non lo penso. Primo, perché queste signore evitano di bere con uno come me. Secondo, perché io non bevo più. Terzo, perché neanche nelle peggiori sbronze ho mai perso una sia pur minima lucidità, un senso della prosodia e del ritmo, un certo rifiuto davanti al plagio, alla mediocrità o al silenzio.

Qual è la differenza tra una scribacchina e una scrittrice? Una scrittrice è Silvina Ocampo.
Una scribacchina è Marcela Serrano. Gli anni luce che le separano.

Cosa le ha fatto credere di essere migliore come poeta che come narratore?
Il mio grado di rossore quando, per puro caso, apro un mio libro di poesia o uno di prosa. Quello di poesia mi fa arrossire di meno.

Lei è cileno, spagnolo o messicano?
Sono latinoamericano.

Cos'è per lei la patria?
Mi spiace darti una risposta molto pacchiana. La mia unica patria sono i miei due figli, Lautaro e Alexandra. E forse, ma secondariamente, certi istanti, certe vie, certi visi o scene o libri che stanno dentro di me e che un giorno dimenticherò, che è la cosa migliore che si possa fare con la patria.

Cos'è la letteratura cilena?
Probabilmente gli incubi del più risentito e grigio e forse più codardo dei poeti cileni: Carlos Pezoa Véliz, morto all'inizio del XX secolo, autore di due sole poesie memorabili, ma – questo sì – veramente memorabili, e che continua a sognarci e a patire. È possibile che Pezoa Véliz non sia mai morto, magari sta agonizzando e il suo ultimo minuto è abbastanza lungo, no?, da contenerci tutti. O almeno da contenere tutti noi cileni.

Perché vuole sempre fare il bastian contrario?
Non faccio mai il bastian contrario.

Ha più amici che nemici?
Ho abbastanza amici e nemici, tutti gratuiti.

Chi sono i suoi amici più cari?
Il mio migliore amico era il poeta Mario Santiago, morto nel 1998. Attualmente tre dei miei migliori amici sono Ignacio Echevarría e Rodrigo Fresán e A. G. Porta.

Antonio Skármeta l'ha mai invitata al suo programma?
Una volta mi ha telefonato una sua segretaria, forse la sua amante. Le ho detto che ero troppo occupato.

Javier Cercas ha spartito con lei i premi vinti da Soldati di Salamina?
No, naturalmente.

Enrique Lihn, Jorge Teillier o Nicanor Parra?
Nicanor Parra su tutti, compresi Pablo Neruda e Vicente Huidobro e Gabriela Mistral.

Eugenio Montale, T. S. Eliot o Xavier Villaurrutia?
Montale. Se al posto di Eliot ci fosse stato James Joyce, allora Joyce. Se al posto di Eliot ci fosse stato Ezra Pound, senza dubbio Pound.

John Lennon, Lady Di o Elvis Presley?
The Pogues. O i Suicide. O Bob Dylan. Però, dai, non facciamo i pignoli: Elvis forever. Elvis con un cappello da sceriffo che guida una Mustang e si impasticca, e con la sua voce d'oro.

Chi legge di più, lei o Rodrigo Fresán?
Dipende. L'Ovest è per Rodrigo. L'Est è per me. Poi contiamo i libri delle nostre rispettive aree e sembrerebbe che li abbiamo letti tutti.

Qual è secondo lei la poesia migliore di Pablo Neruda?
Quasi tutte quelle di Residenza sulla terra.

Cosa avrebbe detto a Gabriela Mistral se l'avesse conosciuta?
Mamma, perdonami, sono stato cattivo, però l'amore di una donna mi ha fatto diventare buono.

E a Salvador Allende?
Poco o niente. Chi ha il potere (anche se per poco tempo) non sa niente di letteratura, si interessa solo al potere. E io posso essere il pagliaccio dei miei lettori, se ne ho veramente voglia, ma mai dei potenti. Suona un po' melodrammatico. Suona come la dichiarazione di una puttana onorata. Però in fin dei conti è così.

E a Vicente Huidobro?
Huidobro mi annoia un po'. Troppo trallallì trallallà, troppo paracadutista che scende cantando come un tirolese. Sono meglio i paracadutisti che scendono avvolti nelle fiamme, o ancor più quelli a cui non si apre il paracadute.

Octavio Paz continua a essere il nemico?
Per me certamente no. Non so cosa penseranno i poeti che all'epoca, quando vivevo in Messico, scrivevano come suoi cloni. È da molto che non so niente della poesia messicana. Rileggo José Juan Tablada e Ramón López Velarde, all'occasione posso perfino recitare Suor Juana, ma non so niente di ciò che scrivono quelli che, come me, si avvicinano a cinquant'anni.

Adesso non assegnerebbe questo ruolo a Carlos Fuentes?
È da molto che non leggo niente di Carlos Fuentes.

Come la fa sentire il fatto che Arturo Pérez Reverte sia attualmente lo scrittore più letto in spagnolo?
Pérez Reverte o Isabel Allende. È lo stesso. Feuillet era l'autore francese più letto della sua epoca.

E il fatto che Arturo Pérez Reverte sia stato ammesso alla Real Academia?
La Real Academia è un covo di privilegiati. Non c'è Juan Marsé, non c'è Juan Goytisolo, non c'è Eduardo Mendoza né Javier Marías, non c'è Olvido García Valdez, non ricordo se ci sia Alvaro Pombo (se sì, probabilmente è per un equivoco), ma c'è Pérez Reverte. Be', anche Coelho è entrato nell'Accademia brasiliana.

Si pente di aver criticato il menù servitole da Diamela Eltit?
Non ho mai criticato il suo menù. Semmai ho criticato il suo umorismo, un umorismo vegetariano, o meglio dietetico.

Le dispiace che Diamela la consideri una cattiva persona dopo quella sfortunata cena?
No, povera Diamela, non mi dispiace. Sono altre le cose che mi danno dispiacere.

Ha versato qualche lacrima per le molte critiche dei suoi nemici?
Moltissime, ogni volta che leggo qualcuno parlar male di me mi metto a piangere, mi rotolo sul pavimento, mi graffio, smetto di scrivere per un periodo di tempo indefinito, mi cala l'appetito, fumo di meno, faccio sport, esco a camminare in riva al mare, che tra parentesi sta a meno di trenta metri da casa mia, e chiedo ai gabbiani, i cui antenati si mangiarono i pesci che si mangiarono Ulisse, perché io, perché io, che non ho mai fatto del male a nessuno?

Qual è per lei il parere più importante sulle sue opere?
I miei libri li leggono Carolina (mia moglie) e poi (Jorge) Herralde (editore di Anagrama) e poi cerco di dimenticarli per sempre.

Cos'ha comprato con i soldi del Premio Rómulo Gallegos?
Non molto. Una valigia, da quel che ricordo.

Al tempo in cui viveva di concorsi letterari c'è stato qualche premio che non è riuscito a incassare?
Nessuno. Gli enti locali spagnoli, sotto questo aspetto, sono di una correttezza al di sopra di ogni sospetto.

Era un bravo cameriere o era meglio come venditore di bigiotteria?
Il lavoro che ho svolto meglio è stato quello di guardiano di notte in un campeggio vicino a Barcellona. Mentre stavo lì non c'è stato nessun furto. Ho evitato delle risse che avrebbero potuto finire molto male. Ho evitato un linciaggio (anche se dopo avrei volentieri linciato o strangolato io stesso il tipo in questione).

Ha mai provato la fame feroce, il freddo che penetra nelle ossa, il caldo che lascia senza fiato?
Come dice Vittorio Gassman in un film: modestamente, sì.

Ha mai rubato un libro che poi non le è piaciuto?
Mai. Il bello del rubare libri (e non casseforti) è che si può esaminarne il contenuto con calma prima di commettere il crimine.

Ha mai camminato in mezzo al deserto?
Sì, e per giunta in un'occasione particolare, a braccetto con mia nonna. La vecchia signora era instancabile e pensai che non se saremmo usciti vivi.

Le è mai capitato di vedere pesci colorati sott'acqua?
Certo. Ad Acapulco, senza andare più indietro nel tempo, nel 1974 o nel 1975.

Si è mai bruciato la pelle con una sigaretta?
Mai volontariamente.

Ha mai inciso il nome della persona amata sul tronco di un albero?
Ho commesso eccessi anche peggiori, ma stendiamo un velo di pietoso silenzio.

Ha mai visto la donna più bella del mondo?
Sì, quando lavoravo in un negozio, sarà stato nell''84. Il negozio era vuoto, quando entrò una donna indù. Sembrava una principessa, e forse lo era. Mi comprò alcuni pendenti di bigiotteria. Io, naturalmente, ero sul punto di svenire. Aveva la pelle ramata, i capelli lunghi, rossi, e per il resto era perfetta. La bellezza atemporale. Quando dovetti incassare provai molta vergogna. Mi sorrise come per farmi intendere che lo capiva, e che non mi preoccupassi. Poi scomparve, e non mi è più capitato di vedere una donna come lei. A volte ho l'impressione che fosse proprio la dea Kali, protettrice dei ladri e degli orefici, solo che Kali era anche la divinità degli assassini, e questa indù non solo era la donna più bella della Terra ma sembrava anche una brava persona, molto dolce e assennata.

Preferisce i cani o i gatti?
Le cagne, ma adesso non possiedo animali.

Cosa ricorda della sua infanzia?
Tutto. Non ho una cattiva memoria.

Collezionava figurine?
Sì. Di calcio e di attori e attrici di Hollywood.

Aveva un monopattino?
I miei genitori commisero l'errore di regalarmi un paio di pattini quando vivevamo a Valparaíso, che è una città costruita sulle colline. Il risultato fu disastroso. Ogni volta che mi mettevo i pattini era come se volessi suicidarmi.

Qual è la sua squadra di calcio preferita?
Adesso nessuna. Quelle che sono finite in serie B e poi in serie C e in D, fino a scomparire. Le squadre fantasma.

A quali personaggi della storia universale avrebbe voluto somigliare?
A Sherlock Holmes. Al capitano Nemo. A Julien Sorel, nostro padre, al principe Miškin, nostro zio, ad Alice, nostra professoressa, a Houdini che era un misto di Alice, di Sorel e di Miškin.

Si innamorava delle vicine più grandi di lei?
Naturalmente.

Le compagne di scuola le prestavano attenzione?
Non credo. O almeno io ero convinto di no.

Cosa deve alle donne della sua vita?
Moltissimo. Il senso della sfida e della scommessa. E altre cose che taccio per decoro.

Loro le devono qualcosa?
Niente.

Ha sofferto molto per amore?
La prima volta molto, poi ho imparato a prendere le cose con maggiore ironia.

E per odio?
Benché possa suonare pretenzioso, non ho mai odiato nessuno. O almeno sono certo di essere incapace di un odio costante nel tempo. E se l'odio non ha costanza non è odio, no?

Come ha conquistato sua moglie?
Cucinandole del riso. Allora ero molto povero e la mia dieta era principalmente a base di riso, e dunque avevo imparato a cucinarlo in molti modi.

Com'è stato diventare padre per la prima volta?
Era notte, poco prima delle 24, ero solo, e dato che nell'ospedale non si poteva fumare mi feci una sigaretta dopo essermi praticamente arrampicato sul soffitto a cassettoni del quarto piano. Fortuna che dalla strada non mi vide nessuno. Solo la luna, avrebbe detto Amado Nervo. Quando rientrai un'infermiera mi disse che mio figlio era nato. Era molto grande, quasi del tutto calvo e con gli occhi aperti, come a chiedersi chi fosse quel demonio che lo teneva in braccio.

Lautaro farà lo scrittore?
Io spero solo che sia felice. Dunque è meglio che faccia qualcos'altro. Pilota di aerei, per esempio, o chirurgo plastico, o editore.

Cosa vede in lui di suo?
Per fortuna somiglia molto di più a sua madre che a me.

La preoccupano le vendite dei suoi libri?
Il minimo indispensabile.

Le capita mai di pensare ai suoi lettori?
Quasi mai.

Tra tutte le cose che le hanno detto i suoi lettori a proposito dei suoi libri, quali l'hanno commossa?
Mi commuovono i lettori e basta, quelli che hanno ancora il coraggio di leggere il Dizionario filosofico di Voltaire, che è una delle opere più piacevoli e moderne che conosco. Mi commuovono i giovani di ferro che leggono Cortázar e Parra, così come li ho letti io e come intendo continuare a leggerli. Mi commuovono i giovani che dormono con un libro sotto la testa. Un libro è il miglior cuscino che esista.

Cosa l'ha fatta arrabbiare?
A questo punto arrabbiarsi è una perdita di tempo. E purtroppo alla mia età il tempo conta.

Ha mai avuto paura dei suoi fan?
Ho avuto paura dei fan di Leopoldo María Panero, che, d'altra parte, mi sembra uno dei tre migliori poeti spagnoli viventi. A Pamplona, durante un ciclo organizzato da Jesús Ferrero, Panero doveva chiudere la rassegna e, man mano che si avvicinava il giorno della sua lettura, la città o il quartiere in cui si trovava il nostro albergo si riempì di freak che sembravano scappati da un manicomio e che, d'altro canto, sono il miglior pubblico cui possa aspirare un poeta. Il problema era che alcuni sembravano non solo dei pazzi ma anche degli assassini, e Ferrero ed io avevamo paura che qualcuno da un momento all'altro si alzasse e dicesse: ho ammazzato Leopoldo María Panero, per poi scaricare quattro pallottole nella testa del poeta e, già che c'era, riservarne una a Ferrero e una a me.

Cosa prova quando critici come Darío Osses la considerano lo scrittore americano con più avvenire?
Deve essere uno scherzo. Io sono lo scrittore latinoamericano con meno avvenire. È invece vero che sono tra quelli che hanno più passato, che dopo tutto è quello che conta.

La incuriosisce il libro critico che sta preparando la sua connazionale Patricia Espinoza?
No. Espinoza mi sembra una critica molto brava, indipendentemente da come mi tratterà nel suo libro, suppongo non molto bene, però il lavoro di Espinoza è necessario in Cile. Di fatto, la necessità di una – chiamiamola così – nuova critica comincia a farsi urgente in tutta l'America Latina.

E il libro dell'argentina Celina Mazoni?
Conosco Celina personalmente e le voglio molto bene. Le ho dedicato uno dei racconti di Puttane assassine.

Che cosa la annoia?
Il discorso vuoto della sinistra. Il discorso vuoto della destra lo do per scontato.

Che cosa la diverte?
Veder giocare mia figlia Alexandra. Far colazione in un bar in riva al mare e mangiare un cornetto leggendo il giornale. La letteratura di Borges. La letteratura di Bioy. La letteratura di Bustos Domecq. Fare l'amore.

Scrive a mano?
La poesia sì. Il resto con un vecchio computer del 1993.

Se chiude gli occhi, tra tutti i paesaggi dell'America Latina che ha conosciuto qual è il primo che le torna in mente?
Le labbra di Lisa nel 1974. Il camion di mio padre guasto in una strada nel deserto. Il padiglione dei tubercolosi di un ospedale di Cauquenes e mia madre che dice a mia sorella e a me di trattenere il respiro. Un'escursione al Popocatépetl con Lisa, Mara e Vera e qualcun altro che non ricordo, ma ricordo le labbra di Lisa, il suo sorriso straordinario.

Com'è il paradiso?
Come Venezia, spero, un posto pieno di italiane e di italiani. Un luogo da usare e consumare e che sa che niente dura, neanche il paradiso, e che questo in fondo non conta.

E l'inferno?
Come Ciudad Juárez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustrazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri.

Quando ha saputo di essere gravemente malato?
Nel '92.

Cosa ha cambiato del suo carattere la malattia?
Niente. Ho saputo che non ero immortale, e a 38 anni era ora che lo sapessi.

Cosa vorrebbe fare prima di morire?
Niente di speciale. Be', preferirei non morire, chiaro. Però prima o poi la distinta signora arriva, il problema è che a volte non è una signora né tanto meno è distinta, ma piuttosto, come dice Nicanor Parra in una poesia, è una puttana insaziabile che fa tremare anche i più intrepidi.

Chi le piacerebbe incontrare nell'aldilà?
Non credo nell'aldilà. Se esistesse, che sorpresa. Mi iscriverei subito ai corsi di Pascal.

Ha mai pensato di suicidarsi?
Naturalmente. In qualche occasione sono sopravvissuto proprio perché sapevo come suicidarmi se le cose fossero peggiorate.

Le è capitato di pensare che stava impazzendo?
Naturalmente, ma mi ha sempre salvato il senso dell'umorismo. Mi raccontavo storie che mi facevano ridere come un pazzo. O mi ricordavo situazioni che mi facevano rotolare dalle risate.

La pazzia, la morte e l'amore: quale di queste tre cose ha avuto di più nella sua vita?
Spero con tutto il cuore di aver avuto più amore.

Cosa la fa ridere sonoramente?
Le mie e le altrui disgrazie.

Cosa la fa piangere?
Lo stesso: le mie e le altrui disgrazie.

Le piace la musica?
Molto.

Vede la sua opera come tendono a vederla i suoi lettori e critici, prima di tutto I detective selvaggi e poi tutto il resto?
L'unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa, forse perché continua a essere incomprensibile. Le critiche negative che ha ricevuto sono medaglie guadagnate in combattimento, non in scaramucce a salve. Il resto della mia “opera”, be', non è male, sono romanzi divertenti, il tempo ci dirà se sono qualcosa di più. Per ora mi fanno guadagnare, vengono tradotti, mi servono per farmi degli amici molto generosi e simpatici, mi permettono di vivere, e anche abbastanza bene, di letteratura, e dunque lamentarsi sarebbe gratuito e ingrato. Ma la verità è che non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.

Non taglierebbe alcune pagine dei Detective selvaggi?
No. Per tagliarle dovrei rileggerlo e la mia religione me lo proibisce.

Non la spaventa che qualcuno voglia fare la versione cinematografica del romanzo?
Ah, Mónica, mi spaventano altre cose. Diciamo: cose più terrificanti, infinitamente più terrificanti.

“Silva, detto l'Occhio” [1] è un omaggio a Julio Cortázar?
Assolutamente no.

Quando finì di scrivere “Silva, detto l'Occhio” non ha sentito di aver creato un racconto all'altezza, di “Casa occupata”, [2] per esempio?
Quando finii di scrivere “Silva, detto l'Occhio” smisi di piangere o qualcosa di simile. Quanto al paragone con un racconto di Cortázar, non avrei potuto chiedere di meglio, anche se “Casa occupata” non è uno dei miei preferiti.

Quali sono i cinque libri che hanno segnato la sua vita?
I miei cinque libri sono in realtà cinquemila. Nomino questi solo come punta di diamante o perversa ambasciata: Don Chisciotte di Cervantes. Moby Dick di Melville. Le Opere complete di Borges. Il gioco del mondo di Cortázar. Una banda di idioti di Kennedy Toole. Ma dovrei citare anche: Nadja di Breton. Le Lettere di Jacques Vaché. Tutto l'Ubu di Jarry. La vita istruzioni per l'uso di Perec. Il castello e Il processo di Kafka. Gli aforismi di Lichtenberg. Il Tractatus di Wittgenstein. L'invenzione di Morel di Bioy Casares. Il Satyricon di Petronio. La Storia di Roma di Tito Livio. I Pensieri di Pascal.

Va d'accordo con il suo editore?
Abbastanza. Herralde è una persona intelligente e spesso affascinante. Forse mi converrebbe di più che non fosse tanto affascinante. Il fatto è che lo conosco da otto anni, e almeno da parte mia l'amore cresce sempre di più, come dice un bolero. Anche se forse mi converrebbe non amarlo tanto.

Cosa dice di quelli che considerano I detective selvaggi il grande romanzo messicano contemporaneo?
Che lo dicono per pietà, che mi vedono decaduto o mentre svengo nei luoghi pubblici e non gli viene in mente niente di meglio di una pietosa menzogna, che del resto è la cosa più indicata in questi casi e non è nemmeno un peccato veniale.

È vero che fu Juan Villoro a convincerla a non intitolare Tormenta de mierda (“Tormenta di merda”) il suo romanzo Notturno cileno?
Villoro e Herralde.

Da chi altri accetta consigli sulla sua opera?
Non accetto i consigli di nessuno, nemmeno del mio medico. Do consigli a destra e a sinistra, ma non ne ascolto nessuno.

Com'è Blanes?
Un bel paese. O una piccola città di trentamila abitanti, abbastanza bella. Fu fondata duemila anni fa dai romani, e poi passò di qui gente di tutte le provenienze. Non è una spiaggia di ricchi, ma di proletari. Operai del Nord o dell'Est. Alcuni si fermano per sempre. La baia è bellissima.

Le manca qualcosa della sua vita in Messico?
La mia giovinezza e le camminate interminabili con Mario Santiago.

Quale scrittore messicano ammira profondamente?
Molti. Della mia generazione ammiro Sada, il cui progetto di scrittura mi pare il più audace, Villoro, Carmen Boullosa; tra i più giovani mi interessa molto quello che fanno Alvaro Enrigue e Mauricio Montiel, o Volpi e Ignacio Padilla. Continuo a leggere Sergio Pitol, che scrive sempre meglio. E Carlos Monsiváis, che, da quanto mi ha raccontato Villoro, ha soprannominato Taibo 2 o 3 (o 4) “Pol Pit”, il che mi sembra una bella trovata poetica. Pol Pit, è perfetto, no? Monsiváis continua a usare le sue unghie affilate. Mi piace molto quello che fa Sergio González Rodríguez.

Esiste un rimedio per il mondo?
Il mondo è vivo e niente di ciò che è vivo ha rimedio, e questa è la nostra sorte.

Ripone speranze? in che cosa, in chi?
Mia cara Maristain, lei mi trascina nuovamente nei pascoli della pacchianeria, che sono i miei pascoli natali. Io spero nei ragazzini. Nei ragazzini e nei guerrieri. Nei ragazzini che scopano come ragazzini e nei guerrieri che combattono come eroi. Perché? Mi rimetto alla lapide di Borges, come direbbe l'inclito Gervasio Montenegro, dell'Academia (come Pérez Reverte, pensi un po'), e non parliamone più.

Quali sentimenti le suscita la parola postumo?
Sembra il nome di un gladiatore romano. Un gladiatore invincibile. O almeno questo ama credere il povero Postumo per farsi coraggio.

Cosa pensa di quelli che pensano che vincerà il Premio Nobel?
Sono sicuro, cara Maristain, che non lo vincerò, come sono sicuro che lo vincerà invece qualche barbone della mia generazione e che non mi nominerà neanche di sfuggita nel suo discorso di Stoccolma.

Quando è stato più felice?
Sono stato felice quasi tutti i giorni della mia vita, almeno per un istante, anche nelle circostanze più avverse.

Cose le sarebbe piaciuto essere, se non fosse stato scrittore?
Mi sarebbe piaciuto essere un detective della omicidi, molto più che uno scrittore. Di questo sono assolutamente certo. Un piedipiatti della omicidi, qualcuno che può tornare solo, nottetempo, sulla scena del crimine, e non avere paura dei fantasmi. Allora sì che forse sarei impazzito, però questo, essendo un poliziotto, si risolve con un colpo in bocca.

Confessa di aver vissuto?
Be', continuo a vivere, continuo a leggere, continuo a scrivere e a guardare film, e come disse Arturo Prat ai suicidi della Esmeralda, finché vivrò questa bandiera non si ammainerà.

[1] Nella raccolta di racconti Puttane assassine, Sellerio editore, Palermo 2009.
[2] Nella raccolta di Julio Cortázar Bestiario, Einaudi, Torino 1965.

Originale: Estrella distante

Articolo originale pubblicato il 19 luglio 2003

Traduzione di Manuela Vittorelli, rilettura di A.S.