martedì, marzo 06, 2012

Bhadrakumar a proposito di Obama e Iran


Obama ha finalmente capito l'Iran

di M. K. Bhadrakumar

I risultati delle elezioni parlamentari iraniane stanno generando a Teheran un clima politico favorevole all'avvio di dialoghi sulla questione nucleare. L'amministrazione statunitense lo percepisce. La grande domanda è se il presidente Barack Obama riuscirà a coinvolgere i due alleati-chiave degli Stati Uniti – Arabia Saudita e Israele – nella ricerca di una soluzione permanente all'attuale situazione di stallo.

Ma le interpretazioni fantasiose non mancano, di questi tempi. La politica iraniana suscita una grande curiosità, e durante il periodo elettorale si assiste a un tripudio di voci infondate. Quattro anni fa si disse che le Guardie della Rivoluzione Islamica stavano usurpando il potere politico trasformando il Paese in una dittatura militare. Il grande scoop di quest'anno (finora) è che il Leader Supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, intenderebbe esiliare politicamente il Presidente Mahmoud Ahmedinejad e che il Majlis sarebbe il loro campo di battaglia. Ci si dimentica di quando nel 2009 Khamenei respinse nettamente le istanze dei riformisti e protesse la presidenza di Ahmedinejad.

Di certo in Iran, come ovunque, la politica è una faccenda complessa. L'establishment religioso sciita è storicamente noto per la sua litigiosità. La politica di partito, così come viene intesa nelle liberal-democrazie occidentali, in Iran non esiste. Ma le fazioni, le cricche e i gruppi di interesse sono in continuo riallineamento, donando grande vivacità alla politica iraniana.

Le elezioni di venerdì non hanno fatto eccezione. Un ulteriore elemento d'interesse è il modo in cui il neo-eletto Majlis influenzerà la struttura di potere del paese – e quale impatto produrrà sulle decisioni politiche – in una congiuntura che vede l'Iran a un bivio sullo sfondo di cambiamenti regionali epocali.

In base agli esiti elettorali, la nuova composizione del Majlis potrà generare conseguenze positive per la sicurezza della regione. Le fazioni e le cricche che possono essere definite "conservatrici" – nel contesto iraniano – si sono unite nella coalizione "principalista" e hanno corso alle elezioni in un raggruppamento riconoscibile, riportando ottimi risultati.

I principalisti mettono insieme religiosi e laici in un "fronte unito". Ad accomunarli è la visione politica conservatrice in merito all'ideologia della rivoluzione iraniana e all'assoluta centralità del velayat-e faqih (il governo del giureconsulto).

Soluzione permanente
Il predominio dei principalisti nel Majlis renderà la struttura di potere più coesa di quanto lo sia mai stata negli ultimi quindici anni. Ma il ruolo fondamentale del leader supremo non è mai stato in discussione, ed è un'istituzione che non aveva bisogno di essere rafforzata dal Majlis.

Non si deve dimenticare neanche che l'autorità del presidente e l'efficacia del suo esecutivo sono sempre dipese dalla sua capacità di operare all'interno del sistema.

I principalisti consolidano in misura significativa la struttura di potere. Per quanto riguarda gli interlocutori dell'Iran, essi probabilmente si troveranno ad ascoltare una voce più unanime. Dunque quello che interessa alla comunità internazionale è che Teheran sta mettendo la testa a posto in vista del tavolo negoziale sulla questione nucleare.

L'Occidente tende a squalificare le elezioni iraniane, agendo in base a un riflesso condizionato. Ma Obama percepisce come un'opportunità lo spostamento di potere a Teheran e il consolidamento dell'autorità.

A Obama non è sfuggito che prima delle elezioni parlamentari il leader supremo iraniano ha fatto una dichiarazione d'importanza capitale sulla questione nucleare. Parlando a una platea di scienziati nucleari iraniani, Khamenei ha detto:
Lo scopo del clamore sollevato [dall'Occidente] è quello di fermarci. Sanno che non vogliamo le armi nucleari. Lo sanno già. Ne sono certo: nei Paesi che si oppongono a noi, le organizzazioni incaricate di prendere le decisioni sono pienamente consapevoli del fatto che non vogliamo le armi nucleari.

Le armi nucleari non ci servono a niente. Inoltre, da una prospettiva ideologica e dal punto di vista del [velayat-e] faqih, consideriamo illecito lo sviluppo delle armi nucleari. Consideriamo l'uso di tali armi un grave peccato. Crediamo anche che possedere tali armi sia inutile e pericoloso, e non ne perseguiremo mai lo sviluppo. Loro lo sanno, ma esasperano la questione per fermarci.
Così, dopo aver meditato sulla dichiarazione di Khamenei per due buone settimane, Obama ha deciso di prenderne atto e di farne un punto saliente dell'intervista concessa la settimana scorsa a Jeffrey Goldberg di The Atlantic Monthly.

Obama ha sottolineato la necessità di una soluzione "permanente" – "anziché temporanea" – alla questione nucleare iraniana. Ha poi osservato che una soluzione permanente sarebbe possibile solo se l'Iran badasse al proprio interesse, cioè desse prova di razionalità. In un uso brillante della doppia negazione che farebbe invidia a un oratore persiano, Obama ha aggiunto:
[Gli iraniani] sono sensibili alle opinioni della popolazione e sono preoccupati dall'isolamento che stanno vivendo [...] Sono capaci di prendere decisioni mirate a evitare esiti negativi dal loro punto di vista. Dunque, se vengono loro offerte delle alternative [...] non c'è alcuna garanzia che non possano fare una scelta migliore.
Obama ha riconosciuto che gli Stati Uniti dovranno giungere a un qualche tipo di accordo, e che la cosa è fattibile perché reputa che i leader iraniani siano interlocutori fondamentalmente razionali. D'altro canto, Obama ritiene che un attacco militare contro l'Itan sarebbe un'inutile "diversione".

Perché, ha detto, "l'Iran non ha ancora un'arma nucleare e non è ancora nella situazione di ottenere un'arma nucleare senza che noi [Washington] veniamo a conoscenza di questo tentativo con largo anticipo".

"Israele può contare su di noi"
E così c'è finalmente un presidente americano che ha capito l'Iran. Il problemi di Obama adesso sono due. Uno è l'Arabia Saudita, la cui priorità regionale al momento non consiste nei colloqui USA-Iran ma nell'imporre un rovesciamento del regime di Damasco per mezzo di un intervento occidentale, con la speranza di colpire al cuore il prestigio dell'Iran nella regione e indebolire il potere sciita (anche nella stessa Arabia Saudita).

Il drammatico gesto compiuto da ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal, che ha lasciato il vertice degli "Amici della Siria" svoltosi a Tunisi la scorsa settimana, è stato rivelatore. Detto questo, però, i sauditi capiscono molto bene che probabilmente Khamenei ha ottenuto che la faziosità e frammentarietà che negli ultimi anni hanno gettato nel caos la politica e i negoziatori iraniani – anche sulla questione nucleare – non si ripetano più.

Si può ipotizzare che una maggiore coesione della struttura di potere a Teheran vada bene anche ai sauditi. Il punto è che nei prossimi tempi Teheran dovrà prendere decisioni difficili, ed essere abbastanza forte e tenace da mostrarsi flessibile.

Ma il problema principale di Obama è un altro. Deve vedersela con il governo israeliano guidato dal Primo ministro Benjamin Netanyahu. Netanyahu per Obama è un osso duro, anche se la montatura dei media secondo cui sarebbe l'arbitro della rielezione di Obama è appunto un'esagerazione.

Il "problema Netanyahu" consiste nel fatto che negli Stati Uniti il 2012 è anno di elezioni, e, come ha ironicamente suggerito Obama, "C'è una serie di attori politici [negli Stati Uniti] che vogliono vedere se possono creare discordia non tra gli Stati Uniti e Israele, ma tra Barack Obama e un elettorato ebraico-americano che tradizionalmente è un energico sostenitore della sua candidatura."

L'istinto politico di Obama ha ragione. Il fatto è che nel 2008 Obama ha ottenuto il 78% dei voti ebraici, e non solo per la sua posizione su Israele. Inoltre la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana si dice contraria a qualsiasi forma di conflitto con l'Iran.

È qui che è importante il messaggio lanciato da Obama durante l'intervista con Goldberg: nell'energica dichiarazione che "Israele più contare sugli Stati Uniti" e nella posizione coerentemente pro-Israele tenuta durante tutta l'intervista.

Non sorprende che Obama abbia anche utilizzato il forum dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) di domenica per ribadire la sua solidarietà nei confronti di Israele. Ha parlato di "mio impegno", non di impegno degli Stati Uniti. "Nei momenti critici Israele può contare su di me", ha detto.

Ma poi è tornato alla questione principale: l'attuale strategia delle sanzioni di Washington contro l'Iran sta funzionando e lui ha ancora fiducia nella diplomazia. "Credo fermamente che la diplomazia, sostenuta dalle pressioni, abbia una possibilità di successo."

Alla fine Obama non ha lasciato dubbi sul senso del suo messaggio al pubblico dell'AIPAC: "Si parla troppo incautamente di guerra."

Originale: Obama gets Iran right, finally, 5 marzo 2012.

lunedì, marzo 05, 2012

Chi è Vjačeslav Volodin?

Fino all'ultimo respiro. Vita e carriera di Vjačeslav Volodin

di Andrej Kosenko

"Solido artefice politico": così alcuni definiscono il nuovo capo dell'apparato governativo russo Vjačeslav Volodin. "Burocrate anomalo", dicono altri. "Di una persona fortunata si dice che è stata baciata da Dio; Volodin deve aver baciato il diavolo", replica la segretaria del Partito comunista di Saratov, Ol'ga Alimova. Chi è l'uomo subentrato a Vladislav Surkov? The New Times ha cercato di capirlo.

"È un motivatore e manipolatore geniale", dice un consulente politico che ha collaborato con Volodin a Saratov e a Mosca. "Entri nel suo ufficio pronto a dire 'non voglio saperne di questo progetto' e ne esci gridando 'Yes! Ce la facciamo!'. D'altro lato non è molto competente. Preparato, ma non geniale. Uno staff di bravi assistenti potrebbe aiutarlo a superare questa lacuna, ma è circondato da gente quadrata e poco brillante. Le persone geniali non sono tollerate. Gli errori non vengono perdonati." Ma il leader di Molodaja Gvardija (Giovane guardia) di Russia Unita non è d'accordo: "Gli incontri con Vjačeslav Viktorovič sono fatti di scontri e di discussioni. Ti permette di sviluppare le tue potenzialità in un ambiente competitivo".

La Piccola Patria
Vjaceslav Volodin si è trasferito a Mosca nel 1999, ma la sua influenza sulla vita di Saratov (la Piccola Patria) è ancora così forte da sembrare assurda. La sezione locale di Russia Unita è completamente sotto il controllo di Volodin, così come il suo gruppo parlamentare. Lo stesso vale per i rettori universitari e per i lealissimi direttori di giornali e telegiornali. Gli amici di Volodin dicono che si tratta semplicemente di amore per la sua regione, mentre i suoi detrattori insinuano che essa rappresenti per lui una specie di piano B. Una fonte di The New Times che desidera restare anonima dice che il rapporto di Volodin con Saratov è simile a quello di Saruman con la pacifica Contea: un luogo da saccheggiare quando tutto il resto è perduto.

Prima della fine degli anni Novanta la biografia di Vjačeslav Volodin non è particolarmente interessante. Volodin si diploma all'Istituto di meccanica agraria, che apre prospettive di carriera in campagna o nel komsomol. Nel 1990 viene eletto nel consiglio comunale di Saratov. Dopo il golpe del 1991 è uno dei due consiglieri rieletti. Nel 1992 si fa notare dal nuovo sindaco Jurij Kitov e ne diviene il vice. Ma presto conosce il futuro governatore della regione, Dmitrij Ajackov, il politico più importante di questa prima fase della sua carriera. Nel 1993 Ajackov si candida al Consiglio della Federazione e Volodin ne dirige la campagna elettorale; Ajackov vince, battendo l'allora governatore Jurij Belych. Kitov, che era considerato il favorito, finisce terzo e poco tempo dopo si suicida. Secondo i media di Saratov, Kitov ha scritto sul biglietto d'addio: "Maledetti Ajackov, Naumov [Sergej Naumov, parente di Ajackov e attuale prorettore dell'Accademia dell'economia nazionale della Presidenza russa, N.d.R.], Volodin. Basta menzogne, tradimenti, colpi bassi, prepotenze".

Dal 1996 al 1999 Volodin è vice governatore della regione di Saratov. "Il numero due che lentamente e costantemente cercava di diventare il numero uno", ricorda la nostra fonte, che all'epoca lavorava nell'ufficio del governatore. "A volte si aveva la sensazione che stesse pianificando le sue mosse con sei mesi o un anno d'anticipo". "Era un funzionario fuori del comune e molto capace" ricorda Ol'ga Alimova " Ma tendeva a risolvere i problemi solo se poteva trarne il massimo vantaggio. Era abbastanza stupido, ma amava circondarsi di persone a lui inferiori e meno intelligenti che lo facevano sembrare geniale". 

In esilio a Mosca
Difficile individuare le origini del conflitto tra Volodin e Ajackov. Il governatore notò la crescente influenza del suo vice e la cosa non gli piacque. I vari distretti caddero uno dopo l'altro nelle mani degli uomini di Volodin. I sostenitori cominciarono a dividersi in volodiniani e ajackoviani. Ajackov tentò di indebolire l'influenza di Volodin introducendo la figura di un secondo vice governatore. Si mormorava che nelle elezioni regionali del 2000 Volodin avrebbe corso contro il suo capo per la carica di governatore. Entrambi smentirono queste voci, ma cominciarono a farsi vedere insieme sempre più raramente. "Alla fine Ajackov prese la giusta decisione: sfruttò la propria influenza a Mosca e le ambizioni di Volodin per promuoverlo e allontanarlo dalla regione", racconta un ex membro dell'amministrazione.

"Per Volodin riguadagnare terreno non fu facile, ma si dimostrò un politico di talento. Quando lasciò il suo incarico promise un posto a tutti, dalla segretaria all'autista. Non dimentica mai i suoi", dice Aleksandr Lando, rappresentante della Duma regionale di Saratov e uno dei più strenui sostenitori dell'attuale primo vice capo dell'amministrazione presidenziale.

Nell'aprile del 1999 Vjaceslav Volodin entrò nel movimento "Patria - Tutta la Russia" di Lužkov, Primakov e Sajmiev e ne diresse la campagna elettorale. Fu a quell'epoca che Sergej Dorenko accusò Lužkov un po' di tutto, anche di peccati abbastanza esotici, e svelò i dettagli di una presunta operazione chirurgica cui si era sottoposto Primakov. Volodin però superò le difficoltà: il partito prese il 13,3% e Volodin divenne dapprima semplice deputato e in seguito capogruppo. Nei media appariva sempre ed esclusivamente in compagnia di Primakov, dando l'impressione dell'allievo che supera il maestro.

Le élite di Saratov non rimasero a lungo senza Volodin. La decisione – per Mosca del tutto logica – di fondere «Unità» e «Patria» in un unico partito rappresentò un brutto scherzo per la regione di Saratov. Due clan che si detestavano dovevano ora confluire in un unico partito. Volodin e Ajackov (che era ancora governatore) si sforzarono di apparire insieme in un paio di occasioni, ma niente più. Poi il sistema in base al quale potevano candidarsi alla stessa carica da due a sei membri dello stesso partito divenne una regola. Per esempio, alle elezioni parlamentari suppletive nella città di Rtiščev un membro della fazione di Ajackov riuscì a sconfiggere un membro della fazione di Volodin (entrambi appartenevano a Russia Unita). A Volodin rimase soltanto il titolo di cittadino onorario di Rtiščev.

Nel 2003 Volodin riuscì a farsi rieleggere alla Duma per la città di Balakovo: in mancanza di avversari degni di questo nome riuscì a ottenere un risultato caucasico con l'82% dei voti – una delle percentuali più alte raggiunte in un distretto a singolo mandato. E se a Mosca Volodin era ancora uno dei tanti leader di Russia Unita, a Saratov la sua influenza cominciò a essere definita "diabolica". "Volodin è più grande errore che ho fatto nella scelta di un collaboratore", disse allora Ajackov. Per la carriera di Ajackov era un periodo nero: era stato accusato d'abuso d'ufficio e soffriva di un brusco calo di popolarità. Il giorno in cui il suo ex capo fu incriminato, Volodin si trovava nella regione di Saratov per una visita fuori programma (ufficialmente doveva assistere a un programma televisivo che prevedeva la partecipazione di squadre del posto).

Volodinizzazione locale
Nel 2005 la regione di Saratov fu la prima a inaugurare la pratica in base alla quale il nuovo governatore veniva nominato da Vladimir Putin e non eletto direttamente dal popolo. La vita politica subì un brusco degrado. I sostenitori di Volodin ricorsero a tutti i mezzi per denigrare i sostenitori del governatore, e gli uni e gli altri si coalizzarono contro il sindaco di Saratov. Poi l'equilibrio delle forze nell'élite politica mutò a favore di Volodin. Intanto, naturalmente, tutti continuavano ad appartenere allo stesso partito.

Volodin si fece vedere solo per inaugurare un edificio dell'università "costruito con l'appoggio del partito" o per informare la regione dell'allocazione di fondi "in base alla linea del partito". Le autorità locali si facevano in quattro per compiacerlo. In un distretto apparvero quaderni scolastici che recavano sulla copertina le scritte "Vjačeslav Volodin pensa a noi, Vjačeslav Volodin è coraggiosamente in prima classe" o "Se voglio aver buoni voti devo comportarmi bene per diventare come Vjačeslav Volodin! Non voglio deluderlo". Le copertine finirono su internet. Si dice che Volodin, che si era presentato come il migliore amico dei bambini di Saratov, fosse così infuriato che i rappresentanti locali di Russia Unita definirono la pubblicazione dei quaderni una provocazione. In seguito su internet fu fatto circolare un video in cui alcuni scolari in gita a Mosca cantavano: "Volodin ha dato ordine di cercarci, noi che siamo la classe migliore".

Le visite di Volodin nella regione di Saratov erano sempre la prima notizia dei telegiornali. La sua immagine "impeccabile" era frutto delle costanti pressioni esercitate sui suoi oppositori da Russia Unita e dallo stesso Volodin, che potevano contare sull'assoluta lealtà dei procuratori e dei giudici. L'ex ministro dei trasporti Gevorg Džlavjan, finito in carcere per appropriazione indebita di fondi pubblici, accusò Volodin dello stesso reato e fu condannato ad altri sei mesi di carcere per diffamazione. Il redattore di un giornale scrisse che mentre si trovava in vacanza sul Volga Volodin aveva sparato per sbaglio con il fucile subacqueo a una ragazza. L'articolo si intitolava "L'arpione del partito". Il giornalista venne condannato ai lavori correttivi.

La vita privata di Volodin è avvolta nel mistero: dalla biografia ufficiale si apprende che è sposato e ha una figlia, Svetlana. Però la sua ultima dichiarazione conserva pochissime tracce di Svetlana, assistente del deputato di Russia Unita alla Duma Aleksandr Solov'ev, anche lui originario di Saratov. Della moglie non si fa parola. Quando, dopo il 4 dicembre, si è parlato di Volodin come possibile presidente della Duma, l'analista politico Stanislav Belkovskij ha detto che in tal caso Volodin sarebbe stato il primo gay a occupare questa posizione. Subito dopo, a dire il vero, è arrivata la smentita: "Il signor Volodin non può in alcun modo diventare il primo gay a ricoprire l'incarico di presidente della Duma, dato che negli anni 1996-2003 questo posto era stato occupato da un altro presidente gay, Gennadij Seleznev. Dunque Vjačeslav Volodin potrebbe diventare il secondo presidente gay della Duma della storia postsovietica". Sia come sia, nessuno vuole rischiare di riaprire la questione: il giornalista e analista politico Eduard Abrosimov, che aveva commentato pubblicamente l'orientamento sessuale di Volodin, nel 2005 è stato condannato a otto mesi per diffamazione. Poco si sa degli hobby di Volodin: non si conoscono altre passioni oltre a quella per la caccia.
Un altro argomento tabù a Saratov è l'impero finanziario di Vjačeslav Volodin, del quale nessuno vuole parlare nemmeno in condizioni di anonimato. Nel 2006 la rivista Finans stimava il suo patrimonio in 2,7 miliardi di rubli; nel 2009 Volodin ha dichiarato un reddito di 360 milioni di rubli ma nel 2010, dopo essere passato dalla Duma al Governo, solo 6 milioni. Il denaro proviene dalle holding "Buket" ("Bouquet") e "Solnečnye Produkty" ("Prodotti del sole"), nate alla fine degli anni Novanta dal žirkombinat (complesso industriale per la produzione di grassi alimentari) di Saratov. Oggi le due holding controllano dall'11% al 25% del mercato russo della maionese e della margarina.

Curatore
I principali sostenitori di Volodin appartengono alla Giovane guardia di Russia Unita. "Ha curato e appoggiato questo progetto in conformità con la linea del partito" conferma il leader di Giovane guardia Timur Prokopenko "Non ci ha dimenticato neanche dopo, riservando ai nostri rappresentanti un posto nel consiglio di coordinamento del Fronte popolare panrusso. E la quota del 20% per i giovani nelle liste elettorali del 2007 è una sua idea." Pare che per Volodin la collaborazione con i giovani sia effettivamente molto importante, e in questo senso i vari attivisti pro-Cremlino non devono temere di perdere potere con l'uscita di scena dell'ideologo dei "Naši" (il movimento giovanile di Russia Unita) Vladislav Surkov. "Volodin è favorevole alla sana competizione e darà a tutti la possibilità di dimostrare le loro capacità" si dice certo Timur Prokopenko "A lui importa che si prosegua la politica di Putin con il pugno di ferro". La sola cosa che può creare problemi agli attivisti è la necessità di spiegare l'utilità dei blog, dei video su YouTube e via dicendo. Pare che Volodin, come Putin, non usi internet e non sappia lavorare al computer.

Quando si è saputo che Volodin si sarebbe occupato di politica interna, chi lo conosce da molto tempo si è stupito. Il mediocre progetto del Fronte popolare panrusso è stato curato da lui. D'altro canto, il Fronte è stato un esperimento riuscito nella misura in cui, diversamente da Russia Unita e Dmitrij Medvedev, non ha dato a Putin ragione di prendere le distanze. "A Mosca Volodin veniva visto come un solido professionista di provincia. Nessuno poteva supporre che fosse capace di battere lo stesso Surkov" osserva Ol'ga Alimova. "Surkov veniva visto come autore di soluzioni piuttosto eleganti, Volodin è più diretto e forse più decisionista" dice un'altra fonte "E ciò assicurerà la vittoria di Putin al primo turno senza doversi troppo preoccupare per le marce di protesta."

In battaglia
A Saratov si attribuiscono a Volodin i primi importanti eventi politici del 2012. "Le dimissioni dei governatori di Arkangel'sk e Volgograd un mese e mezzo prima delle elezioni sarebbero state impensabili se ci fosse stato ancora Surkov, ma noi conosciamo bene questo stile" commenta un analista di Saratov "Da noi tutti i capi sanno di essere gli unici responsabili degli insuccessi elettorali. Il recente episodio della vacanza di Nikita Belych [rimproverato da Putin per gli aumenti delle tariffe dell'acqua calda, il governatore di Kirov aveva fatto sapere di essere in vacanza; Putin lo aveva richiamato al lavoro e aveva chiesto al vice governatore di mandagli "un piccolo segnale", N.d.T.] è una strategia classica, sperimentata a Saratov più volte. Il premier e il curatore della politica interna non sanno forse chi è in ferie e chi non lo è? Non è una coincidenza che durante quella stessa riunione il governatore di Saratov Ipatov, favorito di Volodin, si sia preso una parte delle critiche. Il premier ha rimproverato il governatore per la riduzione del reddito pro capite benché questa sia una conseguenza dell'aumento delle tasse federali."

Nel dicembre del 2011, nella regione di Saratov, Russia Unita ha preso il 64,9% dei voti (in alcune aree più del 90%). Nella vicina regione di Samara ha preso il 39,3%, a Volgograd il 35,9%. "Molti non hanno votato tanto il partito quanto la persona di Volodin", si dice certo il deputato della Duma regionale Aleksandr Lando. "Volodin è un organizzatore e amministratore molto abile. Sono talenti innati, ma anche frutto di preparazione. Ha debolezze? Io non ne vedo" ci ha detto Dmitrij Ajackov. La scorsa estate Ajackov è stato messo a capo del locale Istituto di economia e politica nazionale che porta il nome del suo idolo Pëtr Stolypin. Dicono che la nomina non sarebbe arrivata senza la spinta di Volodin.

"Lui va per la sua strada e io per la mia. Grazie a Dio non si incrociano mai", ha detto l'ex governatore di Saratov, ed era prima di ricevere il favore dal suo ex sottoposto. "Cercherà sempre di avanzare, nella vita, fino all'ultimo respiro. Volodin è fatto così".

Originale: Идущий вверх, 30 gennaio 2012.

domenica, marzo 04, 2012

Putin e le élite


di Eugene Ivanov

Quando i sostenitori del Primo ministro Vladimir Putin dicono che alle prossime elezioni presidenziali "non esistono alternative a Putin" non si riferiscono tanto all'ovvia debolezza degli altri candidati. "Non esistono alternative a Putin" è un concetto più ampio: significa che tra tutti gli esseri viventi Putin è la sola persona che ha l'esperienza e le competenze per fare il Presidente della Russia. In parte questa convinzione deriva dalla storica tradizione russa che vuole un "leader nazionale" alla guida del Paese e in parte riflette gli interessi di persone che hanno beneficiato dell'attuale regime: burocrati, apparatčik di Russia Unita, uomini d'affari leali.
È comunque difficile negare che Putin è stato uno degli statisti di maggior successo della storia russa. Naturalmente si può discutere all'infinito se il crollo della Russia che avrebbe avuto il merito di sventare fosse davvero imminente; o se all'origine della solida crescita economica degli anni 2000-2008 ci fosse l'aumento del prezzo del petrolio più che la gestione Putin. Una cosa è chiara: nel 2000 Putin comprese gli umori, le richieste e le aspettative dell'opinione pubblica. Capì anche quale tipo di leadership servisse allora alla Russia – tenendo conto delle sue realtà politiche ed economiche – e fu in grado di fornirla. Un punto a suo favore è sempre stata la sua fama di "uomo vero", sobrio e lavoratore, e di comunicatore efficace.
Meno riconosciuta, come fattore cruciale del successo di Putin, è stata la sua capacità di mantenere il consenso tra le élite russe. Putin ha saputo svolgere efficacemente il ruolo di arbitro supremo, supervisionando una complessa rete di interazioni tra diversi interessi personali e spesso mafiosi: le fazioni dell'“energia” e della “finanza”; i “čekisti” e i “giuristi”; i “liberali” e i “conservatori”. Ascoltando tutti e costringendoli al compromesso, Putin è stato capace di prevenire i conflitti tra le élite prima che suppurassero, o almeno prima che esplodessero sotto gli occhi di tutti. L'ex vice primo ministro Aleksej Kudrin, fedele alleato di Putin, ha detto recentemente:
"Putin possiede la notevole capacità di ascoltare gli argomenti di tutte le parti prima di prendere una decisione [...] Finora è riuscito a mantenere l'equilibrio tra posizioni molto diverse all'interno del governo."
Naturalmente la posizione speciale di Putin in cima alla "verticale del potere" è stata cementata dalle sue altissime percentuali di consenso e dalla popolarità del partito "piedistallo", Russia Unita. Per le élite ha contato anche la capacità della squadra di Putin di ottenere cifre solide per lui e per il suo partito nelle elezioni parlamentari e presidenziali.
Le cose hanno cominciato ad andare male quando Putin è passato dal Cremlino alla Casa Bianca. La crisi economica del 2008 ha spaventato le élite precedentemente rassicurate da Putin, che aveva definito la Russia un'"isola di stabilità"
I seppur timidi tentativi di Dmitrij Medvedev di diventare un centro di potere indipendente hanno innervosito le fazioni più conservatrici, preoccupate che le riforme di Medvedev potessero "sfuggire di mano". Alla fine Putin è stato costretto a intervenire, impedendo a Medvedev di candidarsi per il secondo mandato. L'annuncio della candidatura di Putin, però, ha incontrato ampie e inaspettate critiche nell'opinione pubblica: esse hanno confermato i risultati di molti studi sociologici che indicavano il crollo della proverbiale "maggioranza di Putin". E lo scandaloso siluramento di Kudrin da parte di Medvedev ha creato l'impressione che Putin non controllasse completamente la situazione.
Le percentuali di consenso di Putin, un tempo stratosferiche, sono scese: nel 2011 ha perso ben 15 punti. E i risultati inferiori alle aspettative di Russia Unita alle elezioni parlamentari hanno dimostrato che la squadra di Putin non è più in grado di raggiungere gli obiettivi elettorali prefissati.
Al momento non ci sono indicazioni di serie fratture tra le élite russe, né del fatto che Putin abbia perso il suo tocco magico (che "Akela [abbia] fallito il colpo", come scrive Kipling, autore caro a Putin). Inoltre Putin ha intrapreso un lavoro di contenimento dei danni mirato a ristabilire la sua autorità. Sono state organizzate varie manifestazioni a favore di Putin presidente; il numero di partecipanti a queste manifestazioni è stato spesso superiore a quello di coloro che hanno manifestato contro. E poi, pur rifiutandosi come sempre di partecipare ai duelli televisivi con gli altri candidati, Putin ha svolto una campagna straordinariamente attiva fatta di manifesti, generose promesse, bagni di folla. Le sue percentuali di consenso sono nuovamente cresciute, praticamente assicurandogli la vittoria al primo turno.
Si ritiene che le riforme politiche recentemente proposte dal presidente Medvedev e appoggiate malvolentieri da Putin fossero una risposta ai movimenti di protesta dei "cittadini arrabbiati". E tuttavia la natura e la concreta portata delle proposte di legge danno credito a Medvedev quando dichiara che la loro preparazione risale alla primavera del 2011, molti mesi prima delle elezioni parlamentari. Sembra logico che all'epoca le proposte di Medvedev furono bloccate dai conservatori che avevano Putin dalla loro parte. Se le cose stanno così, la repentina accettazione da parte di Putin delle idee riformiste potrebbe essere non una concessione ai manifestanti, ma un ramoscello d'ulivo offerto al settore riformista delle élite, visibilmente turbato da quanto è successo a Medvedev.
La rapida maturazione politica della classe media russa ha costituito un brusco risveglio per le élite politiche del Paese e dà loro un ulteriore motivo di preoccupazione. Le élite osserveranno con attenzione Putin, cercando di capire se sia ancora in grado di favorire i loro interessi. Se dovessero decidere che Putin ha esaurito le sue potenzialità, gli si troverà un'alternativa. Questo cambiamento potrebbe coincidere con le prossime elezioni presidenziali. Oppure no.

Originale: Putin and Elites, 21 febbraio 2012.

L'arringa finale

di Eugene Ivanov

Solo il tempo saprà dirci se il terzo mandato di Vladimir Putin (2012-?) sarà migliore o peggiore dei primi due (2000-2008). Oggi possiamo almeno dire che negli ultimi due mesi Putin è diventato un candidato migliore. Vediamo perché. Nel 2000 la campagna elettorale di Putin si limitò alla pubblicazione di un breve (2700 parole) articolo su tre quotidiani. Lo stesso nel 2004: la campagna di Putin si ridusse a un discorso di 3200 parole tenuto un mese prima delle elezioni a un gruppo di fiduciari.

Non questa volta. Da candidato, Putin ha esposto in sei lunghi articoli il proprio punto di vista sui pericoli che minacciano il Paese (3400 parole), sui rapporti etnici (3600), sull'economia (4900), sullo sviluppo democratico (4000), su questioni sociali (6500), sulla sicurezza nazionale (6300), e sugli affari esteri (6000). Ha incontrato pubblicamente sostenitori, osservatori elettorali e membri del Fronte popolare panrusso; ha girato la Russia in lungo e in largo stringendo la mano agli elettori. A Mosca, a San Pietroburgo e in altre città sono state organizzate gigantesche manifestazioni pro-Putin. A una di esse è intervenuto anche lui, incitando i suoi sostenitori a battersi per l'indipendenza della Russia. (A giudicare dalla diretta televisiva, molti dei partecipanti erano pronti a farlo.) A un certo punto la sua campagna elettorale sembra aver considerato perfino la possibilità di un duello televisivo con gli altri candidati. L'idea è stata poi scartata, e a fare notizia sono stati i particolari del complotto per assassinare Putin. 

Questa settimana Putin ha incontrato i fiduciari, i membri del fronte, i politologi e i media. Ha anche concesso un'intervista a sei quotidiani stranieri. Tutti questi interventi hanno rappresentato l'arringa finale della campagna elettorale di Putin. Ma hanno anche rivelato che – malgrado visibili miglioramenti – il candidato Putin ha ancora le sue debolezze. Una di queste è l'incapacità di reagire bene quando è sotto pressione: quando i giornalisti stranieri gli hanno ripetutamente chiesto le ragioni dello "scambio" di ruoli con Medvedev, Putin si è messo sulla difensiva e ha tentato di dribblare la domanda dilungandosi sui passati successi della sua politica economica. (È abbastanza sorprendente che Putin non sia stato capace di rispondere adeguatamente nemmeno quando la domanda è stata posta, in tono molto più amichevole, dal membro della Camera pubblica Anatolij Kučerena.) Inoltre – cosa molto strana per il Primo ministro, data la sua nota  padronanza di fatti e cifre – Putin ha fatto un paio di errori che potevano essere evitati. Ha definito (per ben due volte) il governatore della regione di Kirov, Nikita Belych, un rappresentante del partito della Giusta causa (Belych è stato Presidente dell'Unione delle forze di destra). Putin ha poi detto che il partito della Giusta causa è passato dalla parte degli oppositori "inconciliabili", osservazione bizzarra se si tiene conto che la Giusta causa ha appoggiato la sua candidatura.

Ma tutto questo non conta più: domenica Putin verrà eletto presidente al primo turno e forse non avrà mai più bisogno di sfoggiare le sue competenze di candidato presidenziale. E tra due mesi riprenderà in mano le redini del paese, la cui stabilità si è impegnato a difendere. Ma non gli è mai passato per la testa di aver minato questa stabilità proprio decidendo di correre per la Presidenza?

Originale: A Closing Argument, 2 marzo 2012.

mercoledì, febbraio 22, 2012

Putin e i sondaggi


di Eugene Ivanov

Il capo della squadra elettorale di Vladimir Putin Stanislav Govoruchin ha espresso in una nuova intervista* la previsione che il suo candidato vincerà al primo turno, il 4 marzo, con "almeno il 60% dei voti”. Solo un paio di settimane fa Govoruchin aveva considerato possibile che si andasse al secondo turno, ma ora non più: riferendosi a (non specificate) "ulteriori informazioni" in suo possesso ha insistito sul fatto che tutto si deciderà il 4 marzo.

Apparentemente non ha torto: le tre principali agenzie di sondaggi russe (FOM, Levada, VCIOM) prevedono la vittoria netta di Putin. Sottraendo gli indecisi e gli astenuti, la percentuale degli elettori intenzionati a votare per Putin oscilla tra il 59% e il 67%.

Poiché non mi fido del tutto di FOM, Levada e VCIOM ho tentato di farmi una mia idea sull'eleggibilità di Putin utilizzando i dati del censimento 2010 presi da un recente articolo di Vedomosti. Secondo questi dati, 44 milioni di russi vivono in grandi città con una popolazione di più di mezzo milione di abitanti (Gruppo A); 75 milioni vivono in piccole città e in campagna (Gruppo B); e 25 milioni vivono in regioni sottosviluppate, comprese le "enclave nazionali" come la Cecenia, il Dagestan e l'Inguscezia (Gruppo C). Circa il 63% dei russi è iscritto alle liste elettorali.

Su questa base ho fatto le mie previsioni, e i miei lettori sono incoraggiati ad azzardare le loro. Ho ipotizzato che la percentuale di elettori che voteranno a favore di Putin sarà del 45% nel Gruppo A, del 60% nel Gruppo B e del 75% nel Gruppo C; ho anche ipotizzato un'affluenza uniforme del 70% per tutti e tre i gruppi. Sulla questa base il voto totale per Putin sarebbe del 58% (36,8 milioni di voti su 63,4 di votanti), cifra ragionevolmente vicina ad altre previsioni. Naturalmente questo numero è destinato a crescere se, poniamo, nel Gruppo C l'affluenza supererà il 70%: per esempio un affluenza del 90% porterebbe il voto per Putin a sfiorare il 62%. Nella mia previsione, per ottenere meno del 50% dei voti Putin non dovrebbe riportare più del 50% nel Gruppo B – e qui non posso ipotizzare percentuali più basse – e non più del 32-33% nel Gruppo A. L'ultimo numero potrebbe valere per Mosca e San Pietroburgo (e forse Novosibirsk), ma difficilmente per tutto il gruppo, dato che la popolarità personale di Putin è ragionevolmente alta e decisamente più alta di quella di Russia Unita. Dunque, con tutte le riserve del caso, stimo la "reale" eleggibilità di Putin intorno al 55%-60%.

Si sente spesso porre una domanda retorica: se Putin è così popolare perché non corre e vince in elezioni completamente trasparenti? La risposta è semplice: la squadra elettorale di Putin è incapace di elezioni trasparenti. (Sarebbe come chiedere a un esperto dell'industria del fango di scrivere un concession speech, il discorso con cui il candidato sconfitto riconosce la vittoria dell'avversario). Queste persone sono capaci di agire solo ricorrendo alle famigerate "risorse amministrative", abusando della propria posizione per falsare l'esito delle elezioni. Queste persone non sono interessate al processo elettorale: il loro Dio è il risultato, che viene stabilito in anticipo e perseguito comunicando le percentuali desiderate alle autorità regionali. Altrimenti come si spiegherebbe il fatto che nelle elezioni presidenziali del 2004 e del 2008 Putin e Medvedev abbiano preso essenzialmente la stessa percentuale (71% e 70%)?

Indipendentemente dal risultato che Putin avrebbe potuto ottenere in elezioni giuste e corrette, il conteggio finale rifletterà unicamente quello che il suo staff elettorale sarà stato in grado di produrre. Attualmente sembrano essere in gioco due tendenze: da un lato Putin deve vincere al primo turno con un risultato vicino al 71% ottenuto nel 2004, per consolidare l'immagine di "leader nazionale" e rassicurare le élite sulla sua capacità di proteggere i loro interessi economici e politici; dall'altro lato la vittoria di Putin non deve dare ai detrattori alcun appiglio che consenta loro di mettere in dubbio la legittimità delle elezioni, privando così l'opposizione dei motivi per continuare a organizzare proteste di massa. Il difficile compromesso si realizzerà probabilmente riducendo i brogli elettorali a Mosca e nelle altre grandi città – dove gli osservatori saranno particolarmente vigili – e compensando l'"equilibrio" in provincia e nelle "enclave nazionali", dove i controlli sul processo elettorale sono tradizionalmente deboli se non inesistenti.

Durante le recenti apparizioni in pubblico, Putin ha sottolineato il suo desiderio che le prossime elezioni siano assolutamente trasparenti. Ma non è certo così ingenuo da non sapere che il sistema che ha contribuito a creare negli ultimi 12 anni gli è sfuggito di mano. La macchina che ha messo in moto non reagisce più ai suoi timidi tentativi di sterzare. Non c'è dubbio che Putin sarà il prossimo presidente della Russia. L'ironia è che forse non saprà mai quante persone avranno votato per lui il 4 marzo.

*a proposito di una precedente intervista, si veda la traduzione di questo articolo.

Originale: Putin and the polls, 16 febbraio 2012.

domenica, febbraio 19, 2012

L'ultimo articolo sulla Libia di Anthony Shadid


La Libia incapace di contenere le milizie nel caos dilagante

di Anthony Shadid


TRIPOLI, Libia, 8 febbraio 2012 – I miliziani pensavano di agire con le migliori intenzioni. Hanno attaccato un'altra milizia in una base litoranea, questa settimana, per liberare una donna che era stata rapita. Quando le armi hanno brevemente taciuto la scena è apparsa caotica come la rivoluzione libica in questi giorni: un governo la cui autorità non va oltre le cariche ufficiali, milizie rese spavalde dalle troppe armi a disposizione, una popolazione civile sempre più esasperata dagli spari che bucano la notte.
La donna rapita è stata presto liberata, la base presa. Poi è cominciato il saccheggio.
"Non si porta via niente!" gridava uno dei miliziani, tentando di imporre la disciplina.
Vengono invece portate via granate, mitragliatrici arrugginite, caricatori, lanciagranate, una cassa di bottiglie d'acqua e un acquario incongruamente sistemato su un motorino. I membri di cinque o sei milizie hanno portato via tutto, sparando in aria. Si sono disputati le auto saccheggiate e poi le hanno crivellate di colpi.
"Questa è distruzione pura e semplice!" si lamentava Nouri Ftais, comandante cinquantunenne, dando prova di raro buon senso. "Stiamo distruggendo la Libia con le nostre mani."

Il paese che ha assistito alla rivoluzione più travolgente del mondo arabo sta ora sprofondando. Lo stesso vale per la sua capitale, tornata a una parvenza di normalità dopo i giorni caotici della caduta di Tripoli, lo scorso agosto. Ma nessuno considererebbe normale una città nella quale i miliziani hanno torturato a morte un civilissimo ex diplomatico, due settimane fa, nella quale centinaia di rifugiati considerati leali al Colonnello Gheddafi sono stati abbandonati in un campo profughi e nella quale un funzionario del governo ha riconosciuto che "la libertà è un problema". La scena di mercoledì è stata deplorevole, forse perché la discordia è così comune.
"Accadono cose veramente deprimenti", ha detto Ashur Shamis, consigliere del primo ministro ad interim Abdel-Rahim el-Keeb. "Ma abbiamo la bizzarra convinzione di poter superare in qualche modo questa situazione."

A Tripoli c'è ancora un po' di ottimismo, anche grazie alle ricchezze petrolifere del Paese. Ma il governo di Keeb, formato il 28 novembre, si è ritrovato praticamente paralizzato dalle rivalità che lo hanno costretto a spartire variamente il potere in base a provenienza geografica e ascendente personale, dalla speranza irrealizzabile che la caduta del Colonnello Gheddafi potesse portare prosperità e da un'impotenza così marcata che l'esercito nazionale viene considerato una milizia tra le tante.
Il governo ha potuto fare poco per gli scontri del mese scorso a Bani Walid, già roccaforte di Gheddafi, e tra le città sui monti Nafusah, dove guerriglieri rivali, tutti sedicenti rappresentanti della rivoluzione, hanno regolato i conti con pistole, granate e artiglieria.
"È un governo di crisi" ha detto Shamis nel suo ufficio tutto vetri e cromature. "È impossibile far contenti tutti."

I graffiti di Tripoli giocano ancora sul memorabile discorso tenuto dal Colonnello Gheddafi lo scorso anno, quando ha giurato di combattere casa per casa, vicolo per vicolo. "Voi chi siete?" aveva detto provocatoriamente, quasi a offrire la sua migliore imitazione di Tony Montana. "Io chi sono?" è la risposta scritta sulla sua caricatura.
Dalle parti dell'ufficio di Shamis è apparso un nuovo slogan. "Dove siete?", chiede.
La domanda sottolinea il problema della legittimità, che nella Libia rivoluzionaria rimane il più pressante. La autorità sperano che le elezioni a maggio o a giugno riescano a fare quello che hanno fatto in Egitto e in Tunisia: conferire autorità a un organo eletto che possa dirsi rappresentante della volontà popolare. Ma l'Iraq fa da contrappunto. Là le elezioni seguite all'invasione americana hanno esasperato le divisioni così pericolosamente da contribuire allo scoppio di una guerra civile.

Qui permane una sensazione di entropia. Alcuni funzionari pubblici sono rimasti senza salario per un anno e Shamis ha ammesso che il governo non sa come introdurre sufficiente denaro nell'economia perché la gente comune possa sentirne i benefici. Gli abitanti di Tripoli lamentano una mancanza di trasparenza nelle decisioni governative. I ministeri appaiono ancora paralizzati dall'abitudine, instillata durante la dittatura, di rimettere tutte le decisioni ai vertici.
"Stanno seduti, bevono caffè, stendono bozze di progetti destinati a restare nel regno della loro fantasia”, dice Israa Ahwass, vent'anni, studente di farmacia all'Università di Tripoli, il cui edificio è sorvegliato da un gruppo di miliziani.
"Come si fa a cambiare la gente dalla sera al mattino?" la interrompe la sua amica, Naima Mohammed, anche lei studente di farmacia. "Sono stati 42 anni di ignoranza."
"Non muovono un dito", commenta Israa Ahwass.

Come la Tunisia a ovest e l'Egitto a est, la Libia sta facendo i conti con una diversità che il Colonnello Gheddafi negò così strenuamente da tentare di convincere la minoranza berbera di essere di fatto araba. La rivoluzione ha le sue variazioni sul tema, appelli che rispecchiano la paura della divisione sociale: "No alla discordia" e "No al tribalismo", dichiarano gli slogan che decorano le strade.
Tutti alludono alla verità evocata dall'autore libico Hisham Matar nel suo primo romanzo, Nessuno al mondo, quando scrive che "il nazionalismo è come un filo sottile: sarà per questo che molti sono convinti di doverlo difendere strenuamente". Il potere qui ha tanti strati: è imposto da milizie che rappresentano città che stanno altrove, a Ovest, quartieri della capitale, perfino singole strade.

"Dove sta la legge?" chiede asked Ashraf al-Kiki, un venditore che si è rivolto alla polizia, al Consiglio militare di Tripoli e a una milizia di Zintan per chiedere un risarcimento dopo che la sua auto è stata rubata dai miliziani. Il profumo dei suoi kebab si mescola all'inno nazionale che esce dagli altoparlanti. "Qui comanda la forza, non la legge."

All'aeroporto di Tripoli a dettar legge è la potente milizia di Zintan, una città di montagna a sud della capitale che ha svolto un ruolo importante nella caduta di Tripoli e tiene ancora prigioniero il figlio più in vista di Gheddafi, Seif al-Islam. La milizia dice di avere 1000 uomini all'aeroporto; lì Abdel-Mawla Bilaid, comandante cinquantenne in corvè, ripete le dichiarazioni del governo che ha contribuito a rovesciare: "Va tutto bene al cento per cento".
Shamis, il consigliere del premier, ha ammesso l'incapacità del governo di intervenire in merito alla milizia. "Per ora lasciamola dove sta" ha detto.
La pensa così anche il comandante Bilaid. "Non abbiamo motivo d'andarcene" dice. "Il popolo libero vuole che restiamo qui."

Le milizie si stanno rivelando il vero flagello del periodo post-rivoluzionario. Benché abbiano smantellato la maggior parte dei posti di blocco nella capitale, restano una forza, qui e altrove. Un ricercatore di Human Rights Watch ha stimato che nella città costiera di Misurata, scenario della battaglia forse più feroce della rivoluzione, ci sono 250 diverse milizie. Negli ultimi mesi queste milizie sono diventate tra le più odiate del paese.
Gli abitanti dicono che alcuni miliziani hanno cercato di far rispettare la legge e l'ordine pubblico di fronte all'impotenza del governo. Milizie di Bengasi e Zintan stanno tentando di proteggere un campo profughi di 1500 persone cacciate dalle loro abitazioni a Tawergha da truppe militari di Misurata, che le accusavano di aver contribuito all'attacco di Gheddafi contro la loro città. Da quando i tawerghani sono giunti nel campo profughi, che un tempo ospitava lavoratori edili turchi, i miliziani di Misurata hanno organizzato cinque o sei irruzioni, nonostante la presenza delle altre milizie, arrestando decine di persone. Molte di queste non sono ancora state liberate.
"Niente può trattenere quelli di Misurata" dice Jumaa Ageela, un anziano.
Secondo Bashir Brebesh lo stesso può dirsi delle milizie di Tripoli. Il 19 gennaio suo padre Omar, 62 anni, ex diplomatico libico a Parigi, è stato chiamato per essere interrogato da miliziani di Zintan. Il giorno dopo i familiari hanno trovato il suo corpo in un ospedale di Zintan. Aveva il naso e le costole rotti. Gli erano state strappate le unghie dei piedi, aveva il cranio fratturato e il corpo mostrava segni di bruciature di sigaretta.
La milizia ha detto ai familiari che i responsabili erano stati arrestati, cosa ben poco consolante. "Ci sentiamo soli", dice Brebesh, 32 anni, che fa il neurologo in Canada ed è rientrato quando ha saputo della morte del padre. "Si assumono il ruolo di poliziotto, giudice e boia", dice. Inspira profondamente, poi aggiunge: "Non avevano abbastanza dignità da sparagli semplicemente un colpo alla testa? È mostruoso. Gli è piaciuto sentirlo gridare?"

Il governo ha ammesso la tortura e gli arresti, ma riconosce che la polizia e il ministero della Giustizia non sono in grado di fermare le milizie. Martedì ha diffuso un sms in cui chiedeva alle milizie di fermarsi.
"C'è una percentuale allarmante di persone morte in condizioni di detenzione", ha detto Peter Bouckaert, direttore del pronto soccorso di Human Rights Watch che lo scorso mese ha raccolto dati sulla Libia. "Se stesse accadendo sotto una dittatura araba sarebbe uno scandalo."

Nella base litoranea il saccheggio si è concluso prima di mezzanotte. Nel complesso che un tempo apparteneva al figlio di Gheddafi, Saadi, non è rimasto praticamente nulla: un berretto rosso, una batteria d'automobile, una cassa di munizioni arrugginita e una bottiglia vuota di vino tunisino.
Poi, come succede quasi ogni notte, i miliziani sono tornati per disputarsi altri punti della città e marcare il territorio. I loro spari hanno risuonato lungo la costa mediterranea nelle prime ore dell'alba come una burrasca invernale. Al buio nessuno era in grado di leggere gli slogan di piazza Quds: "Poiché il prezzo è stato il sangue dei nostri figli, uniamoci, mostriamo tolleranza e viviamo insieme". Al buio nessuno sapeva chi stesse sparando a chi.

"Cos'hanno?" chiede Mahmoud Mgairish. Si trova nei pressi della piazza, il mattino dopo, sotto un debole sole che sembra lavare le strade. "Non so dove sta andando questo paese", prosegue. "Giuro su Dio che non vedo una soluzione."

Originale: Libya Struggles to Curb Militias as Chaos Grows, "The New York Times".

martedì, febbraio 14, 2012

La crisi finanziaria greca come opportunità

Dal blog When the Crisis hit the Fan

Mentre un numero sempre maggiore di persone perde il lavoro, mentre l'ennesimo suicidio causato dai debiti e dalla disperazione va ad aggiungersi alle statistiche, mentre la democrazia rovina sotto tonnellate di gas lacrimogeno, alcuni vedono la crisi finanziaria come un'opportunità.

La vedono come un'opportunità i greci ricchi che tengono gli euro nelle banche svizzere e adesso scommettono sul ritorno della dracma.

La vedono come un'opportunità le compagnie straniere, che dopo la firma del Memorandum 2 potranno assumere i giovani greci pagandoli meno di 450 euro al mese per un lavoro a tempo pieno.

E vedono la crisi finanziaria come un'opportunità – lasciando fuori dall'inquadratura la devastazione sociale che l'accompagna – anche i pubblicitari che hanno riversato le loro energie creative in un intenso video d'ambientazione greca sulle note del leggendario inno del Liverpool.

E questo è il risultato.

giovedì, febbraio 09, 2012

La Siria in uno specchio oscuro

La Siria in uno specchio oscuro 

di Pepe Escobar

L'attuale dramma siriano non può essere ridotto alla netta contrapposizione hollywoodiana tra "buoni e cattivi". La sospensione della missione di osservazione della Lega Araba; il doppio veto di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU; l'intensificazione delle violenze soprattutto a Homs e in alcune zone di Damasco: tutto induce il mondo in via di sviluppo a temere un'insurrezione armata incoraggiata e sostenuta dall'Occidente come quella che ha gettato nel caos la Libia, un paese "liberato" ora in mano a milizie armate. Una guerra civile in Siria aprirebbe la porta a un conflitto più esteso e devastante.

Cerchiamo di vederci più chiaro.

1. Perché il regime di Bashar al-Assad non è caduto?
Perché la maggioranza della popolazione siriana continua ad appoggiarlo: il 55%, secondo un sondaggio che risale alla metà di dicembre ed è stato finanziato dalla Qatar Foundation. Si veda l'articolo "Arabs want Syria's President Assad to go - opinion poll" [1], e si noti come il titolo sia fuorviante.

Assad può contare sull'esercito (i vertici non hanno subito defezioni), sull'élite finanziario-commerciale e sulla classe media delle grandi città, Damasco e Aleppo; sui sunniti laici con un buon livello di istruzione; e su tutte le minoranze, dai cristiani ai curdi e ai drusi. Anche i siriani favorevoli all'uscita di scena di Assad – e che non siano estremisti islamici – rifiutano le sanzioni occidentali e il bombardamento umanitario stile NATO.

2. Assad è "isolato"?
Per quanto il Segretario di Stato Hillary Clinton possa auspicarlo, per quanto la Casa Bianca sottolinei che "Assad deve cessare immediatamente la campagna di uccisioni e di crimini contro il suo popolo" e "deve farsi da parte", no, Assad non è isolato. La "comunità internazionale" che propone il cambiamento di regime in Siria è costituita dalla NATO e dal GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo), o, per essere più precisi, da Washington, Londra, Parigi e dagli emirati del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita e Qatar.

La Turchia sta conducendo un gioco molto ambiguo; ospita una base NATO nella provincia di Hatay, vicino al confine siriano, e nello stesso tempo offre esilio ad Assad. Anche lo Stato di Israele è perplesso; preferisce il diavolo che già conosce a un regime post-Assad prevedibilmente ostile e capeggiato dai Fratelli musulmani.

Assad è appoggiato dall'Iran; dal governo di Baghdad (l'Iraq si è rifiutato di imporre sanzioni); dal Libano (stessa cosa); e soprattutto dalla Russia (che non vuole perdere la base navale di Tartus) e dalla Cina (partner commerciale). Questo significa che l'economia siriana non sarà strangolata dalle sanzioni (inoltre il Paese è abituato a vivere sotto le sanzioni e non deve preoccuparsi del debito nazionale). Il BRICS è stato chiarissimo: la crisi siriana deve essere risolta esclusivamente dai siriani.

3. Qual è il gioco dell'opposizione?
Il Consiglio nazionale siriano (SNC), un'organizzazione-ombrello guidata dall'esule parigino Barhoun Galyan, dice di rappresentare tutte le forze dell'opposizione ma in Siria è losco e poco credibile. L'SNC è affiliato al Libero esercito siriano (FSA), composto da disertori sunniti ma prevalentemente frammentato in bande armate, alcune delle quali infiltrate da mercenari del Golfo. Perfino il rapporto della Lega Araba ha dovuto ammettere che l'FSA sta uccidendo civili e forze dell'ordine e bombardando edifici, treni, gasdotti e oleodotti.

L'opposizione armata non dispone di un comando centrale, ha natura essenzialmente locale e non possiede armi pesanti. L'opposizione civile è scissa e manca di un qualsivoglia programma politico al di là del generico "il popolo vuole la caduta del regime" che prende esempio da piazza Tahrir.

4. Come si schierano i siriani?
Quelli che appoggiano il regime vedono un complotto americano/sionista – con la Turchia e parte dell'Europa nel ruolo di comparse – per disgregare la Siria. E considerano le bande di "terroristi" armati – infiltrate da stranieri – come le sole responsabili delle peggiori violenze.

I dissidenti e la frammentata opposizione civile erano sempre stati pacifici e disarmati. Poi hanno cominciato a ricevere protezione dai disertori che hanno portato con sé le armi leggere. Tutti liquidano la versione governativa come pura propaganda. Per loro i veri "terroristi" armati sono i sabbiha – spietate bande paramilitari pagate dal regime. I sabbiha (che significa "fantasmi") sono descritti essenzialmente come alawiti, cristiani e drusi, adulti ma anche adolescenti: portano occhiali scuri, scarpe da ginnastica bianche e fasce da braccio colorate, sono armati di coltelli, manganelli e usano tra loro nomi finti; i capi sono tizi palestrati che girano in Mercedes.

Anche i manifestanti sono divisi. Alle manifestazioni di protesta (muzaharat) il regime ha contrapposto processioni (masirat). Non è chiaro se la partecipazione fosse spontanea o frutto di coercizione. I media ufficiali siriani dipingono i manifestanti come agenti provocatori o mercenari e liquidano sbrigativamente le proteste contro lo stato di polizia e la privazione delle libertà politiche.

Un ulteriore fattore di divisione è il fatto che il bilancio delle vittime (a oggi più di 5000) fornito dall'ONU non distingue tra sostenitori e oppositori del regime e ignora gli oltre 2000 morti tra i soldati dell'esercito siriano (la Tv di Stato trasmette i loro funerali un giorno sì e uno no).

5. Cosa ne pensano i cristiani?
L'Occidente cristiano – che amava tanto andare a caccia di affari nel souq di Damasco – dovrebbe chiedersi cosa pensano i cristiani siriani delle proteste. I cristiani siriani hanno paura che i sunniti, una volta giunti al potere, mettano in atto misure repressive contro le minoranze (non solo i cristiani, ma anche i drusi e gli alawiti). Considerano la maggioranza dei sunniti come una massa di fanatici islamici "ignoranti" e "arretrati", completamente ignari della democrazia, dei diritti umani o della possibilità di un lento percorso negoziale verso la democrazia.

Questa massa di analfabeti, secondo i cristiani, vive in periferia, non rispetta (né comprende) la vita urbana, simpatizza per le bande armate e vuole uno Stato islamico (che poi è essenzialmente quello che vogliono per la Siria i sauditi). I sunniti laici criticano a loro volta i cristiani sottolineando che la maggior parte dei sunniti sono uomini d'affari e imprenditori dalla mentalità liberale che certamente non vogliono uno Stato islamico. Va evidenziato che l'opposizione è transconfessionale: tra i contestatori ci sono cristiani e perfino alawiti.

6. Qual è la strategia occidentale?
Borzou Daragahi, corrispondente del Financial Times, ha appena confermato che a Misrata, in Libia, le milizie hanno annunciato la morte di tre mercenari libici in Siria. Questi uomini del Consiglio nazionale di transizione libico erano arrivati in Siria – insieme a carichi d'armi sottratte dagli arsenali di Gheddafi – grazie ai cargo della NATO.

Come è stato riferito da Asia Times Online, sono ormai mesi che le forze speciali francesi e britanniche addestrano gli insorti siriani a Iskenderun, nella Turchia meridionale, mentre la CIA si occupa di fornire intelligence e sistemi di comunicazione.

Il Libero esercito siriano approfitta liberamente del poroso confine turco-siriano. La Turchia ha costruito vari campi profughi e Ankara ospita i leader del Consiglio nazionale siriano e del Libero esercito siriano. C'è anche il fronte giordano, vicino Daraa, città caratterizzata da una forte componente islamica (e arretrata). Ma il confine sirio-giordano è infestato di mine e pesantemente pattugliato, costringendo a una deviazione di 200 chilometri nel mezzo del deserto.

La maggior parte dei combattenti del Libero esercito siriano va e viene dal Libano. La rotta privilegiata per il contrabbando è quella che dal Nord della valle della Bekaa in Libano porta alle roccaforti dell'opposizione, le città a maggioranza sunnita di Homs e Hama. C'è poi un'altra rotta, che parte dal centro della valle della Bekaa e scende verso sud fino alla periferia di Damasco (questo spiega come si riforniscano le roccaforti dell'opposizione). Ma il tutto è molto pericoloso, perché nella valle della Bekaa è molto potente Hezbollah, alleato della Siria.

7. Chi sta vincendo?
Martedì scorso, durante i colloqui con il ministro degli Esteri russo Lavrov, Assad ha promesso una nuova costituzione ed elezioni in estate. Per quanto tiepido, è un tentativo di riforma.

Ma le solite "fonti governative" anonime hanno già fatto sapere alla CNN che la Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di simulare scenari di un possibile intervento militare diretto degli Stati Uniti a sostegno dei ribelli. Dunque un intervento NATO-Consiglio di cooperazione del Golfo rimane una concreta possibilità. Un'operazione false flag, orchestrata in modo da attribuirne la responsabilità al regime di Assad, potrebbe essere il perfetto casus belli.

8. E il legame Siria-Iran?
La Siria ha un'importanza cruciale per la sfera d'influenza iraniana nel Sud-Ovest asiatico, il fianco orientale della nazione araba. La Russia e la Cina, membri del BRICS, vogliono mantenere lo status quo perché comporterebbe un equilibrio di forze in grado di tenere a bada l'egemonia americana nella regione. Per la Cina, la continuità delle forniture petrolifere dall'Iran è una questione di estrema sicurezza nazionale. Inoltre, con gli Stati Uniti bloccati in Medio Oriente si rallenterà di molto il nuovo corso strategico – incentrato sull'Asia e soprattutto sul Mar Cinese Meridionale – tanto propagandato dall'amministrazione Obama e dal Pentagono.

Le élite di Washington considerano il cambio di regime in Siria uno strumento cruciale per nuocere all'Iran. La questione va ben oltre la Siria. Ecco cosa c'è in ballo: la distruzione del regime iraniano, che non è certo una satrapia occidentale; i flussi energetici Est-Ovest; il controllo esercitato dall'Occidente sul Consiglio di cooperazione del Golfo; l'intersezione tra i mondi arabo e persiano; la difesa del ruolo del petrodollaro. La Siria e l'Iran sono il terreno di uno scontro titanico tra NATO-GCC e Russia-Cina. Quando si sentono urlare iene e sciacalli, la dottrina della Full Spectrum Dominance del Pentagono è viva più che mai.

Nota:

mercoledì, febbraio 08, 2012

Escobar su Siria e doppio veto


La Siria e i "disgustosi" BRICS

di Pepe Escobar

Il doppio veto della Russia e della Cina, paesi membri del BRICS, alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che imponeva un cambio di regime in Siria è stato prevedibilmente accolto da un coro greco di "disgustati" e "offesi". La risoluzione era spalleggiata da quel paradiso della democrazia, la Lega del GCC (Gulf Cooperation Council, Consiglio di cooperazione del Golfo), organizzazione controllata dalle sei monarchie/emirati di quella che era precedentemente nota come Lega Araba.

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha definito il doppio veto "una farsa". Poi la Clinton ha diligentemente incitato "gli amici della Siria democratica" a continuare a lavorare per il cambiamento di regime, oggetto della risoluzione. Il copyright di questa idea è del liberatore della Libia, il neo-napoleonico presidente francese Nicolas Sarkozy, secondo il quale Parigi sta già lavorando alla creazione di un "Gruppo di amici del popolo siriano" per mettere in atto il piano della Lega Araba.

Puntuale, il fantoccio parigino Burhan Ghalyun, capo del Consiglio nazionale siriano (SNC) – l'organizzazione-ombrello che raggruppa le opposizioni – ha anch'egli evocato questi "amici del popolo siriano". Tutti sanno chi sono: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, Israele, il Qatar e l'Arabia Saudita. Con amici come questi il popolo siriano non ha bisogno di nemici.

Quei disgustosi BRICS
Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite e grande sostenitrice di R2P (Right to Protect), cioè dei bombardamenti umanitari, ha definito il doppio veto "disgustoso".

Anche le venerabili pietre della moschea di Umayyad a Damasco sanno che solo Washington ha potere di veto alle Nazioni Unite, soprattutto per proteggere il diritto dello Stato di Israele di uccidere uomini, donne e bambini palestinesi con bombe e carri armati senza doversi preoccupare delle risoluzioni ONU. [1]

La Russia (a gran voce) e la Cina (silenziosamente) erano state cristalline: scordatevi una risoluzione ONU che imponga un cambio di regime in Siria, o (peggio ancora) apra la strada a un bombardamento umanitario della NATO sulla falsariga dell'intervento in Libia.

La Russia ha le sue ottime ragioni geopolitiche per considerare la Siria un limite insuperabile; la Siria ospita l'unica base navale russa nel Mediterraneo, nel porto di Taurus, e compra le armi russe. Ma in realtà tutti i cinque paesi del BRICS – e la stragrande maggioranza del mondo in via di sviluppo – sono d'accordo: scordatevi le risoluzioni ONU promosse dai soliti sospetti USA-Gran Bretagna-Francia e dall'Arabia Saudita e dal Qatar.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sarà a Damasco questo martedì per discutere con il presidente Bashar al-Assad un piano serio per porre fine al bagno di sangue. Lavrov ha spiegato le ragioni del veto russo. Aveva mandato gli emendamenti alla bozza di risoluzione direttamente alla Clinton: "La razionalità e l'obiettività di questi emendamenti non dovrebbero lasciare dubbi". Ma è stato tutto inutile: la risoluzione è rimasta "unilaterale", senza porre condizioni ai gruppi armati antigovernativi. Lavrov ha sottolineato che "Nessun presidente che abbia rispetto per se stesso, indipendentemente da come viene trattato, acconsentirà a consegnare luoghi abitati a estremisti armati senza opporre resistenza". Pensate se Homs si trovasse in Texas.

Eppure, il Consiglio nazionale siriano adesso considera Mosca e Pechino resposabili di "omicidi e genocidio" e di aver dato al regime siriano la "licenza d'uccidere". Lavrov è rimasto imperturbabile: "Abbiamo detto ripetutamente che non stiamo proteggendo Assad ma il diritto internazionale. La prerogativa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non prevede ingerenze negli affari interni di un Paese".

Homs: chi sta uccidendo chi?
L'ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar Ja'afari ha seccamente smentito l'opposizione siriana, che aveva accusato le forze del regime di aver bombardato il quartiere di Khadiliya, a Homs: Ja'afari ha osservato che "nessuna persona di buon senso" lancerebbe un simile attacco la notte prima della riunione al Consiglio di Sicurezza. Senza indagini preliminari, la Francia ha gridato al "massacro" e al "crimine contro l'umanità". Come la condotta francese durante la guerra algerina? 

Per capire cosa ci sia in ballo, è fondamentale ricordare la natura delle defezioni dall'esercito siriano. I vertici dell'esercito siriano – membri del partito Ba'ath – sono quasi tutti Alawiti, la setta sciita (10% della popolazione). Questi non stanno disertando.
I disertori sono soprattutto soldati sunniti (70% della popolazione); stanno formando milizie in stile libico, pesantemente infiltrate da mercenari armati dal Consiglio del Golfo, e combattono contro le truppe governative. Il governo ha reagito colpendo i quartieri in cui vivono le famiglie di questi disertori. Il centro di Homs è oggi controllato dai ribelli.

Ma allora cosa sta succedendo a Homs? Di seguito riporterò alcuni estratti dall'e-mail di una fonte fidata, un siriano cristiano:
Molti siriani sono entusiasti del doppio veto, ma quello che preoccupa è Homs. L'opposizione ha fatto circolare voci a proposito di un massacro proprio prima del voto, citando centinaia di vittime... queste voci sono state incredibilmente riprese da tutti i telegiornali (che si fondano sul lavoro di "attivisti") senza alcuna verifica, per poi ridurre il numero a circa 33. Non hanno mai mostrato immagini di bombardamenti o di persone estratte dalle macerie o ferite... solo corpi puliti di uomini con mani e piedi legati, uccisi da un unico colpo d'arma da fuoco, vestiti della sola biancheria intima. Negli arsenali del governo siriano devono esserci bombe intelligentissime in grado di spogliare e legare le persone prima di sparar loro alla testa!!

Quello che sappiamo benissimo è che a Homs non è presente l'esercito. I miei genitori hanno lasciato la città e poi sono tornati sabato mattina, il giorno del presunto massacro, e non c'era niente. Di solito chiamano un numero (il 115) per sapere se le strade sono sicure, c'è un operatore che ti dice se puoi venire a Homs o no. Stavolta gli hanno detto di venire e infatti non hanno sentito né visto nulla. Questo naturalmente non significa che la maggior parte della città e soprattutto la città vecchia non è sotto il controllo di uomini armati. I vecchio quartiere in cui sono cresciuto (il Bustan al-Diwan, quartiere cristiano) è passato completamente sotto il controllo delle milizie. I video su YouTube mostrano come il Libero esercito siriano abbia spazzato via il posto di blocco dell'esercito nel quartiere vicino (Bab al-Dreib) per poi distruggere quello che controllava il nostro quartiere.

La gente del mio quartiere non si è lamentata di fastidi o problemi gravi, anche se i "rivoluzionari" hanno fatto irruzione in un paio di case abbandonate dagli abitanti pochi giorni prima o in quel momento, e anche in una scuola, nella sede del quotidiano di Homs (gestito dalla chiesa ortodossa da più di 100 anni) e in qualche ristorante, ma non ci sono state altre lamentele. Insomma, con quello che subiscono gli Alawiti, i Cristiani possono dirsi fortunati.

Molti credono che i corpi legati mostrati a Khalidiya e che sarebbero gli "uomini, donne e bambini" uccisi da un bombardamento dell'esercito siriano non siano altro che soldati siriani rapiti. Tutti Alawiti rapiti e non liberati (né scambiati). Quando il Libero esercito si mette a rapire gente, gli Alawiti cominciano a rapire anche loro per scambiare i prigionieri. Ma non funziona sempre, e i prigionieri che non sono serviti allo scambio sono spuntati, morti, a Khalidiya.

Fino a questo momento non c'è stata una vera offensiva dell'esercito siriano in città. I ribelli continuano ad attaccare altri posti di blocco. La gente non ha alcuna idea di quello che il governo intende fare a Homs. Mi sconvolge pensare che il mio quartiere possa diventare un terreno di battaglia e che molti miei amici siano costretti ad andarsene.
Questo resoconto collima con la spiegazione del giornalista Nir Rosen, autore dell'indispensabile Aftermath: Following the Bloodshed of America's Wars in the Muslim World: essenzialmente a Homs i ribelli hanno preso i posti di blocco delle truppe governative e queste ultime hanno bersagliato alcuni quartieri con colpi di mortaio. Secondo Rosen,
A Homs non si è combattuto, si è solo sparato da postazioni sicure (dal punto di vista del regime), il che suggerisce l'incapacità di attaccare Khalidiya con truppe governative... Nell'attacco non sono state uccise truppe dell'opposizione. A Khaldiyeh ci sono stati circa 130 morti e 800 feriti (non combattenti, come ho detto). È molta gente, ma a sentire le notizie si potrebbe pensare che Homs è stata distrutta, mentre di fatto questa offensiva può essere anche vista come un segno della debolezza del regime nella città.
Confrontate questo passo con quanto scrive la mia fonte siriana, preoccupata perché "la gente non ha alcuna idea di quello che il governo intende fare a Homs ".

Immaginate un'insurrezione armata in una città di medie dimensioni degli Stati Uniti; tutto il mondo ha visto come il sindaco miliardario Bloomberg ha gestito il movimento pacifico Occupy Wall Street. I "disgustosi" BRICS l'hanno detto chiaramente; la Siria non subirà un bombardamento umanitario della NATO e del Consiglio del Golfo. Ma la NATO e il Consiglio del Golfo possono portare a termine il piano B: gettare la Siria in una guerra civile.

Nota
1. Ecco una lista parziale dei veti degli Stati Uniti all'ONU.

Originale: Syria and those 'disgusting' BRICS

martedì, febbraio 07, 2012

Bhadrakumar: verso una guerra per procura con la Siria

Verso una guerra per procura con la Siria
di M. K. Bhadrakumar
Se si dovesse scegliere una data per segnare la fine dell'"era post-sovietica" nella politica mondiale, questa data potrebbe essere il 4 febbraio 2012. Il doppio veto di Russia e Cina alla bozza di risoluzione della Lega Araba a proposito della Siria nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite costituisce un evento spartiacque.
Curiosamente, il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha scelto lo stesso giorno del veto a New York per fare uno sgarbo alla Russia, dichiarando che – indipendentemente dalle obiezioni di Mosca – i primi elementi del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti (ABM) saranno operativi in Europa entro il mese di maggio, quando a Chicago si svolgerà il vertice dell'Alleanza.
Il primo doppio veto di Russia e Cina sulla questione siriana, espresso in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU lo scorso ottobre, aveva rappresentato una mossa coordinata per sventare una risoluzione di cui la NATO avrebbe potuto approfittare per lanciare un'operazione militare contro la Siria. Ma il nuovo veto a una mozione pensata per costringere il presidente siriano alle dimissioni assume un significato ancora maggiore.

Preparativi di una guerra per procuraLa situazione siriana è mutata rispetto allo scorso ottobre: si è decisamente trasformata in un terreno di lotta geopolitica sul futuro del regime iraniano, il controllo del petrolio mediorientale e la perpetuazione dell'influenza occidentale nell'area. La Russia e la Cina temono di poter essere estromesse dal Medio Oriente.
Dopo questo doppio veto, gli Stati Uniti e i loro alleati possono solo beffare il diritto internazionale e la carta delle Nazioni Unite e rovesciare il regime di Damasco. La possibilità che gli Stati Uniti desistano dal loro proposito di condurre un'operazione segreta in Siria esiste ma è remota. Secondo quanto scrive il funzionario della CIA Philip Giraldi sull'ultimo numero della rivista The American Conservative,
Nelle basi militari turche vicine a Iskenderum, al confine con la Siria, stanno atterrando aerei militari della NATO privi di contrassegni e carichi di armi prelevate dagli arsenali di Gheddafi e di uomini del Consiglio di transizione libico esperti nell'addestramento di volontari, abilità acquisita durante gli scontri con l'esercito libico. Iskenderum è anche sede del Libero esercito siriano, ala armata del Consiglio nazionale siriano. Sul posto si trovano anche addestratori delle forze speciali francesi e britanniche, mentre la CIA e i corpi speciali statunitensi forniscono attrezzature e intelligence utili ai ribelli per evitare concentrazioni di truppe siriane.
Giraldi aggiunge che sono gli stessi analisti della CIA a mostrarsi "scettici in merito alla guerra", perché sanno che il resoconto delle Nazioni Unite sulle vittime civili si basa principalmente su fonti dei ribelli e non è verificato. La CIA si è "rifiutata di confermare le voci" di defezioni in massa dall'Esercito siriano, e anche le descrizioni di furiose battaglie tra i disertori e i lealisti "sembrano essere un'invenzione, dato che poche defezioni sono state confermate da fonti indipendenti".

Se Washington conosce la reale situazione sul campo, la conoscono anche Mosca e Pechino. Per questo motivo sulla Siria si sta profilando uno scontro di volontà. Gli Stati Uniti e i loro alleati possono intensificare le operazioni segrete. Ma la Russia può anche aumentare i "costi" politici e militari di una guerra clandestina. Nel fine settimana il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto che Mosca farà "il possibile per sventare ingerenze pesanti in Siria", anche se "non può impedire un intervento militare negli affari interni siriani se un paese deciderà di farvi ricorso".

D'altro canto, l'Occidente non accetta l'arbitraggio della Russia e intende frustrare i ripetuti tentativi di Mosca di spingere al dialogo politico le fazioni e il governo siriano. Mosca sente che la reputazione politica del presidente Bashar Al-Assad si sta indebolendo mentre l'Occidente stima che la posizione russa stia diventando sempre meno sostenibile.

L'Occidente ha scelto invece di ignorare la posizione della Cina: sottovaluta infatti le pretese del dragone in Medio Oriente mentre prende sul serio l'orso, dati i considerevoli trascorsi di quest'ultimo nella regione. Per questo motivo la propaganda occidentale tende a presentare la Russia come un ostacolo alle riforme democratiche e al cambiamento in Medio Oriente. L'ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Susan Rice ha scelto attentamente le parole affermando a gran voce il proprio "disgusto" per il veto russo.

La Russia è decisa a non farsi trascinare in guerre conto terzi destinate a prosciugare risorse. L'Occidente invece è tranquillo, dato che il ricchissimo emiro del Qatar è pronto a finanziare le operazioni. Inoltre, abbandonare un alleato tradizionale in una situazione difficile potrebbe gravemente intaccare l'immagine della Russia nel Medio Oriente proprio quando sta per scatenarsi un nuovo scontro geopolitico destinato ad avere conseguenze globali a lungo termine. Impedire alla Russia – una potenza energetica – di sviluppare rapporti cordiali con le oligarchie petrolifere del Golfo è stata una delle priorità strategiche dell'Occidente degli ultimi decenni.

Intanto Lavrov e il capo dei servizi segreti russi, Michail Fradkov, saranno a Damasco martedì. Domenica il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che "la Russia, in accordo con altri Paesi, è fermamente intenzionata a perseguire nel modo più rapido possibile la stabilizzazione della situazione in Siria mediante la più rapida attuazione di trasformazioni democratiche da troppo tempo attese".

La dichiarazione auspicava una continuazione della missione di osservazione della Lega Araba in Siria, "che ha dimostrato la propria efficacia nel disintensificare le violenze". La sensazione di emergenza è tangibile, ma è certo che l'Occidente farà di tutto per vanificare la missione di Lavrov.

L'Occidente però non sa ancora se passare all'azione perché al momento il suo interlocutore, Burhan Ghalioun del cosiddetto Consiglio nazionale siriano (esule e professore alla Sorbona) è ancora scarsamente accettato nel suo paese. È problematico perfino il suo ritorno a Damasco. E tutto questo mentre in Siria si infiamma la guerra civile. Dunque la situazione sta prendendo rapidamente la forma di un conflitto per procura in un clima da Guerra Fredda.

Anche il contesto mette in evidenza parallelismi inquietanti. La Cina risente delle pressioni degli Stati Uniti, che hanno dichiarato il proprio "interesse strategico" per l'Asia.

'Le preoccupazioni russo-cinesi'
Dopo avere creato una base militare in Australia, Washington sta trattando con Manila per aumentare la presenza militare americana nel Sud-Est asiatico. Sono passati vent'anni da quando le forze armate americane hanno dovuto lasciare Subic Bay, la loro base più grande nel Pacifico.
Nel fine settimana, alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, Pechino ha manifestato il proprio disappunto al proposito. Il vice ministro degli Esteri Zhang Zhijun ha perentoriamente invitato "i paesi non asiatici" a desistere dai tentativi di "enfatizzare obiettivi militari e di sicurezza, creare tensioni e intensificare la propria presenza militare" e di imporsi nella regione. "La volontà asiatica va rispettata", ha aggiunto, mettendo in guardia contro "ogni tentativo di distorcere le norme internazionali". Zhang ha sottolineato che l'ascesa dell'Asia "è portatrice di un maggiore equilibrio nella struttura di potere internazionale".

È significativo che il quotidiano di Pechino The Global Times abbia anch'esso recentemente osservato che la bellicosa proiezione della potenza militare statunitense non lascia a Pechino e a Mosca altra scelta che quella di reagire:
Finora Mosca e Pechino hanno adottato una posizione relativamente moderata, benché la NATO tenti di espandere la propria presenza strategica nell'Europa Orientale e gli Stati Uniti stiano rafforzando le proprie alleanze militari in Asia. Ma le due potenze non possono indietreggiare per sempre. I rapporti con gli Stati Uniti sono stati difficili per entrambe. Pechino e Mosca non vogliono alimentare dubbi sui loro rapporti. Nei due paesi un numero crescente di persone ora auspica un'"alleanza" Mosca-Pechino. La Russia e la Cina dispongono di contromisure nei confronti degli Stati Uniti, e sono in grado di scoraggiare gli alleati degli americani. Se intendono concretamente unire le forze, gli equilibri su molte questioni mondiali cominceranno a spostarsi.
Intanto i legami tra Mosca e l'Occidente si sono logorati. I negoziati Stati Uniti-Russia sull'ABM si trovano in una situazione di stallo. Mosca ha chiesto la garanzia reciprocamente vincolante che il dispiegamento dell'ABM in Europa non influenzerà la deterrenza strategica russa, ma Washington ha respinto la richiesta.

Dmitrij Rogozin, vice primo ministro russo, ha detto recentemente a Mosca che gli Stati Uniti e i loro alleati NATO attualmente dispongono di 1000 missili capaci di intercettare i missili balistici intercontinentali russi, coprendo tutta la Russia europea fino agli Urali. Ha detto:
Non c'è alcuna garanzia che dopo il completamento della prima, della seconda e della terza fase [del progetto ABM] non ce ne saranno una quarta, una quinta e una sesta. Credete davvero che bloccheranno tutte le loro tecnologie a partire dal 2020? Sciocchezze! Continueranno a sviluppare e a migliorare i parametri tecnici dei loro missili intercettori e dei loro sistemi di allarme antimissile...

Il fatto che il sistema di difesa antimissile sia in grado di colpire missili strategici e il fatto che quelle basi e quella flotta vengano posizionati nei mari nordici dimostrano la natura evidentemente antirussa della difesa missilistica statunitense.
Chiaramente il doppio veto russo e cinese sulla risoluzione siriana costituisce una sfida coordinata agli Stati Uniti che si apprestano a marciare trionfalmente dalla Libia alla Siria e all'Iran. Lavrov si è consultato con la sua controparte cinese Yang Jiechen appena prima del voto al Consiglio di Sicurezza. Esprimendo il suo veto, l'ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Li Baodong ha detto: "La Cina appoggia gli emendamenti proposti dalla Russia".

L'agenzia di stampa Xhinhua ha commentato che il doppio veto "serve a far sì che si continui a cercare una una soluzione pacifica" in Siria e "si prevengano soluzioni potenzialmente drastiche e rischiose". Ha inoltre esposto chiaramente le "preoccupazioni russo-cinesi" a proposito della Siria. Le analisi cinesi sottolineano che la "globalizzazione ha creato una nuova logica nelle relazioni internazionali" e che la Siria è un'arena cruciale per l'Occidente, che ambisce a trasformare il Medio Oriente in una propria sfera di influenza.

Originale: Run-up to proxy war over Syria

mercoledì, febbraio 01, 2012

La campagna


di Eugene Ivanov

Il capo dello staff elettorale di Vladimir Putin, Stanislav Govoruchin, ha concesso un'intervista al quotidiano Izvestija nella quale ha rivelato alcuni interessanti dettagli sulla corsa di Putin per il terzo mandato.

Innanzitutto Govoruchin ha criticato il presidente Dmitrij Medvedev, proprio colui che ha candidato Putin alla presidenza, accusandolo di non fare campagna elettorale per lui. Govoruchin non ha tutti i torti, ma non è chiaro quale potesse essere l'importanza di un Medvedev in panchina. Putin non ha veramente bisogno del sostegno di Medvedev: le sue percentuali di consenso sono più alte di quelle del presidente uscente. D'altro canto, l'assenza di Medvedev dalla campagna alimenta le dicerie su crescenti divergenze tra i membri del disastrato "tandem". È certo che, ignorando la campagna di Putin, Medvedev non aumenta le proprie probabilità di diventare primo ministro nella futura amministrazione.

In secondo luogo, Govoruchin ha ammesso che scegliendo di basare la sua campagna presidenziale sulla piattaforma del Fronte popolare panrusso Putin ha deciso di prendere le distanze dal partito Russia Unita, del quale è presidente. Questo demoralizza i funzionari del partito, soprattutto nelle regioni, e li mette in una posizione difficile. Russia Unita è come l'edera, incapace di stare su da sola. Può esistere solo strisciando sul corpo di un "leader nazionale". Gli edinorossy [i membri di Russia Unita, N.d.T.] fingono ancora di credere che l'avvicinamento di Putin al Fronte sia un breve flirt dettato dall'opportunismo e da considerazioni puramente tattiche, e che dopo la vittoria elettorale Putin rientrerà nella compagine del partito. Se non dovesse accadere – per esempio perché Putin ha piani a lungo termine che coinvolgono il Fronte o decide di diventare un presidente "di tutti" – Russia Unita è spacciata. Crollerà al primo tentativo di riformarla.

In terzo luogo, Govoruchin ha ammesso che lo staff elettorale da lui presieduto non è altro che una facciata, mentre le decisioni che contano vengono prese da uno staff ombra guidato dal vice capo dell'amministrazione presidenziale Vjačeslav Volodin. Date le realtà politiche della Russia, non ha senso discutere la legalità di questa soluzione. Bisognerebbe tuttavia chiedersi come Medvedev possa fare il presidente quando la sua amministrazione si occupa di condurre la campagna presidenziale del suo primo ministro.

Come tutti i burocrati russi efficienti, Volodin è molto schivo in pubblico e preferisce comandare nell'ombra. Un messaggio che avrebbe mandato ai governatori regionali conteneva due ordini: rendere le elezioni del 4 marzo il più possibile trasparenti e garantire la vittoria di Putin al primo turno. Un cinico osserverebbe che una cosa esclude l'altra. E tuttavia il messaggio di Volodin è chiarissimo per i suoi scaltri destinatari: il 4 marzo Putin deve prendere più del 50% dei voti senza offrire alle opposizioni alcuna prova tangibile di brogli elettorali.

Ed è qui che entrano in gioco le agenzie di sondaggi. Una di esse, VCIOM, ha riferito che il numero di russi intenzionati a votare per Putin ha avuto un balzo in avanti del 7% nelle prime due settimane dell'anno per raggiungere al 52% il 14 gennaio. Tuttavia il direttore generale di VCIOM, Valerij Fëdorov, ha invitato i sostenitori del candidato a non diventare troppo sicuri di sé. Fedorov ha espresso la sua osservazione durante un incontro sponsorizzato dal Fronte popolare panrusso di Putin: strana scelta per un uomo i cui sondaggi verranno usati per provare l'autenticità dei risultati elettorali.

Le altre due principali agenzie di sondaggi russe, FOM e Levada, hanno dato percentuali di gradimento leggermente più basse, rispettivamente il 44% e il 37%. Nonostante le cifre ancora più basse fornite dai sondaggisti dell'opposizione, i dati suggeriscono che la vittoria di Putin al primo turno è praticamente assicurata.

Le differenze tra le tre previsioni sembrano comunque suggerire che il Cremlino non sa ancora quanti voti dovrà prendere Putin il 4 marzo. Una percentuale vicina al 53% ottenuto da Putin nel 2000 verrà vista come un grave colpo alla sua reputazione di "leader nazionale" e potrebbe spingere le élite più conservatrici a mettere in discussione la capacità di Putin di proteggere i loro privilegi politici ed economici. D'altro canto, un risultato più vicino al 71% ottenuto da 2004 potrebbe rendere più combattivi i detrattori del regime e condurre all'intensificazione delle proteste di massa. La decisione finale dovrebbe essere presa verso la fine del mese e tener conto di vari fattori, tra cui la relativa forza delle manifestazioni pro- e anti-Putin.

Una volta fissato il numero di voti a cui puntare, quel numero verrà subito comunicato a VCIOM, FOM e Levada per essere utilizzato nei sondaggi pre-elettorali e negli exit poll.

Originale: The Campaign, 1° febbraio 2012.