giovedì, febbraio 09, 2012

La Siria in uno specchio oscuro

La Siria in uno specchio oscuro 

di Pepe Escobar

L'attuale dramma siriano non può essere ridotto alla netta contrapposizione hollywoodiana tra "buoni e cattivi". La sospensione della missione di osservazione della Lega Araba; il doppio veto di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU; l'intensificazione delle violenze soprattutto a Homs e in alcune zone di Damasco: tutto induce il mondo in via di sviluppo a temere un'insurrezione armata incoraggiata e sostenuta dall'Occidente come quella che ha gettato nel caos la Libia, un paese "liberato" ora in mano a milizie armate. Una guerra civile in Siria aprirebbe la porta a un conflitto più esteso e devastante.

Cerchiamo di vederci più chiaro.

1. Perché il regime di Bashar al-Assad non è caduto?
Perché la maggioranza della popolazione siriana continua ad appoggiarlo: il 55%, secondo un sondaggio che risale alla metà di dicembre ed è stato finanziato dalla Qatar Foundation. Si veda l'articolo "Arabs want Syria's President Assad to go - opinion poll" [1], e si noti come il titolo sia fuorviante.

Assad può contare sull'esercito (i vertici non hanno subito defezioni), sull'élite finanziario-commerciale e sulla classe media delle grandi città, Damasco e Aleppo; sui sunniti laici con un buon livello di istruzione; e su tutte le minoranze, dai cristiani ai curdi e ai drusi. Anche i siriani favorevoli all'uscita di scena di Assad – e che non siano estremisti islamici – rifiutano le sanzioni occidentali e il bombardamento umanitario stile NATO.

2. Assad è "isolato"?
Per quanto il Segretario di Stato Hillary Clinton possa auspicarlo, per quanto la Casa Bianca sottolinei che "Assad deve cessare immediatamente la campagna di uccisioni e di crimini contro il suo popolo" e "deve farsi da parte", no, Assad non è isolato. La "comunità internazionale" che propone il cambiamento di regime in Siria è costituita dalla NATO e dal GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo), o, per essere più precisi, da Washington, Londra, Parigi e dagli emirati del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita e Qatar.

La Turchia sta conducendo un gioco molto ambiguo; ospita una base NATO nella provincia di Hatay, vicino al confine siriano, e nello stesso tempo offre esilio ad Assad. Anche lo Stato di Israele è perplesso; preferisce il diavolo che già conosce a un regime post-Assad prevedibilmente ostile e capeggiato dai Fratelli musulmani.

Assad è appoggiato dall'Iran; dal governo di Baghdad (l'Iraq si è rifiutato di imporre sanzioni); dal Libano (stessa cosa); e soprattutto dalla Russia (che non vuole perdere la base navale di Tartus) e dalla Cina (partner commerciale). Questo significa che l'economia siriana non sarà strangolata dalle sanzioni (inoltre il Paese è abituato a vivere sotto le sanzioni e non deve preoccuparsi del debito nazionale). Il BRICS è stato chiarissimo: la crisi siriana deve essere risolta esclusivamente dai siriani.

3. Qual è il gioco dell'opposizione?
Il Consiglio nazionale siriano (SNC), un'organizzazione-ombrello guidata dall'esule parigino Barhoun Galyan, dice di rappresentare tutte le forze dell'opposizione ma in Siria è losco e poco credibile. L'SNC è affiliato al Libero esercito siriano (FSA), composto da disertori sunniti ma prevalentemente frammentato in bande armate, alcune delle quali infiltrate da mercenari del Golfo. Perfino il rapporto della Lega Araba ha dovuto ammettere che l'FSA sta uccidendo civili e forze dell'ordine e bombardando edifici, treni, gasdotti e oleodotti.

L'opposizione armata non dispone di un comando centrale, ha natura essenzialmente locale e non possiede armi pesanti. L'opposizione civile è scissa e manca di un qualsivoglia programma politico al di là del generico "il popolo vuole la caduta del regime" che prende esempio da piazza Tahrir.

4. Come si schierano i siriani?
Quelli che appoggiano il regime vedono un complotto americano/sionista – con la Turchia e parte dell'Europa nel ruolo di comparse – per disgregare la Siria. E considerano le bande di "terroristi" armati – infiltrate da stranieri – come le sole responsabili delle peggiori violenze.

I dissidenti e la frammentata opposizione civile erano sempre stati pacifici e disarmati. Poi hanno cominciato a ricevere protezione dai disertori che hanno portato con sé le armi leggere. Tutti liquidano la versione governativa come pura propaganda. Per loro i veri "terroristi" armati sono i sabbiha – spietate bande paramilitari pagate dal regime. I sabbiha (che significa "fantasmi") sono descritti essenzialmente come alawiti, cristiani e drusi, adulti ma anche adolescenti: portano occhiali scuri, scarpe da ginnastica bianche e fasce da braccio colorate, sono armati di coltelli, manganelli e usano tra loro nomi finti; i capi sono tizi palestrati che girano in Mercedes.

Anche i manifestanti sono divisi. Alle manifestazioni di protesta (muzaharat) il regime ha contrapposto processioni (masirat). Non è chiaro se la partecipazione fosse spontanea o frutto di coercizione. I media ufficiali siriani dipingono i manifestanti come agenti provocatori o mercenari e liquidano sbrigativamente le proteste contro lo stato di polizia e la privazione delle libertà politiche.

Un ulteriore fattore di divisione è il fatto che il bilancio delle vittime (a oggi più di 5000) fornito dall'ONU non distingue tra sostenitori e oppositori del regime e ignora gli oltre 2000 morti tra i soldati dell'esercito siriano (la Tv di Stato trasmette i loro funerali un giorno sì e uno no).

5. Cosa ne pensano i cristiani?
L'Occidente cristiano – che amava tanto andare a caccia di affari nel souq di Damasco – dovrebbe chiedersi cosa pensano i cristiani siriani delle proteste. I cristiani siriani hanno paura che i sunniti, una volta giunti al potere, mettano in atto misure repressive contro le minoranze (non solo i cristiani, ma anche i drusi e gli alawiti). Considerano la maggioranza dei sunniti come una massa di fanatici islamici "ignoranti" e "arretrati", completamente ignari della democrazia, dei diritti umani o della possibilità di un lento percorso negoziale verso la democrazia.

Questa massa di analfabeti, secondo i cristiani, vive in periferia, non rispetta (né comprende) la vita urbana, simpatizza per le bande armate e vuole uno Stato islamico (che poi è essenzialmente quello che vogliono per la Siria i sauditi). I sunniti laici criticano a loro volta i cristiani sottolineando che la maggior parte dei sunniti sono uomini d'affari e imprenditori dalla mentalità liberale che certamente non vogliono uno Stato islamico. Va evidenziato che l'opposizione è transconfessionale: tra i contestatori ci sono cristiani e perfino alawiti.

6. Qual è la strategia occidentale?
Borzou Daragahi, corrispondente del Financial Times, ha appena confermato che a Misrata, in Libia, le milizie hanno annunciato la morte di tre mercenari libici in Siria. Questi uomini del Consiglio nazionale di transizione libico erano arrivati in Siria – insieme a carichi d'armi sottratte dagli arsenali di Gheddafi – grazie ai cargo della NATO.

Come è stato riferito da Asia Times Online, sono ormai mesi che le forze speciali francesi e britanniche addestrano gli insorti siriani a Iskenderun, nella Turchia meridionale, mentre la CIA si occupa di fornire intelligence e sistemi di comunicazione.

Il Libero esercito siriano approfitta liberamente del poroso confine turco-siriano. La Turchia ha costruito vari campi profughi e Ankara ospita i leader del Consiglio nazionale siriano e del Libero esercito siriano. C'è anche il fronte giordano, vicino Daraa, città caratterizzata da una forte componente islamica (e arretrata). Ma il confine sirio-giordano è infestato di mine e pesantemente pattugliato, costringendo a una deviazione di 200 chilometri nel mezzo del deserto.

La maggior parte dei combattenti del Libero esercito siriano va e viene dal Libano. La rotta privilegiata per il contrabbando è quella che dal Nord della valle della Bekaa in Libano porta alle roccaforti dell'opposizione, le città a maggioranza sunnita di Homs e Hama. C'è poi un'altra rotta, che parte dal centro della valle della Bekaa e scende verso sud fino alla periferia di Damasco (questo spiega come si riforniscano le roccaforti dell'opposizione). Ma il tutto è molto pericoloso, perché nella valle della Bekaa è molto potente Hezbollah, alleato della Siria.

7. Chi sta vincendo?
Martedì scorso, durante i colloqui con il ministro degli Esteri russo Lavrov, Assad ha promesso una nuova costituzione ed elezioni in estate. Per quanto tiepido, è un tentativo di riforma.

Ma le solite "fonti governative" anonime hanno già fatto sapere alla CNN che la Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di simulare scenari di un possibile intervento militare diretto degli Stati Uniti a sostegno dei ribelli. Dunque un intervento NATO-Consiglio di cooperazione del Golfo rimane una concreta possibilità. Un'operazione false flag, orchestrata in modo da attribuirne la responsabilità al regime di Assad, potrebbe essere il perfetto casus belli.

8. E il legame Siria-Iran?
La Siria ha un'importanza cruciale per la sfera d'influenza iraniana nel Sud-Ovest asiatico, il fianco orientale della nazione araba. La Russia e la Cina, membri del BRICS, vogliono mantenere lo status quo perché comporterebbe un equilibrio di forze in grado di tenere a bada l'egemonia americana nella regione. Per la Cina, la continuità delle forniture petrolifere dall'Iran è una questione di estrema sicurezza nazionale. Inoltre, con gli Stati Uniti bloccati in Medio Oriente si rallenterà di molto il nuovo corso strategico – incentrato sull'Asia e soprattutto sul Mar Cinese Meridionale – tanto propagandato dall'amministrazione Obama e dal Pentagono.

Le élite di Washington considerano il cambio di regime in Siria uno strumento cruciale per nuocere all'Iran. La questione va ben oltre la Siria. Ecco cosa c'è in ballo: la distruzione del regime iraniano, che non è certo una satrapia occidentale; i flussi energetici Est-Ovest; il controllo esercitato dall'Occidente sul Consiglio di cooperazione del Golfo; l'intersezione tra i mondi arabo e persiano; la difesa del ruolo del petrodollaro. La Siria e l'Iran sono il terreno di uno scontro titanico tra NATO-GCC e Russia-Cina. Quando si sentono urlare iene e sciacalli, la dottrina della Full Spectrum Dominance del Pentagono è viva più che mai.

Nota:

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