martedì, marzo 06, 2012

Bhadrakumar a proposito di Obama e Iran


Obama ha finalmente capito l'Iran

di M. K. Bhadrakumar

I risultati delle elezioni parlamentari iraniane stanno generando a Teheran un clima politico favorevole all'avvio di dialoghi sulla questione nucleare. L'amministrazione statunitense lo percepisce. La grande domanda è se il presidente Barack Obama riuscirà a coinvolgere i due alleati-chiave degli Stati Uniti – Arabia Saudita e Israele – nella ricerca di una soluzione permanente all'attuale situazione di stallo.

Ma le interpretazioni fantasiose non mancano, di questi tempi. La politica iraniana suscita una grande curiosità, e durante il periodo elettorale si assiste a un tripudio di voci infondate. Quattro anni fa si disse che le Guardie della Rivoluzione Islamica stavano usurpando il potere politico trasformando il Paese in una dittatura militare. Il grande scoop di quest'anno (finora) è che il Leader Supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, intenderebbe esiliare politicamente il Presidente Mahmoud Ahmedinejad e che il Majlis sarebbe il loro campo di battaglia. Ci si dimentica di quando nel 2009 Khamenei respinse nettamente le istanze dei riformisti e protesse la presidenza di Ahmedinejad.

Di certo in Iran, come ovunque, la politica è una faccenda complessa. L'establishment religioso sciita è storicamente noto per la sua litigiosità. La politica di partito, così come viene intesa nelle liberal-democrazie occidentali, in Iran non esiste. Ma le fazioni, le cricche e i gruppi di interesse sono in continuo riallineamento, donando grande vivacità alla politica iraniana.

Le elezioni di venerdì non hanno fatto eccezione. Un ulteriore elemento d'interesse è il modo in cui il neo-eletto Majlis influenzerà la struttura di potere del paese – e quale impatto produrrà sulle decisioni politiche – in una congiuntura che vede l'Iran a un bivio sullo sfondo di cambiamenti regionali epocali.

In base agli esiti elettorali, la nuova composizione del Majlis potrà generare conseguenze positive per la sicurezza della regione. Le fazioni e le cricche che possono essere definite "conservatrici" – nel contesto iraniano – si sono unite nella coalizione "principalista" e hanno corso alle elezioni in un raggruppamento riconoscibile, riportando ottimi risultati.

I principalisti mettono insieme religiosi e laici in un "fronte unito". Ad accomunarli è la visione politica conservatrice in merito all'ideologia della rivoluzione iraniana e all'assoluta centralità del velayat-e faqih (il governo del giureconsulto).

Soluzione permanente
Il predominio dei principalisti nel Majlis renderà la struttura di potere più coesa di quanto lo sia mai stata negli ultimi quindici anni. Ma il ruolo fondamentale del leader supremo non è mai stato in discussione, ed è un'istituzione che non aveva bisogno di essere rafforzata dal Majlis.

Non si deve dimenticare neanche che l'autorità del presidente e l'efficacia del suo esecutivo sono sempre dipese dalla sua capacità di operare all'interno del sistema.

I principalisti consolidano in misura significativa la struttura di potere. Per quanto riguarda gli interlocutori dell'Iran, essi probabilmente si troveranno ad ascoltare una voce più unanime. Dunque quello che interessa alla comunità internazionale è che Teheran sta mettendo la testa a posto in vista del tavolo negoziale sulla questione nucleare.

L'Occidente tende a squalificare le elezioni iraniane, agendo in base a un riflesso condizionato. Ma Obama percepisce come un'opportunità lo spostamento di potere a Teheran e il consolidamento dell'autorità.

A Obama non è sfuggito che prima delle elezioni parlamentari il leader supremo iraniano ha fatto una dichiarazione d'importanza capitale sulla questione nucleare. Parlando a una platea di scienziati nucleari iraniani, Khamenei ha detto:
Lo scopo del clamore sollevato [dall'Occidente] è quello di fermarci. Sanno che non vogliamo le armi nucleari. Lo sanno già. Ne sono certo: nei Paesi che si oppongono a noi, le organizzazioni incaricate di prendere le decisioni sono pienamente consapevoli del fatto che non vogliamo le armi nucleari.

Le armi nucleari non ci servono a niente. Inoltre, da una prospettiva ideologica e dal punto di vista del [velayat-e] faqih, consideriamo illecito lo sviluppo delle armi nucleari. Consideriamo l'uso di tali armi un grave peccato. Crediamo anche che possedere tali armi sia inutile e pericoloso, e non ne perseguiremo mai lo sviluppo. Loro lo sanno, ma esasperano la questione per fermarci.
Così, dopo aver meditato sulla dichiarazione di Khamenei per due buone settimane, Obama ha deciso di prenderne atto e di farne un punto saliente dell'intervista concessa la settimana scorsa a Jeffrey Goldberg di The Atlantic Monthly.

Obama ha sottolineato la necessità di una soluzione "permanente" – "anziché temporanea" – alla questione nucleare iraniana. Ha poi osservato che una soluzione permanente sarebbe possibile solo se l'Iran badasse al proprio interesse, cioè desse prova di razionalità. In un uso brillante della doppia negazione che farebbe invidia a un oratore persiano, Obama ha aggiunto:
[Gli iraniani] sono sensibili alle opinioni della popolazione e sono preoccupati dall'isolamento che stanno vivendo [...] Sono capaci di prendere decisioni mirate a evitare esiti negativi dal loro punto di vista. Dunque, se vengono loro offerte delle alternative [...] non c'è alcuna garanzia che non possano fare una scelta migliore.
Obama ha riconosciuto che gli Stati Uniti dovranno giungere a un qualche tipo di accordo, e che la cosa è fattibile perché reputa che i leader iraniani siano interlocutori fondamentalmente razionali. D'altro canto, Obama ritiene che un attacco militare contro l'Itan sarebbe un'inutile "diversione".

Perché, ha detto, "l'Iran non ha ancora un'arma nucleare e non è ancora nella situazione di ottenere un'arma nucleare senza che noi [Washington] veniamo a conoscenza di questo tentativo con largo anticipo".

"Israele può contare su di noi"
E così c'è finalmente un presidente americano che ha capito l'Iran. Il problemi di Obama adesso sono due. Uno è l'Arabia Saudita, la cui priorità regionale al momento non consiste nei colloqui USA-Iran ma nell'imporre un rovesciamento del regime di Damasco per mezzo di un intervento occidentale, con la speranza di colpire al cuore il prestigio dell'Iran nella regione e indebolire il potere sciita (anche nella stessa Arabia Saudita).

Il drammatico gesto compiuto da ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal, che ha lasciato il vertice degli "Amici della Siria" svoltosi a Tunisi la scorsa settimana, è stato rivelatore. Detto questo, però, i sauditi capiscono molto bene che probabilmente Khamenei ha ottenuto che la faziosità e frammentarietà che negli ultimi anni hanno gettato nel caos la politica e i negoziatori iraniani – anche sulla questione nucleare – non si ripetano più.

Si può ipotizzare che una maggiore coesione della struttura di potere a Teheran vada bene anche ai sauditi. Il punto è che nei prossimi tempi Teheran dovrà prendere decisioni difficili, ed essere abbastanza forte e tenace da mostrarsi flessibile.

Ma il problema principale di Obama è un altro. Deve vedersela con il governo israeliano guidato dal Primo ministro Benjamin Netanyahu. Netanyahu per Obama è un osso duro, anche se la montatura dei media secondo cui sarebbe l'arbitro della rielezione di Obama è appunto un'esagerazione.

Il "problema Netanyahu" consiste nel fatto che negli Stati Uniti il 2012 è anno di elezioni, e, come ha ironicamente suggerito Obama, "C'è una serie di attori politici [negli Stati Uniti] che vogliono vedere se possono creare discordia non tra gli Stati Uniti e Israele, ma tra Barack Obama e un elettorato ebraico-americano che tradizionalmente è un energico sostenitore della sua candidatura."

L'istinto politico di Obama ha ragione. Il fatto è che nel 2008 Obama ha ottenuto il 78% dei voti ebraici, e non solo per la sua posizione su Israele. Inoltre la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana si dice contraria a qualsiasi forma di conflitto con l'Iran.

È qui che è importante il messaggio lanciato da Obama durante l'intervista con Goldberg: nell'energica dichiarazione che "Israele più contare sugli Stati Uniti" e nella posizione coerentemente pro-Israele tenuta durante tutta l'intervista.

Non sorprende che Obama abbia anche utilizzato il forum dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) di domenica per ribadire la sua solidarietà nei confronti di Israele. Ha parlato di "mio impegno", non di impegno degli Stati Uniti. "Nei momenti critici Israele può contare su di me", ha detto.

Ma poi è tornato alla questione principale: l'attuale strategia delle sanzioni di Washington contro l'Iran sta funzionando e lui ha ancora fiducia nella diplomazia. "Credo fermamente che la diplomazia, sostenuta dalle pressioni, abbia una possibilità di successo."

Alla fine Obama non ha lasciato dubbi sul senso del suo messaggio al pubblico dell'AIPAC: "Si parla troppo incautamente di guerra."

Originale: Obama gets Iran right, finally, 5 marzo 2012.

lunedì, marzo 05, 2012

Chi è Vjačeslav Volodin?

Fino all'ultimo respiro. Vita e carriera di Vjačeslav Volodin

di Andrej Kosenko

"Solido artefice politico": così alcuni definiscono il nuovo capo dell'apparato governativo russo Vjačeslav Volodin. "Burocrate anomalo", dicono altri. "Di una persona fortunata si dice che è stata baciata da Dio; Volodin deve aver baciato il diavolo", replica la segretaria del Partito comunista di Saratov, Ol'ga Alimova. Chi è l'uomo subentrato a Vladislav Surkov? The New Times ha cercato di capirlo.

"È un motivatore e manipolatore geniale", dice un consulente politico che ha collaborato con Volodin a Saratov e a Mosca. "Entri nel suo ufficio pronto a dire 'non voglio saperne di questo progetto' e ne esci gridando 'Yes! Ce la facciamo!'. D'altro lato non è molto competente. Preparato, ma non geniale. Uno staff di bravi assistenti potrebbe aiutarlo a superare questa lacuna, ma è circondato da gente quadrata e poco brillante. Le persone geniali non sono tollerate. Gli errori non vengono perdonati." Ma il leader di Molodaja Gvardija (Giovane guardia) di Russia Unita non è d'accordo: "Gli incontri con Vjačeslav Viktorovič sono fatti di scontri e di discussioni. Ti permette di sviluppare le tue potenzialità in un ambiente competitivo".

La Piccola Patria
Vjaceslav Volodin si è trasferito a Mosca nel 1999, ma la sua influenza sulla vita di Saratov (la Piccola Patria) è ancora così forte da sembrare assurda. La sezione locale di Russia Unita è completamente sotto il controllo di Volodin, così come il suo gruppo parlamentare. Lo stesso vale per i rettori universitari e per i lealissimi direttori di giornali e telegiornali. Gli amici di Volodin dicono che si tratta semplicemente di amore per la sua regione, mentre i suoi detrattori insinuano che essa rappresenti per lui una specie di piano B. Una fonte di The New Times che desidera restare anonima dice che il rapporto di Volodin con Saratov è simile a quello di Saruman con la pacifica Contea: un luogo da saccheggiare quando tutto il resto è perduto.

Prima della fine degli anni Novanta la biografia di Vjačeslav Volodin non è particolarmente interessante. Volodin si diploma all'Istituto di meccanica agraria, che apre prospettive di carriera in campagna o nel komsomol. Nel 1990 viene eletto nel consiglio comunale di Saratov. Dopo il golpe del 1991 è uno dei due consiglieri rieletti. Nel 1992 si fa notare dal nuovo sindaco Jurij Kitov e ne diviene il vice. Ma presto conosce il futuro governatore della regione, Dmitrij Ajackov, il politico più importante di questa prima fase della sua carriera. Nel 1993 Ajackov si candida al Consiglio della Federazione e Volodin ne dirige la campagna elettorale; Ajackov vince, battendo l'allora governatore Jurij Belych. Kitov, che era considerato il favorito, finisce terzo e poco tempo dopo si suicida. Secondo i media di Saratov, Kitov ha scritto sul biglietto d'addio: "Maledetti Ajackov, Naumov [Sergej Naumov, parente di Ajackov e attuale prorettore dell'Accademia dell'economia nazionale della Presidenza russa, N.d.R.], Volodin. Basta menzogne, tradimenti, colpi bassi, prepotenze".

Dal 1996 al 1999 Volodin è vice governatore della regione di Saratov. "Il numero due che lentamente e costantemente cercava di diventare il numero uno", ricorda la nostra fonte, che all'epoca lavorava nell'ufficio del governatore. "A volte si aveva la sensazione che stesse pianificando le sue mosse con sei mesi o un anno d'anticipo". "Era un funzionario fuori del comune e molto capace" ricorda Ol'ga Alimova " Ma tendeva a risolvere i problemi solo se poteva trarne il massimo vantaggio. Era abbastanza stupido, ma amava circondarsi di persone a lui inferiori e meno intelligenti che lo facevano sembrare geniale". 

In esilio a Mosca
Difficile individuare le origini del conflitto tra Volodin e Ajackov. Il governatore notò la crescente influenza del suo vice e la cosa non gli piacque. I vari distretti caddero uno dopo l'altro nelle mani degli uomini di Volodin. I sostenitori cominciarono a dividersi in volodiniani e ajackoviani. Ajackov tentò di indebolire l'influenza di Volodin introducendo la figura di un secondo vice governatore. Si mormorava che nelle elezioni regionali del 2000 Volodin avrebbe corso contro il suo capo per la carica di governatore. Entrambi smentirono queste voci, ma cominciarono a farsi vedere insieme sempre più raramente. "Alla fine Ajackov prese la giusta decisione: sfruttò la propria influenza a Mosca e le ambizioni di Volodin per promuoverlo e allontanarlo dalla regione", racconta un ex membro dell'amministrazione.

"Per Volodin riguadagnare terreno non fu facile, ma si dimostrò un politico di talento. Quando lasciò il suo incarico promise un posto a tutti, dalla segretaria all'autista. Non dimentica mai i suoi", dice Aleksandr Lando, rappresentante della Duma regionale di Saratov e uno dei più strenui sostenitori dell'attuale primo vice capo dell'amministrazione presidenziale.

Nell'aprile del 1999 Vjaceslav Volodin entrò nel movimento "Patria - Tutta la Russia" di Lužkov, Primakov e Sajmiev e ne diresse la campagna elettorale. Fu a quell'epoca che Sergej Dorenko accusò Lužkov un po' di tutto, anche di peccati abbastanza esotici, e svelò i dettagli di una presunta operazione chirurgica cui si era sottoposto Primakov. Volodin però superò le difficoltà: il partito prese il 13,3% e Volodin divenne dapprima semplice deputato e in seguito capogruppo. Nei media appariva sempre ed esclusivamente in compagnia di Primakov, dando l'impressione dell'allievo che supera il maestro.

Le élite di Saratov non rimasero a lungo senza Volodin. La decisione – per Mosca del tutto logica – di fondere «Unità» e «Patria» in un unico partito rappresentò un brutto scherzo per la regione di Saratov. Due clan che si detestavano dovevano ora confluire in un unico partito. Volodin e Ajackov (che era ancora governatore) si sforzarono di apparire insieme in un paio di occasioni, ma niente più. Poi il sistema in base al quale potevano candidarsi alla stessa carica da due a sei membri dello stesso partito divenne una regola. Per esempio, alle elezioni parlamentari suppletive nella città di Rtiščev un membro della fazione di Ajackov riuscì a sconfiggere un membro della fazione di Volodin (entrambi appartenevano a Russia Unita). A Volodin rimase soltanto il titolo di cittadino onorario di Rtiščev.

Nel 2003 Volodin riuscì a farsi rieleggere alla Duma per la città di Balakovo: in mancanza di avversari degni di questo nome riuscì a ottenere un risultato caucasico con l'82% dei voti – una delle percentuali più alte raggiunte in un distretto a singolo mandato. E se a Mosca Volodin era ancora uno dei tanti leader di Russia Unita, a Saratov la sua influenza cominciò a essere definita "diabolica". "Volodin è più grande errore che ho fatto nella scelta di un collaboratore", disse allora Ajackov. Per la carriera di Ajackov era un periodo nero: era stato accusato d'abuso d'ufficio e soffriva di un brusco calo di popolarità. Il giorno in cui il suo ex capo fu incriminato, Volodin si trovava nella regione di Saratov per una visita fuori programma (ufficialmente doveva assistere a un programma televisivo che prevedeva la partecipazione di squadre del posto).

Volodinizzazione locale
Nel 2005 la regione di Saratov fu la prima a inaugurare la pratica in base alla quale il nuovo governatore veniva nominato da Vladimir Putin e non eletto direttamente dal popolo. La vita politica subì un brusco degrado. I sostenitori di Volodin ricorsero a tutti i mezzi per denigrare i sostenitori del governatore, e gli uni e gli altri si coalizzarono contro il sindaco di Saratov. Poi l'equilibrio delle forze nell'élite politica mutò a favore di Volodin. Intanto, naturalmente, tutti continuavano ad appartenere allo stesso partito.

Volodin si fece vedere solo per inaugurare un edificio dell'università "costruito con l'appoggio del partito" o per informare la regione dell'allocazione di fondi "in base alla linea del partito". Le autorità locali si facevano in quattro per compiacerlo. In un distretto apparvero quaderni scolastici che recavano sulla copertina le scritte "Vjačeslav Volodin pensa a noi, Vjačeslav Volodin è coraggiosamente in prima classe" o "Se voglio aver buoni voti devo comportarmi bene per diventare come Vjačeslav Volodin! Non voglio deluderlo". Le copertine finirono su internet. Si dice che Volodin, che si era presentato come il migliore amico dei bambini di Saratov, fosse così infuriato che i rappresentanti locali di Russia Unita definirono la pubblicazione dei quaderni una provocazione. In seguito su internet fu fatto circolare un video in cui alcuni scolari in gita a Mosca cantavano: "Volodin ha dato ordine di cercarci, noi che siamo la classe migliore".

Le visite di Volodin nella regione di Saratov erano sempre la prima notizia dei telegiornali. La sua immagine "impeccabile" era frutto delle costanti pressioni esercitate sui suoi oppositori da Russia Unita e dallo stesso Volodin, che potevano contare sull'assoluta lealtà dei procuratori e dei giudici. L'ex ministro dei trasporti Gevorg Džlavjan, finito in carcere per appropriazione indebita di fondi pubblici, accusò Volodin dello stesso reato e fu condannato ad altri sei mesi di carcere per diffamazione. Il redattore di un giornale scrisse che mentre si trovava in vacanza sul Volga Volodin aveva sparato per sbaglio con il fucile subacqueo a una ragazza. L'articolo si intitolava "L'arpione del partito". Il giornalista venne condannato ai lavori correttivi.

La vita privata di Volodin è avvolta nel mistero: dalla biografia ufficiale si apprende che è sposato e ha una figlia, Svetlana. Però la sua ultima dichiarazione conserva pochissime tracce di Svetlana, assistente del deputato di Russia Unita alla Duma Aleksandr Solov'ev, anche lui originario di Saratov. Della moglie non si fa parola. Quando, dopo il 4 dicembre, si è parlato di Volodin come possibile presidente della Duma, l'analista politico Stanislav Belkovskij ha detto che in tal caso Volodin sarebbe stato il primo gay a occupare questa posizione. Subito dopo, a dire il vero, è arrivata la smentita: "Il signor Volodin non può in alcun modo diventare il primo gay a ricoprire l'incarico di presidente della Duma, dato che negli anni 1996-2003 questo posto era stato occupato da un altro presidente gay, Gennadij Seleznev. Dunque Vjačeslav Volodin potrebbe diventare il secondo presidente gay della Duma della storia postsovietica". Sia come sia, nessuno vuole rischiare di riaprire la questione: il giornalista e analista politico Eduard Abrosimov, che aveva commentato pubblicamente l'orientamento sessuale di Volodin, nel 2005 è stato condannato a otto mesi per diffamazione. Poco si sa degli hobby di Volodin: non si conoscono altre passioni oltre a quella per la caccia.
Un altro argomento tabù a Saratov è l'impero finanziario di Vjačeslav Volodin, del quale nessuno vuole parlare nemmeno in condizioni di anonimato. Nel 2006 la rivista Finans stimava il suo patrimonio in 2,7 miliardi di rubli; nel 2009 Volodin ha dichiarato un reddito di 360 milioni di rubli ma nel 2010, dopo essere passato dalla Duma al Governo, solo 6 milioni. Il denaro proviene dalle holding "Buket" ("Bouquet") e "Solnečnye Produkty" ("Prodotti del sole"), nate alla fine degli anni Novanta dal žirkombinat (complesso industriale per la produzione di grassi alimentari) di Saratov. Oggi le due holding controllano dall'11% al 25% del mercato russo della maionese e della margarina.

Curatore
I principali sostenitori di Volodin appartengono alla Giovane guardia di Russia Unita. "Ha curato e appoggiato questo progetto in conformità con la linea del partito" conferma il leader di Giovane guardia Timur Prokopenko "Non ci ha dimenticato neanche dopo, riservando ai nostri rappresentanti un posto nel consiglio di coordinamento del Fronte popolare panrusso. E la quota del 20% per i giovani nelle liste elettorali del 2007 è una sua idea." Pare che per Volodin la collaborazione con i giovani sia effettivamente molto importante, e in questo senso i vari attivisti pro-Cremlino non devono temere di perdere potere con l'uscita di scena dell'ideologo dei "Naši" (il movimento giovanile di Russia Unita) Vladislav Surkov. "Volodin è favorevole alla sana competizione e darà a tutti la possibilità di dimostrare le loro capacità" si dice certo Timur Prokopenko "A lui importa che si prosegua la politica di Putin con il pugno di ferro". La sola cosa che può creare problemi agli attivisti è la necessità di spiegare l'utilità dei blog, dei video su YouTube e via dicendo. Pare che Volodin, come Putin, non usi internet e non sappia lavorare al computer.

Quando si è saputo che Volodin si sarebbe occupato di politica interna, chi lo conosce da molto tempo si è stupito. Il mediocre progetto del Fronte popolare panrusso è stato curato da lui. D'altro canto, il Fronte è stato un esperimento riuscito nella misura in cui, diversamente da Russia Unita e Dmitrij Medvedev, non ha dato a Putin ragione di prendere le distanze. "A Mosca Volodin veniva visto come un solido professionista di provincia. Nessuno poteva supporre che fosse capace di battere lo stesso Surkov" osserva Ol'ga Alimova. "Surkov veniva visto come autore di soluzioni piuttosto eleganti, Volodin è più diretto e forse più decisionista" dice un'altra fonte "E ciò assicurerà la vittoria di Putin al primo turno senza doversi troppo preoccupare per le marce di protesta."

In battaglia
A Saratov si attribuiscono a Volodin i primi importanti eventi politici del 2012. "Le dimissioni dei governatori di Arkangel'sk e Volgograd un mese e mezzo prima delle elezioni sarebbero state impensabili se ci fosse stato ancora Surkov, ma noi conosciamo bene questo stile" commenta un analista di Saratov "Da noi tutti i capi sanno di essere gli unici responsabili degli insuccessi elettorali. Il recente episodio della vacanza di Nikita Belych [rimproverato da Putin per gli aumenti delle tariffe dell'acqua calda, il governatore di Kirov aveva fatto sapere di essere in vacanza; Putin lo aveva richiamato al lavoro e aveva chiesto al vice governatore di mandagli "un piccolo segnale", N.d.T.] è una strategia classica, sperimentata a Saratov più volte. Il premier e il curatore della politica interna non sanno forse chi è in ferie e chi non lo è? Non è una coincidenza che durante quella stessa riunione il governatore di Saratov Ipatov, favorito di Volodin, si sia preso una parte delle critiche. Il premier ha rimproverato il governatore per la riduzione del reddito pro capite benché questa sia una conseguenza dell'aumento delle tasse federali."

Nel dicembre del 2011, nella regione di Saratov, Russia Unita ha preso il 64,9% dei voti (in alcune aree più del 90%). Nella vicina regione di Samara ha preso il 39,3%, a Volgograd il 35,9%. "Molti non hanno votato tanto il partito quanto la persona di Volodin", si dice certo il deputato della Duma regionale Aleksandr Lando. "Volodin è un organizzatore e amministratore molto abile. Sono talenti innati, ma anche frutto di preparazione. Ha debolezze? Io non ne vedo" ci ha detto Dmitrij Ajackov. La scorsa estate Ajackov è stato messo a capo del locale Istituto di economia e politica nazionale che porta il nome del suo idolo Pëtr Stolypin. Dicono che la nomina non sarebbe arrivata senza la spinta di Volodin.

"Lui va per la sua strada e io per la mia. Grazie a Dio non si incrociano mai", ha detto l'ex governatore di Saratov, ed era prima di ricevere il favore dal suo ex sottoposto. "Cercherà sempre di avanzare, nella vita, fino all'ultimo respiro. Volodin è fatto così".

Originale: Идущий вверх, 30 gennaio 2012.

domenica, marzo 04, 2012

Putin e le élite


di Eugene Ivanov

Quando i sostenitori del Primo ministro Vladimir Putin dicono che alle prossime elezioni presidenziali "non esistono alternative a Putin" non si riferiscono tanto all'ovvia debolezza degli altri candidati. "Non esistono alternative a Putin" è un concetto più ampio: significa che tra tutti gli esseri viventi Putin è la sola persona che ha l'esperienza e le competenze per fare il Presidente della Russia. In parte questa convinzione deriva dalla storica tradizione russa che vuole un "leader nazionale" alla guida del Paese e in parte riflette gli interessi di persone che hanno beneficiato dell'attuale regime: burocrati, apparatčik di Russia Unita, uomini d'affari leali.
È comunque difficile negare che Putin è stato uno degli statisti di maggior successo della storia russa. Naturalmente si può discutere all'infinito se il crollo della Russia che avrebbe avuto il merito di sventare fosse davvero imminente; o se all'origine della solida crescita economica degli anni 2000-2008 ci fosse l'aumento del prezzo del petrolio più che la gestione Putin. Una cosa è chiara: nel 2000 Putin comprese gli umori, le richieste e le aspettative dell'opinione pubblica. Capì anche quale tipo di leadership servisse allora alla Russia – tenendo conto delle sue realtà politiche ed economiche – e fu in grado di fornirla. Un punto a suo favore è sempre stata la sua fama di "uomo vero", sobrio e lavoratore, e di comunicatore efficace.
Meno riconosciuta, come fattore cruciale del successo di Putin, è stata la sua capacità di mantenere il consenso tra le élite russe. Putin ha saputo svolgere efficacemente il ruolo di arbitro supremo, supervisionando una complessa rete di interazioni tra diversi interessi personali e spesso mafiosi: le fazioni dell'“energia” e della “finanza”; i “čekisti” e i “giuristi”; i “liberali” e i “conservatori”. Ascoltando tutti e costringendoli al compromesso, Putin è stato capace di prevenire i conflitti tra le élite prima che suppurassero, o almeno prima che esplodessero sotto gli occhi di tutti. L'ex vice primo ministro Aleksej Kudrin, fedele alleato di Putin, ha detto recentemente:
"Putin possiede la notevole capacità di ascoltare gli argomenti di tutte le parti prima di prendere una decisione [...] Finora è riuscito a mantenere l'equilibrio tra posizioni molto diverse all'interno del governo."
Naturalmente la posizione speciale di Putin in cima alla "verticale del potere" è stata cementata dalle sue altissime percentuali di consenso e dalla popolarità del partito "piedistallo", Russia Unita. Per le élite ha contato anche la capacità della squadra di Putin di ottenere cifre solide per lui e per il suo partito nelle elezioni parlamentari e presidenziali.
Le cose hanno cominciato ad andare male quando Putin è passato dal Cremlino alla Casa Bianca. La crisi economica del 2008 ha spaventato le élite precedentemente rassicurate da Putin, che aveva definito la Russia un'"isola di stabilità"
I seppur timidi tentativi di Dmitrij Medvedev di diventare un centro di potere indipendente hanno innervosito le fazioni più conservatrici, preoccupate che le riforme di Medvedev potessero "sfuggire di mano". Alla fine Putin è stato costretto a intervenire, impedendo a Medvedev di candidarsi per il secondo mandato. L'annuncio della candidatura di Putin, però, ha incontrato ampie e inaspettate critiche nell'opinione pubblica: esse hanno confermato i risultati di molti studi sociologici che indicavano il crollo della proverbiale "maggioranza di Putin". E lo scandaloso siluramento di Kudrin da parte di Medvedev ha creato l'impressione che Putin non controllasse completamente la situazione.
Le percentuali di consenso di Putin, un tempo stratosferiche, sono scese: nel 2011 ha perso ben 15 punti. E i risultati inferiori alle aspettative di Russia Unita alle elezioni parlamentari hanno dimostrato che la squadra di Putin non è più in grado di raggiungere gli obiettivi elettorali prefissati.
Al momento non ci sono indicazioni di serie fratture tra le élite russe, né del fatto che Putin abbia perso il suo tocco magico (che "Akela [abbia] fallito il colpo", come scrive Kipling, autore caro a Putin). Inoltre Putin ha intrapreso un lavoro di contenimento dei danni mirato a ristabilire la sua autorità. Sono state organizzate varie manifestazioni a favore di Putin presidente; il numero di partecipanti a queste manifestazioni è stato spesso superiore a quello di coloro che hanno manifestato contro. E poi, pur rifiutandosi come sempre di partecipare ai duelli televisivi con gli altri candidati, Putin ha svolto una campagna straordinariamente attiva fatta di manifesti, generose promesse, bagni di folla. Le sue percentuali di consenso sono nuovamente cresciute, praticamente assicurandogli la vittoria al primo turno.
Si ritiene che le riforme politiche recentemente proposte dal presidente Medvedev e appoggiate malvolentieri da Putin fossero una risposta ai movimenti di protesta dei "cittadini arrabbiati". E tuttavia la natura e la concreta portata delle proposte di legge danno credito a Medvedev quando dichiara che la loro preparazione risale alla primavera del 2011, molti mesi prima delle elezioni parlamentari. Sembra logico che all'epoca le proposte di Medvedev furono bloccate dai conservatori che avevano Putin dalla loro parte. Se le cose stanno così, la repentina accettazione da parte di Putin delle idee riformiste potrebbe essere non una concessione ai manifestanti, ma un ramoscello d'ulivo offerto al settore riformista delle élite, visibilmente turbato da quanto è successo a Medvedev.
La rapida maturazione politica della classe media russa ha costituito un brusco risveglio per le élite politiche del Paese e dà loro un ulteriore motivo di preoccupazione. Le élite osserveranno con attenzione Putin, cercando di capire se sia ancora in grado di favorire i loro interessi. Se dovessero decidere che Putin ha esaurito le sue potenzialità, gli si troverà un'alternativa. Questo cambiamento potrebbe coincidere con le prossime elezioni presidenziali. Oppure no.

Originale: Putin and Elites, 21 febbraio 2012.

L'arringa finale

di Eugene Ivanov

Solo il tempo saprà dirci se il terzo mandato di Vladimir Putin (2012-?) sarà migliore o peggiore dei primi due (2000-2008). Oggi possiamo almeno dire che negli ultimi due mesi Putin è diventato un candidato migliore. Vediamo perché. Nel 2000 la campagna elettorale di Putin si limitò alla pubblicazione di un breve (2700 parole) articolo su tre quotidiani. Lo stesso nel 2004: la campagna di Putin si ridusse a un discorso di 3200 parole tenuto un mese prima delle elezioni a un gruppo di fiduciari.

Non questa volta. Da candidato, Putin ha esposto in sei lunghi articoli il proprio punto di vista sui pericoli che minacciano il Paese (3400 parole), sui rapporti etnici (3600), sull'economia (4900), sullo sviluppo democratico (4000), su questioni sociali (6500), sulla sicurezza nazionale (6300), e sugli affari esteri (6000). Ha incontrato pubblicamente sostenitori, osservatori elettorali e membri del Fronte popolare panrusso; ha girato la Russia in lungo e in largo stringendo la mano agli elettori. A Mosca, a San Pietroburgo e in altre città sono state organizzate gigantesche manifestazioni pro-Putin. A una di esse è intervenuto anche lui, incitando i suoi sostenitori a battersi per l'indipendenza della Russia. (A giudicare dalla diretta televisiva, molti dei partecipanti erano pronti a farlo.) A un certo punto la sua campagna elettorale sembra aver considerato perfino la possibilità di un duello televisivo con gli altri candidati. L'idea è stata poi scartata, e a fare notizia sono stati i particolari del complotto per assassinare Putin. 

Questa settimana Putin ha incontrato i fiduciari, i membri del fronte, i politologi e i media. Ha anche concesso un'intervista a sei quotidiani stranieri. Tutti questi interventi hanno rappresentato l'arringa finale della campagna elettorale di Putin. Ma hanno anche rivelato che – malgrado visibili miglioramenti – il candidato Putin ha ancora le sue debolezze. Una di queste è l'incapacità di reagire bene quando è sotto pressione: quando i giornalisti stranieri gli hanno ripetutamente chiesto le ragioni dello "scambio" di ruoli con Medvedev, Putin si è messo sulla difensiva e ha tentato di dribblare la domanda dilungandosi sui passati successi della sua politica economica. (È abbastanza sorprendente che Putin non sia stato capace di rispondere adeguatamente nemmeno quando la domanda è stata posta, in tono molto più amichevole, dal membro della Camera pubblica Anatolij Kučerena.) Inoltre – cosa molto strana per il Primo ministro, data la sua nota  padronanza di fatti e cifre – Putin ha fatto un paio di errori che potevano essere evitati. Ha definito (per ben due volte) il governatore della regione di Kirov, Nikita Belych, un rappresentante del partito della Giusta causa (Belych è stato Presidente dell'Unione delle forze di destra). Putin ha poi detto che il partito della Giusta causa è passato dalla parte degli oppositori "inconciliabili", osservazione bizzarra se si tiene conto che la Giusta causa ha appoggiato la sua candidatura.

Ma tutto questo non conta più: domenica Putin verrà eletto presidente al primo turno e forse non avrà mai più bisogno di sfoggiare le sue competenze di candidato presidenziale. E tra due mesi riprenderà in mano le redini del paese, la cui stabilità si è impegnato a difendere. Ma non gli è mai passato per la testa di aver minato questa stabilità proprio decidendo di correre per la Presidenza?

Originale: A Closing Argument, 2 marzo 2012.