domenica, febbraio 19, 2012

L'ultimo articolo sulla Libia di Anthony Shadid


La Libia incapace di contenere le milizie nel caos dilagante

di Anthony Shadid


TRIPOLI, Libia, 8 febbraio 2012 – I miliziani pensavano di agire con le migliori intenzioni. Hanno attaccato un'altra milizia in una base litoranea, questa settimana, per liberare una donna che era stata rapita. Quando le armi hanno brevemente taciuto la scena è apparsa caotica come la rivoluzione libica in questi giorni: un governo la cui autorità non va oltre le cariche ufficiali, milizie rese spavalde dalle troppe armi a disposizione, una popolazione civile sempre più esasperata dagli spari che bucano la notte.
La donna rapita è stata presto liberata, la base presa. Poi è cominciato il saccheggio.
"Non si porta via niente!" gridava uno dei miliziani, tentando di imporre la disciplina.
Vengono invece portate via granate, mitragliatrici arrugginite, caricatori, lanciagranate, una cassa di bottiglie d'acqua e un acquario incongruamente sistemato su un motorino. I membri di cinque o sei milizie hanno portato via tutto, sparando in aria. Si sono disputati le auto saccheggiate e poi le hanno crivellate di colpi.
"Questa è distruzione pura e semplice!" si lamentava Nouri Ftais, comandante cinquantunenne, dando prova di raro buon senso. "Stiamo distruggendo la Libia con le nostre mani."

Il paese che ha assistito alla rivoluzione più travolgente del mondo arabo sta ora sprofondando. Lo stesso vale per la sua capitale, tornata a una parvenza di normalità dopo i giorni caotici della caduta di Tripoli, lo scorso agosto. Ma nessuno considererebbe normale una città nella quale i miliziani hanno torturato a morte un civilissimo ex diplomatico, due settimane fa, nella quale centinaia di rifugiati considerati leali al Colonnello Gheddafi sono stati abbandonati in un campo profughi e nella quale un funzionario del governo ha riconosciuto che "la libertà è un problema". La scena di mercoledì è stata deplorevole, forse perché la discordia è così comune.
"Accadono cose veramente deprimenti", ha detto Ashur Shamis, consigliere del primo ministro ad interim Abdel-Rahim el-Keeb. "Ma abbiamo la bizzarra convinzione di poter superare in qualche modo questa situazione."

A Tripoli c'è ancora un po' di ottimismo, anche grazie alle ricchezze petrolifere del Paese. Ma il governo di Keeb, formato il 28 novembre, si è ritrovato praticamente paralizzato dalle rivalità che lo hanno costretto a spartire variamente il potere in base a provenienza geografica e ascendente personale, dalla speranza irrealizzabile che la caduta del Colonnello Gheddafi potesse portare prosperità e da un'impotenza così marcata che l'esercito nazionale viene considerato una milizia tra le tante.
Il governo ha potuto fare poco per gli scontri del mese scorso a Bani Walid, già roccaforte di Gheddafi, e tra le città sui monti Nafusah, dove guerriglieri rivali, tutti sedicenti rappresentanti della rivoluzione, hanno regolato i conti con pistole, granate e artiglieria.
"È un governo di crisi" ha detto Shamis nel suo ufficio tutto vetri e cromature. "È impossibile far contenti tutti."

I graffiti di Tripoli giocano ancora sul memorabile discorso tenuto dal Colonnello Gheddafi lo scorso anno, quando ha giurato di combattere casa per casa, vicolo per vicolo. "Voi chi siete?" aveva detto provocatoriamente, quasi a offrire la sua migliore imitazione di Tony Montana. "Io chi sono?" è la risposta scritta sulla sua caricatura.
Dalle parti dell'ufficio di Shamis è apparso un nuovo slogan. "Dove siete?", chiede.
La domanda sottolinea il problema della legittimità, che nella Libia rivoluzionaria rimane il più pressante. La autorità sperano che le elezioni a maggio o a giugno riescano a fare quello che hanno fatto in Egitto e in Tunisia: conferire autorità a un organo eletto che possa dirsi rappresentante della volontà popolare. Ma l'Iraq fa da contrappunto. Là le elezioni seguite all'invasione americana hanno esasperato le divisioni così pericolosamente da contribuire allo scoppio di una guerra civile.

Qui permane una sensazione di entropia. Alcuni funzionari pubblici sono rimasti senza salario per un anno e Shamis ha ammesso che il governo non sa come introdurre sufficiente denaro nell'economia perché la gente comune possa sentirne i benefici. Gli abitanti di Tripoli lamentano una mancanza di trasparenza nelle decisioni governative. I ministeri appaiono ancora paralizzati dall'abitudine, instillata durante la dittatura, di rimettere tutte le decisioni ai vertici.
"Stanno seduti, bevono caffè, stendono bozze di progetti destinati a restare nel regno della loro fantasia”, dice Israa Ahwass, vent'anni, studente di farmacia all'Università di Tripoli, il cui edificio è sorvegliato da un gruppo di miliziani.
"Come si fa a cambiare la gente dalla sera al mattino?" la interrompe la sua amica, Naima Mohammed, anche lei studente di farmacia. "Sono stati 42 anni di ignoranza."
"Non muovono un dito", commenta Israa Ahwass.

Come la Tunisia a ovest e l'Egitto a est, la Libia sta facendo i conti con una diversità che il Colonnello Gheddafi negò così strenuamente da tentare di convincere la minoranza berbera di essere di fatto araba. La rivoluzione ha le sue variazioni sul tema, appelli che rispecchiano la paura della divisione sociale: "No alla discordia" e "No al tribalismo", dichiarano gli slogan che decorano le strade.
Tutti alludono alla verità evocata dall'autore libico Hisham Matar nel suo primo romanzo, Nessuno al mondo, quando scrive che "il nazionalismo è come un filo sottile: sarà per questo che molti sono convinti di doverlo difendere strenuamente". Il potere qui ha tanti strati: è imposto da milizie che rappresentano città che stanno altrove, a Ovest, quartieri della capitale, perfino singole strade.

"Dove sta la legge?" chiede asked Ashraf al-Kiki, un venditore che si è rivolto alla polizia, al Consiglio militare di Tripoli e a una milizia di Zintan per chiedere un risarcimento dopo che la sua auto è stata rubata dai miliziani. Il profumo dei suoi kebab si mescola all'inno nazionale che esce dagli altoparlanti. "Qui comanda la forza, non la legge."

All'aeroporto di Tripoli a dettar legge è la potente milizia di Zintan, una città di montagna a sud della capitale che ha svolto un ruolo importante nella caduta di Tripoli e tiene ancora prigioniero il figlio più in vista di Gheddafi, Seif al-Islam. La milizia dice di avere 1000 uomini all'aeroporto; lì Abdel-Mawla Bilaid, comandante cinquantenne in corvè, ripete le dichiarazioni del governo che ha contribuito a rovesciare: "Va tutto bene al cento per cento".
Shamis, il consigliere del premier, ha ammesso l'incapacità del governo di intervenire in merito alla milizia. "Per ora lasciamola dove sta" ha detto.
La pensa così anche il comandante Bilaid. "Non abbiamo motivo d'andarcene" dice. "Il popolo libero vuole che restiamo qui."

Le milizie si stanno rivelando il vero flagello del periodo post-rivoluzionario. Benché abbiano smantellato la maggior parte dei posti di blocco nella capitale, restano una forza, qui e altrove. Un ricercatore di Human Rights Watch ha stimato che nella città costiera di Misurata, scenario della battaglia forse più feroce della rivoluzione, ci sono 250 diverse milizie. Negli ultimi mesi queste milizie sono diventate tra le più odiate del paese.
Gli abitanti dicono che alcuni miliziani hanno cercato di far rispettare la legge e l'ordine pubblico di fronte all'impotenza del governo. Milizie di Bengasi e Zintan stanno tentando di proteggere un campo profughi di 1500 persone cacciate dalle loro abitazioni a Tawergha da truppe militari di Misurata, che le accusavano di aver contribuito all'attacco di Gheddafi contro la loro città. Da quando i tawerghani sono giunti nel campo profughi, che un tempo ospitava lavoratori edili turchi, i miliziani di Misurata hanno organizzato cinque o sei irruzioni, nonostante la presenza delle altre milizie, arrestando decine di persone. Molte di queste non sono ancora state liberate.
"Niente può trattenere quelli di Misurata" dice Jumaa Ageela, un anziano.
Secondo Bashir Brebesh lo stesso può dirsi delle milizie di Tripoli. Il 19 gennaio suo padre Omar, 62 anni, ex diplomatico libico a Parigi, è stato chiamato per essere interrogato da miliziani di Zintan. Il giorno dopo i familiari hanno trovato il suo corpo in un ospedale di Zintan. Aveva il naso e le costole rotti. Gli erano state strappate le unghie dei piedi, aveva il cranio fratturato e il corpo mostrava segni di bruciature di sigaretta.
La milizia ha detto ai familiari che i responsabili erano stati arrestati, cosa ben poco consolante. "Ci sentiamo soli", dice Brebesh, 32 anni, che fa il neurologo in Canada ed è rientrato quando ha saputo della morte del padre. "Si assumono il ruolo di poliziotto, giudice e boia", dice. Inspira profondamente, poi aggiunge: "Non avevano abbastanza dignità da sparagli semplicemente un colpo alla testa? È mostruoso. Gli è piaciuto sentirlo gridare?"

Il governo ha ammesso la tortura e gli arresti, ma riconosce che la polizia e il ministero della Giustizia non sono in grado di fermare le milizie. Martedì ha diffuso un sms in cui chiedeva alle milizie di fermarsi.
"C'è una percentuale allarmante di persone morte in condizioni di detenzione", ha detto Peter Bouckaert, direttore del pronto soccorso di Human Rights Watch che lo scorso mese ha raccolto dati sulla Libia. "Se stesse accadendo sotto una dittatura araba sarebbe uno scandalo."

Nella base litoranea il saccheggio si è concluso prima di mezzanotte. Nel complesso che un tempo apparteneva al figlio di Gheddafi, Saadi, non è rimasto praticamente nulla: un berretto rosso, una batteria d'automobile, una cassa di munizioni arrugginita e una bottiglia vuota di vino tunisino.
Poi, come succede quasi ogni notte, i miliziani sono tornati per disputarsi altri punti della città e marcare il territorio. I loro spari hanno risuonato lungo la costa mediterranea nelle prime ore dell'alba come una burrasca invernale. Al buio nessuno era in grado di leggere gli slogan di piazza Quds: "Poiché il prezzo è stato il sangue dei nostri figli, uniamoci, mostriamo tolleranza e viviamo insieme". Al buio nessuno sapeva chi stesse sparando a chi.

"Cos'hanno?" chiede Mahmoud Mgairish. Si trova nei pressi della piazza, il mattino dopo, sotto un debole sole che sembra lavare le strade. "Non so dove sta andando questo paese", prosegue. "Giuro su Dio che non vedo una soluzione."

Originale: Libya Struggles to Curb Militias as Chaos Grows, "The New York Times".

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