domenica, marzo 04, 2012

Putin e le élite


di Eugene Ivanov

Quando i sostenitori del Primo ministro Vladimir Putin dicono che alle prossime elezioni presidenziali "non esistono alternative a Putin" non si riferiscono tanto all'ovvia debolezza degli altri candidati. "Non esistono alternative a Putin" è un concetto più ampio: significa che tra tutti gli esseri viventi Putin è la sola persona che ha l'esperienza e le competenze per fare il Presidente della Russia. In parte questa convinzione deriva dalla storica tradizione russa che vuole un "leader nazionale" alla guida del Paese e in parte riflette gli interessi di persone che hanno beneficiato dell'attuale regime: burocrati, apparatčik di Russia Unita, uomini d'affari leali.
È comunque difficile negare che Putin è stato uno degli statisti di maggior successo della storia russa. Naturalmente si può discutere all'infinito se il crollo della Russia che avrebbe avuto il merito di sventare fosse davvero imminente; o se all'origine della solida crescita economica degli anni 2000-2008 ci fosse l'aumento del prezzo del petrolio più che la gestione Putin. Una cosa è chiara: nel 2000 Putin comprese gli umori, le richieste e le aspettative dell'opinione pubblica. Capì anche quale tipo di leadership servisse allora alla Russia – tenendo conto delle sue realtà politiche ed economiche – e fu in grado di fornirla. Un punto a suo favore è sempre stata la sua fama di "uomo vero", sobrio e lavoratore, e di comunicatore efficace.
Meno riconosciuta, come fattore cruciale del successo di Putin, è stata la sua capacità di mantenere il consenso tra le élite russe. Putin ha saputo svolgere efficacemente il ruolo di arbitro supremo, supervisionando una complessa rete di interazioni tra diversi interessi personali e spesso mafiosi: le fazioni dell'“energia” e della “finanza”; i “čekisti” e i “giuristi”; i “liberali” e i “conservatori”. Ascoltando tutti e costringendoli al compromesso, Putin è stato capace di prevenire i conflitti tra le élite prima che suppurassero, o almeno prima che esplodessero sotto gli occhi di tutti. L'ex vice primo ministro Aleksej Kudrin, fedele alleato di Putin, ha detto recentemente:
"Putin possiede la notevole capacità di ascoltare gli argomenti di tutte le parti prima di prendere una decisione [...] Finora è riuscito a mantenere l'equilibrio tra posizioni molto diverse all'interno del governo."
Naturalmente la posizione speciale di Putin in cima alla "verticale del potere" è stata cementata dalle sue altissime percentuali di consenso e dalla popolarità del partito "piedistallo", Russia Unita. Per le élite ha contato anche la capacità della squadra di Putin di ottenere cifre solide per lui e per il suo partito nelle elezioni parlamentari e presidenziali.
Le cose hanno cominciato ad andare male quando Putin è passato dal Cremlino alla Casa Bianca. La crisi economica del 2008 ha spaventato le élite precedentemente rassicurate da Putin, che aveva definito la Russia un'"isola di stabilità"
I seppur timidi tentativi di Dmitrij Medvedev di diventare un centro di potere indipendente hanno innervosito le fazioni più conservatrici, preoccupate che le riforme di Medvedev potessero "sfuggire di mano". Alla fine Putin è stato costretto a intervenire, impedendo a Medvedev di candidarsi per il secondo mandato. L'annuncio della candidatura di Putin, però, ha incontrato ampie e inaspettate critiche nell'opinione pubblica: esse hanno confermato i risultati di molti studi sociologici che indicavano il crollo della proverbiale "maggioranza di Putin". E lo scandaloso siluramento di Kudrin da parte di Medvedev ha creato l'impressione che Putin non controllasse completamente la situazione.
Le percentuali di consenso di Putin, un tempo stratosferiche, sono scese: nel 2011 ha perso ben 15 punti. E i risultati inferiori alle aspettative di Russia Unita alle elezioni parlamentari hanno dimostrato che la squadra di Putin non è più in grado di raggiungere gli obiettivi elettorali prefissati.
Al momento non ci sono indicazioni di serie fratture tra le élite russe, né del fatto che Putin abbia perso il suo tocco magico (che "Akela [abbia] fallito il colpo", come scrive Kipling, autore caro a Putin). Inoltre Putin ha intrapreso un lavoro di contenimento dei danni mirato a ristabilire la sua autorità. Sono state organizzate varie manifestazioni a favore di Putin presidente; il numero di partecipanti a queste manifestazioni è stato spesso superiore a quello di coloro che hanno manifestato contro. E poi, pur rifiutandosi come sempre di partecipare ai duelli televisivi con gli altri candidati, Putin ha svolto una campagna straordinariamente attiva fatta di manifesti, generose promesse, bagni di folla. Le sue percentuali di consenso sono nuovamente cresciute, praticamente assicurandogli la vittoria al primo turno.
Si ritiene che le riforme politiche recentemente proposte dal presidente Medvedev e appoggiate malvolentieri da Putin fossero una risposta ai movimenti di protesta dei "cittadini arrabbiati". E tuttavia la natura e la concreta portata delle proposte di legge danno credito a Medvedev quando dichiara che la loro preparazione risale alla primavera del 2011, molti mesi prima delle elezioni parlamentari. Sembra logico che all'epoca le proposte di Medvedev furono bloccate dai conservatori che avevano Putin dalla loro parte. Se le cose stanno così, la repentina accettazione da parte di Putin delle idee riformiste potrebbe essere non una concessione ai manifestanti, ma un ramoscello d'ulivo offerto al settore riformista delle élite, visibilmente turbato da quanto è successo a Medvedev.
La rapida maturazione politica della classe media russa ha costituito un brusco risveglio per le élite politiche del Paese e dà loro un ulteriore motivo di preoccupazione. Le élite osserveranno con attenzione Putin, cercando di capire se sia ancora in grado di favorire i loro interessi. Se dovessero decidere che Putin ha esaurito le sue potenzialità, gli si troverà un'alternativa. Questo cambiamento potrebbe coincidere con le prossime elezioni presidenziali. Oppure no.

Originale: Putin and Elites, 21 febbraio 2012.

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